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LE RICERCHE DEL PROFESSOR M. - Tutto si tiene - (Segue da “Il campanello notturno”)

Il sole non era ancora sorto né la luna accennava a calare su tutta quella neve metropolitana, silente. Il vento si era trasformato in un brivido.
Le nuvole erano spaccate su un nero che rifrangeva ad oriente.

Sonia e Peter erano abbracciati stretti, vestiti dei maglioni e dei camici da laboratorio di cotone ruvido.
Agneta fumava poco più in là, sul tetto dell'istituto che era percorso da condotte a sezione tonda e quadrata che occupavano quasi tutto lo spazio dell'enorme terrazzo. Il mare, in fondo, dietro il colossale ponte sospeso luccicava. Lì in mezzo c'era presumibilmente la città, fatta di pomfi biancastri.

A trattenere il respiro sembrava di sentir salire un fiato residuo, un ansimare. Ma non si poteva distinguere bene da quel ronzio che fanno le orecchie quando le chiudi con le mani.

“Il tubo del vapore è ancora tiepido”, disse Agneta.
Si addossarono all'armatura della coibentazione che cedette un po’. In confronto al gelo dell'aria rappresa quell’affare sembrava davvero caldo.

Agneta non assomigliava per nulla alla divina creatura bionda di cui portava quasi il nome. Era piccola e cicciottella. Aveva occhiali un po' spessi con una montatura nera, pesante, ovale. Però aveva un caschetto di capelli neri perfetto. Il primo pensiero che avevi era che fosse una spia del KGB. Che lo fosse davvero? Alla seconda occhiata ti veniva come un dubbio.
Se c’era una terza occhiata due uomini su tre l'amavano ormai disperatamente.
Peter comunque faceva parte del 33,3 (periodico) % rimanente.
Anche tralasciando il fatto, non secondario, che da quando Sonia aveva sporto il muso in laboratorio in una mattina di settembre era in uno stato stuporoso e la seguiva in ogni dove, Agneta non era antropometricamente il suo congenio.

George Harrison - She's got a devil in her heart

https://www.youtube.com/watch?v=oMOf6Vm3Ye8

Dalla città si levavano adesso delle colonne di fumo e qua e là comparivano dei bagliori lampeggianti.
“Stanno accendendo dei fuochi... per scaldarsi, direi”, tentò Peter.
“Penso che non abbia molto senso”, rilevò Agneta con il suo accento curvilineo ma, come sempre, in una lingua impeccabile “per il momento le case non possono essere ancora molto fredde e per stare caldi è sufficiente coprirsi bene. Io credo che siano fuochi dovuti a disfunzioni nella linea elettrica e nelle condotte del gas cittadino”.

Peter e Sonia stavano baciandosi con trasporto e quindi si erano persi la parte relativa alle condotte del gas cittadino.

Il telefonino di Agneta suonò. Era una specie di fanfara.
“Scusate ragazzi, sarà mia sorella.”
Le linee telefoniche cellulari sembravano essere l'unico oggetto tecnologico ancora funzionante, almeno fino a quando le batterie fossero sopravvissute.

Agneta sussurrò nel piccolo e infernale monolito: “Sì colonnello Straightfear, tutto è andato esattamente secondo gli ordini”. Pausa.
“Certamente colonnello, chiamerò solo se ci saranno novità di vitale importanza.”

Agneta tornò dai ragazzi per i quali provava una sincera tenerezza fin da quando li aveva conosciuti. Le ricordavano gli anni dei suoi studi. E Fjodor. Sospirò.
Sarebbe stata così contenta di lavare pavimenti e svuotare cestini. Ma i soldi non sono mai abbastanza e i guai che aveva lasciato a casa costavano ogni giorno di più. E qui c'era venuta per i soldi, mica per il gusto di svuotare i cestini al professor M.
“Beh” pensò, tra sé e sé: “Fanculo.”

“Allora ragazzi, torniamo di sotto? Qui non c'è poi molto da vedere al momento.”
Peter e Sonia erano come trasfigurati. Stavano appollaiati su quello che doveva essere un filtro dell'aria scrutandosi nelle palle degli occhi in quell'idillio notturno che a loro non pareva vero.
Ad Agneta sembrò persino di scorgere una specie di aura attorno ai loro capini ma doveva essere un riflesso su un camino di rame.

