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Mi sono dedicato all'ascolto di conferenze in formato elettronico, a volte mangiando ho ascoltato un filosofo e prendendo un bagno ho dato orecchio a un professore. Poi sono andato a cercare qualche parola nei testi, che sono ormai presenti in buon numero nella mia biblioteca. Montaigne ne aveva un migliaio, diceva un signore inglese in un suo discorso accompagnato da immagini un po' stereotipate su internet.

Di certo la mia infarinatura di pensiero si è ispessita, sono adesso più avvolto, più invischiato nel logos: che poi non di solo logos vive il filosofo. Certamente diceva Socrate, il saggio sa di nulla sapere (invito alla lettura di Achille Campanile in proposito) e lì si metteva ad argomentare. Ma mi pare ora che non sia affatto così semplice. Socrate è stato di molto criticato, quasi vituperato da filosofi contemporanei di grande spessore e talento. Insomma: appunto, tutto questo ragionare poi, alla fine, alla fin-fine anzi, dove ti conduce? Insomma, un ricco magma ribolle nel mio povero cranio e non mi sento vicino a quella felicità che Aristotele prometteva.

Eppure ho di certo appreso di non sapere. Frequentando le persone che conoscono approfonditamente un soggetto, un campo dell'arte o del pensiero, possiamo trarne un grande risultato: la piena consapevolezza della nostra arroganza, insipienza e presunzione. E' come uno schiaffo ma, a volte può essere interessante viverne gli effetti.

Altre volte è meglio stare in quella che scimmiottando la terminologia che ho incontrato, chiameremo inautenticità. 

Mi piace questo fatto dell'inautenticità: io me ne vado in giro a testa alta perché invece sono autentico. Avrò tanti difetti ma su quello non ci piove. Sono un autentico babbione.

Anche se poi mi hanno messo un mare di dubbi. Tutto il mio impegno, sociale e civile, si esaurisce più o meno nel bere caffè e in un taglio di capelli mensile. Il resto è fuffa (termine locale, credo che stia per materia di scarsa o nulla sostanza).

La mia autenticità potrebbe risiedere, forse nell'angoscia esistenziale che riesco a produrre, a secernere. Non vado male in quel settore. A volte mi sveglio alle quattro e mezza con un sentimento equiparabile a quello che, immagino, provò quel grande scrittore la mattina della sua mancata esecuzione; e questo per motivi così futili che appena sgranocchio i primi cornflakes essi svaniscono nel latte candido. Insomma, un'angoscia davvero esistenziale, autentica, radicata nella mia inafferrabile e incomprensibile natura umana.

Ma cos'è l'uomo? Intanto l'uomo nato a Rivarolo non è come quello nato ad Albaro: è una cosa che si vede ad occhio. Dovrebbero essere in cassetti differenti della sistematica: Homo Albariensis e Pitecantropus Valpolceveriensis. E poi fino a quale percentuale di superfice epidermica tatutata un animale è ancora uomo (o uomo-femmina, detto correntemente donna)? Tommaso d'Aquino non ne ha parlato. San Tommaso ha trascurato il problema dei tatuaggi che sembrano negare l'esistenza della stessa intelligenza, figuriamoci di quella superna ed eterna. (Si intende qui parlare di quella moda commerciale della decorazione indelebile della pelle a puri fini estetizzanti che affligge il mondo ricco del XXI secolo e non di altre pratiche rituali e tradizionali presenti e armonizzate in situazioni antropologiche le più disparate).

Faccio quindi molta confusione. Dovrò abbandonare l'idea di padroneggiare questa splendida disciplina, l'amore per il sapere? La fiflosofia mi scappa da tutte le parti. Certo, ho capito che intelletto e mondo sensibile rappresentano due poli di quanto riusciamo a cogliere di noi attraverso gli stessi sentimenti... o l'intelletto. Ah, ne ho di strada da fare. Talmente tanta che getto la spugna. E' inutile che continui a chiedere alla filosofia di risolvere tutti i miei guai personali; il mondo sembra andare peggio e non sono neppure riuscito a stabilire se ciò sia vero, in senso epistemico. Sono fermo all'approccio fenomenologico che avrebbe informato il pensiero della mia povera madre "Ma sono io o il mondo si è riempito di scemi?" 

