Blog

ASCOLTO 1 - My Brain - Mose Allison

https://www.youtube.com/watch?v=VCFzj57sQYs

ASCOLTO 2 - Preludio e fuga in Mi bemolle minore -  J. S. Bach

https://www.youtube.com/watch?v=sd0A8T6SjZY

“...le cose, i fenomeni, o i dati, rivelano un loro diritto originario: il diritto originario di tutte le datità di essere assunte così come si danno e nei limiti entro i quali si danno.”
(Edmund Husserl, citato da Carlo Sini in Introduzione alla fenomenologia, shake edizioni - 2012

E' dunque importante osservare che il DARSI non è un cominciamento... Io non decido, cioè non posso decidere circa il darsi delle cose perché esse si danno che io lo decida o meno; esse si manifestano a me prima di ogni ragionamento, giudizio o decisione. L'orizzonte del mio vivere è sempre costituito da un insieme di fenomeni che si pongono in evidenza.
(ibid.)

Nella notte trillò un campanello.
Ma era solo un suono elettronico di telefono cellulare. Simulava il tinnire dei campanelli di ottone dei vecchi telefoni di bachelite neri e sinuosi.
248 567 8906. Bianco. Su fondo verde.
“Pronto?”
“Professor M.?”
“Sì... chi parla?”
“E' il laboratorio. Sono Peter.”
Il professor Bruno M. non ricordava alcun Peter. Sentiva la tormenta fuori dalle finestre della stanza iper-riscaldata.
“Dica, Peter. Cosa succede, sono... sono le due e mezza?”
Poi si sentì la voce del giovane sommessa dentro la tavoletta luminescente “...ma dai! ...lascia stare che mi fai...”
“Peter,” riprese il professore “o chiunque lei sia, se è uno scherzo è stupido e di cattivo gusto!”
“Mi scusi professore, è che Sonia è di turno con me e cercava di aiutarmi con il materiale.”
Il professore ricordava invece benissimo Sonia, per quanto i tirocinanti si alternassero a un ritmo indiavolato nel laboratorio di elmintologia spaziale. Una giovane gazzella dagli occhi di carbone.
Ritrovò la calma. “Mi volete dire cosa succede?”
“Ecco... io voglio solo dire che sarebbe meglio che lei venisse qui di persona. Non è successo nulla di grave. Almeno credo, anzi, forse... insomma è meglio che non parliamo al telefono, penso.”
Il professore cercava di ricordare che faccia avesse Peter. Peter...
“Ma non possiamo parlarne domani? C'è la tormenta fuori ed è notte. Rischio di non arrivare mai... Peter.”
“Io credo che se lei fosse qui sarebbe molto meglio... posso solo accennarle che è la linea B-22. Io non capisco proprio cosa stia succedendo.”
“Nel terrario di riproduzione? Cosa... ? Va bene. Sarò lì tra tre quarti d'ora al massimo.”
Peter doveva essere quello con i capelli rossi e la coda di cavallo. Che orrore.
Si vestì in fretta e salì sulla sua enorme automobile a trazione integrale. Ricordò girando la chiave che era rimasto con una quantità ridicola di gasolio.

Guidò fino al self-service e scese nella neve. Agitò la tessera di fronte al sensore della colonnina. Si udì un suono nasale. Poi apparve una scritta sul display multicolore e fosforescente “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$”.
L'automobile era ancora in moto. Corse a spegnere il motore per risparmiare l'ultima goccia.
Prese il cellulare. C'era una piletta piena a metà sullo schermo in alto a sinistra. Chiamò il laboratorio.
“Pronto, Peter?” Il professore sentì distintamente la risatina di Sonia in sottofondo e poi poche parole incomprensibili.
“Ragazzi, spero proprio che sia una cosa seria perché mi state causando un gran casino qui...”
“Ah, professore. Ma cosa le succede?”
“Sono arenato senza gasolio e dovrò trovare un taxi... qui è tutto rotto e non arriverò al prossimo distributore.”
“Vede il punto è che i vermi B-22 sono spariti...”
“Ma come spariti!?” Questo era stato un vero urlo di terrore.
“Non sono più nel terrario 1-S. Però il manuale dice che è un caso che può succedere perché c'è un canale di comunicazione con il terrario sotterraneo e uno di connessione a quello centrale per le procedure di cross-contamination.”
In quel momento il professore sentì un rumore di gomme che rotolavano nella fanga nevosa e corse nella stradona. Era un taxi. Poi dice il destino.