Ora, all'apparenza, pensava Agneta, la fine del mondo era accaduta per una loro precisa responsabilità... o se preferiamo per una loro leggerezza. E per quanto tutti noi unanimemente siamo pronti a spergiurare che la leggerezza sia una virtù impagabile, ci sono casi, sporadici invero, in cui un minimo di gravità non guasta.
Cioè, sì, non era questo il caso, a guardare bene loro erano due colombe immacolate, due comparse in un diabolico melodramma.
Ma un dubbietto avrebbe dovuto farsi pur strada nei loro crani, un alone di disagio, un senso di languore se non di colpa vera e propria.
Invece stavano là sul filtro di inox, come due tortore. Non tubavano ma uno se lo sarebbe aspettato da un momento all'altro.

Fu solo un attimo: Agneta li invidiò con tutto il male che aveva in corpo. Poi si girò verso sud-ovest.
In strada, nel viale che scendeva verso la città, sterminato, si sentì un rumore che aumentava.
Erano piccole luci. E cupe voci. E poi erano fiaccole e uomini... e un enorme carro, trainato da un cavallo fradicio e da un bue, strana pariglia che faticava ad accordare i passi in quel pantano marcio.

Agneta ripeté, e questa volta il tono era perentorio: “Seguitemi piccioncini: adesso!”

Al popolo, l'Institute de Recherche pur le Development de l'Espace, era sempre piaciuto moltissimo.
Ci andavano pazzi. Ci portavano i bambini che correvano a destra e a manca come scriteriati urlando e traendo da questo preziosi spunti pedagogici.
Andavano poi tutti a mangiare alla caffetteria che aveva il Menu Marziano a 9,99, che la bibita potevi sceglierla, compresa nel prezzo. Il caffè si pagava a parte. Il tovagliolo era gratis. Il bicchiere veniva via a 50 centesimi.
Le tovagliette segnaposto avevano dei disegni di razzetti e le cameriere erano carine. Non sempre gentili ma non si può avere tutto dalla vita. E poi il popolo capiva che quelle ragazze erano del popolo, come lui, e lasciava correre con una scrollata di spalle.
Poi, una sera, una sera come le altre, in un mercoledì di un maggio trascorso (come altri maggi erano trascorsi), in una trasmissione televisiva sospesa tra il varietà e la stupidità conclamata, era stata mostrata una ripresa video sconvolgente.
Un inviato della trasmissione si era introdotto nell'istituto travestito da satellite di Saturno e aveva fatto domande un po' a caso al personale. Gli sventurati avevano risposto.
Chi aveva assistito al video aveva compreso, o più o meno intuito, che alla caffetteria venivano venduti cibi avariati al posto di quelli che erano contabilizzati e che con il contante fraudolento ricavato veniva finanziato un commercio di reni, non meglio precisato, e che levato il rene, quello che rimaneva del donatore, chiamiamolo così, era riciclato nella stessa caffetteria al fine di ottimizzare il profitto. Il profitto del commercio di reni veniva quindi reinvestito in qualcosa di ancora più losco. Lo stesso inviato ammetteva che non riusciva a immaginare di cosa potesse trattarsi.
Da allora la popolarità dell'istituto aveva subito una flessione e quindi un calo lento ma costante.
A nulla era valsa l'introduzione, nello stand del Sistema Solare, di uno spazio in cui si rappresentava un musical sulla conquista della Luna con musiche di un compositore locale piuttosto rinomato.
Anche il lancio del rosso frizzante “Le vigne di Urano” si era concluso in un vero flop.

Sonia e Peter intanto seguivano Agneta nell'ipogeo, un po' stupiti che la donna delle pulizie si orientasse così bene nelle fogne della città e nei cunicoli della rete.

Agneta aveva visto a maggio quella trasmissione balorda su Canal Kanal. Non sapeva nulla allora ma l'accento dell'inviato le aveva fatto nascere un sospetto. Aveva un accento brianzolo fortissimo e questo l'aveva confermata nel suo dubbio. Era proprio quel pirla che aveva visto ubriaco insieme a Katja quella sera al Bar Morello.
Che posto di merda, tra l'altro, il Bar Morello.
“Secondo me prima accendevano proprio dei fuochi...”, disse Peter, mentre sbucavano da un chiusino della meravigliosa piazza della fontana barocca, circondata da palazzi e colonnati che formavano un ovale irregolare, candido, con la luce che adesso cresceva un po'.
“Forse avevi ragione, Peter” rispose Agneta materna.