Ogni volta so che la mia domanda (quella che è dentro di me) è sbagliata. E provo a riformularla. Un incubo. Sei costretto a ritirarti a riformulare domande col rischio che, tanto che assorto formuli e riformuli, qualcuno ti rubi il telefonino. E allora ti potrai interrogare sull'etica e sulla colpa... per scoprire che sei solo un po' stupido. 

Sarete tratti a pensare che io indulga in una vieta (devo cercare questa parola sul dizionario) volgarizzazione: la solita banalizzazione ai fini di un intrattenimento viscido di un pubblico complice e desideroso di vedere confermati i propri preconcetti e luoghi comuni.

Intanto preconcetti e luoghi comuni non hanno nulla di male in generale, pare. Ma non è questo il punto (vièta vuol dire, vecchia, stantìa. Può andare, tutto sommato).

Il punto è che chi vedesse nel mio scritto questa intenzione mancherebbe quel che è più importante: non sentite l'urlo di dolore? Un nuovo fallimento. Ancora mi sono gettato dagli scogli e di bel nuovo sono caduto in un'acqua poco profonda. Non è il mondo... sono io che non so affatto chi sono. Peraltro ho scoperto che un filosofo per l'appunto esortava a divenire sé stessi. 

Non solo non ho compreso chi sono: frequentare la filosofia mi ha portato così al largo che ora sono certo che non ho più tempo a sufficienza per concludere alcunché. Io sono laggiù accanto alla riva schiantato su uno scoglio ed al contempo la mia essenza vaga  trasportata da correnti incerte e imprevedibili al largo, in un mare torbido e schiumoso.

Ho provato a formulare una teoria consolatoria: io sarei proprio quel fallimento. Sono una creatura distribuita, un superorganismo fatto di piccole meduse sterili e di un sogno madreporario ormai eroso e cavo. La filosofia mi sarà di poco giovamento...  

Non è che sia vittimista. Lo avete pensato. Certamente possiamo dir a chi vuol esser lieto: sia. Ma qui seguiamo un'altra strada che ci ha catturati e non ci vuol lasciare:

Nobil natura è quella 

Che a sollevar si ardisce

Gli occhi mortali incontra

al comun fato, e che con tanto franca lingua,

nulla al ver detraendo

confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato e frale.

La parte pregnante per noi qui non è tanto che Giacomo Leopardi ci veda in balia del male (o peggio del nulla) ma che nobile natura è quella che guarda le cose diritto in volto e si sforza di chiamarle con il loro nome. E questo è null'altro che filosofia. Perché l'allegria nulla toglie alla saggezza: a meno che si ponga come necessità. 

Tra i miei libri dello scaffale ve n'è uno che si intitola Le consolazioni della filosofia e pare che proprio Montaigne si proponesse di usare la filosofia come impiastro per i reumatismi dell'esistenza. A me la filosofia non ha giovato, tutto lì. Nè la psicanalisi, né quel poco di religione che ho cercato di sposare mi hanno dato poco più che momentanei entusiasmi e squisiti piaceri intellettuali. Ma quel che decide della mia felicità e della mia miseria è solo questo corpo che attraversa il tempo. Non rimpiango né rinnego: filosofia e psicanalisi sono per me quello che per altri è l'auto più grande possibile o la prestazione ciclistica sotto il sole di una statale fumosa. Ognuno sceglie le delizie che merita. Ho letto che vengono investiti circa 23.000 ciclisti l'anno in Italia. E poi dicono che troppi libri fanno male...

Quindi fino a qui nulla di fatto: nessuna nuova, buona nuova. Speravo in una bella pioggia e invece le fantasmagoriche previsioni di questo momento crucciale hanno sbagliato tutto. E pensare che c'è ancora chi crede ai computer, alle loro iconcine e ai disegnetti.

Buona serata a tutti.

Ascolto BB King : The thrill is gone