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LA CONFERENZA DEL PROFESSOR K.

Il vuoto al centro del labirinto

LA FISARMONICA DI STRADELLA - Paolo Conte

https://www.youtube.com/watch?v=97tuwANOHpw

Il professor K. guardava il vuoto della notte caliginosa stringendosi nel cappotto leggero di lana.

Quel giovedì, secondo i suoi programmi, avrebbe dovuto tenere una conferenza all'Istituto per la Salvaguardia dei Terreni Agroforestali della capitale di quello stato straniero... Ah! Se almeno avesse saputo pronunciare correttamente il nome di quel porco posto!

Il suo collega, un professore che chiameremo A. solo per convenzione - dato che la lingua di questi, accademico oriundo dello stato straniero menzionato non ha in comune con la nostra segni, fonemi o radici lessicali - gli aveva fatto una proposta cui non aveva saputo resistere. K. - durante il viaggio di lavoro - avrebbe potuto sistemarsi nella villa che la famiglia di A. possedeva da generazioni e, prima o anche dopo la conferenza, passare lì un periodo a piacere nella totale libertà e indipendenza, ad esplorare quei luoghi di grande fascino. Nella zona si coltivava una specie di pioppo unica e quindi il professore avrebbe potuto svolgere anche indagini di grande utilità per la facoltà.
Si trattava di una villa molto signorile che nessuno usava da tempo nella quale alcuni contadini andavano regolarmente a svolgere le opere di manutenzione necessarie. Era molto lontana da qualunque nucleo abitato, al centro di sterminati campi e filari e canali di irrigazione, ma era in perfette condizioni e fornita di tutto.
K. ebbe delle istruzioni scritte nella sua lingua ed altre per lui indecifrabili da esibire alle persone locali. Gli parve un piano intrigante, una specie di caccia al tesoro. Dapprima dubbioso si fece poi convincere dalle insistenze e le narrazioni di A. e dalle lodi che questi faceva della villa e del territorio circostante.

Il professore fu inoltre dotato di nomi e dei numeri di diverse agenzie di viaggio di quello stato alle quali si peritò di telefonare che lo assicurarono genericamente di poterlo assistere in ogni circostanza.

Dopo il viaggio in aereo, alla capitale prese un treno senza neppure uscire dall'aeroporto, che lo portò a un centro minore. Qui trovò un autobus di linea, proprio di fronte al bar. Tutto era perfetto. L'autobus correva nel sole di mezzogiorno malato e velato da nubi in corsa.
Quella terra diventava sempre più libera, sempre più assoluta.

Dopo alcune ore arrivarono a un gruppo di case, forse dieci, quindici: il capolinea. Il guidatore del bus assentì guardando il biglietto che K. gli mostrava e gli sorrise. L'autobus non si fermò, K. aveva fatto pochi passi quando lo udì ronzare e poi girandosi lo vide sparire tra le ultime case del villaggio.

K. lentamente, con la pesante valigia e lo zainetto si diresse verso il centro geometrico di quell'aggregato di edifici. Un insegna gialla, con una scritta nera, riportava esattamente i cinque caratteri che A. aveva segnato con grande precisione e definizione su un foglio a parte.
K. entrò e si sedette. Era una taverna, chiaramente, e lui aveva fame e sete. Fece segno con le dita all'uomo dietro il banco, anzi due segni, due segni inequivocabili.
Non c'era nessuno nella taverna, nella penombra. Almeno così gli parve entrando da fuori ma il locale aveva una forma irregolare e non era facile scorgerne gli anfratti.
In capo a dieci minuti l'oste gli pose davanti almeno quattro scodelle, pane e due brocche. E poi un grande piatto vuoto in cui servirsi le pietanze e quattro scodellini di salse e piccoli recipienti con erbe, spezie e sale.
Riluttante cominciò ad assaggiare. Aveva in mente uno spuntino quando era entrato, una cosa leggera. Ma quando i sapori e i profumi cominciarono a trovare la via del suo centro del piacere non riuscì a moderarsi. Una brocca conteneva acqua, freschissima e leggera. La seconda brocca una birra altrettanto leggera, strana ma inebriante. Il pane era caldo e quando lo spezzò il vapore uscì copioso bruciandogli le dita. Si faceva più avido, suo malgrado. Si diceva che doveva rallentare, gustare con più calma, che si sarebbe ingozzato. Ma le sue mani, la sua bocca e il suo esofago lavoravano come un animale indipendente fino a quando, con il supplemento di pane portato senza che lui domandasse nulla venne l'agognato, culminante, momento della scarpetta.
Alla fine si lasciò andare all'indietro, stremato e soddisfatto.

