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FILOSOFIA E METODO IN MUSICOTERAPIA - Prima parte

“Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano” (E. Canetti – Potere e sopravvivenza – Adelphi 2004).

Music therapy is the professional use of music and its elements as an intervention in medical, educational, and everyday environments with individuals, groups, families, or communities who seek to optimize their quality of life and improve their physical, social, communicative, emotional, intellectual, and spiritual health and wellbeing. Research, practice, education, and clinical training in music therapy are based on professional standards according to cultural, social, and political contexts. (World Federation of Music Therapy).

Ma il treno dei desideri, dei miei pensieri, all'incontrario va. (Azzurro. Vito Pallavicini - Paolo Conte, Michele Virano)

Introduzione introspettiva
C'è un problema che mi assilla in ogni momento della mia esistenza: io uso il pensiero per affrontare la vita o per sfuggirla? Se è vero che cerco di eluderla, la mia fuga, il mio ritiro, per lo meno parziale, è l'unico modo che il mio pensiero conosce per rapportarsi con la realtà e non soccombere. E' una sottile strategia, ma anche e solo una come tante.
Valutando che sono arrivato al mezzo secolo abbondante e che conduco una vita parzialmente integrata nella società in cui mi vedo costretto a procacciarmi il cibo, con la dose di violenza (subita e perpetrata) che questa attività richiede a tutti gli esseri viventi, se ne deduce che il mio pensiero è sufficientemente adattivo sebbene a volte doloroso o problematico.
Certamente sono paranoico. Il mondo, per quel che riguarda il mio intimo sentire è cattivo. Ogni tanto provo a convincermi del contrario: inutile. Il mondo è cattivo ed io non sono da meno.
Se fossi ebefrenico, e mi aggirassi per il mondo giulivo e stupito del fatto che ci siano persone che si fanno dei problemi (confuso e felice, per intenderci), la mia filosofia avrebbe, penso, un taglio differente.
Senza approfondire ulteriormente volevo solo darvi una piccola base per comprendere che le mie considerazioni filosofiche hanno un preciso riscontro emotivo ed evitare che vi spendiate a riscoprire l’acqua calda.

Ma voi mi direte: non bisogna essere né paranoici né ebefrenici, bisogna essere realisti! Ed è lì, a mio parere, che casca l’asino...

Un fenomeno inspiegabile
Adesso come piccola altra digressione introduttiva, vorrei portare il vostro pensiero sul lotto, quello degli ambi e delle quaterne.
E' un giuoco. Il suo meccanismo è stato pensato e perfezionato in modo da rendere tecnicamente impossibile sapere quale numero ci dirà la pallina prima del momento che chiameremo Te.
Non è consentito piazzare alcuna scommessa, immagino, dopo un certo momento convenzionale che lo precede. E' un meccanismo semplice ma efficiente per divertirsi. Un complesso meccanismo tecnologico genera un fenomeno imprevedibile (casuale?). In questo modo la nostra scommessa si trova al pari delle altre sospesa in un destino magico: magico perché imprevedibile.

Chi giuoca al lotto però ricerca delle regole: i sogni, il numero di settimane di latenza, fino ai calcoli delle riviste specializzate. A volte è difficile convincere le persone che la statistica non ha nulla a che vedere con il lotto. Si applicano a cercare la tecnica per prevedere le risultanze di un meccanismo studiato tecnologicamente per essere inerentemente imprevedibile.
Il bello è che se si trovasse il trucco, il meccanismo, verrebbe meno il divertimento.
Questo mi richiama alla mente una cosa che ho letto su un articolo relativo ad alcuni meccanismi psicologici di controllo: l'autore non faceva differenze tra quelli informati da magia, religione o scienza, a livello psicologico hanno tutti la stessa funzione. Tranquillizzarci e darci l'illusione della potenza, di un controllo che in realtà ci rovina quel poco di buono che la vita potrebbe, in alcuni casi, offrirci: il divertimento di viverla.

Ma forse esistono due tipi di soddisfazione intellettuale ed emotiva contrapposti: il divertimento propriamente detto e la soddisfazione che nasce invece dall’affermazione dell'io calcolatore sulle sfide che la realtà ci butta addosso (questo si collega direttamente a quanto considereremo più avanti, nelle puntate successive). La prima ha a che fare con il prendersi giuoco della vita. Il secondo con l'accettare le sfide immediate così come si danno.

