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TENTATIVO 1 - Capitolo sesto

PAOLO CONTE - Onda su onda

https://www.youtube.com/watch?v=FBmxHBimxp4

Mentre cucinava pensava al suo mago. Era un demonio o era un santo? Era uno sciamano? O un impostore? In fondo noi sappiamo solo quel che lui ha detto a Bianca e potrebbe solo aver voluto impressionarla. Ma perché inventare una storia così complicata... non aveva senso! No, era uno sciamano, una persona, un uomo che apriva una porta verso un luogo da cui si può guardare giù, in questo disastro (peraltro il migliore dei mondi possibili e, contemporaneamente e in forza delle stesse argomentazioni, il peggiore), con l'arbitrio con cui un bambino guarda ai suoi alberghi nel Monopoli.

Era solo la porta. Era l'intenzione... ma chi era la volontà? Il fatto che il denaro giocasse una parte rilevante nella faccenda e che il denaro sia nient'altro che lo sterco del diavolo era poco rassicurante.

Intanto lo sciamano aveva già riavuto la donna del suo cuore, la midolla della sua anima. L'anima! Appunto! De su' nonna! Non si scappa.

Come nelle brutte canzoni italiane: c'è sempre l'anima di qualcuno che si strazia. Ma non solo in quelle brutte; voglio dire “Neeel mio, nel mio cuor, nell'animaaa...”.

Cantava mentre girava il sugo di funghi. Olio, aglio, e prezzemolo. Niente pomodoro. Gli ospiti sarebbero arrivati alle otto. Aveva un paio d'ore.

Occhiali neri, cappello e bavero rialzato. Era seduto su una panchina di fronte all'attico in cui abitava Maurizio. Innanzi tutto voleva vederlo. Dopo tutto quel tempo non sapeva se l'avrebbe riconosciuto.

Erano dei giardini con tutte le cose a posto. La fontanella e un paio di giochi per i bambini, di acciaio colorato. Panchine di ghisa e siepi di bosso.

Si era messo in una posizione dalla quale non dava nell'occhio. Aveva anche il classico giornale.  E la Settimana Enigmistica, ma quella non era un camuffamento, era per passare il tempo della caccia in modo sano ed economico.

Aveva un cliente che non era proprio onesto... aveva un'impresa edile. O almeno così sembrava, che una volta gli aveva commissionato la sparizione di un cadavere. Morto di morte naturale aveva detto. Un infarto mentre guidava il camioncino nella notte dopo un turno di 24 ore filate. A volte la sfiga...

Era un cliente che pagava bene. Il disgraziato oramai era morto e poi a quell'impresario non aveva voglia di opporsi, tanto meno per cose di principio che sembravano non toccarlo più di tanto. Così aveva preso il danaro, nella borsa sportiva, di quelle che si usano in queste occasioni e aveva compiuto quella cosa che non aveva un nome preciso.

Mandò protoni, neutroni ed elettroni dell'afghano macellato verso Venere, sparpagliati, e l'enorme energia risultante la indirizzò direttamente verso Andromeda. "A" come Andromeda: quella lì.

Fu bellissimo. Non aveva mai tentato cose così ardite. Era stato un po' in dubbio su come pensare i neutroni... e poi aveva ricordato le parole di un ingegnere nucleare – i neutroni sono come sassi, non li ferma nulla se non picchiano dentro qualcosa-. I protoni e gli elettroni li immaginò rispettivamente come i classici pallini rossi e come ondette di un verde fluorescente. Ci fu una specie di piccola aurora boreale o, se preferite, fu come quando uno spegne un televisore grosso come un cammello, uno di quelli col tubo catodico (il televisore, non il cammello). Azzami, il cui corpo era stato rispettosamente composto per la cerimonia su una pila di sacchi di cemento semiaperti, era tornato ad essere una stella danzante.

Pensò che l'edile faceva al caso presente.

