Blog

Una calda brezza muove appena le vele, non ci sono porti per molte miglia, miglia marine, con mortali banchi corallini e molluschi voraci pronti a divorare il corpo dei marinai che scivolassero nell'acqua oleosa. Il barile dell'acqua dolce lascia trafilare una macchia di umido e il mestolo che usiamo per bere sa di stagno, o di rame. E' appeso al bordo e oscilla leggermente con la nave. 

Ci muoviamo lentamente. Abbiamo molti limoni nella stiva e succhiarne uno dà una voluttà soprannaturale: possiamo distillare un po' di acqua dolce da quella di mare ma non è un'operazione redditizia. Ci vuole un tempo infinito e la resa è poca: la qualità scadente.

Ma nessuno pensa che le nostre vite siano a rischio. Anche se poi, riflettendo, è la prima volta che navighiamo su questa rotta e le carte  che abbiamo sono molto vecchie. Dopo un certo numero di viaggi però, quando sali sulla nave, quando esamini il carico e le provviste con il capitano, che ha sempre quell'aria di aver tutto sotto controllo, non ti entra neppure nella testa che si tratti di qualcosa di differente dai viaggi precedenti.

E infatti è così: il vento, le bonacce, le tempeste... le liti tra di noi, che passano con il cambio del turno di coperta. 

Certo che la bonaccia però ti inquieta, e questa non è neppure delle peggiori. Anzi, un po' di vento ci spinge con una mollezza estenuante proprio nella direzione voluta. I marinai sono di buon umore e anch'io oggi ho salutato il sorgere del sole all'orizzonte con un grande senso di pace. La nave scia e ci porta e ho pensato che ci sarebbe stato così poco da fare in questa calma surreale. Al mattino non è caldo e pensavo ai miei libri. Ora l'ho qui sulle ginocchia. 

E' un libro arabo, tradotto da una suora di clausura, una cosa inusuale... suor Marie Du Pierette. E dice molte cose che non comprendo ma in mezzo a queste alcune frasi mi colpiscono come frustate. Sentite qua: "Le api parlano tra loro, e producono il miele, e producono il farmaco che le guarisce con il loro corpo: siamo noi forse meglio delle api?"

Ma, penso: non è che si tratti di essere meglio o peggio delle api. Noi siamo quel che siamo. Noi non facciamo il miele... lo prendiamo alle api. Non so... certo le api parlano tra loro, ma noi non capiamo la loro lingua. Ci sono molti uomini che non comprendo: gli uomini dell'oriente, per esempio, ci parliamo con sguardi, sorrisi e urla, a volte con gesti delle mani. Ma poi non sai mai cosa pensino. Sono come le api, tu vedi quello che fanno e comprendi perché lo fanno ma quando sorridono... perché sorridono? Gutierrez dice che non ha alcuna importanza.

Una volta ho curato un allocco ferito. Si è lasciato curare, con riluttanza ma senza opporre alcuna vera resistenza. A volte mi guardava. 

Una volta abbiamo curato un ragazzo tailandese che avevamo tirato a bordo su un isola. Aveva una gamba rotta e non sapevamo come e perché se la fosse rotta.

Anche lui si lasciò curare. Quando si sentì meglio sbarcò in un porto della Sonda e invano il capitano cercò di offrirgli la posizione di mozzo. Non ricordo che abbia mai sorriso, lui. Ci disse qualche parola in un dialetto suo: non so. Neppure il tono mi fa immaginare cosa ci abbia detto, se fosse una benedizione per averlo curato o una maledizione della nostra stirpe per i torti subiti da lui o dai suoi avi.

Per noi che facciamo questo mestiere, la parola non deve mai sedurci verso le infinite realtà superne. La parola è un mezzo per chiamare le cose e non si deve corrompere: una parola, una cosa; una cosa, una parola. Un'altra parola: un gesto che mette in relazione cose. 

Le uniche parole che sfuggono a questa legge ferrea sono gli insulti, le bestemmie e le maledizioni. Ma le bestemmie sono cose, come il male alla pancia, come le cime e i cavicchi. Ti tengono inchiodato a terra, quando la tempesta spazza via tutto quel che non è fermato sul ponte. Ti rendono pesante, grave, come piombo nello stomaco, palle di piombo grigio nella testa.

A terra nessuno di noi maledice il mondo e gli altri, ma sulla nave e soli di fronte al mare che si alza urliamo la nostra forza con tutto il fiato: la forza della sconfitta, la forza della bestia che sta per essere macellata e urla, urla  con quanto fiato ha in gola sperando che quello serva almeno ad ottenere un po' di pietà.

Ma non serve a nulla. E stamane mi sono svegliato pieno di gioia e ringrazio che oggi questa calma ci tenga come a bagno maria, ognuno perso in piccole attività. 

"Ogni mattina il sole sorge e mi riporta la vita, la gioia e la bellezza. Non devo cercare, l'amore viene a me appena smetto di desiderarlo!" 

Non so se sia l'arabo ad averlo scritto o se sia Marie che si è presa delle licenze. Non riesco ad immaginarmi un beduino con il suo dromedario e il fucilone che scrive queste cose... d'altro canto... il deserto è un po' come il mare e i dromedari sono le sue navi. Forse il beduino, guardando la luna che rischiarava le dune immense, avrà sentito il cuore pieno di dolcezza nell'attesa dell'alba che sperava mite, come noi qua su questo legno. Forse aveva concluso buoni affari ed era stanco di usare le parole per strappare un soldo di più ai mercanti con cui trattava: voleva dare loro un suono nuovo, in modo da poterle sentire ancora nel suk senza provare quella nausea che danno le cose rancide, che percorrono un ciclo sempre uguale senza mai disperdersi e ritrovarsi per caso... caso.

Cadere. 

[Ripresa]

Appare all'orizonte un vascello con una sola vela triangolare, certamente un veliero cinese o malese. E' lontanissimo, si distingue appena a babordo, scrutando con il cannocchiale. 

Sembra avvicinarsi. O forse siamo noi che ci muoviamo traslando lentamente nella sua direzione. Ha il sole sopra e così si confonde nella foschia. Sembra più leggero di noi. Sì, non c'è dubbio, si avvicina... forse. Non sappiamo nulla di loro, anche se scambiamo le nostre merci nel porto di Canton. Io non so nulla. Ma so che gli uomini che sono su quella nave sono qua per lo stesso motivo per cui ci siamo noi. Tenere a freno la sofferenza dell'anima, le esigenze della natura e le malattie del corpo. In quale forma e proporzioni si presentino a loro è difficile dirlo. Forse sono pirati feroci, avventurieri sprovveduti o  miliziani di qualche giurisdizione locale. Non sono marinai dell'imperatore: non vedo vessilli. Ma non farebbe differenza. Dobbiamo sperare che non siano in preda a qualche forma di ebbrezza, di alcol, di fregola o di brama di denaro. E questo vale per i pirati come per i capitani della Imperial Marina. E in special modo per gli avventurieri e per i capetti di qualche amministrazione locale, forse i più pericolosi. 

Gli uomini subordinati che si sentono investiti di un potere dall'alto sono in genere persone mediocri che non sono in grado di comprendere il senso e i limiti della loro funzione e oscillano tra l'umiliazione e un senso di grandiosità che li spinge alle molestie più comiche, se non fosse che a qualcuno tocca subirle.

E gli avventurieri hanno sempre un'aria simpatica dapprima: ma non sai mai quel che vogliono, perché non lo sanno neppure loro. 

