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Una calda brezza muove appena le vele, non ci sono porti per molte miglia, miglia marine, con mortali banchi corallini e molluschi voraci pronti a divorare il corpo dei marinai che scivolassero nell'acqua oleosa. Il barile dell'acqua dolce lascia trafilare una macchia di umido e il mestolo che usiamo per bere sa di stagno, o di rame. E' appeso al bordo e oscilla leggermente con la nave. 

Ci muoviamo lentamente. Abbiamo molti limoni nella stiva e succhiarne uno dà una voluttà soprannaturale: possiamo distillare un po' di acqua dolce da quella di mare ma non è un'operazione redditizia. Ci vuole un tempo infinito e la resa è poca: la qualità scadente.

Ma nessuno pensa che le nostre vite siano a rischio. Anche se poi, riflettendo, è la prima volta che navighiamo su questa rotta e le carte  che abbiamo sono molto vecchie. Dopo un certo numero di viaggi però, quando sali sulla nave, quando esamini il carico e le provviste con il capitano, che ha sempre quell'aria di aver tutto sotto controllo, non ti entra neppure nella testa che si tratti di qualcosa di differente dai viaggi precedenti.

E infatti è così: il vento, le bonacce, le tempeste... le liti tra di noi, che passano con il cambio del turno di coperta. 

Certo che la bonaccia però ti inquieta, e questa non è neppure delle peggiori. Anzi, un po' di vento ci spinge con una mollezza estenuante proprio nella direzione voluta. I marinai sono di buon umore e anch'io oggi ho salutato il sorgere del sole all'orizzonte con un grande senso di pace. La nave scia e ci porta e ho pensato che ci sarebbe stato così poco da fare in questa calma surreale. Al mattino non è caldo e pensavo ai miei libri. Ora l'ho qui sulle ginocchia. 

E' un libro arabo, tradotto da una suora di clausura, una cosa inusuale... suor Marie Du Pierette. E dice molte cose che non comprendo ma in mezzo a queste alcune frasi mi colpiscono come frustate. Sentite qua: "Le api parlano tra loro, e producono il miele, e producono il farmaco che le guarisce con il loro corpo: siamo noi forse meglio delle api?"

Ma, penso: non è che si tratti di essere meglio o peggio delle api. Noi siamo quel che siamo. Noi non facciamo il miele... lo prendiamo alle api. Non so... certo le api parlano tra loro, ma noi non capiamo la loro lingua. Ci sono molti uomini che non comprendo: gli uomini dell'oriente, per esempio, ci parliamo con sguardi, sorrisi e urla, a volte con gesti delle mani. Ma poi non sai mai cosa pensino. Sono come le api, tu vedi quello che fanno e comprendi perché lo fanno ma quando sorridono... perché sorridono? Gutierrez dice che non ha alcuna importanza.

Una volta ho curato un allocco ferito. Si è lasciato curare, con riluttanza ma senza opporre alcuna vera resistenza. A volte mi guardava. 

Una volta abbiamo curato un ragazzo tailandese che avevamo tirato a bordo su un isola. Aveva una gamba rotta e non sapevamo come e perché se la fosse rotta.

Anche lui si lasciò curare. Quando si sentì meglio sbarcò in un porto della Sonda e invano il capitano cercò di offrirgli la posizione di mozzo. Non ricordo che abbia mai sorriso, lui. Ci disse qualche parola in un dialetto suo: non so. Neppure il tono mi fa immaginare cosa ci abbia detto, se fosse una benedizione per averlo curato o una maledizione della nostra stirpe per i torti subiti da lui o dai suoi avi.

Per noi che facciamo questo mestiere, la parola non deve mai sedurci verso le infinite realtà superne. La parola è un mezzo per chiamare le cose e non si deve corrompere: una parola, una cosa; una cosa, una parola. Un'altra parola: un gesto che mette in relazione cose. 

Le uniche parole che sfuggono a questa legge ferrea sono gli insulti, le bestemmie e le maledizioni. Ma le bestemmie sono cose, come il male alla pancia, come le cime e i cavicchi. Ti tengono inchiodato a terra, quando la tempesta spazza via tutto quel che non è fermato sul ponte. Ti rendono pesante, grave, come piombo nello stomaco, palle di piombo grigio nella testa.

A terra nessuno di noi maledice il mondo e gli altri, ma sulla nave e soli di fronte al mare che si alza urliamo la nostra forza con tutto il fiato: la forza della sconfitta, la forza della bestia che sta per essere macellata e urla, urla  con quanto fiato ha in gola sperando che quello serva almeno ad ottenere un po' di pietà.

