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Una calda brezza muove appena le vele, non ci sono porti per molte miglia, miglia marine, con mortali banchi corallini e molluschi voraci pronti a divorare il corpo dei marinai che scivolassero nell'acqua oleosa. Il barile dell'acqua dolce lascia trafilare una macchia di umido e il mestolo che usiamo per bere sa di stagno, o di rame. E' appeso al bordo e oscilla leggermente con la nave. 

Ci muoviamo lentamente. Abbiamo molti limoni nella stiva e succhiarne uno dà una voluttà soprannaturale: possiamo distillare un po' di acqua dolce da quella di mare ma non è un'operazione redditizia. Ci vuole un tempo infinito e la resa è poca: la qualità scadente.

Ma nessuno pensa che le nostre vite siano a rischio. Anche se poi, riflettendo, è la prima volta che navighiamo su questa rotta e le carte  che abbiamo sono molto vecchie. Dopo un certo numero di viaggi però, quando sali sulla nave, quando esamini il carico e le provviste con il capitano, che ha sempre quell'aria di aver tutto sotto controllo, non ti entra neppure nella testa che si tratti di qualcosa di differente dai viaggi precedenti.

E infatti è così: il vento, le bonacce, le tempeste... le liti tra di noi, che passano con il cambio del turno di coperta. 

Certo che la bonaccia però ti inquieta, e questa non è neppure delle peggiori. Anzi, un po' di vento ci spinge con una mollezza estenuante proprio nella direzione voluta. I marinai sono di buon umore e anch'io oggi ho salutato il sorgere del sole all'orizzonte con un grande senso di pace. La nave scia e ci porta e ho pensato che ci sarebbe stato così poco da fare in questa calma surreale. Al mattino non è caldo e pensavo ai miei libri. Ora l'ho qui sulle ginocchia. 

E' un libro arabo, tradotto da una suora di clausura, una cosa inusuale... suor Marie Du Pierette. E dice molte cose che non comprendo ma in mezzo a queste alcune frasi mi colpiscono come frustate. Sentite qua: "Le api parlano tra loro, e producono il miele, e producono il farmaco che le guarisce con il loro corpo: siamo noi forse meglio delle api?"

Ma, penso: non è che si tratti di essere meglio o peggio delle api. Noi siamo quel che siamo. Noi non facciamo il miele... lo prendiamo alle api. Non so... certo le api parlano tra loro, ma noi non capiamo la loro lingua. Ci sono molti uomini che non comprendo: gli uomini dell'oriente, per esempio, ci parliamo con sguardi, sorrisi e urla, a volte con gesti delle mani. Ma poi non sai mai cosa pensino. Sono come le api, tu vedi quello che fanno e comprendi perché lo fanno ma quando sorridono... perché sorridono? Gutierrez dice che non ha alcuna importanza.

Una volta ho curato un allocco ferito. Si è lasciato curare, con riluttanza ma senza opporre alcuna vera resistenza. A volte mi guardava. 

Una volta abbiamo curato un ragazzo tailandese che avevamo tirato a bordo su un isola. Aveva una gamba rotta e non sapevamo come e perché se la fosse rotta.

Anche lui si lasciò curare. Quando si sentì meglio sbarcò in un porto della Sonda e invano il capitano cercò di offrirgli la posizione di mozzo. Non ricordo che abbia mai sorriso, lui. Ci disse qualche parola in un dialetto suo: non so. Neppure il tono mi fa immaginare cosa ci abbia detto, se fosse una benedizione per averlo curato o una maledizione della nostra stirpe per i torti subiti da lui o dai suoi avi.

Per noi che facciamo questo mestiere, la parola non deve mai sedurci verso le infinite realtà superne. La parola è un mezzo per chiamare le cose e non si deve corrompere: una parola, una cosa; una cosa, una parola. Un'altra parola: un gesto che mette in relazione cose. 

Le uniche parole che sfuggono a questa legge ferrea sono gli insulti, le bestemmie e le maledizioni. Ma le bestemmie sono cose, come il male alla pancia, come le cime e i cavicchi. Ti tengono inchiodato a terra, quando la tempesta spazza via tutto quel che non è fermato sul ponte. Ti rendono pesante, grave, come piombo nello stomaco, palle di piombo grigio nella testa.