E quindi speriamo sempre siano pirati, o la loro controparte ufficiale: i marinai del Figlio del Cielo. Cono loro in genere è sufficiente sborsare tutto e subito, mostrando di tenere solo quanto ci è necessario. E la vita ci è fatta salva.

Fossimo in altre acque valuteremmo una battaglia aperta, prima di accostare. Ma se ci ingannassimo, l'attacco a una nave imperiale in queste acque potrebbe portarci alla fine che nessuno vuole, la più orrenda: incarcerati in una segreta di una prigione cinese andremmo incontro agli incubi che abbiamo sentito raccontare e che competono con quanto si narra delle catacombe del Santo Padre. Meglio è  buttarsi ai pesci, dopo essersi sventrati, perché morire mangiati a piccoli morsi non è certo meglio del fuoco o della goccia.

[Ripresa 2]

Gutierrez sembra tranquillo e beve pochissimo. E' un marinaio formidabile, pronto, esperto e ci rivolgiamo tutti a lui per ogni dubbio, per risolvere le situazioni più difficili. E' più grosso di me, ma non è un gigante. Le sue ossa e i suoi muscoli sembrano formare un'unica sostanza indistruttibile. A me Gutierrez non piace. E io non piaccio a lui. Ma non ne sono così certo.

Non so se è vero che Gutierrez non mi piace. 

"Cosa leggi?"

"Ah... Gutierrez... è un volume che ho trovato nella sacca di un marinaio, abbandonata. Lui ha lasciato la nave in un porto dell'Africa orientale."

"Ma di che parla?"

"Oh... è un libro religioso direi, è un libro scritto da un arabo e tradotto nella nostra lingua da una suora di clausura."

"Pensi che il vento girerà? A me sembra che le nuvole a est facciano ben sperare. Entro domani... "

Richiusi il libro. Guardavo verso est... "E della nave malese cosa ne pensi?"

Gutierrez rideva con il sole negli occhi: "Siamo entrambi in balia della brezza e delle correnti... tra poco ci dovremo preparare, nel caso non siano ben intenzionati. Ma non penso che sia un problema... non penso. E quindi sei un uomo religioso?"

"No... non sono religioso. Ma poi qualche domanda ce la facciamo tutti. Almeno, così diceva mio padre. E anche quei signori là sulla feluca dovranno ben chiedersi che ci fanno qui o non so cos'altro ogni tanto."

Gutierrez guardava le nuvole. A oriente. "Leggimi qualcosa. Poi andiamo a controllare le armi."

Aprii il libro a caso. "Il cielo sopra di noi porta la vita e la pioggia spazza la terra e la sabbia se ne imbeve. Solo la palma, ferma, la raccoglie e la riporta a me, più pura di quando discese. Chi insozza l'acqua, chi la disperde in fiumi di fango morirà di sete... "

Mi fermai. Guardavo il barile e la macchia scura. E il mestolo che oscillava leggermente in vaga controfase con la tolda. 

[Ripresa 3]

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno. (L. Pirandello - Il treno ha fischiato)

The thought that life could be better
Is woven indelibly
Into our hearts
And our brains

(Il pensiero che la vita possa essere migliore è intessuto indelebilmente

nei nostri cuori e cervelli) Paul Simon - Train in a distance

Paul Simon: Train in the Distance: Paris 2008 - YouTube

"Se avessimo un cannocchiale più potente, Gutierrez" e non avrei voluto parlare, "potremmo vedere chi sono quegli uomini e loro vedrebbero noi. E potremmo fare segnali ed accordarci. Ci sarebbero casi in cui combattersi non sarebbe necessario."

"Nessuno ha detto che sarà necessario." Fece una pausa e muoveva le grosse dita dei piedi. "Su questa rotta una nave di malesi, pirati, rinnegati, si avvicinò alla nostra nave. E sembravano pescatori. Saranno quattro anni. Il capitano fece salire a bordo quello che sembrava il capo e questo si profuse in in inchini e miagolii. Capimmo che avevano bisogno di un po' di acqua e lui mostrava un piccolo recipiente metallico. Gliela accordammo senz'altro.

Un attimo dopo la nave era piena di bastardi. Hanno accoltellato tutti. Erano saltati su da chissà dove, dall'altra parte della nave. I superstiti sono rimasti sotto il tiro delle loro pistolone e io ero lì, con un fianco squarciato. Hanno preso tutto, anche le vele, e ci hanno lasciato l'acqua in quel piccolo contenitore metallico. Un sorso a testa... per morire più lentamente."

"E poi?"

"La solita storia. Una nave è passata quando eravamo ormai sfatti e cotti e febbricitanti. E ci hanno tirato dentro. A volte passa una nave. A volte passa qualche miglio più in là e non ti vede. Ci vuole un bel po' per poter bere di nuovo. Il medico di bordo aveva una grande esperienza e salvò quasi tutti."

"Vuoi dire..."

"Già. La terra è rotonda. I nostri canocchiali, per quanto potenti, non possono vedere di là dall'orizzonte e le lingue dell'uomo son fatte per mentire. Quindi sta a te decidere. Se vuoi mettere in ballo la tua vita è un tuo diritto. Ma non puoi decidere per i tuoi fratelli. Vieni, andiamo a vedere le armi."

Leonard Cohen - Everybody Knows (Live in Dublin - edited) - YouTube

 Scendemmo nella stiva. Era stato proprio Gutierrez a occuparsi del nostro arsenale di bordo.  La nave era un vascello da carico e aveva una dotazione di sicurezza ma era un po' vecchia e gli armatori avevano acconsentito a spendere un po' di soldi in più. Ognuno di noi aveva il suo coltello e se lo sapevi usare era già un arma formidabile. Ma ormai non era sufficiente a difendersi nella maggior parte degli scontri che si verificavano, sporadicamente ma con sempre maggiore frequenza. Controllammo la tenuta dei barili di polvere. Avevamo anche due piccoli cannoni e una colubrina a prua.

Su quella rotta, fino a pochi anni addietro, un attacco era considerato un fatto eccezionale, un'anomalia. Adesso tutto era divenuto più difficile. I pirati si erano moltiplicati per ingordigia attirati dai nostri carichi e i poteri locali erano diventati diffidenti perché i pirati costituivano un pericolo anche per le loro imbarcazioni e perfino per i paesi costieri. La Marina dell'Imperatore era intervenuta a cercare di regolare tutto a suo vantaggio ma inevitabilmente navi isolate avevano perpetrato eccessi ai danni degli abitanti delle coste.

Ci trovammo a difendere la sicurezza del commercio noi e i marinai del Regno di Mezzo, contro tutto e tutti: ma le nostre ombre imperiali erano anche coloro che meno comprendevamo e dai quali sentivamo la più grande distanza: uomini con deità talmente differenti da far pensare che il mondo fosse stato creato due volte.

Guido Gozzano - "Verso la cuna del mondo" | Lettere dall'India - YouTube

Gutierrez aveva voluto una pistola per ognuno e ci aveva istruiti a ricaricarle. Inoltre ci aveva divisi in squadre, in modo che mentre uno ricaricava ci fosse sempre almeno un'altro uomo a difenderlo.

