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CAPITOLO 1

GIL SCOTT HERON - Whitey on the Moon (...Non ho i soldi per pagare il conto del dottore, mia sorella sta morendo... lo manderò ai bianchi sulla luna)

https://www.youtube.com/watch?v=goh2x_G0ct4

Era un'ossessione. Era un pensiero fisso. Nella notte, che poi era appena cominciata dopo la pioggia, nel buio fradicio, tornava nella testa improvvisamente a una curva più stretta.
Il volto di lei era come una torta di mele. Sentiva lo sciroppo colare, ne udiva il suono.
Rabbia di non poter più nulla. Né con lei (e poi lei chi?) né con alcuno (e poi cosa?). Né con le cose, tutte corrose e sopra ogni cosa lontane, incomprese e incomprensibili.
La strada aveva quella curva dove il culo della macchina sbandava. Ogni volta. Ogni volta faceva quel salto. Tac. E poi il benzinaio, scappato, disfatto dalla tristezza di un edificio in cui la mezza finestra di una stanza era sempre accesa... il cesso, la cucina. Disfatto il benzinaio, venuto da chissà dove e tornato si spera al suo paese di pianura, un grumo di case più stronzo che questo, con il suo benzinaio uguale.

Il volto di lei era un coltello di fiele. Da cui colava lo sciroppo d'acero.
Rabbia era il ricordo dell'infanzia, rabbia il pensiero dell'adolescenza gettata a speranze vane e orrore la giovinezza... no: forse nella giovinezza un barlume di qualcosa, di una cosa più sgusciante, più arzilla.
La scoperta della virilità lo avrebbe condotto ad azioni piccole e ostinate, balorde, tutte tese a procuragli uno stipendio da scemo.
L'arte. Solo per l'arte. E fortuna che c'era perché sennò era peggio. Così... come ci son formiche rosse.

Nero. Molto nero. Un paese di montagna, con poche case. Nel bagaglio le solite cose. Ha portato nel cuore quella morte grigia, quel senso di essere meno, molto meno di nulla.
Nero. La stufa è spenta e la casa è velata dal disuso di anni. Il gelo dentro la casa è più forte che fuori e più putrido ancora è quello dietro l'osso ioide, che è come una condanna, una garrota.

Sulla porta, fissando il nero pensava: “...quel che è peggio è che è inutile e senza bellezza...”.
Abiti cittadini: una giacca spigata e un maglione leggero. Godeva quel freddo che aumentava, che entrava, che coagulava un po' del fango che correva nel suo sangue. Odore di fumo, leggero. Sarebbe poi quello? Le piccole cose? Le piccole cose non valgono a nettare l'infamia. Ma che infamia... l'infamia è grandezza. Le piccole cose non giungono a ridare un significato, una dignità al vuoto di una volontà gettata al macero.
Il vento è solo un alito di morti, dal cimitero vecchio del borgo. Le piccole cose? Chiedetelo a Mario, le piccole cose... mitragliato a quindici anni. Le piccole cose.
Una volontà gettata al macero: chiedete a Mario.
Uno spreco di roba, di amore e di cibo, lì in piedi in una giacca spigata, bianca e nera.

Il giorno dopo sarebbe andato al cimitero, come altre volte, nel sole, sperava. Inutile spreco di passi, di cibo. Si sarebbe seduto su un sasso, sul muro e il suo gesto non sarebbe valso quanto l'argilla secca staccata da quel muro. Avrebbe comprato il caffè, il prosciutto e il pane.
Voleva scrivere. Sapeva che qualcosa avrebbe scritto, ma non voleva fosse orrendo, come l'anima sua, no, voleva scrivere qualcosa... qualcos'altro. Chiedere perdono, in un certo senso, vagare tra i vivi e urlare “vedete?... ci sono anch'io!! Guardate cosa so fare, guardate cosa c'è qui che galleggia nel vacuo mio essere...”.

Nell'armadio c'erano le coperte pesanti e se le buttò addosso. Sentì il tepore del suo stesso corpo crescere. E si addormentò.