A terra nessuno di noi maledice il mondo e gli altri, ma sulla nave e soli di fronte al mare che si alza urliamo la nostra forza con tutto il fiato: la forza della sconfitta, la forza della bestia che sta per essere macellata e urla, urla  con quanto fiato ha in gola sperando che quello serva almeno ad avere un po' di pietà.

Ma non serve a nulla. E stamane mi sono svegliato pieno di gioia e ringrazio che oggi questa calma ci tenga come a bagno maria, ognuno perso in piccole attività. 

"Ogni mattina il sole sorge e mi riporta la vita, la gioia e la bellezza. Non devo cercare, l'amore viene a me appena smetto di desiderarlo!" 

Non so se sia l'arabo ad averlo scritto o se sia Marie che si è presa delle licenze. Non riesco ad immaginarmi un beduino con il suo dromedario e il fucilone che scrive queste cose... d'altro canto... il deserto è un po' come il mare e i dromedari sono le sue navi. Forse il beduino, guardando la luna che rischiarava le dune immense, avrà sentito il cuore pieno di dolcezza nell'attesa dell'alba che sperava mite, come noi qua su questo legno. Forse aveva concluso buoni affari ed era stanco di usare le parole per strappare un soldo di più ai mercanti con cui trattava: voleva dare loro un suono nuovo, in modo da poterle sentire ancora nel suk senza provare quella nausea che danno le cose rancide, che percorrono un ciclo sempre uguale senza mai disperdersi e ritrovarsi per caso... caso.

Cadere. 

[Ripresa]

Appare all'orizonte un vascello con una sola vela triangolare, certamente un veliero cinese o malese. E' lontanissimo, si distingue appena a babordo, scrutando con il cannocchiale. 

Sembra avvicinarsi. O forse siamo noi che ci muoviamo traslando lentamente nella sua direzione. Ha il sole sopra e così si confonde nella foschia. Sembra più leggero di noi. Sì, non c'è dubbio, si avvicina... forse. Non sappiamo nulla di loro, anche se scambiamo le nostre merci nel porto di Canton. Io non so nulla. Ma so che gli uomini che sono su quella nave sono qua per lo stesso motivo per cui ci siamo noi. Tenere a freno la sofferenza dell'anima, le esigenze della natura e le malattie del corpo. In quale forma e proporzioni si presentino a loro è difficile dirlo. Forse sono pirati feroci, avventurieri sprovveduti o  miliziani di qualche giurisdizione locale. Non sono marinai dell'imperatore: non vedo vessilli. Ma non farebbe differenza. Dobbiamo sperare che non siano in preda a qualche forma di ebbrezza, di alcol, di fregola o di brama di denaro. E questo vale per i pirati come per i capitani della Imperial Marina. E in special modo per gli avventurieri e per i capetti di qualche amministrazione locale, forse i più pericolosi. 

Gli uomini subordinati che si sentono investiti di un potere dall'alto sono in genere persone mediocri che non sono in grado di comprendere il senso e i limiti della loro funzione e oscillano tra l'umiliazione e un senso di grandiosità che li spinge alle molestie più comiche, se non fosse che a qualcuno tocca subirle.

E gli avventurieri hanno sempre un'aria simpatica dapprima: ma non sai mai quel che vogliono, perché non lo sanno neppure loro. 

E quindi speriamo sempre siano pirati, o la loro controparte ufficiale: i marinai del Figlio del Cielo. Cono loro in genere è sufficiente sborsare tutto e subito, mostrando di tenere solo quanto ci è necessario. E la vita ci è fatta salva.

Fossimo in altre acque valuteremmo una battaglia aperta, prima di accostare. Ma se ci ingannassimo, l'attacco a una nave imperiale in queste acque potrebbe portarci alla fine che nessuno vuole, la più orrenda: incarcerati in una segreta di una prigione cinese andremmo incontro agli incubi che abbiamo sentito raccontare e che competono con quanto si narra delle catacombe del Santo Padre. Meglio è  buttarsi ai pesci, dopo essersi sventrati, perché morire mangiati a piccoli morsi non è certo meglio del fuoco o della goccia.

[Ripresa 2]

Gutierrez sembra tranquillo e beve pochissimo. E' un marinaio formidabile, pronto, esperto e ci rivolgiamo tutti a lui per ogni dubbio, per risolvere le situazioni più difficili. E' più grosso di me, ma non è un gigante. Le sue ossa e i suoi muscoli sembrano formare un'unica sostanza indistruttibile. A me Gutierrez non piace. E io non piaccio a lui. Ma non ne sono così certo.