Cosa si intende qui per filosofia?
Veniamo a noi: la filosofia, oggetto e metodo del presente scritto, è la pratica del domandar-si attorno alla realtà. Quindi, al di là dei miei problemi profondi, affermerò per cominciare che a differenza di quanto vuole il senso comune, la filosofia non è teoria contrapposta ad un atteggiamento pratico e realista.
Noi siamo immersi nella realtà, siamo la realtà: la realtà è un colpo sul naso, era scritto in uno splendido romanzo. Se ti cade in testa un'incudine non puoi spiegare all'incudine stessa che non ha ontologicamente posto nella tua filosofia e andartene come se nulla fosse (a parte il fatto che in un sacco di libri seri è scritto che la freccia del tempo per i micro-eventi non ha una direzione privilegiata... ma qui ci perderemmo).

Ribadiamolo: sono un filosofo dilettante. Ciononostante enuncerò il primo principio di Berri: esiste la realtà, che è un pugno sul naso e, altrove, esistono i discorsi sulla realtà, quelli che iniziano appena cominciamo a parlare. E' possibile che lo avesse già detto qualcuno? Ben, repetita iuvant.
Da questo principio discende un simpatico corollario. Se incontrate qualcuno che vi dice “E' così, caro mio perché questa è la realtà, bisogna essere realisti!”, quel signore sta facendo della filosofia, probabilmente di pessima qualità. La sua realtà è da un’altra parte. E' un pugno sul naso che arriverà anche a lui quando meno se lo aspetta. (Più probabilmente il pugno arriverà a te e il signore scapperà con la cassa. Il sedicente realismo è spesso una forma elegante per affermare impuniti il proprio desiderio di arraffare il più possibile a discapito dei santi).

Dove risiede lo spirito? E il pensiero razionale dove abita? Esistenzialismo e scienze esatte.

Existentialism a philosophical theory or approach which emphasizes the existence of the individual person as a free and responsible agent determining their own development through acts of the will. (Wikipedia)

L’esistenzialismo è una teoria o approccio filosofico che enfatizza l’esistenza dell’individuo in quanto persona e agente libero e responsabile che determina il proprio destino attraverso le azioni della propria volontà.

And that is what science is: the result of the d i s c o v e r y that it is
worthwhile rechecking by new direct experience, and not necessarily trusting the
[human] race['s] experience from the past. I see it that way. That is my best definition
(Richard Feynman, What science is).

E questo è quel che è la scienza: il risultato della scoperta che è utile ricontrollare mediante un’esperienza diretta, e senza confidare necessariamente nell’esperienza passata del genere umano. Io la vedo così. E’ la mia migliore definizione.

Stabilito cosa intendiamo per filosofia ci facciamo qualche domanda sulla realtà: quella che sta fuori e quella che sta dentro.
Sceglieremo l'esistenzialismo come approccio a quella interiore, perchè è stato un riferimento durante il mio corso di musicoterapia.
Il singolo ha una immagine del mondo, un vissuto, il libero arbitrio e la responsabilità che questo comporta e solo nella misura che questo comporta.


Se la scienza è quello che ci dice Richard Feynman e ci suggerisce di ricontrollare i nostri assunti ad ogni passaggio di persona con una nuova esperienza è evidente che il suo lascito in ogni momento non è esatto.
L'uomo possiede un bagaglio di nozioni e armamentari per affrontare il mondo ma è e rimane ignaro del quadro esatto di insieme, di un quadro che non sia il suo quadro in quel momento.
E’ molto bello che la definizione di Feynman termini con un “Io la vedo così. E’ la mia migliore definizione.” Saltare a livelli superiori non cambia la situazione. Sempre da noi stessi dobbiamo partire.
Perché le leggi di cui disponiamo non sono le leggi dello spirito e quelle della natura, ma solo discorsi su di esse. Non mi sembra che un’idea moderna di scienza e un concetto esistenzialista dello spirito cozzino se presi così. Meno male! Penso che sarebbe un disastro. (Weber antologia filosofica)

If you're smart or rich or lucky


Maybe you'll beat the laws of man


But the inner laws of spirit


And the outer laws of nature


No man can

No, no man can
(Joni Mitchell – The wolf that lives in Lindsay)

(Se sei intelligente o ricco o fortunato


Forse vincerai sulle leggi dell'uomo


Ma le leggi interiori dello spirito


E le leggi esterne della natura


Nessuno può vincerle


No, nessun uomo può)

(ASCOLTO JONI MITCHELL)

https://www.youtube.com/watch?v=_gXiQou1dIc

L’altro: chi è l’altro, a cosa mi serve?