Ma non serve a nulla. E stamane mi sono svegliato pieno di gioia e ringrazio che oggi questa calma ci tenga come a bagno maria, ognuno perso in piccole attività. 

"Ogni mattina il sole sorge e mi riporta la vita, la gioia e la bellezza. Non devo cercare, l'amore viene a me appena smetto di desiderarlo!" 

Non so se sia l'arabo ad averlo scritto o se sia Marie che si è presa delle licenze. Non riesco ad immaginarmi un beduino con il suo dromedario e il fucilone che scrive queste cose... d'altro canto... il deserto è un po' come il mare e i dromedari sono le sue navi. Forse il beduino, guardando la luna che rischiarava le dune immense, avrà sentito il cuore pieno di dolcezza nell'attesa dell'alba che sperava mite, come noi qua su questo legno. Forse aveva concluso buoni affari ed era stanco di usare le parole per strappare un soldo di più ai mercanti con cui trattava: voleva dare loro un suono nuovo, in modo da poterle sentire ancora nel suk senza provare quella nausea che danno le cose rancide, che percorrono un ciclo sempre uguale senza mai disperdersi e ritrovarsi per caso... caso.

Cadere. 

[Ripresa]

Appare all'orizonte un vascello con una sola vela triangolare, certamente un veliero cinese o malese. E' lontanissimo, si distingue appena a babordo, scrutando con il cannocchiale. 

Sembra avvicinarsi. O forse siamo noi che ci muoviamo traslando lentamente nella sua direzione. Ha il sole sopra e così si confonde nella foschia. Sembra più leggero di noi. Sì, non c'è dubbio, si avvicina... forse. Non sappiamo nulla di loro, anche se scambiamo le nostre merci nel porto di Canton. Io non so nulla. Ma so che gli uomini che sono su quella nave sono qua per lo stesso motivo per cui ci siamo noi. Tenere a freno la sofferenza dell'anima, le esigenze della natura e le malattie del corpo. In quale forma e proporzioni si presentino a loro è difficile dirlo. Forse sono pirati feroci, avventurieri sprovveduti o  miliziani di qualche giurisdizione locale. Non sono marinai dell'imperatore: non vedo vessilli. Ma non farebbe differenza. Dobbiamo sperare che non siano in preda a qualche forma di ebbrezza, di alcol, di fregola o di brama di denaro. E questo vale per i pirati come per i capitani della Imperial Marina. E in special modo per gli avventurieri e per i capetti di qualche amministrazione locale, forse i più pericolosi. 

Gli uomini subordinati che si sentono investiti di un potere dall'alto sono in genere persone mediocri che non sono in grado di comprendere il senso e i limiti della loro funzione e oscillano tra l'umiliazione e un senso di grandiosità che li spinge alle molestie più comiche, se non fosse che a qualcuno tocca subirle.

E gli avventurieri hanno sempre un'aria simpatica dapprima: ma non sai mai quel che vogliono, perché non lo sanno neppure loro. 

E quindi speriamo sempre siano pirati, o la loro controparte ufficiale: i marinai del Figlio del Cielo. Cono loro in genere è sufficiente sborsare tutto e subito, mostrando di tenere solo quanto ci è necessario. E la vita ci è fatta salva.

Fossimo in altre acque valuteremmo una battaglia aperta, prima di accostare. Ma se ci ingannassimo, l'attacco a una nave imperiale in queste acque potrebbe portarci alla fine che nessuno vuole, la più orrenda: incarcerati in una segreta di una prigione cinese andremmo incontro agli incubi che abbiamo sentito raccontare e che competono con quanto si narra delle catacombe del Santo Padre. Meglio è  buttarsi ai pesci, dopo essersi sventrati, perché morire mangiati a piccoli morsi non è certo meglio del fuoco o della goccia.

[Ripresa 2]

Gutierrez sembra tranquillo e beve pochissimo. E' un marinaio formidabile, pronto, esperto e ci rivolgiamo tutti a lui per ogni dubbio, per risolvere le situazioni più difficili. E' più grosso di me, ma non è un gigante. Le sue ossa e i suoi muscoli sembrano formare un'unica sostanza indistruttibile. A me Gutierrez non piace. E io non piaccio a lui. Ma non ne sono così certo.

Non so se è vero che Gutierrez non mi piace. 

"Cosa leggi?"

"Ah... Gutierrez... è un volume che ho trovato nella sacca di un marinaio, abbandonata. Lui ha lasciato la nave in un porto dell'Africa orientale."