Non so se è vero che Gutierrez non mi piace. 

"Cosa leggi?"

"Ah... Gutierrez... è un volume che ho trovato nella sacca di un marinaio, abbandonata. Lui ha lasciato la nave in un porto dell'Africa orientale."

"Ma di che parla?"

"Oh... è un libro religioso direi, è un libro scritto da un arabo e tradotto nella nostra lingua da una suora di clausura."

"Pensi che il vento girerà? A me sembra che le nuvole a est facciano ben sperare. Entro domani... "

Richiusi il libro. Guardavo verso est... "E della nave malese cosa ne pensi?"

Gutierrez rideva con il sole negli occhi: "Siamo entrambi in balia della brezza e delle correnti... tra poco ci dovremo preparare, nel caso non siano ben intenzionati. Ma non penso che sia un problema... non penso. E quindi sei un uomo religioso?"

"No... non sono religioso. Ma poi qualche domanda ce la facciamo tutti. Almeno, così diceva mio padre. E anche quei signori là sulla feluca dovranno ben chiedersi che ci fanno qui o non so cos'altro ogni tanto."

Gutierrez guardava le nuvole. A oriente. "Leggimi qualcosa. Poi andiamo a controllare le armi."

Aprii il libro a caso. "Il cielo sopra di noi porta la vita e la pioggia spazza la terra e la sabbia se ne imbeve. Solo la palma, ferma, la raccoglie e la riporta a me, più pura di quando discese. Chi insozza l'acqua, chi la disperde in fiumi di fango morirà di sete... "

Mi fermai. Guardavo il barile e la macchia scura. E il mestolo che oscillava leggermente in vaga controfase con la tolda. 

[Ripresa 3]

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno. (L. Pirandello - Il treno ha fischiato)

The thought that life could be better
Is woven indelibly
Into our hearts
And our brains

(Il pensiero che la vita possa essere migliore è intessuto indelebilmente

nei nostri cuori e cervelli) Paul Simon - Train in a distance

Paul Simon: Train in the Distance: Paris 2008 - YouTube

"Se avessimo un cannocchiale più potente, Gutierrez" e non avrei voluto parlare, "potremmo vedere chi sono quegli uomini e loro vedrebbero noi. E potremmo fare segnali ed accordarci. Ci sarebbero casi in cui combattersi non sarebbe necessario."

"Nessuno ha detto che sarà necessario." Fece una pausa e muoveva le grosse dita dei piedi. "Su questa rotta una nave di malesi, pirati, rinnegati, si avvicinò alla nostra nave. E sembravano pescatori. Saranno quattro anni. Il capitano fece salire a bordo quello che sembrava il capo e questo si profuse in in inchini e miagolii. Capimmo che avevano bisogno di un po' di acqua e lui mostrava un piccolo recipiente metallico. Gliela accordammo senz'altro.

Un attimo dopo la nave era piena di bastardi. Hanno accoltellato tutti. Erano saltati su da chissà dove, dall'altra parte della nave. I superstiti sono rimasti sotto il tiro delle loro pistolone e io ero lì, con un fianco squarciato. Hanno preso tutto, anche le vele, e ci hanno lasciato l'acqua in quel piccolo contenitore metallico. Un sorso a testa... per morire più lentamente."

"E poi?"

"La solita storia. Una nave è passata quando eravamo ormai sfatti e cotti e febbricitanti. E ci hanno tirato dentro. A volte passa una nave. A volte passa qualche miglio più in là e non ti vede. Ci vuole un bel po' per poter bere di nuovo. Il medico di bordo aveva una grande esperienza e salvò quasi tutti."

"Vuoi dire..."

"Già. La terra è rotonda. I nostri canocchiali, per quanto potenti, non possono vedere di là dall'orizzonte e le lingue dell'uomo son fatte per mentire. Quindi sta a te decidere. Se vuoi mettere in ballo la tua vita è un tuo diritto. Ma non puoi decidere per i tuoi fratelli. Vieni, andiamo a vedere le armi."