Il professore fermò il veicolo con ampi gesti e chiuse la comunicazione.
Aprì la portiera posteriore e si infilò dentro dove fu investito da un fetore di alcol, sudore acido, aglio e aringhe marce.
Un po' stordito si rese conto che non poteva lasciare il suo gigantrofico macchinone in mezzo al benzinaio.
“Aspetti qui”, disse alla figura al volante.
Tornò subito dopo nell'antro puteolente e disse all'uomo lì davanti: “Mi porti all'Institute de Recherche pur le Development de l'Espace, al viale delle Scienze dell'Uomo. (Il professore era stato contrario a quel nome francese ma uno sponsor aveva insistito, era per il respiro europeo).
L'uomo si girò lentamente.
“A parte che io stavo andandomene a casa, signor mio, sebbene arrivato là non saprei poi cosa farci." Fece una pausa e la desolazione parve transitare nei suoi occhi pieni di liquido "Ma di portarla in quel bel posto del cavolo a me cosa me ne viene?”
Il Professor M. rimase un momento senza un chiaro riferimento.
“Questo non è un taxi?”
“Sì, è un taxi.”
“E quindi?”
“E quindi cosa?”
“E quindi se lei è un tassista mi porti dove le dico e la compenserò generosamente! Vada, la prego che è molto urgente.”
“Ho detto che è un taxi. Ma si dà il caso che sia il taxi di mio cognato. E' lui il tassista. Io sono disoccupato.”
“Ma allora perché si è fermato? Mi sta facendo perdere un sacco di tempo!”
“Non so. E' lei che mi ha fermato. Sembrava avere dei problemi grossi.” Ruttò solido.
“Senta se mi porta là dove le ho detto la pagherò, come le ho detto... la prego”
“Il punto è... insomma io non posso prendere le carte, quelle cose lì. Lei ce le ha 500 svanziche in contanti?”
“Cinquecento?! Ma sarà mezz'ora di strada...”
“Sa... la domanda... l'offerta. Non l'ho mica inventata io la legge del mercato. Io son disoccupato.”

Il professore guardò senza speranza nel portafogli. Disponeva in tutto di venti svanziche, in due biglietti da dieci svanziche ciascheduno.
Guardò l'uomo, quasi supplichevole “Le posso fare un assegno.”
Il tizio cominciò a ridere a colpi e poi in crescendo, e tra un conato e l'altro ripeteva “un... un assegn.. egno” e la cosa era autoinnescante e lo obbligava a ridere in modo sempre più convulso.