Le pistole erano riposte in scatole di legno e venivano distribuite solo in caso di bisogno. Si era discusso col capitano sull'opprtunità di dotarne anche i più giovani e i marinai di recente nomina. Alla fine si era deciso che le pistole sarebbero state date a tutti. C'era però una specie di guardia scelta: Gutierrez ed altri dieci uomini che il capitano aveva nominato, avevano una maggiore dotazione di proiettili, in modo da ridurre le possibilità di un ammutinamento (caso molto improbabile) o di altri incidenti. Io non facevo parte di quella squadra: avrei forse potuto cercare di entrarvi ma c'erano marinai più anziani e poi la cosa non mi interessava molto. Però Gutierrez finiva per usarmi, con questa o quella scusa, per le sue attività. Anche se mostrava di trattarmi con una certa sufficienza, la mia contiguità alla parola scritta, il fatto cioè che mi avventurassi a sbirciare in qualche volume che avevo con me o che trovavo sulla nostra strada, a volte anche nelle lingue più indecifrabili, doveva ispirare in lui una curiosità perversa, un sentimento opaco che gli impediva di disprezzarmi apertamente e finiva per  incatenarci. Standomi vicino e manifestando sempre la sua superiorità su ogni piccola attività concreta riusciva a tenere a bada il doloroso sospetto che tra me e i libri ci fosse qualcosa che avrebbe potuto determinare un dì la sua resa e  la sua disfatta. 

Se Gutierrez fosse stato un uomo stupido questo problema non ci sarebbe stato. Ma Gutierrez era intelligente e molto astuto: questo era l'atroce delitto che determinava la sua condanna. Gutierrez era astuto. Il più astuto. Il più intelligente. E quelle strane frasi nei libri, quelle litanìe, quei segni che si inseguivano costituivano una minaccia spaventevole.

Gutierrez era sempre stato più astuto e più intelligente di ogni uomo, di ogni singolo uomo che aveva incontrato sul suo cammino. Li aveva tutti dominati o se li era fatti amici. Li aveva uccisi o ridotti all'impotenza...  li aveva istruiti, con grande passione, ne aveva ammirato alcune caratteristiche, dopo averli lasciati al loro destino. Ma da nessuno aveva mai preso lezioni per quanto contasse veramente. 

I libri... con i libri era diverso: come fare ad essere certi della propria superiorità di fronte a quella mole di parole? Come restare saldi nella fiducia nei propri riflessi e muscoli al cospetto di quella smisurata quantità di conoscenza?Finché Gutierrez dominava me riusciva a immaginare di dominarne una parte. E la parte, nella metafora delle profondità della mente, vale per il tutto.

Schoenberg: Verklärte Nacht, Op.4 - Boulez. - YouTube

[Ripresa 4]

La feluca era più vicina adesso ma ancora ampiamente fuori tiro. E nel cannocchiale vedevo solo una sagoma biancastra. Erano passati ventitré anni da quando mi ero imbarcato: avevo allora un debito con un'usuraia per via di un amico fornaio, una cosa un po' complicata e avevo pensato che imbarcarmi mi avrebbe messo alla larga dai riscossori e mi avrebbe procurato il denaro per ripagare la vecchia al ritorno. Un viaggio di un paio di mesi su una nave che trasportava guano, merda di grande valore commerciale, un piccolo cabotaggio.

La merda mi disse bene, compresi che era il mio elemento. Non solo pagai i debiti ma con il lavoro sicuro e tranquillo di quei viaggi avanzai un po' di soldi per comprare una piccola casa in un borgo delle colline dove ero nato. Pensavo che mi sarei fermato e l'avrei messa a posto per dedicarmi a qualcosa di molto terricolo: una bottega, un'osteria... un trasporto con carrozze a cavallo. Niente di agricolo. Di fertilizzante ne avevo annusato abbastanza e poi questa cosa di rapire un pezzo di terra e di prenderla a colpi di zappa nel costato mi era sempre sembrata un fatto infame. Si finiva ubriachi e incattiviti comunque, in una bettola a  chiedersi perché non era piovuto abbastanza e a maledire la peronospora. Se le cose ti andavano bene ci avrebbero pensato i figli a dilaniarti per spartirsi le galline e la vigna.

I figli: convinti che quello che il padre aveva zappato fosse loro per diritto divino, quasi Dio fosse una specie di sottile e pervasivo notaio. Avevano concetto di Dio come notaio: perché altri concetti non avevano. Se il loro figlio fosse, Dio lo volesse, divenuto notaio, avrebbero guardato a lui come a un Dio novello. Dinastie invincibili, come il fango che cala dalla montagna durante il nubifragio.

Ventitré anni. La casa era sempre là, un po' sbilenca e con un paio di infiltrazioni nel tetto. Ero andato un paio di volte a vederla, bella, non lontana dal borgo con il suo campanile, dall'osteria con il pergolato e poco più in basso il torrente. C'erano altre sei o sette case, riunite come in un unico organismo irregolare. In una di queste abitava il medico. Nelle altre contadini che coltivavano frutta  e patate, tenevano qualche mucca e bevevano i loro cancheri ad ogni istante che smettevano di bestemmiare o di vangare.

Ventitré anni: non avevo messo piede a terra per più di un paio di settimane di fila. All'inizio credevo che fosse un fatto semplice e ovvio: il lavoro c'era e i soldi mi facevano comodo. Poi i soldi sono diventati anche di più e ho dovuto ricorrere a una banca per non portarli con me. Mi accorsi che non sapevo bene che farne... non lavoravo certo perché amavo il mestiere di marinaio, la sua pratica e fatica. E neppure, come ho detto, per la paga eccedente le necessità: mi imbarcavo di nuovo e sempre per una ragione che solo poco tempo fa ho cominciato a capire: rimanere a terra è divenuto ormai impensabile: intollerabile.

Scelsi rotte sempre più esotiche e destinazioni sempre più lontane. A bordo dimenticavo le strade sporche e i bordelli. Ma anche quei quartieri di case quiete, con il loro giardino e le imposte accostate dove abitavano i funzionari  e i capitani in pensione. No. In realtà non le dimenticavo affatto. Avevo sempre in testa marinai e ruffiani tatuati e stralabianti, e donne di servizio impegnate a portare dentro il carbone. Cani da guardia feroci di una ferocia presa a prestito e bambini biondi buoni per un presepio vivente. Ma tra me e loro c'erano migliaia di miglia di onde e squali feroci.

La casa sulla collina mi chiamava ancora. Immaginavo che avrei fatto io tutti i lavori, facendomi aiutare per quelli più difficili e che non avrei lasciato avvicinare nessuno quando l'avessi resa abitabile, né i contadini né il medico. Né tantomeno il prete. Nell'osteria o nelle carrozze avrei preso ragazzi a lavorare e mi sarei fatto vedere poco. C'erano infinite cose su cui dovevo meditare, nella mia casa in collina...

"Sono a portata di cannoni e non hanno bandiera", disse Gutierrez parlando quasi tra sé. E poi esplose.

"Tutti ai vostri posti: quella nave non mi piace!" 

Il capitano gli si avvicinò e confabularono per qualche tempo. Poi il capitano chiamò il secondo e parlò a lungo anche con lui e sembrava che la discussione si facesse animata. Poi il secondo si placò. Il capitano fece un cenno a Gutierrez e si arrampicò a poppa.

Io ripresi il mio cannocchiale. La nave era placida e continuava a scivolare verso di noi impercettibilmente. Mi sembrava di intravvedere un paio di marinai in coperta.

"Alonzo," questo era il nome di Gutierrez che io usavo con riluttanza, "non credo che sia prudente aggredirli... ho sentito storie strane su quanto sta accadendo a Canton... "

Gutierrez mi guardò ed era seriamente impegnato a valutare la mia frase. Poi il suo volto cambiò espressione. Con un ghigno si volse a prua e ordinò: "Smith, fuoco di avvertimento. Fagli paura!"

Il bottò della colubrina di prua non fu poi così forte. La palla si inabissò a lato della feluca sollevando uno sbuffo di schiuma.