Leonard Cohen - Everybody Knows (Live in Dublin - edited) - YouTube

 Scendemmo nella stiva. Era stato proprio Gutierrez a occuparsi del nostro arsenale di bordo.  La nave era un vascello da carico e aveva una dotazione di sicurezza ma era un po' vecchia e gli armatori avevano acconsentito a spendere un po' di soldi in più. Ognuno di noi aveva il suo coltello e se lo sapevi usare era già un arma formidabile. Ma ormai non era sufficiente a difendersi nella maggior parte degli scontri che si verificavano, sporadicamente ma con sempre maggiore frequenza. Controllammo la tenuta dei barili di polvere. Avevamo anche due piccoli cannoni e una colubrina a prua.

Su quella rotta, fino a pochi anni addietro, un attacco era considerato un fatto eccezionale, un'anomalia. Adesso tutto era divenuto più difficile. I pirati si erano moltiplicati per ingordigia attirati dai nostri carichi e i poteri locali erano diventati diffidenti perché i pirati costituivano un pericolo anche per le loro imbarcazioni e perfino per i paesi costieri. La Marina dell'Imperatore era intervenuta a cercare di regolare tutto a suo vantaggio ma inevitabilmente navi isolate avevano perpetrato eccessi ai danni degli abitanti delle coste.

Ci trovammo a difendere la sicurezza del commercio noi e i marinai del Regno di Mezzo, contro tutto e tutti: ma le nostre ombre imperiali erano anche coloro che meno comprendevamo e dai quali sentivamo la più grande distanza: uomini con deità talmente differenti da far pensare che il mondo fosse stato creato due volte.

Guido Gozzano - "Verso la cuna del mondo" | Lettere dall'India - YouTube

Gutierrez aveva voluto una pistola per ognuno e ci aveva istruiti a ricaricarle. Inoltre ci aveva divisi in squadre, in modo che mentre uno ricaricava ci fosse sempre almeno un'altro uomo a difenderlo.

Le pistole erano riposte in scatole di legno e venivano distribuite solo in caso di bisogno. Si era discusso col capitano sull'opprtunità di dotarne anche i più giovani e i marinai di recente nomina. Alla fine si era deciso che le pistole sarebbero state date a tutti. C'era però una specie di guardia scelta: Gutierrez ed altri dieci uomini che il capitano aveva nominato, avevano una maggiore dotazione di proiettili, in modo da ridurre le possibilità di un ammutinamento (caso molto improbabile) o di altri incidenti. Io non facevo parte di quella squadra: avrei forse potuto cercare di entrarvi ma c'erano marinai più anziani e poi la cosa non mi interessava molto. Però Gutierrez finiva per usarmi, con questa o quella scusa, per le sue attività. Anche se mostrava di trattarmi con una certa sufficienza, la mia contiguità alla parola scritta, il fatto cioè che mi avventurassi a sbirciare in qualche volume che avevo con me o che trovavo sulla nostra strada, a volte anche nelle lingue più indecifrabili, doveva ispirare in lui una curiosità perversa, un sentimento opaco che gli impediva di disprezzarmi apertamente e finiva per  incatenarci. Standomi vicino e manifestando sempre la sua superiorità su ogni piccola attività concreta riusciva a tenere a bada il doloroso sospetto che tra me e i libri ci fosse qualcosa che avrebbe potuto determinare un dì la sua resa e  la sua disfatta. 

Se Gutierrez fosse stato un uomo stupido questo problema non ci sarebbe stato. Ma Gutierrez era intelligente e molto astuto: questo era l'atroce delitto che determinava la sua condanna. Gutierrez era astuto. Il più astuto. Il più intelligente. E quelle strane frasi nei libri, quelle litanìe, quei segni che si inseguivano costituivano una minaccia spaventevole.

Gutierrez era sempre stato più astuto e più intelligente di ogni uomo, di ogni singolo uomo che aveva incontrato sul suo cammino. Li aveva tutti dominati o se li era fatti amici. Li aveva uccisi o ridotti all'impotenza...  li aveva istruiti, con grande passione, ne aveva ammirato alcune caratteristiche, dopo averli lasciati al loro destino. Ma da nessuno aveva mai preso lezioni per quanto contasse veramente. 

I libri... con i libri era diverso: come fare ad essere certi della propria superiorità di fronte a quella mole di parole? Come restare saldi nella fiducia nei propri riflessi e muscoli al cospetto di quella smisurata quantità di conoscenza?Finché Gutierrez dominava me riusciva a immaginare di dominarne una parte. E la parte, nella metafora delle profondità della mente, vale per il tutto.