Il professore fuggì a piedi nella tormenta. Da distante sentiva l'uomo che gli gridava ancora “Un assegno!” e sghignazzava anche se un po' più debolmente.
Si diresse verso la via in cui ricordava di aver visto dei bus urbani sperando di riuscire a prenderne uno.
Il cellulare emise il suo trillo ipocrita, anonimo e inconfondibile.
“Pronto, professore?”
“Sì?”
“Sono Sonia. Abbiamo trovato il manuale relativo alla linea B-22 e i riferimenti alle procedure per i casi di emergenza nei file del sistema. Si trovano nel server HY-9.”
“Le avete consultate?”
“Vede... l'HY-9 rimanda solo un messaggio: Averf 5%%xx AB stup-carb*$$. Lei sa cosa significa? E' in codice elmintologico internazionale?”
Il professore era impalato in uno di quegli affari delle fermate del bus che non riparerebbero un topo dalla pioggia di marzo della bossa nova. L'architetto che li aveva disegnati era un suo amico.
Stava lì, bianco e azzurro in faccia, con la neve che lo schiaffeggiava da nord e sarebbe a dire dritto negli occhi.
Si concentrò. “Sonia, cerca di spiegarmi cosa è successo. Forse riesco ad aiutarvi mentre trovo il modo di arrivare lì”. La piletta sul suo telefonino era piena di bianco a metà. Ma come succede con la luna era difficile dire se quella metà fosse piena davvero o no.
“Vede professore, Agneta stava facendo i bagni...”
“Chi è Agneta?”
“Agneta è la donna delle pulizie, moldava. Sa, sua madre amava molto gli ABBA ma pensava che la cantante castana non fosse... comunque: viene sempre il martedì sera. Ecco, io non so cosa facciano i B-22 perché sono top-secret ma dovevo parlare con Peter di una sua zia che è malata e siccome l'unico posto dove Agneta non va sono i B-22 siamo andati là.”
Il professore, in preda ai primi sintomi di assideramento fece una voce ragionevole “Sì, cara, e poi?”
“Non so, stavamo parlando e poi Peter ha cercato di... insomma è diventato insolente. Allora io l'ho schiaffeggiato. Cos'altro dovevo fare?”
“Hai fatto benissimo. E poi?”
“Poi niente. Il terrario era vuoto.”
“Sicura che non abbiate toccato nessuno dei tasti del processore inavvertitamente, cara?”
Un'auto transitava lentamente davanti alla fermata. Il finestrino si abbassò “Un assegnoo! Uah! Aaaah! Aaaargh!”. Il professore lo ignorò.
“Sissignore, sono certa. Quasi certa!”
“Quasi... Nello scaffale dietro la mia scrivania ci sono i cartacei. Prendi il manuale HY-9 C1/bis”
“Sì, attenda. Eccolo”
“Vedi Sonia, i B-22 hanno una vita limitata. Nella sezione F del manuale troverai un'equazione. E' il modello quasi-deterministico elaborato dal Dr. Mandusen dello sviluppo e dell'apoptosi della linea B-22/n.”
“Quasi-deterministico? Credevo che una cosa o era deterministica o non lo era...”
“Lascia stare. Sostituendo nell'equazione possiamo calcolare il tempo di sopravvivenza degli elminti e questo è fondamentale per... per farci un'idea sul da farsi. Il tempo è tutto in certi casi.”
“E' vero! Lei sa cosa diceva Simone Weil del tempo professore?”
“In che laboratorio lavora questo Dr. Weil?”
“Lasci stare.”
“Allora Sonia, nell'equazione ci sono: il fattore legato alla sotto-linea riproduttiva e alla specifica generazione dei vermi, Sh. Un secondo fattore, Mtu, è legato alla temperatura e all'umidità ambientali. E' fondamentale, come vede, inserire all'inizio il T0, ovvero il tempo di fecondazione originale del ceppo che troveremo nei quaderni sperimentali che compilate quotidianamente. Lo troveremo, vero?”

“Certo, li compila Peter ogni mattina quando arriva!”

“Quando arriva? Ma come fa? Dovrebbe mettere i dati della giornata trascorsa...” 

“Forse mette quelli del giorno prima.” 

“Vabbè. Sotto tutto c'è il divisore di Mandusen, M, che è arbitrario. Noi useremo 0,1."

Adesso: i vermi vivono in un'atmosfera controllata in cui sviluppo e apoptosi sono inibite. Vedrai che c'è un'altro fattore, all'inizio, ɸ, che moltiplica tutta l'equazione. E' la fase. Nel nostro caso è legata al momento in cui tu e Peter... al momento in cui lo hai schiaffeggiato. Che ora era precisamente?"
“Erano circa...”
“Ho detto precisamente, Sonia, concentrati. L'equazione dipende da ɸ secondo un modello caotico. Cinque minuti fanno la differenza tra un ora o l'eternità, per i vermi bast... per gli elminti...”
Sonia pensava.
“Erano le dieci e ventiquattro! Ricordo che ho visto l'orologio di Peter subito dopo... dopo averlo schiaffeggiato!”
“Le dieci e ventiquattro! Ma...!? E avete aspettato fino alle due...”
La voce tornò calma. “Metti i dati nell'equazione e mandami il risultato con un messaggio. Io aspetto”.
Sonia si cimentò con il compito. C'era solo un problema: l'applicazione per il calcolo delle soluzioni di equazioni caotiche del computer si riduceva a una sola, statica schermata “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$”, con dei caratteri e una grafica che sembravano una taglia del far-west.