Passarono circa quattro dei mie respiri. Poi udimmo lo sparo dall'imbarcazione lontana, che sembrò per un attimo ancora più remota. Il fischio della granata crebbe e poi lo sentimmo sfregiare l'aria, alto sopra la coffa. Si era levato un urlo liberatorio da parte dei nostri marinai che l'avevano sentito come un tiro mancato.  Guardai in alto, per controllare che nessuna vela fosse stata danneggiata.

Il proietto aveva lasciato una spessa scia bianca, come di cotone, che adesso  si sfaceva pesante e precipitava sulla nave. Gutierrez era impegnato a valutare l'esatta distanza della feluca e si avvicinò a Smith. Questa volta il colpo sarebbe stato duro e diretto.

Solo che quando Smith si accinse a dosare la polvere si accorse che faticava a tenere gli occhi aperti. E più li sfregava, più questi bruciavano, come se ci avessero versato il pepe rosso. In quel momento udimmo altri due tonfi, simultanei e dalla nave altri due angeli bianchi vennero a sfrecciare sopra di noi. Le loro scie di latte quagliato si unirono alla prima che era ormai un fantasma che avvolgeva l'aria sopra la nave. Gli uomini cominciarono quasi simultaneamente a tossire. Alcuni già cadevano a terra e rantolavano e sputavano. 

Dalla feluca partirono tre salve di cannone che si limitarono a mozzare l'albero maestro che ci rovinò addosso, mentre ci contorcevamo con la sensazione di avere topi vivi nei polmoni. Nessuno era in grado di calare le scialuppe o manovrare alcunché, in preda a un dolore e a una disperazione mortale, io e pochi altri ancora in sensi, ci gettammo in mare. Gutierrez mi guardò, mentre mi trascinavo verso la murata: si domandava cosa fosse accaduto: non lo rividi mai più.

 Pearl Jam - Masters Of War - YouTube

[Ripresa 5]

L'acqua salata aveva smorzato l'agonia del bruciore alla pelle e ai bronchi. Ma gli squali non avrebbero messo molto a trovarci. Vidi tre o quattro teste vicino a me e qualcuno più lontano. Non riuscivo a nuotare ma solo ad agitarmi  in modo scoordinato.

Poi vidi che dalla feluca calavano una scialuppa. Ci volle poco perché ci raggiungessero e ci tirarono su come si raccolgono le cozze, buttandoci tutti in fondo alla grossa barca, tutti insieme. Erano massicci, non alti. Ed è quello che potrei raccontare. Avevano ampie camice e bragoni candidi, calzari, guanti e gli occhi celati da una rete nel cappuccio tozzo e conico, buffamente aperto alla sommità. Non vidi mai i loro occhi o le mani o la bocca. E mai udimmo la loro voce.

Avevano sciabole e pistole. 

Alla loro nave, una volta issati a bordo, fummo spinti sottocoperta e chiusi in una gabbia, pulita e grande abbastanza per contenerci tutti senza che dovessimo pigiarci troppo. Richiusero e sparirono. Nella gabbia c'erano una tinozza di acqua pulita e un secchio.

[Ripresa 6]

A un certo punto dormivo quando vennero a prendermi. Mi spinsero sul ponte, quasi premurosi. Il sole era giallo e lucente e mi venne vicino uno di loro, uguale in tutto ma dai modi più risoluti. Mi tastava. Poi in due mi presero all'improvviso, come una quaglia, e mi fissarono all'albero con delle cose di ferro.

Il tipo risoluto si avvicinò e mi guardava... o così pareva da dietro la rete. A un suo segno un altro incappucciato si fece avanti e aveva una specie di vaso. Non capivo... ma poi mi si drizzarono i peli. Era un piccolo bracere e anche se nella luce intensa non appariva luminescente doveva essere acceso. 

Fu portato un piccolo mantice e la brace fu ravvivata. Erano tranquilli, metodici: il sacerdote di quel rito osceno prese un ferro da una cassetta, lo scelse con una certa attenzione... ma dire sacerdote è assolutamente improprio. Sembrava un cuoco, un artigiano che con una certa riluttanza si mettesse al lavoro, un lavoro che certo sapeva fare con maestria ma che ormai non gli procurava più il piacere della scoperta. Il terrore cercava di farsi strada dalla mia gola e poi dalla bocca secca che però era come staccata da me, come fosse stata imbalsamata per uno di quei musei che sono l'orgoglio di certi signori.

Riuscii ad emettere qualche rantolo disarticolato e non sapevo nemmeno cosa avrei potuto urlare...

Il ferro era pronto. L'uomo lo esaminò con una cura esperta. Gli altri adesso erano intenti ad altri lavori ordinari e solo un secondo sembrava assistere in caso ci fosse bisogno. Tra loro ci fu un'intesa, il secondo mi sollevò la camicia sulla pancia e il chirurgo-aguzzino-prete accostò con un movimento tranquillo quel ferro che impresse sulla mia pelle una specie di "P" di dolore, acutissimo. Il secondo aveva cavato una tazza di acqua da qualche parte e la getto sul marchio.

Due uomini, che stavano pulendo le murate, senza alcun altro cenno, vennero tranquilli a slegarmi. Il dolore era stato ridicolo, nulla se paragonato anche solamente all'effetto di una zuccata in un boma. Ma mi sentivo come se mi avessero cavato la spina dorsale per farne avorio. Non riuscivo a stare in piedi e i due mi trascinarono come un cane morto giù di sotto, con la stessa delicatezza con cui mi avevano portato su, e mi sistemarono in una seconda gabbia, in tutto simile alla prima. Ero solo... e a un certo punto persi conoscenza.

L'ISOLA [Ripresa 7] 

L'isola era presa in un abbacinìo diffuso, smerigliato. Il sole era alto: non era maligno e non frequentava lo zenith: la luce era riverberata dal calcare bianco dei sassi che erano la materia di quel luogo. Sassi candidi di pietra opaca di tutte le forme e di grandezza molto diversa. 

Il mare era a cinque o sei metri da me, calmo e verdastro sotto la discreta zanzariera del cielo. Non ricordavo come fossi giunto lì. Sollevai la camicia. La "P" color cuoio spiccava sulla pelle del mio ventre. Ero un po' debole, ubriaco, come ci si può sentire dopo un lungo sonno ma stavo bene. Mi dolevano un po' le ginocchia quando mi alzai. Sull'orizzonte marino la foschia si saldava al paradiso senza alcuna soluzione. Scrutai verso l'interno ma non vidi alcun albero o altra forma di vita. E ad esser in tutto precisi non vidi nulla, niente che avesse volume o forma.

Ai piedi avevo degli zoccoli di legno e senza quelli non sarebbe stato possibile fare molta strada: i sassi erano irregolari e avrebbero ferito i piedi. Gi zoccoli dovevano essere una specie di dotazione, non erano i miei.  Erano perfetti, di misura giusta e calzavano benissimo.

Non ricordavo proprio nulla. Il primo istinto fu di tornare al mare. Mi bagnai il volto e i piedi e l'acqua non era calda né fresca.

Mi misi in cammino e camminai nella direzione opposta al mare.

Dopo un'ora, quella che mi sembrò un'ora di cammino difficile su quella materia non ferma e non fluida, vidi delle forme all'orizzonte. Mi avvicinavo lentamente ma distinsi delle figure in movimento: erano uomini. Sentivo una spinosa apprensione e una speranza che era impossibile uccidere.