Nella notte si svegliò. Si alzò e cercò le scarpe che erano l'unica cosa che aveva tolto. L'angoscia era così forte che non capiva perché dovesse essere ancora al mondo. Girava nel buio e non sapeva più bene dove erano le cose. Un filo di luna accendeva un quadrato attorno allo scuro della finestra. Si sentì come un insetto preso in una trappola appiccicosa. Perché era venuto lì? Il sorriso di lei era come un taglio da cui altro sciroppo colava a invischiarlo ancora. Perché era venuto a fare questa cosa? Se nessuno ti ama per che cosa ti ostini a cercare la dignità? Se anche la Dignità ti guarda e ti deride cosa puoi avere da scrivere nella casa di montagna? Che poi son monti da ridere, colline coperte di faggete e qualche prato sopra i mille metri. Mille metri... fa malissimo: mille metri, come doverli fare sulla pancia.
Trovò la porta. E la maniglia. Aveva delle sigarette. Si fuma sempre, quando la vita fa male. Andò a cercare le sigarette e fumò seduto sulla soglia.
I pensieri si facevano dolcemente più confusi. Aveva anche una bottiglia d'acqua e la bevve quasi tutta. La confusione era una sorella, era una madre e un'amante. Era una confusione gelida, appena vibrante ma bastava a dargli la sensazione che la sua esecuzione fosse stata rinviata di qualche ora.

* * *

Ora le nuvole erano bigie, sospese in una coltre. La mattina era di calcare ed erba stentata. Si spogliò dell'esuvia coriacea. Trovò vecchi vestiti nell'armadio, attaccò la luce e verificò le tubature dietro il muro di sassi.
Portò dentro la chitarra e la valigia grande.
Doveva aspettare a lavarsi. Il boiler elettrico aveva il suo tempo.

Scese al paese. La trattoria era aperta tutto l'anno. La Pina era seduta in un angolo, la vecchia, e i figli, tatuati e smandrappati lo accolsero con sincero entusiasmo. La figlia aveva un amante brasiliano, che suonava il berimbau e ogni volta gli attaccava dei bottoni per via della chitarra eccetera. Lei andò via quasi subito. Lui del berimbau aveva un'idea vaga... comunque il cappuccino era buono e avevano la focaccia fresca.
Parlò un bel po' con il figlio, Marcello, che era appena tornato da un viaggio in Portogallo che a suo dire era il paradiso in terra. Stava (ovviamente) pensando di trasferirsi là. La gente si trasferiva qua e là da trent'anni ormai. Pareva che la vita costasse così poco che con qualche euro del cazzo uno poteva passare il resto dei giorni nella saudade più totale, a immalinconirsi fino a raggiungere uno stato soffuso di pace e saggezza e Marcello li aveva visti coi suoi occhi. Tutti contenti e malinconici in Portogallo. Era interessante. Lui in Portogallo non c'era mai stato. Che sfiga.
Era stato in parecchi posti, qua e là, soprattutto. Ma più di qua che di là ora che ci pensava.

Chi andava nei luoghi finiva per scoprire che ogni posto era meraviglioso, per questo, quello o quest'altro motivo ma che, al contempo, tutto il mondo è paese.
Il Portogallo aveva l'oceano, ovviamente, e l'oceano è l'oceano perché ogni tanto si ritira... mica stupidaggini: metri e metri, decinaia di ettometri, a volte.
La focaccia era discreta, di quelle che stanno dritte, non molle che ti si piegano, croccante in superficie ma con un'anima di marzapane e quell'astringente dell'oliva e... forse non perfetta. A lui non piacevano i grumi di sale nei buchi... cioè i grumi in sé sono anche interessanti ma rovinano un po' l'equilibrio generale e il pucciamento nel caffellatte non è omogeneo. Epperò...

Marcello gli stava parlando di una barista portoghese, del bar Vattelapesscau, molto avvenente. Le bariste son già avvenenti a Birusalla, pesava lui, figurati a Lisbona. Forse una gita in Portogallo toccava farla. Cercava di fissare nella testa gli estremi della questione... Rua de la... eccheccazzo: andata.

Tornò su passando dal bosco, dalla valletta e risalendo il rivoletto. Ma come fai a stare con uno che ti suona il berimbau? C'è da perdere il senno...
C'erano ancora un po' di cose da fare oggi. Avrebbe cominciato a scrivere domani: mai iniziare qualcosa nello stesso giorno in cui si arriva in un posto, ... lo aveva detto Paul Newman ma non ricordava più il film.

Cucinò uno stufato all'irlandese sulla ghisa e lo ingoiò con due bicchieri di dolcetto.
Nello stereo la 335 cantava con autorità. Ai dettagli, ogni volta più sorprendenti, la Strato del ragazzo teneva bene testa ma appena più frenetica.
Per questa notte si preparò meticolosamente al sonno e il lavorio lo ripagò: si risvegliò solo al sole dalla finestra, ormai già alto.

GIL SCOTT HERON - The Revolution will not be televised

https://www.youtube.com/watch?v=qGaoXAwl9kw