Molti autori e musicisti sono stati definiti esistenzialisti. Io ho incontrato come ho detto questo tema in modo più sistematico al corso di musicoterapia.
Ma non sarebbe corretto dire che mi sono convertito all'esistenzialismo in quell’occasione. Leonardo Sciascia ha scritto che bisogna diffidare dei convertiti: ci si converte sempre al peggio.

Io, spero, ho scoperto di essere un esistenzialista, solo non lo sapevo. Io leggevo lo Zibaldone di Leopardi sull'autobus, appassionatamente. Ho amato Dino Buzzati dal primo incontro e non dovevo avere più di vent'anni. Ho amato Umberto Eco, Fabrizio De André, Franz Kafka, Charles Bukowsky, Luigi Tenco, Philip Dick, Simone Weil (meravigliosa, dolce creatura!).

Sapevo poco dell'esistenzialismo filosofico e ancora oggi non ne ho una conoscenza approfondita.
Ma partendo da Friedrich Nietsche ed essendo che Dio è morto (e che nemmeno io mi sento troppo bene - Che sia esistenzialista anche Woody Allen? Nel caso ero già esistenzialista a otto anni quando conobbi Virgill Starkwell) si offrono varie alternative al pensiero umano.
Una può essere quella di procedere ossessivamente a codificare la realtà che sta là fuori, per calcolare il bene e il male con opportune equazioni secondo un pensiero neo-positivista.
Emanuele Severino, in Legge e caso (Adelphi, 1980) ci avverte a tal proposito che “l'uso coerente del concetto di esperienza (che da un lato differenzia il positivismo nuovo da quello vecchio, e dall'altro lo avvicina alle posizioni di fondo della fenomenologia) deve infatti portare al principio che una pluralità di coscienze non è data nell'esperienza e quindi che ciò per cui l'altro è mio prossimo, persona, non è oggetto empirico, oggetto di constatazione immediata. Nell'esperienza, gli altri sono noti unicamente come comportamento (corpo e movimenti corporei, gesti espressioni, eccetera), il cui aspetto preminente è il comportamento linguistico (…) il dogmatismo di questo atteggiamento (porta a) l'esclusione di una pluralità di coscienze dal campo dell'esperienza.”

In alternativa si può ripartire in ogni istante da sé stessi (dalla propria “muta di caccia” prendendo da Canetti) secondo le proprie esigenze e desideri immediati (come nel pensiero sotteso al neo-liberismo, che non è propriamente neanche un pensiero). Non scomoderei alcun filosofo qui: il neo-liberista vede e crede moltissimo nell'altro, perchè ne ha bisogno per sfruttarlo, ucciderlo e mangiarlo: “tutto quello che rende lei ricca, rende me povero” canta Ry Cooder. Qui va letta specularmente!
(Spesso la sgangherata voracità dell'uomo lanciato alla conquista dello spazio e del tempo degli altri è stata confusa colpevolmente con quella naturale violenza che intride la vita da dentro e che ho già citato: è un trucchetto di una tale volgarità che non merita di spendere altre parole.)

(ASCOLTO RY COODER)

https://www.youtube.com/watch?v=SvTb9UQJNJw

Possiamo però credere nell’esistenza di un’oggetto del nostro amore/odio (l'altro) ponendo più attenzione al nostro spirito, visto che di noi stessi abbiamo esperienza un po' più diretta, compiendo quel grande balzo intellettuale che ci porti a sospettare che quel tipo che abbiamo di fronte soffra/goda in modo simile a noi quando ne ha i motivi evidenti: “forse che noi non sanguiniamo?” (che fosse esistenzialista anche Gesù di Nazareth? E Shakespeare?).
E' opportuno ripetere che si tratta di un processo attivo: solo se compi degli umili esperimenti sul tuo spirito e lo comprendi un po' meglio sarai, si presume, in grado di attuare il balzo di cui sopra (attenti ai balzi! Specie se avete una certa età...). E questo processo non può darsi in isolamento, in solitudine.