Quando anche gli uomini dell'isola avevano ormai visto me cominciai a comprendere... erano dei ripari, approssimativi, costruiti con quei sassi bianchi e quegli indigeni trovavano riparo dal sole e sembravano interessati solo alla mia apparizione. Poi vidi, mentre mi avvicinavo, che erano vestiti come me: con camicia e bragoni di cotone bianco. Erano uomini bianchi per la gran parte e avevano zoccoli come i miei. 

Non erano allarmati: mi scrutavano ma non avrei nemmeno potuto dire che fossero curiosi... erano attenti. Attorno a noi l'isola di sassi bianchi si stendeva sterminata, tiepida e spaventosa.

Mi fermai di fronte a uno di quei ripari-cumuli, più o meno al centro geometrico di quell'aggregato informe: c'era un uomo e mi guardava ma non si era alzato. Era rimasto accovacciato nel suo tumulo e aveva uno sguardo al quale non riuscivo ad attribuire un senso. Tentai un saluto e alzai la mano.

L'uomo alzò la mano. Allora provai a parlare nella mia lingua: "Io non so dove mi trovo... dove ci troviamo?"

La risposta mi gelò il sangue. Non avevo capito nulla. Forse era una lingua farsi... non so, ma non avevo colto neppure una parola o un'intonazione.

Mi fece un cenno... potevo sedere accanto a lui? Cavò una tazza e una borraccia di legno e mi diede  da bere. Quando avevo bevuto una tazza la riempiva di nuovo e faceva ampi gesti... capii che l'acqua non era un problema anche se mi era assolutamente impossibile immaginare da dove la prendessero.

[Ripresa 8]

Avevo camminato attorno. In quella città di sassi, costruita sui sassi, c'erano venti persone. E ognuna aveva il suo cumulo-casa. Non c'erano donne in apparenza anche se due degli abitanti avevano tratti femminei. I cumuli erano disposti casualmente attorno a uno spazio un po' più largo al centro.

Decisi che mi sarei costruito un mio rifugio. Era quasi notte adesso e il sole era calato rapidamente. Non avevo nulla per costruirmi un giaciglio. Cercai di eliminare i sassi più aspri e di creare un letto più comodo usando quelli più piccoli. Mi sovvenne che era quel che aveva fatto prima di me anche il mio ospite e che il fondo della sua casa era fatto di sassi molto minuti che doveva aver raccolto con un lavoro meticoloso. Sopra di me il cielo era nero e pieno di stelle. Mi venne un desiderio feroce di chiedere al mio ospite di farmi dormire con lui o almeno accanto ai sassi del suo riparo calcareo. Ma ognuno dormiva solo e non si udiva alcun rumore. 

Quella notte vegliai, guardando il cielo e contando le stelle, ricacciando quell'ansia che mi spingeva a volermi alzare e urlare o correre...

------

Il sole sorse velocemente come era tramontato e la luce fu più forte del giorno innanzi nel cielo di un blu acceso. Era fresco, il vento era teso e lasciavo che mi passasse sul corpo. 

Due uomini stavano lavorando a qualcosa accanto a un cumulo molto distante dallo spiazzo centrale. Quando li raggiunsi mi guardarono appena. Stavano incidendo delle tacche su un sasso piatto usando la fibbia di una cintura. Accanto a loro c'era una piramide di sassi che costituiva certamente una meridiana. Attorno avevano posto otto bianche pietre di forme simili, come otto uova di struzzo. Deposero il sasso accanto a una serie ordinata di altri sassi che portavano incisioni simili. Uno di loro mi guardò brevemente...

Feci dei gesti in direzione di quello che mi sembrava dovesse essere l'interno dell'isola. "Di là? Di là?". L'uomo che mi aveva guardato era alto e biondo, massiccio. Mi rispose in una lingua ancora più oscura di quella dell'altro individuo: eppure era un bianco, come me... ma non avevo colto neppure una parola. Aveva parlato placidamente, come a un passante che chiedesse la strada: per una via che in quella città non esiste.

Presi a camminare in quella direzione. Decisi che potevo costruire dei punti di riferimento di sassi e che li avrei seguiti da lontano se li avessi fatti alti a sufficienza. I sassi non mancavano. Camminavo. I sassi erano grandi, poi a volte più piccoli e quindi per brevi tratti si riducevano a una ghiaia. Pensai che quello fosse quel che avrebbero chiamato il paesaggio del luogo. Altre variazioni non erano visibili né vicine né all'orizzonte.

Poi, lontano, comparve il profilo di qualcosa... era un cumulo, un nuovo cumulo e irresistibilmente camminai in quella direzione. Poi compresi. Non ero stato il primo a pensare alle pietre miliari. Il cumulo era alto, quasi quanto me e alla sua base una fila di sassi opportunamente arrangiati indicava la direzione da cui ero venuto. Un segno analogo si protendeva verso il niente all'altro lato. Fui colto da una rabbia feroce e incomprensibile, senza oggetto o forse centrata su quella cosa che stava a riempire lo spazio del mio unico progetto. Per l'unico progetto possibile... scoppiai in un pianto dirotto e sedetti con le spalle ai sassi, scosso da un nero fremito di odio e di disperazione. Non avevo acqua con me anche se avevo avuto da bere alla mattina. Non ero distante ma mi risolsi a tornare verso quello che nei pensieri mi sorpresi a nominare il "villaggio". Avevo fame. Molta fame.

Andai al cumulo dell'uomo farsi... era seduto, come il giorno prima. Mangiava. Feci quell'inequivocabile gesto: avevo fame. Ero terrorizzato. E se mi avesse negato il cibo? Fu l'orrore più grande che avesse mai attraversato il mio corpo... l'acqua forse era piovana, ma il cibo... Si alzò. Lo seguii a un cumulo molto esterno. Dentro era scavata una rudimentale cantina in cui vidi accumulate diverse botticelle. Ne prese una, con una pennellata di vernice rossa e la portò con se. Con un sasso lungo fece saltare il ferro che la teneva chiusa. Poi mi diede una pietra piatta e ci versò la pasta marroncina. La prima zaffata mi disgustò... ma poi l'odore si fece più tenue e la fame era tanta. Era una specie di paté salato di pesce e di cereali. L'uomo mi mostrò la borraccia e bevve a canna: feci altrettanto. 

Poi gli mostrai il sasso vuoto... ma lui lo respinse. Con la mano e il volto mi fece comprendere che non dovevo essere goloso. Indicò la borraccia... certo digerire quella robba chiedeva acqua e tempo.

[Ripresa 8] 

Sedevamo nel riparo e stavo pensando vagamente che avrei dovuto tentare di costruirne uno mio... si trattava di andare a cercare i sassi grandi e di portarli, a uno a uno nel luogo prescelto.

Poi toccai l'uomo leggermente sul braccio e lui si riscosse. Mi guardava ed io alzai la camicia e gli mostrai la P impressa sopra il mio pube, dove il pelo si diradava, leggermente di lato.

Non sembrò sorpreso. Alzò la sua camicia. Anche lui aveva una "P" scura sul ventre. Sulla sua era stata impressa però, a completare il segno, una linea orizzontale che le faceva come da cappello. Riabbassò il camicione e fece per riprendere quello stato di sonno leggero da cui l'avevo tratto.

Indicazione musicale - BILL FRISELL - Pipe Down - Album: Nashville - Nonesuch Records, 1997

[Ripresa 9]

Un giorno come gli altri gli uomini del villaggio dopo aver sistemato le pietre del calendario estrassero delle corregge di pelle dai rifugi e si caricarono come somari dei contenitori vuoti del pasticcio che mangiavamo a ogni pasto. Come marinai avevamo quello e limoni in abbondanza dentro ad altre botti, marcate di vernice gialla. L'acqua, avevo imparato, era piovana e si raccoglieva in un sistema di vasche poco distante. La pioggia non era abbondante ma regolare, quasi diuturna. Il pomeriggio, dopo le quattro in genere c'erano delle brevi ma intense piogge.