Il professore era quasi insensibile. Finalmente arrivò un autobus. Un autobus pubblico... il professore salì. Il pannello frontale riportava orgoglioso una grande scritta luminosa “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$”. Difficile capire dove andasse però era tiepido.

Si rivolse all'autista “Dove va questo autobus? Io devo andare al Viale delle Scienze Umane.”
“Buona fortuna”
“Cosa vuol dire?”
“Niente. Se vuole un biglietto lo può prendere con la moneta. C'è la macchinetta dietro. Quella davanti è rotta. Oppure con il cellulare.”
Il professore si collegò al sito dell'Azienda Trasporti Urbani sul suo telefonetto. Il sito consisteva in una sola grande scritta un po' sgangherata, “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$” e questo, ormai, non lo sorprese punto.
Era evidente, palese. I B-22 erano riusciti a mangiare il fianco del multiprocessore. Forse si poteva ancora salvarne il cuore e scampare al disastro. Solo che non sapeva neppure dove stava andando. Dal fondo del bus un nero enorme, vestito con una tuta verde con un grande cuore rosso sul petto e una scritta che diceva “I love Paris”, lo guardava scettico.

Sonia e Peter sedevano nella stanza del caffè. E bevevano caffé.
Entrò Agneta.
“Ciao ragazzi. Perché quelle facce lunghe?”
Peter rispose “Ci sono dei guai. Il professore sta venendo qui...”
“E cosa vi è successo?”
“Sono spariti dei vermi importanti.”
“Ma è un ossimoro! I B-22?”
“Come fai a saperlo?” Chiese Sonia.
“Ho visto che giravano per il corridoio. Ne ho ammazzati un po' con il mocio ma altri saranno scappati. Quei vermi!” Rideva.
“Ma come li hai riconosciuti?”
“A parte che io al mio paese ho tre lauree, una in biotecnologie, una in zoologia applicata e una in ingegneria informatica, avevo letto, dal dentista su "Donna e Casa", di questa cosa dei vermi che mangiano il silicio e che ci salveranno quando andremo su Marte e quindi facendo due più due...”
“Mangiano il silicio?!” Sonia e Peter avevano urlato in sincrono.
“Sì. Dicono che è per riciclare ma secondo me è una stupidaggine. Con il mio pallottoliere ho calcolato l'emivita di Madunsen: stando alla mia valutazione dei vostri... insomma, vivranno per un periodo compreso tra i cinquantacinque e i settantasette anni con una stima al 95%”
Sonia inviò i numeri al professore furtivamente. I vermi sarebbero probabilmente stati ancora vivi il giorno che lei sarebbe andata in pensione e questo la irritava un po'.

Il professore guardava dal finestrino mentre attraversavano zone sempre più derelitte e non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Il suo navigatore GPS suggeriva che l'autobus stava transitando in via “Averf 5%%xx AB stup-carb*$$”. Giunto al capolinea fissava la piccola batteria luminosa. Un quarto? Un sesto? Doveva assolutamente chiamare il colonnello Straightfear ma quest'idea non lo attraeva nemmeno un po'.

Peter disse, imbambolato: “Se hanno mangiato il cuore del server HY-9 è un gran casino. E' collegato praticamente a tutta la rete di gestione dei servizi...”
Agneta rideva “Ma perché diavolo hanno fatto una stupidaggine del genere?”
“Mah... dovevano sempre mettere un sistema nuovo solo che costava un sacco e il sindaco...”
Agneta rideva “... il sindaco...” e più ripeteva “il sindaco” e più rideva.
Le luci LED lampeggiarono un paio di volte e poi si spensero. Nel buio si sentiva solo la voce di Agneta che rideva, sempre più sommessamente “... il sindaco... ah!...”