E quindi, per chiudere il ragionamento, porsi, addirittura, il problema seguente: se la persona che ho di fronte soffre è molto probabile che il mondo in cui io stesso vivo non ne tragga nel suo insieme alcun vantaggio. Si chiama reciprocità, non è una cosa religiosa, è considerata una base antropologica della convivenza che in sua assenza non sarebbe assolutamente pensabile. E’un principio evidente: se ho un milione di euro in tasca e sono circondato da un milione di persone agonizzanti il mio orizzonte di senso è un po’ tirato per i capelli.

Viene quasi la tentazione di reintrodurre un Dio personificato, unico e onnisciente che vigili (le vie del Signore sono misteriose!), ma dispiace per le povere ragazze che dovranno essere torturate e bruciate in futuro per dare sostanza a un concetto totalmente inconsistente e troppo ingombrante.

Anche la predicazione di un generico agnosticismo non produce necessariamente buoni frutti: Smerdjakov è sempre in agguato.

E quindi? Come abbiamo già detto, se siete stati attenti, rimarrebbe il paradosso e l'accettazione del paradosso. L'esistenzialismo è forse un modo di fare entrare lo spirito dalla porta di servizio e di tenerlo sempre presente e vigile ma nascosto sotto il tavolo, travestito da povero idiota, da schiavo sfruttato.

E come paradosso nel paradosso vogliamo citare Simone Weil, che spesso cita Dio e, non so perché, quando lo cita lei non mi dà molto fastidio; sarò di parte:

La nostra vita è impossibile, assurdità. Ogni cosa che noi vogliamo è contraddittoria con le condizioni o con le conseguenze relative; ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con i loro contrari. Siccome siamo creature siamo contraddizione; perché siamo Dio e, al tempo stesso, infinitamente altro da Dio.

A questo punto però, è essenziale mettere un altro paletto, o rischiamo che tutto questo parlare ci frani addosso.
Uno dei nostri insegnanti di musica e musicoterapia, durante il corso si espresse così: “Ricordate: non si salva il mondo con la musicoterapia.” E' sempre un grande sollievo per me ripensarci. Diversamente dai preti, dai politici e dai capitani d'industria, perennemente impegnati a sacrificare sé stessi per rendere possibile la vita dell'umano consesso, io sono solo qui a ricercare una forma vagamente coerente per il mio stile di relazione con l'altro. Dopodiché, il solo e unico principio che mi guida nell'operare in ogni istante è “Che Dio me la mandi buona!”. Ho detto Dio? Cavolo!
Mannaggia, ho detto Cavolo! Ho detto Mannaggia? Ma vaff...

No religion (Van Morrison)

https://www.youtube.com/watch?v=RlNK5ZJMP3U

Esistenzialismo e arte

Mi arrischio a formulare un pensiero che forse è originale (ma senz'altro non so chi lo ha formulato in precedenza): nell’arte esistenzialista si cerca di confrontarsi con i temi importanti della realtà interiore, spirituale e quindi in parte di quella naturale, con un approccio negativo.

Voglio citare due versi del cantautore genovese Franco Boggero, dalla canzone Se qualche volta la dolcezza ci preoccupa.