Li seguii e marciammo diritti alla riva dove quel mare azzurro pallido si infrangeva in onde regolari, quiete e decise al contempo. Lì gli uomini si divisero dopo avere accumulato ordinatamente le botti ancora legate tra loro. Un gruppo si diresse lungo la riva nella direzione che era, per chi veniva dalla terra, la destra. Gli altri si incaminarono in senso opposto.

Mi accodai a quelli di sinistra. C'era il finlandese (così lo chiamavo tra me, arbitrariamente) e mi era sembrato che avesse per me una vaga simpatia. 

Fu una marcia estenuante. Non sapevo quanto sarebbe durata. Alla sera ci accampammo a dormire per poche ore: al mattimo ripartimmo nella stessa direzione e mi era impossibile capire cosa dovessimo raggiungere... tutto era uguale, il mare e la riva a perdita d'occhio. Alla sera del terzo giorno raggiungemmo un palo conficcato nei sassi, a circa cinque metri dalla riva. Era piantato solidamente e quando lo toccai non si mosse di un millimetro, come fosse stato infilzato nel centro della Terra. Gli uomini allora si lasciarono cadere e mi sembrò che passasse sui loro volti una leggera delusione ma non avrei saputo esserne certo.

Il giorno dopo tornammo indietro per la stessa via e così per i giorni a venire dando fondo all'acqua e ai limoni che erano le nostre sole provviste. 

Arrivammo come era necessario alle botti e trovammo lì i nostri compagni che avevano percorso la riva verso destra. Al nostro arrivo uno di loro si alzò, ci attese ieratico e quando fummo a distanza di voce alzò la mano con il dito mignolo rivolto al cielo ed esclamò: "Ahi!!!"

I volti si distesero e mi parve perfino di vedere qualche sorriso negli occhi socchiusi.

La mattina dopo partimmo tutti insieme nella direzione destra, quella percorsa dall'altro gruppo, portando tutte le botti. Questa volta non ci volle che qualche ora. Arrivammo a un punto della riva in tutto e per tutto simile agli altri. Alla riva era attraccata una zattera colma di botti, segnate di rosso e di giallo. Erano una quantità di poco superiore a quella delle botti che portavamo con noi e quelle in sovrannumero erano, mi parve di comprendere, le sorelle aritmetiche di quante al villaggio erano rimaste ancora sigillate.

Le botti vuote furono poste sulla zattera in sostituzione di quelle che, come constatai e verificai, erano piene e sorde. Poi l'uomo che aveva fatto il gesto al nostro reincontro staccò la cima e la arrotolò delicatamente sulla tolda. La zattera, sospinta leggermente, si allontanò e docile seguì la corrente mentre noi, impalati accanto alle botti, non riuscivamo, e chissà perché, a staccarne lo sguardo e la seguivamo, nel suo fluttuare e scivolare, come fa una madre che si allontana dopo averti accompagnato alla scuola e ti lascia per mano alla maestra, girandosi solo di tanto in tanto a sorridere e ad agitare la mano. Poi gira l'angolo della casa: e cessa di esistere...

Quando ci riscuotemmo vidi che veniva apprestato una specie di banchetto rituale. Mangiammo e bevemmo. Nella zattera, con mia sorpresa scoprii che si nascondeva anche una botte di acqua fresca e buonissima, certo di una fonte o di una sorgente. Abituato all'acqua delle vasche la trovai quasi inebriante...

Guardammo sorgere una luna piena, rossa, molto grande e poi più gialla... mi pareva di voler dire qualcosa ma nessuno parlava. Eppure i pochi sguardi che gli uomini si mandavano sembravano pregni di una grata soddisfazione e di una intesa antica. Mi scoprii a fare altrettanto... poi mi addormentai guardando quelle stelle a me poco note....

-------------------------

Erano passati molti giorni, più di un mese dalla nostra spedizione. Avremmo avuto cibo per molto tempo. Avevo ripreso a perlustrare l'isola ma non avevo trovato che sassi: ora più grandi ora più piccoli. Bianchi, come ossa, come gigli e come la carta fine su cui scriveva il capitano. Bianchi coma la calce che avrei usato per i muri della mia casa in collina... sapevo dov'era il nord... ma noi dove ci trovavamo? Tra i tropici e l'equatore, immaginavo, ma a quale longitudine? Dove era la mia casa?

Le stelle di notte, tra l'altro, erano sempre velate da un leggero sudario di umidità, di caligine. Non parlavamo né cercavamo mai di stabilire una comunicazione che andasse oltre a brevi cenni e monosillabi. 

Qualche volta con il farsi giocavamo a un gioco che mi aveva insegnato... ci mettevamo uno di fronte all'altro e lui prendeva un sasso alle sue spalle. Io allora ne cercavo uno più grande dietro di me. Lui faceva altrettanto e dopo sei turni chi aveva messo il sasso più grande prendeva tutta la partita e li metteva alle sue spalle. Mettevamo un sassolino a un lato ad ogni partita. Dopo trenta partite ci fermavamo. Il farsi (era sempre mio il nome, come per il finlandese) nascondeva due sassi nella mano. Se sceglievo il più grosso avrei giocato per secondo. 

Il prescelto cercava alle sue spalle un sasso grande dal mucchio che si era arricchito o impoverito e lo poneva di fronte a sé. A quel punto stava all'altro reperire alle proprie spalle un sasso più grande e vincere il giuoco.

All'inizio avevo trovato la cosa poco interessante, un po' puerile: poi, scoprendo tutti i dettagli nascosti nell'azione, la sensibilità, la strategia, la scelta del sasso... le tattiche: il giuoco era diventato entusiasmante e quando riuscii a vincere la mia prima partita mi sentii  un gigante.

[Ripresa 10]

La mattina del mio duecentoquarantottesimo giorno sull'isola trovammo il finlandese morto. All'apparenza era caduto e aveva battuto la testa all'indietro su un sasso grande. Doveva essere come volato all'indietro e non si capiva come, trasportando un sasso altrettanto grande. Lo portarono distante dal villaggio, verso il mare. Anch'io ero là. Eravamo cinque e ci fermammo, il corpo deposto su un fondo come di ghiaia regolare, di sassetti quasi tondi. Tutti guardavano l'orizzonte e la nebbia leggera che lo velava. Eravamo accosciati attorno al finlandese vestito delle sue braghe e del suo camicione. Dopo qualche tempo i miei compagni si alzarono e presero il corpo: camminando di buona lena si diressero alle onde e poi, presa una rincorsa entrarono in acqua di slancio e proiettarono il corpo verso il mare urlando per lo sforzo. 

Il finlandese galleggiava ora sulle onde e come la zattera si allontanava, senza fretta ma con una determinazione sicura.

------

Quella notte sognai che avevo ucciso il finlandese. Ci trovavamo in un campo immenso e fangoso e lui mi sorvegliava. Mi costringeva a vangare quella melma che si richiudeva  sopra la lama del mio strumento, viscosa, costringendomi a una fatica enorme quanto vana. Volevo chiedergli perché, volevo implorare che mettesse fine al supplizio ma sapevo che era inutile. Sapevo che il finlandese teneva per certo che non ci fosse  cosa più giusta e ovvia: io dovevo lottare con quel fango. Ogni mia protesta, ogni mio lamento sarebbe stato per lui l'odioso belare dell'infame che non vuole accettare quel che è giusto, quel che è stabilito dall'ordine eterno e immutabile della verità. 

