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INTRODUZIONE: MEDICO CURA TE STESSO

“Medico cura te stesso”.

"The seventh doctor said... " - Muddy Waters - Hoochie Coochie Man

https://www.youtube.com/watch?v=U5QKpsVzndc

E' un detto che tutti abbiamo sentito, è riportato anche nel Vangelo. Può significare diverse cose.
Mi piace evidenziarne un'interpretazione che mi è utile per vari motivi.
Il medico deve curare sé stesso e quindi sperimentare su di sé la malattia, la consapevolezza della malattia e l'umiltà di sottoporsi a una cura.

Così facendo il medico sperimenta un punto di vista egualitario rispetto al paziente.
Il medico è scienziato che sa, e sa di sapere. Ma deve vedere che di fronte al male si trova, pur con mezzi cognitivi differenti, sullo stesso piano del paziente. Il male trascende entrambi.

Quando il medico aiuta il paziente a prendersi cura di un malanno si trova con lui nella stessa stiva nella quale stanno cercando assieme di riparare una falla e questo il medico lo impara nella sua carne, non nella scienza.

Il musicoterapeuta dovrà fare qualcosa di analogo e sperimentare su di sé la sua tecnica, la sua disciplina. E in cosa consiste questa disciplina?

Ho scritto più di una volta in questo sito che “musicoterapia” è una parola per la quale si trovano definizioni coerenti e chiare. Hanno però la caratteristica di essere molto ampie e quindi in esse possono rientrare oggetti molto disparati. Se dico che utilizzo la musica per favorire il benessere di un paziente, mi espongo all’incubo di definire precisamente cos’è la musica e cosa sia il benessere. Se vi sembra facile forse avete idee un po’ vaghe nel merito.
Le definizioni si peritano di aggiungere che deve essere praticata da un professionista formato per operare in tal senso. Non che si facciano molti passi avanti così. Forse ce n’è però uno fondamentale che vale per la scienza in primo luogo e per chi voglia ricercare una qualche oggettività nel proprio operato in generale.
Se la parola “professionista” implica l’appartenenza a una qualche forma di comunità, un ordine, una scuola, un’associazione e in ogni caso un confronto attivo con altri operatori di quella disciplina, allora mi sembra che arriviamo a toccare della sostanza.

Io mi sono formato in una scuola di impostazione fenomenologico-dinamica. Nell'articolo XVI del blog, "Filosofia e metodo in musicoterapia", ho dato nozione di alcune mie visioni filosofiche di base che sono oggetto di continua verifica e approfondimento.

Inoltre, consapevolmente e inevitabilmente, la mia pratica e il mio pensiero avranno un taglio personale che ne definirà, ne restringerà e ne caratterizzerà l'azione. Io sono prima di tutto musicista e solo in seconda battuta musicoterapeuta. Io sento nelle ossa che la musica in quanto espressione dell'intelligenza e della tradizione umana ha una potenza catartica ineguagliabile. E quando dico ineguagliabile intendo, con Frank Zappa:

“Information is not knowledge.
Knowledge is not wisdom.
Wisdom is not truth.
Truth is not beauty.
Beauty is not love.
Love is not music.
Music is THE BEST.”

L'informazione non è conoscenza.
la conoscenza non è saggezza.
La saggezza non è verità.
La verità non è bellezza.
La bellezza non è amore.
L'amore non è musica.
La MUSICA é il MASSIMO.

 

UN PUNTO NODALE E UNA MIA OSSESSIONE

Entriamo allora nella materia viva della musica, delle mie nevrosi e del mio approccio musicoterapeutico (fenomenologico-dinamico). La Musicoterapia di me stesso!

Vorrei citare la canzone di Lorenzo Cherubini (Jovanotti) che ho ascoltato ieri, proprio per motivi musicoterapeutici: professionali, potremmo dire.

Dicono "finiscila con questa storia
Di essere romantico fino alla noia"
Certo hanno ragione, è gente intelligente
Ma di aver ragione non mi frega niente

Per questi versi provo una particolare ripulsa.