Inesprimibile stupore dell'ironico /
che quando parla sa che cosa non vuol dire

https://www.youtube.com/watch?v=M6QVMKCfBxI

Quando vediamo un film di Woody Allen o una scenetta dei Monty Python non ci viene quasi mai suggerito come dovrebbe funzionare qualcosa. Gli eroi, anzi, spesso non funzionano per nulla! Come il povero Oliver Hardy che cercando di rimettere in ordine la casa, con l’aiuto del volenteroso Stan Laurel, finisce per distruggerla. Rassegnato si siede sotto il cielo, su una poltrona scampata al disastro: ed è lì che comincia a piovere. La realtà è un pugno sul naso!
Gregor Samsa si sveglia trasformato in un insetto: direi che è anche più che un pugno sul naso. Cercherà di incassare il colpo attraverso le lunghe pagine che seguono. Ho ancora la sensazione fisica, dolorosa delle mele che qualcuno (forse il padre) gli scaglia nel tegumento fragile.
Non credo che però a Kafka interessasse di scrivere un manuale di emergenza per i malcapitati che subissero un’improvvisa metamorfosi trans-filetica.
Cosa interessava a Kafka? Forse è proprio la domanda sbagliata. Franz Kafka era talmente disinteressato che non ha pubblicato i suoi capolavori che ha invece chiesto di distruggere. La sua cifra è il disinteresse.
Se noi possiamo incontrare la nostra aspirazione a qualcosa di meglio lo dobbiamo fare in negativo, partendo da quello che non funziona, o da quello che è palesemente surreale. A Kafka interessava (anche) divertirsi, creare dei mondi possibili.
Il meccanismo mette in crisi la realtà, alcune sue parti, ma ci consegna la libertà di partire da noi stessi per inventare un nuovo percorso. Si tratta di decostruire (Deconstructing Henry è il titolo di un film di Woody Allen), di creare una crisi.
Mi sono ripromesso di non parlare di politica nel mio blog ma una piccola nota a questo punto si impone. Nella vita quotidiana si incontrano ormai così tante scene totalmente surreali e inaccettabili per la mia sensibilità che temo che i capolavori esistenzialisti del passato non abbiano più purtroppo molto valore corrosivo in ambito sociale. Il sistema (di cui io stesso sono ovviamente parte) è così palesemente cretino che non può nemmeno più temere alcuna decostruzione. E come cercare di smontare un Blob informe e appiccicoso (Blob!). E proprio per questo, nel pieno disinteresse, armati di disperazione, è necessario insistere, ma solo ed esclusivamente per noi stessi.

«È stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”. Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso.» Carlo Fruttero e Franco Lucentini, “La prevalenza del cretino” Mondadori, 1985.

DRIVA MAN

https://www.youtube.com/watch?v=IF6q6XKKrik

Mettiamo adesso un attimo da parte l’esistenzialismo che useremo dopo, come fanno quei cuochi televisivi, animati da un’ansia cucinatoria che si esprime come scazzo cosmico, efficienza svizzera o simpatia rilassata da vicina di casa anodizzata, elementi che possono essere ricomposti peraltro in parti variabili, come gli avanzi in una trattoria dozzinale.

Ma lo spirito sta dentro? E il pensiero razionale esatto, dove sta, con esattezza?

Il seguente passaggio mi sembra illuminante:

Il mondo del Paradiso perduto di Milton e quello dei Principia di Newton non esistono solo nella mente degli uomini; entrambi esistono nel “mondo oggettivo” della cultura, ossia in quello che il filosofo Karl Popper chiama “Mondo 3”. Entrambi sono, nel senso della logica modale moderna, collezioni di mondi possibili. (Jerome Bruner – La mente a più dimensioni – Economica Laterza, 1a ed. 2005)

Ora è necessaria un'altra digressione, di segno opposto. Io sono, di formazione e di ex-professione un lavoratore della scienza. Un chimico e un biologo. Apparterrò certo ormai a una generazione un po' datata ma conoscete tutti la storia del vino buono. Non ho mai lavorato al CERN di Ginevra: mi sono occupato prevalentemente di carta igienica. Vi stupirebbe sapere quanto sia complesso tecnologicamente nettarsi le terga a un costo contenuto (contenuto in termini di denaro del padrone delle terga e non di Amazzonia che va giù per lo scarico).
E’ per questo che un punto fondamentale della mia ricerca di senso è quello di cercare di coniugare l'eleganza formale delle scienze fisiche e naturali con l'insopprimibile esigenza di rompere qualunque schema dato che è propria di alcuni di noi (assolutamente non di tutti!). Cercare di chiarire a me stesso quale ruolo possa avere un ragionamento che si dica scientifico in un ambito musicoterapico accanto alla cittadinanza del libero spirito.
Sarebbe molto facile accusarmi di ripercorrere sentieri già percorsi. Per una persona che appena può riprende in mano la chitarra e canta una canzone di Sam Cooke per il puro gusto di farlo, è complimento di rara fragranza!