Poi mi accorsi che era la cosa più semplice e più assurda... sollevai la vanga e con un colpo che sembrò aprire uno squarcio nella bara che mi stringeva il petto mandai in frantumi il cranio del finlandese che si aprì come un cocomero guasto, schizzando polpa vermiglia nel fango che adesso, di colpo, era diventato come latte di calce e accoglieva quel succo come la panna fa con lo sciroppo di ciliegia...

Dovevo aver urlato. Quando mi ridestai l'intero villaggio mi era attorno: erano in piedi e mi guardavano. In quel momento il silenzio mi pesò e non era mai stato così forte. Non leggevo nei loro volti comprensione o riprovazione. Il farsi però strinse gli occhi come se un dolore... il pensiero di un dolore lo avesse attraversato e poi abbandonato. Mi alzai e cercai di camminare per distendere i nervi e allontanare l'angoscia... andai verso il mare. Come sempre. Dopo la prima volta non ero più andato nella direzione opposta. In quel luogo di ossa bianche che poi finiva prima o poi al mare senza che mi fosse chiara la vera geografia dell'isola. Andavo al mare e seguivo la riva, la schiuma. Una volta ero arrivato al palo... avevo poi finito l'acqua ed era stato un tormento tornare al villaggio. 

Nell'alba incipiente il cielo schiariva latteo. Seduto sentivo un peso sullo sterno come di uno stivale premuto sulla cassa toracica e nella testa il desiderio di morire e la voglia disperata di vivere e un dolore di colpa insanabile e di solitudine assoluta. La luce aumentava ed era come se io  venissi spogliato davanti a una giuria di saggi implacabili che leggevano nel mio corpo l'atrocità dei miei crimini: ogni mia piccola azione era stata un crimine, odioso quanto nascosto, perfido quanto incomprensibile. Abominevole e inevitabile. 

I primi raggi diretti del sole mi trafissero come una coltellata e avrei voluto scavare nei maledetti sassi bianchi e seppellirmi: ma si trova davvero conforto sotto terra?

Il dolore, al culmine della sua intensità trascolorò in una assurda calma, come se i miei nervi si fossero disciolti nel connettivo e nei muscoli inflacciditi... in breve caddi in un sopore confuso.

Quando riaprii gli occhi la mattina era fulgida e il cielo blu cobalto era percorso da piccole nuvole fioccose e bianchissime. A cinquanta metri dalla riva una barca, una scialuppa si dirigeva verso di me. Due incappucciati candidi remavano e uno stava ritto a prua, con una lancia al fianco.

Più lontano era ormeggiata la feluca che conoscevo... mi sentivo molto bene. Quasi felice, se mai lo sono stato nella mia vita e mi sollevai in piedi nella fragrante brezza marina.

Indicazione musicale - LIMBO JAZZ - Duke Ellington meets Coleman Hawkins - (Impulse) The Verve Music Group 2007

[Ripresa 11]

Scese dalla barca solamente l'uomo di prua: agile saltò nell'acqua alta fino al ginocchio e infisse un paletto di acciaio tra i sassi. L'ormeggio era stato preciso e veloce. Stava diritto di fronte a me, adesso, e mi guardava. Gli occhi non li potevo vedere ma non vi era alcun dubbio.

Mi avviai deciso e quando fui alla sua altezza mi fece un rapido cenno che mi invitava a proseguire verso la barca.

Mentre mi arrampicavo a bordo lui estraeva il paletto dai sassi e avvolgeva la cima attorno a due ganci saldati all'asta leggermente rastremata e dotata di una testa più larga. Tornò nella barca e sistemò tutto in una cassetta che era stata creata appositamente sotto il sedile anteriore. 

I due rematori impressero un momento sorprendente allo scafo che si trovò presto lontano dall'isola, una striscia tremula che aleggiava nel vapore liquido e saturo. La guardavo, con le spalle alla nostra meta, come i rematori: il quarto uomo adesso teneva il timone ed era l'unico a vedere cosa ci fosse di fronte a noi. La feluca, che era molto, molto al largo, apparve presto accanto al nostro legno e non restò che salire aggrappandoci alla scaletta di corda che ci  avevano lanciato.

Questa volta non ci fu alcuna gabbia. Lavoravo con una squadra di quattro marinai a tutte le incombenze importanti e fondamentali della navigazione, pulivo il ponte e rammendavo le vele, controllavo le sartie e le cime. Un giorno mi condussero nella stiva dove ho visto storte e alambicchi, presse e forge all'opera e una intera biblioteca di codici. Desiderai di essere uno di loro: desiderai di comprendere... Nei mesi che seguirono e durante i quali ci furono rari scontri, compresi che la nave era praticamente autosufficiente. Il legno stesso delle parti che si danneggiavano o che dovevano essere sostituite per l'usura era prodotto dalla rigenerazione di quello vecchio. Una volta avevo assistito incredulo... c'erano pompe che spingevano l'aria a gorgogliare in un bidone di rame. Da questo usciva un gas che veniva fatto ribollire in un tino. L'acqua che se ne ricavava veniva  agitata in una piccola giostra: se ne ricavava una pasta, da sotto, che si mescolava ai fini frammenti del legname triturato. Questo era pressato ed essiccato in forni speciali per formare tavole che apparivano come frassino uscito fresco dalle segherie del capoluogo. 

Si procedeva alla produzione del legno in un unica campagna e poi lo si stivava per utilizzarlo nelle settimane che seguivano: questo accadeva per ogni cosa... per i chiodi, per le armi, per il cibo. Quello che mi meravigliò sopra tutto fu scoprire che anche i codici, che riportavano i segreti per le buone pratiche della nave e di tutto quel piccolo universo venivano rigenerati periodicamente, anche se non avevano subito  danni visibili. Erano quindi sempre identici a loro stessi: ma sempre altri.

C'era una cosa però. Fu dapprima un turbamento, poi un sospetto e infine quasi una certezza. Si trattava dei limoni, che erano essenziali e che consumavamo regolarmente e in abbondanza. La stiva che li conteneva si svuotava e con il passare del tempo non ne era rimasto che un quarto della capienza massima. Sebbene venisse attuata una pratica per ottenere il succo residuo dai resti dei frutti che succhiavamo avidamente,integrando così un poco le scorte di limoni freschi, si trattava alla fine di un espediente poco significativo.

Quando mi accorsi di questo osservai maggiormente i miei compagni durante i pasti. Avevano una specie di sportello nel cappuccio dal quale il cibo veniva fatto passare senza che si vedesse molto della bocca o dei denti... ma quando succhiavano il succo aspro degli agrumi gialli e compatti, mi sembrò di sentire una concupiscenza nei loro gesti altrimenti sempre misurati, sempre precisi. Non so se fosse così... ma ogni volta la sensazione si rinnovava. 

Un giorno, nel laboratorio, al tavolo che serviva da leggio e da scrittoio, mi venne consegnato un codice. L'uomo che lo aveva portato lo aprì alla prima pagina. Si trattava di uno di quei volumi scritti in due lingue, che si dicono "con testo a fronte". Il testo originale era in una lingua e in caratteri a me completamente ignoti. Sul recto era invece riportata la traduzione nella mia lingua nativa, non solo corretta ma elegante e fluente.

Il titolo del frontespizio diceva "PRODUZIONE DI VETRO TECNICO - Libro I. Selezione delle sabbie e fusione." Conteneva poche immagini, tavole molto dettagliate distribuite a intervalli regolari nel testo.

L'uomo richiuse delicatamente il volume e me lo porse dopo aver picchiettato sulla copertina. Era evidente che avevo da lavorare. 