Ed ecco una mia personale reazione di primo livello.

L’affermazione di autoreferenzialità assoluta “di aver ragione non mi frega niente”, perfettamente adolescenziale e speculare alla collegialità necessaria a un terapeuta alla quale facevamo riferimento, ha senz’altro una certa potenza evocativa. Ricorda tra l’altro certe affermazioni in voga nel ventennio. L’affermarsi della volontà sull’intelligenza fa venire i brividi lungo la schiena, evoca immagini tipo scherani che bruciano libri (la schiena è tra l’altro un altro "topos" forte della canzone).

Se vogliamo assumere un registro più leggero potremmo domandarci chi dovrebbe andare da Jovanotti a menarglielo perché è troppo romantico? I critici? Mi scappa da ridere... la casa discografica? Mi escon le budelle... Io? Mah...ed eventualmente che se le pezzi lui certe dispute, prima di scrivere le canzoni.

Io detesto Jovanotti. Sarebbe difficilissimo che una sua canzone superasse la censura del mio odio e della mia prevenzione nei suoi confronti. La mia equazione tra Jovanotti e Fascismo potrebbe quindi avere motivazioni molto più irrazionali. Per quest'icona dell'inconsistenza sarebbero più appropriati termini che sconfinano nel personale e che sarebbero quindi del tutto fuori luogo.

Il mio odio potrebbe essere più spiegabile nei termini di una mia antica avversione per chi vince: qui ed ora.

Jovanotti è il vincente: riempie gli schermi e gli stadi e lo fa con la forza bruta della potenza di fuoco dell'industria discografica. Il problema della qualità della sua musica viene in subordine e quanto al contenuto dei testi... forse non ce n'è, si tratta di un falso problema.

Volendo essere molto indulgente con il signor Cherubini potrei ricordare che canzoni quali “Dotti, medici e sapienti” di Edoardo Bennato (canzone che amo pur non essendo tra le mie preferite di Bennato), propongono, in altra cornice, una tematica simile: l’individuo e la comunità. Vi inviterei ad ascoltare le parole e la musica e a pensare al tempo in cui fu scritta. Formatevi una vostra opinione.

Un ebreo newyorchese (che strana combinazione! Si parlava di fascismo...) canta così, sempre nell’ambito di una ricerca individuale:

I fear I'll do some damage
One fine day
But I would not be convicted
By a jury of my peers

Still crazy after all these years

Ho paura che finirò per fare dei danni
uno di questi giorni
Ma nessuna giuria di miei pari
mi condannerebbe

Ancora pazzo, dopo tutti questi anni
(Paul Simon – Still crazy after all these years)

Paul Simon ci dice che qualcuno lo giudicherebbe senz’altro pazzariello ma che la sua “pazzia” è un valore che condivide con una comunità di altri uomini, di suoi pari. Ecco, l'ambiguità: l'intelligenza. E io, se devo scegliere tra la forza bruta e l'intelligenza scelgo sempre “la seconda che ho detto”: è una scelta che mi precede di un paio di metri.

https://www.youtube.com/watch?v=nnb0nrICb4k 

Paul Simon - Still crazy....

Io suggerisco che il punto di vista che va sempre considerato nel valutare un oggetto musicale è proprio quello della sua bontà (nel senso in cui intendeva Duke Ellington, voglio sperare) in quanto oggetto musicale. Il testo di una canzone peraltro ha valore prima come musica, come suono, e solo dopo come oggetto semantico. Un oggetto musicale ha valore nella misura in cui dialoga con la tradizione musicale dell’uomo e quindi con le sue emozioni; si svuota invece di valore musicale nella misura in cui risponde in modo stereotipato a criteri finalizzati primariamente alla sua commercializzazione. Queste due cose sono sempre presenti in ogni forma musicale ma in quantità e rapporti diversissimi. (Non "giudico" da fuori: ho fatto dei provini da ragazzino, un po' di malavoglia, e mi hanno detto "Bello - per gentilezza - ma adesso va più questo che quello... )