 

Maurizio era praticamente uguale a dieci anni prima ma era pelato, aveva una pancetta prominente, gli occhiali e una faccia un po' cadente. Probabilmente faceva sport perché era abbronzato. Non aveva valige o borse. In mano aveva un fascio di giornali. Trotterellava sul marciapiede con l'aria così, senz'arte né parte e con un'espressione che sembrava dire “Cazzo volete? Non l'ho mica chiesto io di stare al mondo!”

Pensò intensamente a Bianca. Maurizio era già sparito nel portone sontuoso, tutto mogani e invetrate. Che poi fosse veramente mogano non era davvero di quella gran importanza. Si alzò.

E fu lì che lo vide per la prima volta.

 

Sulla panchina più lontana un uomo della sua statura, vestito un po' come lui, con il cappello e gli occhiali scuri, con il bavero rialzato e un giornale in grembo stava risolvendo un qualcosa: poteva essere il Quesito con la Susy. Era impegnato e ci mise un po' ad alzare lo sguardo. Si fissarono per due o tre secondi. Sembrava più anziano di lui...

Con uno sforzo di volontà, distolse gli occhi e si allontanò velocemente. Era molto turbato. Non era una combinazione. Ma cos'era? Era sicuro che nessuno sapesse, nessuno che potesse o volesse creargli dei guai. E poi non era facile trovare dei capi di imputazione per l'esercizio magico dell'intenzione. Forse le tasse? Al Capone lo avevano preso così... Non era il caso di perdere la testa.”

 

Rilesse il frutto delle sue spremiture e correzioni scolando un fondo di una bottiglia. Era abbastanza soddisfatto, la cosa lo divertiva ma sapeva che si stava cacciando in un casino... un conto è inventare. Son capaci tutti o perlomeno a lui veniva facile. Un conto era mettere insieme una cosa sensata a partire da quelle secrezioni (secrezioni qui era corretto) del suo sistema nervoso più o meno centrale.

Bisognava mettersi a pensare e lui detestava pensare. In genere lui si lasciava pensare dalle differenze di potenziale che si davano la pena di oscillare nella massa gelatinosa che stazionava dentro il suo cranio con membrane provviste alla difesa.

Aveva pensato moltissimo nella sua vita e con sforzi immani, perché quando ci si metteva prendeva la cosa con maledetta serietà. Adesso si era rotto. Pensava solo ed esclusivamente quando era assolutamente indispensabile visto che la cosa in genere finiva solo per causargli delle gran seccature. Se solo avesse potuto annegare anche quelle insulse oscillazioni che continuavano a generare pensieri non pensati, inarrestabili come i neutroni dello stolido ingegnere nucleare, che tra l'altro era morto povero cristo, e che rimbalzavano a catena tenendolo in uno stato di vita intellettuale vegetativa a bassa tensione. Una specie di cactus dolente.

Comunque era soddisfatto e il sugo era pronto.

ENZO JANNACCI - Faceva il palo nella banda dell'ortica

https://www.youtube.com/watch?v=xPeHV_FS8kI

Cominciò a disporre per la cena. Aprì la bottiglia del vino e stese la migliore tovaglia che aveva, candida quanto può esserlo una tovaglia che vive nel cassetto di una casa umida e chiusa per la maggior parte dell’anno. Tutto faceva una gran figura, con quello scompagnamento della stoviglia che in certi casi è di rigore. Ebbe il sentimento di dover prendere la bustina della Vichy: la bottiglia con il suo tappo a scatto lo chiedeva, docile ma determinata. Andò a vedere nell'armadietto. Fu una gioia assolutamente sproporzionata: la scatola azzurra era ancora lì. Prese una busta... era rigida, monolitica. Tentò, disperato: la masserella cadde nell'acqua e affondò senza produrre alcun gas. Si impegnò in una manovra di rianimazione agitando un po' la bottiglia, come avrebbe fatto in laboratorio... in quel momento sentì l'auto di Don Luigi che svoltava nella piazzola davanti alla casa.