Il professor M. aveva trovato rifugio in un campo Rom, all'estrema periferia. Gli avevano dato del caffè ed ora sedevano tutti attorno a un fuoco di traversine del treno.
Dopo il caffè avevano picchiato su qualcosa di più forte. Gli avevano spiegato cos'era ma ne sapeva come prima. Stimava che facesse un 60 parti in volume di etanolo. Ma era il resto che lo preoccupava.
Ciaccatreciaccadueoacca... pensava. Lo ripeteva tra sé per tenersi insieme mentre il fuoco si piegava su un lato... Ciaccatreciaccadueoacca...
Non c'erano chitarre o violini. Una ragazza aveva un coso da cui usciva della musica, una musica moderna ma miagolante.
Dal centro della città, più o meno in direzione di Viale delle Scienze Umane, saliva una nube biancastra in un riverbero di folgori cianiche e biliari.
Aveva ancora un alone di batteria... ciaccatreciaccadueoacca... selezionò. Sfiorò il telefonino verde.

All’altro capo una voce serissima ed autorevole.
“Qui Straightfear.”
“Colonnello, sono M.”
“Lo vedo.”

Ci-acca-tre-ci-acca-due-o-acca...

“Colonnello...”
“M., non ho molto tempo. Se mi deve dire qualcosa lo dica.”

Ciaccatre...

“Ecco... io l'ho sempre detto che quella dei vermi del silicio era una cazzata. Con rispetto parlando... signor colonnello... dei miei stivali... ”
“E' ubriaco, M.?”
“Nossignorno, signor colonnello. Col cappello.”

Allo zingaro che stava accanto a M. squillò brevemente il cellulare. Era il ballo del Qua-Qua.
Dopo aver confabulato per due secondi nel micidiale e comico assemblato di serie, l'uomo fece un segno ad altri due gitani forzuti che afferrarono M. e lo trascinarono verso un apecarro già in moto. La conversazione con Straightfear si poteva comunque considerare conclusa dato che quest'ultimo aveva riagganciato.

Agneta, Peter e Sonia erano entrati nell'immenso atrio del museo di Storia Naturale le cui porte erano sorprendentemente aperte. In una nicchia c'erano coperte e provviste. Peter e Sonia si accoccolarono sotto una di quelle coperte di lana ruvida, con le greche.
Agneta estrasse una batteria di ricambio per il cellulare da una specie di astuccio di alluminio brunito. Al tatto aveva la temperatura di un cucciolo di Golden Retriever. Poi si sdraiò a sua volta accanto ai due giovani e cercò di lasciare andare tutto... l'occhio giallo del gigantesco Tyrannosaurus rex di gomma la guardava fisso dal centro del salone circolare. Dormirono placidamente.

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“Sindaco, sono io.”
“Ciao Straighty.”
“Ciao zuccherino. I vermi e i pecoroni hanno fatto il lavoro sporco. Tutto è pronto: da domani scopriranno quanto sa di sale la vera libertà.”
“Allora metto lo Champagne in ghiaccio, micione, non farmi aspettare.”
“Tra un'ora sono lì, belva.”

Il colonnello appoggiò la sottiletta ricetrasmittente sul tavolino da caffè. Accanto c’era solo un foglio di carta fine, grande come un grande quaderno, di una grammatura perfetta per la scrittura, sottile eppure opaco, con un debole riflesso azzurro e liscio come il cielo di agosto.
In alto, ma non troppo in alto, a sinistra, ma non troppo a sinistra, un pennino, con un sinistro inchiostro rosso, in una calligrafia elegante e quasi corsiva aveva tracciato un segno “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$”.

Charles Mingus - Devil blues

https://www.youtube.com/watch?v=IWOvT45Du-s

 

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Agneta, Sonia e Peter avevano fatto colazione con delle prelibatezze in scatola.
Uscendo nel sole già alto si trovarono presi nella corrente di folla che defluiva dal rogo dell’Institute.
Due uomini, vestiti come ciclisti del Tour de France parlavano concitati e allegri.
Sonia sentì che l'uno diceva all'altro “E ti facevano pure pagare il bicchiere, 'sti pezzi di merda!”