Schoenberg: Verklärte Nacht, Op.4 - Boulez. - YouTube

[Ripresa 4]

La feluca era più vicina adesso ma ancora ampiamente fuori tiro. E nel cannocchiale vedevo solo una sagoma biancastra. Erano passati ventitré anni da quando mi ero imbarcato: avevo allora un debito con un'usuraia per via di un amico fornaio, una cosa un po' complicata e avevo pensato che imbarcarmi mi avrebbe messo alla larga dai riscossori e mi avrebbe procurato il denaro per ripagare la vecchia al ritorno. Un viaggio di un paio di mesi su una nave che trasportava guano, merda di grande valore commerciale, un piccolo cabotaggio.

La merda mi disse bene, compresi che era il mio elemento. Non solo pagai i debiti ma con il lavoro sicuro e tranquillo di quei viaggi avanzai un po' di soldi per comprare una piccola casa in un borgo delle colline dove ero nato. Pensavo che mi sarei fermato e l'avrei messa a posto per dedicarmi a qualcosa di molto terricolo: una bottega, un'osteria... un trasporto con carrozze a cavallo. Niente di agricolo. Di fertilizzante ne avevo annusato abbastanza e poi questa cosa di rapire un pezzo di terra e di prenderla a colpi di zappa nel costato mi era sempre sembrata un fatto infame. Si finiva ubriachi e incattiviti comunque, in una bettola a  chiedersi perché non era piovuto abbastanza e a maledire la peronospora. Se le cose ti andavano bene ci avrebbero pensato i figli a dilaniarti per spartirsi le galline e la vigna.

I figli: convinti che quello che il padre aveva zappato fosse loro per diritto divino, quasi Dio fosse una specie di sottile e pervasivo notaio. Avevano concetto di Dio come notaio: perché altri concetti non avevano. Se il loro figlio fosse, Dio lo volesse, divenuto notaio, avrebbero guardato a lui come a un Dio novello. Dinastie invincibili, come il fango che cala dalla montagna durante il nubifragio.

Ventitré anni. La casa era sempre là, un po' sbilenca e con un paio di infiltrazioni nel tetto. Ero andato un paio di volte a vederla, bella, non lontana dal borgo con il suo campanile, l'osteria con il pergolato e poco più in basso il torrente. C'erano altre sei o sette case, riunite come in un unico organismo irregolare. In una di queste abitava il medico. Nelle altre contadini che coltivavano frutta  e patate, tenevano qualche mucca e bevevano i loro cancheri ad ogni istante che smettevano per un secondo di bestemmiare o di vangare.

Ventitré anni: non avevo messo piede a terra per più di un paio di settimane di fila. All'inizio credevo che fosse un fatto semplice e ovvio: il lavoro c'era e i soldi mi facevano comodo. Poi i soldi sono diventati anche di più e ho dovuto ricorrere a una banca per non portarli con me. Mi accorsi che non sapevo bene che farne... non lavoravo certo perché amavo il mestiere di marinaio, la sua pratica e fatica. E neppure, come ho detto, per la paga eccedente le necessità: mi imbarcavo di nuovo e sempre per una ragione che solo poco tempo fa ho cominciato a capire: rimanere a terra è divenuto ormai impensabile: intollerabile.

Scelsi rotte sempre più esotiche e destinazioni sempre più lontane. A bordo dimenticavo le strade sporche e i bordelli. Ma anche quei quartieri di case quiete, con il loro giardino e le imposte accostate dove abitavano i funzionari  e i capitani in pensione. No. In realtà non le dimenticavo affatto. Avevo sempre in testa marinai e ruffiani tatuati e stralabianti, e donne di servizio impegnate a portare dentro il carbone. Cani da guardia feroci di una ferocia presa a prestito e bambini biondi buoni per un presepio vivente. Ma tra me e loro c'erano migliaia di miglia di onde e squali feroci.

La casa sulla collina mi chiamava ancora. Immaginavo che avrei fatto io tutti i lavori, facendomi aiutare per quelli più difficili e che non avrei lasciato avvicinare nessuno quando l'avessi resa abitabile, né i contadini né il medico. Né tantomeno il prete. Nell'osteria o nelle carrozze avrei preso ragazzi a lavorare e mi sarei fatto vedere poco. C'erano infinite cose su cui dovevo meditare, nella mia casa in collina...