Allora il problema principale della canzone di Jovanotti non sarà il fatto di esprimere delle logiche autoreferenziali, adolescenziali e fascistoidi per trattare di un tema alto e fondamentale per ognuno di noi come l’amore. Quella potrebbe essere solo una mia personale interpretazione. Il problema principale è quello che la musica e il canto di Jovanotti sono in gran parte al servizio di uno stereotipo commerciale e non sembrano avere alcuna seria preoccupazione musicale, laddove per musica si faccia riferimento alla spaesante ricchezza di emozioni e riferimenti che l’uomo ha a sua disposizione. Jovanotti ci vende per buona della merce di scarso valore, paccottiglia, perline colorate: gli indiani d'America ci andavano pazzi e si è visto quanto son durati.

Certo, espresso così il concetto ci riporta al punto di partenza: milioni di estimatori possono essere preda di una isteria collettiva? Intanto bisogna rimarcare che a volte succede (specie, tra l’altro con le suggestioni fascistoidi). Jovanotti però ci aiuta “incarnando” la sua affermazione “di aver ragione non mi frega niente” e in un'altra canzone, un'altra ipostasi giovanottesca, arriva a dirci che “le canzoni non devono essere belle”.
Nel merito e senza scomodare alcun filosofo citerei piuttosto Nino Manfredi “Il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è, eh?”

Jovanotti così dà però una dimostrazione schiacciante, inappellabile, del suo teorema. Ci canta canzoni prive di un filo melodico interessante, stonato e con una voce da ragazzetto coatto. E vende milioni di dischi (o quel che l'è... ).
E’ vero. Le canzoni non devono essere belle né per piacere e né per vendere e qui cascano gli asini. A milioni.

Il musicista, se di musicisti vogliamo parlare, non dovrebbe essere a mio parere un tizio che ci vende due etti di quel rumore che ci va di sentire. Il musicista è un artista che si impegna per metterci in condizione di entrare in contatto con, e per fare nostra, una ricchezza inestimabile che non possiamo raggiungere da soli.
Chi si accontenta delle brutte canzoni è come un bambino che va a scuola e quando il maestro gli provasse a spiegare le tabelline gli dicesse: “ma che palle sta robba! Mi insegni a infilarmi le dita nel naso che mi piace di più e lo capisco!”
Mettersi le dita nel naso è una nobile arte, lo confermo, ma poi il verduraio ti fregherà sui conti della spesa: peggio per te.

Ecco vi ho esposto la mia prima ossessione nevrotica: trovare una regola per distinguere la musica buona da quella cattiva. So che si può fare perché lo ha detto Duke Ellington ed è lui che si è inventato la musica del XX secolo. Quindi è più qualificato di me. E questo potrebbe essere un altro spunto interessante... ma qual è questa regola? Il mio computer intanto mi propone “Isfahan” che è appunto di Duke Ellington. Il caso fa miracoli. E sembra dirmi: il problema è che non hanno le orecchie, che ci vuoi fare? E potrebbe avere ragione, la stolida scatola di alluminio.

Quanto a Jovanotti, come musicoterapeuta devo fare il solito passo indietro, nel confronto con altri musicoterapeuti ho imparato che devo perlomeno provarci: per molte persone Lorenzo Cherubini rappresenta qualcosa. Lasciamo questo “qualcosa” da definire e dimentichiamoci che a questo oggetto mediatico è associato un esilarante interesse industriale e personale.
Rimane il simbolo: l'aria da eterno bambinone, il romanticismo esasperato, i tatuaggi, l'affermazione con mezzi scarsi, una suggestione mistica alla portata di tutti. Su questi si potrebbe riflettere: non sono fascinazioni che siano estranee nemmeno a me che scrivo, ad essere proprio sincero. Lascio a voi di risolver la sciarada... (continua)

ISFAHAN - Duke Ellington

https://www.youtube.com/watch?v=YQKAR8x-p5s