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Tom Jones - It's not unusual 

https://www.youtube.com/watch?v=zydIvSDXS7Y

Musicoterapia

Altre giustificazioni.

Sono in un locale in cui c'è una musica di un genere del quale non conosco il nome preciso. E' una musica moderna, nel senso che è fatta di suoni elettronici che compongono quello che si potrebbe dire un ritmo ossessivo.
All'inizio è spiacevole ma se ci si abbandona completamente... niente: è sempre spiacevole. Perché poi cambia e diventa come degli organetti suonati da un ciucco che sa solo due accordi. Dietro c'è un fastidio, una lavatrice che cresce: ora si rompe! Si è rotta la lavatrice e da dentro ne è uscita la musica di prima. Il ritmo ossessivo.

Ma se ti abbandoni, in effetti... Il problema è che non posso abbandonarmi. Bisognerebbe che qui nel bar tutti ci mollassimo in un rito orgiastico, corpi, umori e alcol...
Invece stiamo qui come i pensionati alla bocciofila. Però c'è questa segheria in sottofondo. Una segheria in cui alcuni apprendisti suonano le congas e il capetto picchia i legnetti cubani. A me il sudamerica mette tristezza, come idea. Mi mette tristezza il samba con culoni e piumaggi: figuratevi il tango! Ma la tristezza poi è una cosa buona. Un po' di tristezza farebbe così bene a certa gente!

Ma non va poi così male, non va poi così male.

Il punto qui, comunque, era di giustificare l'uso letterario e autoreferenziale che faccio del mio blog. Io passo metà della mia vita a far danni e l’altra metà a pentirmene. E la musicoterapia? Dov'è finita?

Intanto torno a casa mia e mi metto Beethoven, anche se poi la musica “lavatrice-quel-che-l'è” e Beethoven è uguale: è solo questione di gusti.

Magari prima finisco il vino e sto ancora un po' in compagnia. Forse la musica tossica è un prezzo che dobbiamo pagare per stare con gli altri, un debito. E poi qui non mi caga nessuno. Un cretino di quelli che si affannano sul loro lap-top dentro a un bar: c'è niente di più odioso? Io mi odio. Mi detesto. Le persone sole sono odiose e se sono sole un motivo ci sarà.

La musica continua uguale, eppure impercettibilmente differente.
Vado... tanto tutti sembrano divertirsi un mondo anche se non c'è Beethoven e se io salissi sul tavolo e mi mettessi a insultarli apertamente le mie intenzioni musicoterapeutiche sarebbero facilmente fraintese.

Eccomi qua. Adagio op. 131. Ma non l'ho scelto io. Lo shuffle di I-Tunes shuffola 'sto par di palle. Questo brano è il mio preferito e lui in qualche modo lo sa. Il bastardo sceglie a caso ma sceglie prima quelli che ascolto di più. Il super-bastardo. E ora ci sarà il solito intenditore di informatica dei miei stivali che mi spiega il perché e il percome. Come se facesse qualche differenza. Sono fuggito dalla musica elettronica ma il mio Beethoven me lo propina una diavoleria da baracconi, un videogioco in cui alla fine non si vince nemmeno niente. Ma io non mi sbatto, non perderò il mio tempo a rimediare. Che si fotta, l'utensile siliceo del videolitico superiore. Faccia un po' come vuole lui.

Dicevo dell'autoreferenzialità.

Mi sono sentito dire, e non a torto, che oggi sono più le persone che scrivono di quelle che leggono.
Il mestiere di musicoterapeuta è basato sull'ascolto ed io non faccio che parlare, scrivere. Se ne deduce che io sarei proprio l'opposto di un bravo terapeuta.
Eppure mi sono accorto di una cosa: la dico a mia discolpa e potrebbe non essere vero. Ma se invece fosse un po' vero?

Ascoltare e parlare, tacere ed esprimersi, sono due componenti della stessa azione, quella della relazione attiva. E non importa forse quanto taci, o quanto parli, ma la la qualità del tuo silenzio e del tuo parlare. (L'ultima parte un po' l'ho rubata).
Certamente il silenzio, lo spazio, sono fondamentali. Il silenzio è una delle materie prime fondamentali della musica. L'altra però è il suono. Senza il suono vengono fuori quelle belle stupidaggini alla John Cage (scherzo, non arrabbiatevi!)
L'enfasi sull'ascolto, la retorica del silenzio, spinta oltre un certo limite diventa un'astrazione che annichilisce la musica delle persone presenti qui ed ora.

E quindi, se anche tutti pubblicassimo dodici romanzi all'anno, dove sarebbe il problema? E chi vuol leggersi qualcosa che se lo legga! Ha la mia benedizione.

Siccome io non sono un editorialista da quotidiano nazionale che scrive solo per denaro e per partito, devo cercare di dare almeno un minimo di spessore a quel che affermo.
E allora, essendomi già dichiarato esistenzialista, mi permetto di citare quanto segue: “ (…) La scoperta del segreto filosofico, però, ha luogo sempre e solo attraverso il proprio filosofare. Nessuna scoperta è comunicabile all'altro in modo identico, ma ognuno deve trovarsi da sé nel regno dello spirito.
La filosofia può levare la cataratta alla nostra cecità, allora noi coi nostri occhi dobbiamo vedere. La filosofia può rendere attenti, può dare indicazioni, può condurci ai confini del sapere, può renderci consapevoli delle situazioni limite, proprie della realtà empirica, rischiarando può avvicinarci, può scrivere le cifre, e attraverso le cifre della Trascendenza può essere capita meglio; con ciò la filosofia non può dare la verità definitiva. (...)”. (K. Jaspers – Sulla verità, 1947 – Da: Antologia filosofica – Di Emanuele Severino, ed. Rizzoli 1997)

Beethoven - op. 131 SQ Amadeus

https://www.youtube.com/watch?v=BgluM9ZROL0