Scienza e umanesimo: un tema antico e anche un po' consunto. Ricorda lo sbiadito profumo di lavanda di certi vecchi armadi che racchiudono abiti di famiglia e vecchie uniformi, troppo interessanti per essere buttati via ma anche troppo palesemente anacronistici per essere usati: buoni tutt'al più per essere esibiti in qualche circostanza particolare. Quando si evocava questo tema lo si faceva o per mettere in luce la ricchezza e il calore perenni delle discipline umanistiche (in contrasto con la freddezza della scienza) o per esaltare la distaccata razionalità della scienza (in contrasto con l'evanescenza e la partigianeria delle discipline umanistiche). Queste vecchie omelie domenicali non sono più così convincenti. (Jerome Bruner – La mente a più dimensioni – Ibid.)

Quindi io ho un'alta opinione del metodo scientifico e credo nell'esistenza del libero arbitrio. E credo che non ci sia motivo perché non vadano d'accordo.
Credo al libero arbitrio perché ho deciso così. Se il libero arbitrio non esiste possiamo anche andarcene tutti a casa. Chiudiamo tutto, andiamo a prenderci un Campari con due olive e smettiamo di sbatterci. Tanto è uguale.
Mi direte (vecchie volpi) che non esistendo il libero arbitrio non possiamo, appunto, decidere di chiudere bottega. Io, come uno scemo sto qua a pigiare i tasti seguendo un dislivello energetico-entropico o chissà cos'altro e, qualora optassi per il Campari sarebbe solo perché c'era una asperità nello scivolo spaziotemporale.
Direi che il problema non mi tocca. Che bell'inganno sei, anima mia (sempre De André, a naso?).

Nelle lezioni americane di Italo Calvino, viene descritto il balzo leggero dello spirito che con una graziosa parabola supera i cimiteri di auto arrugginite che la tecnologia si lascia alle spalle nel suo delirio di conquista. E che è pronto anche a schivare con eleganza argomentazioni che pretendono di negare evidenze scientifiche sulla pura base di astrazioni impertinenti.

Per indagare le leggi della natura (per costruire discorsi su di esse) non esiste alcuna alternativa al metodo
scientifico, si tratti di scienze della natura o di scienze umane.
Ci si può certo “confrontare” con la natura in modo differente. Basta rinunciare a stilare delle leggi condivisibili, falsificabili. E quindi essere coscienti che si può agire ma non si possiede alcuna parola, alcun discorso da offrire all'altro.
Un guaritore può effettivamente ridare la vista ai ciechi. Quando avrà risanato un milione di disgraziati non sarà comunque in grado di dirci come ha fatto. Se è in grado di dircelo non è un guaritore ma uno scienziato che ha trovato un sistema all'avanguardia.
I preti (generico) hanno bruciato donne che avevano gatti neri perché, buttate in un fiume non annegavano all'istante. I preti avevano e continuano ad avere i loro precisi interessi per fare queste cose però adesso si devono portare con un po' più di modestia. E non è poco. Credo che l'osservazione umile e sistematica della natura (intesa come collezione di fenomeni) abbia avuto un ruolo in questo formidabile risultato.

Se però prendiamo l'osservazione della natura come un modo per arrivare a un nuovo sistema di valori dato, che prescinde dalla attenzione all'altro, cioè da “quell'uomo che abbiamo di fronte in quel momento preciso” (oppure cerchiamo di costruire una bioetica, strana miscela di tutto il peggio che abbiamo cercato di esorcizzare) ricadiamo in un problema quasi speculare.

“Credere all'esistenza di altri esseri umani in quanto tali è amore.” (Simone Weil)


Un punto di contatto tra la scienza e l'esperienza esistenziale di ricerca di sé stessi e dell'altro è la creazione e la fruizione condivisa dell'arte. E qua forse si comincia a intuire perché la musicoterapia sia in relazione a quanto detto finora.

Mr. Helpmann: He's got away from us, Jack.

Jack Lint: 'Fraid you're right, Mr. Helpmann. He's gone.

(Terry Gilliam - Brazil - 1985)