"Sono a portata di cannoni e non hanno bandiera", disse Gutierrez parlando quasi tra sé. E poi esplose.

"Tutti ai vostri posti: quella nave non mi piace!" 

Il capitano gli si avvicinò e confabularono per qualche tempo. Poi il capitano chiamò il secondo e parlò a lungo anche con lui e sembrava che la discussione si facesse animata. Poi il secondo si placò. Il capitano fece un cenno a Gutierrez e si arrampicò a poppa.

Io ripresi il mio cannocchiale. La nave era placida e continuava a scivolare verso di noi impercettibilmente. Mi sembrava di intravvedere un paio di marinai in coperta.

"Alonzo," questo era il nome di Gutierrez che io usavo con riluttanza, "non credo che sia prudente aggredirli... ho sentito storie strane su quanto sta accadendo a Canton... "

Gutierrez mi guardò ed era seriamente impegnato a valutare la mia frase. Poi il suo volto cambiò espressione. Con un ghigno si volse a prua e ordinò: "Smith, fuoco di avvertimento. Fagli paura!"

Il bottò della colubrina di prua non fu poi così forte. La palla si inabissò a lato della feluca sollevando uno sbuffo di schiuma.

Passarono circa quattro dei mie respiri. Poi udimmo lo sparo dall'imbarcazione lontana, che sembrò per un attimo ancora più remota. Il fischio della granata crebbe e poi lo sentimmo sfregiare l'aria, alto sopra la coffa. Si era levato un urlo liberatorio da parte dei nostri marinai che l'avevano sentito come un tiro mancato.  Guardai in alto, per controllare che nessuna vela fosse stata danneggiata.

Il proietto aveva lasciato una spessa scia bianca, come di cotone, che adesso  si sfaceva pesante e precipitava sulla nave. Gutierrez era impegnato a valutare l'esatta distanza della feluca e si avvicinò a Smith. Questa volta il colpo sarebbe stato duro e diretto.

Solo che quando Smith si accinse a dosare la polvere si accorse che faticava a tenere gli occhi aperti. E più li sfregava, più questi bruciavano, come se ci avessero versato il pepe rosso. In quel momento udimmo altri due tonfi, simultanei e dalla nave altri due angeli bianchi vennero a sfrecciare sopra di noi. Le loro scie di latte quagliato si unirono alla prima che era ormai un fantasma che avvolgeva l'aria sopra la nave. Gli uomini cominciarono quasi simultaneamente a tossire. Alcuni già cadevano a terra e rantolavano e sputavano. 

Dalla feluca partirono tre salve di cannone che si limitarono a mozzare l'albero maestro che ci rovinò addosso, mentre ci contorcevamo con la sensazione di avere topi vivi nei polmoni. Nessuno era in grado di calare le scialuppe o manovrare alcunché, in preda a un dolore e a una disperazione mortale, io e pochi altri ancora in sensi, ci gettammo in mare. Gutierrez mi guardò, mentre mi trascinavo verso la murata: si domandava cosa fosse accaduto: non lo rividi mai più.

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[Ripresa 5]

L'acqua salata aveva smorzato l'agonia del bruciore alla pelle e ai bronchi. Ma gli squali non avrebbero messo molto a trovarci. Vidi tre o quattro teste vicino a me e qualcuno più lontano. Non riuscivo a nuotare ma solo ad agitarmi  in modo scoordinato.

Poi vidi che dalla feluca calavano una scialuppa. Ci volle poco perché ci raggiungessero e ci tirarono su come si raccolgono le cozze, buttandoci tutti in fondo alla grossa barca, tutti insieme. Erano massicci, non alti. Ed è quello che potrei raccontare. Avevano ampie camice e bragoni candidi, calzari, guanti e gli occhi celati da una rete. Non vidi mai i loro occhi o le mani o la bocca. E mai udimmo la loro voce.

Avevano sciabole e pistole. 

Arrivammo alla loro nave e lì, una volta issati a bordo fummo spinti sottocoperta e chiusi in una gabbia, pulita e grande abbastanza per contenerci tutti senza che dovessimo pigiarci troppo. Richiusero e sparirono. Nella gabbia c'erano una tinozza di acqua potabile e un secchio.