Chiese dopo un minuto di assenza stupefatta, sempre con gesti misurati ma chiari, una sigaretta. Fu allora che un grosso uomo spuntò dall'ombra. Ridacchiava, doveva essersi divertito alla vista dell'abboffo. Gli porse una sigaretta e gliela accese. K. fumava pochissimo da molti anni ma il desiderio si era fatto in quel momento assoluto. I tre stettero lì, senza parlare per un quarto d'ora. E fumavano tutti e tre.
K., alla fine, si alzò e prese un fascio di banconote locali... le avvicinò al bancone e l'uomo ne estrasse un paio per una cifra che a K. parve ridicola.
Poi K. cercò il biglietto più importante, quello sul quale il suo collega aveva scritto le istruzioni per il passo seguente.
Lo mostrò all'oste. Questi lesse e poi lo rilesse insieme al terzo uomo. Fu qui che li sentì parlare per la prima volta. L'uomo grosso gli si rivolse con una voce calma in quella lingua così dolce, piena di suoni liquidi che sapeva diventare terribile se urlata. Gli parlò come se K. dovesse capire.
Poi gli fece cenno di seguirlo e indicò le valige. Allora K. salutò e uscirono nella luce leggermente abbacinante del primo pomeriggio.

LUCIO DALLA - L'ultima luna

https://www.youtube.com/watch?v=XKZ4tQL40CQ

L'uomo lo guidò a una casa e gli fece segno di attendere; da un fienile tirò fuori un'auto impolverata ma apparentemente in buono stato che si mise in moto docile e i due partirono senza altro preliminare. K. era molto stanco e appesantito dalla digestione, presto si appisolò e quindi piombò in un sonno pesante e senza sogni.

Era buio quando l'uomo lo risvegliò. K. si ridestò e poi istintivamente scese dall'auto. Nel buio della notte, nella foschia pesante all'inizio non vide che due lampioni gemelli che illuminavano un tratto di strada di quindici o venti metri. Ma subito dopo si accorse che dalla strada partiva una carraia laterale che dopo appena dieci metri si fermava di fronte a un grande cancello. L'uomo stava già scaricando i bagagli. K. gli fece cenno di attendere e andò verso il cancello. Estrasse l'ultimo foglio: la targa corrispondeva e così le chiavi. Non vide motivo per trattenere oltre l'uomo che si servì di qualche banconota dal mazzo, ringraziò, girò l'auto e sparì nell'alone dei lampioni.

K. entrò nel giardino nel quale altissime conifere testimoniavano la nobiltà del luogo, poste simmetricamente attorno all'edificio. La casa era di due piani più un seminterrato. Alla porta di ingresso si accedeva salendo una scaletta di cemento e pietra.
K. mise le chiavi nel pesante uscio ed aprì. Entrò e si chiuse la porta alle spalle.
Accese le luci e si sedette sul divano del vasto atrio. Era effettivamente un luogo bellissimo. Guardò l'orologio. Erano le dieci di sera e non si era accorto di aver viaggiato così a lungo. Era soddisfatto e pregustava l'esplorazione di quel luogo ricco e sconosciuto.
La cucina era effettivamente rifornita di cibi secchi e in scatola per un inverno. Inoltre c'erano sacchi di patate e olio, castagne e formaggi. C'erano bottiglie di vino artigianale. Si vede che i contadini usavano questo posto come un deposito.

Accese il grande camino. Il seminterrato era pieno di legna stagionata. Poi si rimise il cappotto e uscì per cercare il bidone dell'immondizia, ma anche per risentire il fresco della notte sul volto.
Era sul primo gradino quando sentì il leggero click.

Si voltò: la porta di ingresso era chiusa.

Tornò e la toccò leggermente prima, poi con più forza. Chiusa. Non c'era alcun vento e la porta era sembrata ferma sui suoi cardini... si tastò le tasche. Aveva qualche banconota e degli scontrini dell'aeroporto. Aveva le chiavi della sua auto e una manciata di monete... e forse aveva creduto che... ma che idiota!

Girò attorno alla casa. La porta doveva avere una leggera asimmetria che unitamente al grande peso l'aveva fatta accelerare e ruotare a velocità crescente e appena sufficiente a far scattare la possente cricca. Era ferma. Come il muro stesso. Le finestre erano tutte difese da forti e belle inferriate che gli avevano dato all'arrivo un senso di sicurezza. Non c'era davvero un alito di vento. Il cancello era rimasto aperto, per fortuna, si era ripromesso di uscire a chiuderlo prima di andare a letto.
In quella caligine si vedevano solo i due vecchi fanali della strada, come punti di luce nell'acqua e latte: sembravano irriderlo. Non solo non vedeva nulla in nessuna direzione ma non sapeva neppure se ci fosse nulla per chilometri lì attorno. Il giardino era un prato umido, quasi zuppo di piogge passate. Si addossò alla porta, l'unico lembo più asciutto, sotto al terrazzino del primo piano che forniva una protezione invero quasi solo simbolica.