Portai il libro con me e lo lessi avidamente ogni sera e quando avevo tempo libero. Non sapevo molto della produzione del vetro... anzi: non sapevo molto della produzione di nulla e scoprire quanti dettagli si nascondevano nella fabbricazione di un semplice bicchiere, e soprattutto quanto fosse difficile far sì che i bicchieri di una stessa nidiata fossero in tutto identici tra loro, mi riempì di meraviglia. Non aspettavo che il giorno in cui avrei potuto mettere in pratica quelle indicazioni, le ricette, i trucchi...

Ma successe un'altra cosa. Ero giunto al tredicesimo capitolo di quindici e avevo notato che i lavori sulla feluca erano più sistematici, più veloci e ripetitivi. Il laboratorio era chiuso in quei giorni e alcuni uomini si davano i turni al suo interno. 

Un giorno ne vidi uscire una squadra con delle botticelle cilindriche di metallo. Sul ponte si prepararono le polveri e i cannoni furono messi in posizione di tiro.

Un'isola verde ed estesa era apparsa all'orizzonte e ci stavamo avvicinando veloci, con il vento in poppa. Quando fummo più vicini sentimmo le salve dalla costa e l'acqua esplose in colonne attorno a noi in tre o quattro punti.

Allora il Comandante fece segno e tutti i cannoni spararono in rapida sequenza in direzione dell'isola. Vidi, precisa, una nuvola gigantesca, formarsi sopra la foresta e gli scogli, avvolgere fino a nasconderla la terra lontana. Non avevano lesinato munizioni e, uno dopo l'altro, precisi, i barilotti di acciaio provvisti di una finestra diafana erano stati proiettati in volo sull'isola dalla quale, in risposta, erano partiti ancora pochi e imprecisi colpi.

Avevo riconosciuto quel vapore che mi aveva quasi strangolato, bianco, ma con un riflesso di verde puro e anodino, come di veste di bimbo.

Poi furono calate in mare tutte le scialuppe. Quando gli uomini tornarono, remando a fatica, portavano un carico gigantesco di limoni, grossi e bellissimi.

------------ 

Indicazione di ascolto SINFONIA N. 9 (Dal nuovo mondo) di Anton Dvorak - 1° Movim. Adagio-Allegro - F. Fricsay e Filarmonica di Berlino - Deutsche Grammophon (La discoteca del RADIOCORRIERE TV).

[Ripresa 12]

Lavoravo da solo al laboratorio di produzione dei bicchieri e delle bevute in vetro da 11 giorni. Allo studio del libro che mi avevano affidato era seguito un apprendistato brevissimo. Le operazioni erano precise e perfettamente delineate nei codici della pratica manuale. Pesare, miscelare, fondere, formare e quindi ricuocere nei forni. Le materie prime venivano ricavate dal fondo marino e dalla stessa acqua di mare ma io non ero coinvolto in quella parte del processo e non ne sapevo molto. Non era facile, alcuni passaggi erano molto delicati ma tutto era così esatto e sosì esattamente predisposto che sbagliare era quasi impossibile dopo pochi tentativi.

I prodotti del mio lavoro, trasparenti e compatti, come soldati si andavano allineando nello scaffale in file i cui elementi, di digradante altezza e volume formavano un esercito pronto a schierarsi nella battaglia con il fuoco e il sale. Cibo, armi e farmaci, inchiostri, colle e vernici, saponi e unguenti, filati e carte, tutto sarebbe stato preparato dalle soluzioni misurate in quegli immacolati, vuoti, fragili e diafani maestri.

"Parliamo ora dei corpi omeomeri, perché questo è il nostro scopo: in essi consiste tutta l'arte alchemica; e principalmente nel mercurio, perché esso è la materia di tutti i metalli, da cui tutti derivano, sia naturalmente che artificialmente, e molto più in fretta artificialmente che in natura, perché ciò che naturalmente viene prodotto in molti secoli, artificialmente si fa in venti giorni. Per quanto Aristoltele dica che l'arte è più debole della natura, volendo intendere che la natura deve sempre precedere come causa primaria, mentre l'arte è soltanto esecutiva, la natura detta le regole e l'arte insegna ciò che gli uomini possono apprendere." (Ermete alchimista)

Riflettevo su questo passaggio, riportato in alto sulla prima pagina del libro dedicato al vetro. Inoltre, su una pagina aggiuntiva, tra il frontespizio e la prima del testo era stampato questo avvertimento: "Qual è l'utilità di quest'arte? L'utilità di quest'arte è duplice, perché quando la si pratica dona all'anima una gioia molteplice e libera il corpo dalla schiavitù"

La schiavitù del corpo mi faceva paura ma l'anima non avevo mai compreso cosa fosse: se avevamo una parola per chiamarla era cosa di questo mondo. E se era cosa di questo mondo doveva essere mutevole e cadùca come ogni altra cosa... ci sarebbe voluta poi un'altra sostanza ancora più sottile per salvarne l'essenza dal necessario destino d'oblio e poi un'altra... all'infinito. Sperare, sognare, desiderare di cose di cui non è dato sapere nulla è come divorare l'aria per placare i morsi della fame. Eppure essi a volte si calmano anche così, ci concedono una tregua.

"...Pensavo all'anima come a quella cosa che provava piacere e dolore e rideva degli scherzi dei compagni. Una specie di strumento le cui corde risuonavano delle vibrazioni che permeavano il vuoto in cui mi trovavo a veleggiare. Di certo mi aveva turbato e poi scaldato il cuore vedere le mie opere emergere dal vetro incandescente... la natura detta le regole e l'arte insegna ciò che gli uomini possono apprendere.

La natura detta le regole. La natura detta le regole: la verità. La natura, pensavo, i pesci e il sole, il vento selvaggio e le stelle. Al di là di queste è la natura e al di là della natura le regole. E molto più distante, immaginiamo, la verità. L'arte ci guida verso quel che possiamo apprendere: nell'apprendere doniamo al corpo gioia e ci liberiamo della schiavitù, nell'apprendere l'amore di una schiava o il gusto dell'hashish... noi siamo quell'arte: nel formare il bicchiere, nell'arancio brillante del vetro, nella fornace si forma il nostro cuore, quella terra in cui è plasmata l'anima, seme che prepara il terreno in cui coltivare la propria stessa pianta, che lo concima inventandone lo sterco e immaginando la luce che su di esso cadrà dall'alto... "

Questo era scritto con un inchiostro color seppia su un frammento di carta che avevo trovato nel codice. Mi parve molto strano perché i codici erano, come ho detto, sempre rinnovati e avevano un'aria immacolata mentre il foglio appariva vecchio e macchiato, come sono le carte sopravvissute al laboratorio, nelle quali gli acidi hanno divorato gli angoli e gli alcali hanno trasformato in mollica di pane la migliore cellulosa cancellando frammenti del testo. Non era possibile che alcuno degli incappucciati avesse scritto quella cosa: erano sempre e solo intenti nelle faccende della feluca e nella produzione e nello studio di nuove e più raffinate tecniche... Avrei osservato meglio i miei compagni che compagni non erano. Io non portavo alcun cappuccio, né calzari. Dapprima attendevo con fastidio che mi sarebbe stato imposto. Poi il tempo era trascorso e avevo iniziato a sentire quella deprivazione con un certo dolore, come un segno di diminuzione. Tutti potevano vedere le mie espressioni di dolore e potevano leggere gli anatemi che si formavano sulle mie labbra: io non vedevo nulla di loro, solo il baluginare delle labbra e dei denti quando mangiavano e bevevano.