Nel suo cappotto (e per fortuna aveva messo il cappotto in quel novembre settentrionale!) si trovava così seduto a contemplare il vuoto, a pochi centimetri dal lusso di una notte privilegiata e confortevole dalla quale si era escluso per un singolo, assurdo e inconcepibile gesto incauto.
Tornò la rabbia. E poi si trasformò piano in una specie di panico... non ne sarebbe venuto fuori in nessun modo. Poteva attendere la mattina, e già non sapeva come sarebbe arrivato a passare quella notte gelida... e se si fosse messo a piovere? In genere con la nebbia non piove...
Stringeva i lembi del cappotto e si industriò a calafatare tutti gli spiragli del suo vestire... tirò su i calzini e infilò la maglietta di lana nelle mutande. Se si fosse messo a camminare forse avrebbe trovato qualche altra casa... ma se si fosse perduto definitivamente? Perdersi... Era colpa del suo collega. A lui non piaceva quell'uomo, in fondo, non avevano nulla in comune. Si era fatto sedurre dall'idea del lusso, di possedere un luogo sconosciuto, di vagare per campagne feconde con la prosopopea di un conte tra i suoi mezzadri! E ora era lì a rimboccarsi le mutande... per non crepare.
La rabbia e il terrore si alternavano come onde di un mare oleoso e rancido.

Quell'uomo... ma certo. Era una trappola... ma non poteva mica aver previsto che la porta... che lui sarebbe uscito senza le chiavi. Quell'uomo lo odiava da quando lui aveva avuto la cattedra... forse quello della porta era solo uno di mille piccoli tranelli. Come aveva potuto fidarsi?! Eppure gli era sembrato che proprio quel gesto, offrirgli la propria casa, rappresentasse una specie di resa, un riconoscimento della sua superiorità intellettuale... della sua statura morale.
I lampioni, leggermente curvi l'uno verso l'altro lo schernivano freddamente.
Reagì: si alzò e li insultò a gran voce.

B. D. - Like a rolling stone

https://www.youtube.com/watch?v=qpxTvpmOY6k

Pensò che forse doveva tentare una breve esplorazione... forse già a pochi metri avrebbe trovato qualcuno, qualcosa. E poi cominciava ad avere freddo sul serio.
Andò in direzione dei lampioni. Pensò che si sarebbe allontanato solo quel tanto che gli avrebbe permesso di scorgerne la luce in distanza. Anche se poi, pensava, cosa gliene sarebbe venuto dal tornare sui suoi passi fino alla casa ricchissima ma inaccessibile? Certo, almeno nel giardino era protetto dalla cancellata e dagli animali... chissà che animali c'erano in quel luogo... cinghiali? Lupi? A quel pensiero si volse e tornò di corsa sui suoi passi. Gli parve anzi di sentire un fruscio al bordo della strada.
Si chiuse il cancello alle spalle. Con un bastone creò una specie di paletto.

Decise di attendere l'alba. Non poteva vagare nella notte. Poi ebbe un'idea. Cominciò a staccare rami bassi dalle conifere del giardino e li raccolse sotto il terrazzino, in quel francobollo più asciutto. Si creò un giaciglio e poi una specie di coltre e si accorse che il freddo così era quasi scongiurato.

Si assopì perfino, un paio di volte, per risvegliarsi poi sotto lo sguardo dei due fanali.

Finalmente venne l'alba. Si alzò gelido e rattrappito. La nebbia era più fitta di quella della notte ma distingueva ugualmente un boschetto che pareva di pioppi, a qualche centinaio di metri davanti a lui. Uscì dal cancello e cominciò a vagare senza una direzione precisa, cercando di individuare qualcosa, una costruzione o una collina... nulla.

Arrivò poi a un muretto basso a bordo strada e vi si sedette. Meditò a lungo, mezz'ora.

Non gli restava che mettersi in cammino. Doveva solo scegliere: di là o di qua?
Scelse la direzione opposta a quella dalla quale veniva.

In fondo, proprio in fondo al cuore, e proprio in quell'istante, una piccola gioia lo riscaldò.

THE WHO - See me, feel me touch me heal me.

https://www.youtube.com/watch?v=fHTdrPL22-Y

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