"Ma di che parla?"

"Oh... è un libro religioso direi, è un libro scritto da un arabo e tradotto nella nostra lingua da una suora di clausura."

"Pensi che il vento girerà? A me sembra che le nuvole a est facciano ben sperare. Entro domani... "

Richiusi il libro. Guardavo verso est... "E della nave malese cosa ne pensi?"

Gutierrez rideva con il sole negli occhi: "Siamo entrambi in balia della brezza e delle correnti... tra poco ci dovremo preparare, nel caso non siano ben intenzionati. Ma non penso che sia un problema... non penso. E quindi sei un uomo religioso?"

"No... non sono religioso. Ma poi qualche domanda ce la facciamo tutti. Almeno, così diceva mio padre. E anche quei signori là sulla feluca dovranno ben chiedersi che ci fanno qui o non so cos'altro ogni tanto."

Gutierrez guardava le nuvole. A oriente. "Leggimi qualcosa. Poi andiamo a controllare le armi."

Aprii il libro a caso. "Il cielo sopra di noi porta la vita e la pioggia spazza la terra e la sabbia se ne imbeve. Solo la palma, ferma, la raccoglie e la riporta a me, più pura di quando discese. Chi insozza l'acqua, chi la disperde in fiumi di fango morirà di sete... "

Mi fermai. Guardavo il barile e la macchia scura. E il mestolo che oscillava leggermente in vaga controfase con la tolda. 

[Ripresa 3]

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno. (L. Pirandello - Il treno ha fischiato)

The thought that life could be better
Is woven indelibly
Into our hearts
And our brains

(Il pensiero che la vita possa essere migliore è intessuto indelebilmente

nei nostri cuori e cervelli) Paul Simon - Train in a distance

Paul Simon: Train in the Distance: Paris 2008 - YouTube

"Se avessimo un cannocchiale più potente, Gutierrez" e non avrei voluto parlare, "potremmo vedere chi sono quegli uomini e loro vedrebbero noi. E potremmo fare segnali ed accordarci. Ci sarebbero casi in cui combattersi non sarebbe necessario."

"Nessuno ha detto che sarà necessario." Fece una pausa e muoveva le grosse dita dei piedi. "Su questa rotta una nave di malesi, pirati, rinnegati, si avvicinò alla nostra nave. E sembravano pescatori. Saranno quattro anni. Il capitano fece salire a bordo quello che sembrava il capo e questo si profuse in in inchini e miagolii. Capimmo che avevano bisogno di un po' di acqua e lui mostrava un piccolo recipiente metallico. Gliela accordammo senz'altro.

Un attimo dopo la nave era piena di bastardi. Hanno accoltellato tutti. Erano saltati su da chissà dove, dall'altra parte della nave. I superstiti sono rimasti sotto il tiro delle loro pistolone e io ero lì, con un fianco squarciato. Hanno preso tutto, anche le vele, e ci hanno lasciato l'acqua in quel piccolo contenitore metallico. Un sorso a testa... per morire più lentamente."

"E poi?"

"La solita storia. Una nave è passata quando eravamo ormai sfatti e cotti e febbricitanti. E ci hanno tirato dentro. A volte passa una nave. A volte passa qualche miglio più in là e non ti vede. Ci vuole un bel po' per poter bere di nuovo. Il medico di bordo aveva una grande esperienza e salvò quasi tutti."

"Vuoi dire..."

"Già. La terra è rotonda. I nostri canocchiali, per quanto potenti, non possono vedere di là dall'orizzonte e le lingue dell'uomo son fatte per mentire. Quindi sta a te decidere. Se vuoi mettere in ballo la tua vita è un tuo diritto. Ma non puoi decidere per i tuoi fratelli. Vieni, andiamo a vedere le armi."

Leonard Cohen - Everybody Knows (Live in Dublin - edited) - YouTube

 Scendemmo nella stiva. Era stato proprio Gutierrez a occuparsi del nostro arsenale di bordo.  La nave era un vascello da carico e aveva una dotazione di sicurezza ma era un po' vecchia e gli armatori avevano acconsentito a spendere un po' di soldi in più. Ognuno di noi aveva il suo coltello e se lo sapevi usare era già un arma formidabile. Ma ormai non era sufficiente a difendersi nella maggior parte degli scontri che si verificavano, sporadicamente ma con sempre maggiore frequenza. Controllammo la tenuta dei barili di polvere. Avevamo anche due piccoli cannoni e una colubrina a prua.

Su quella rotta, fino a pochi anni addietro, un attacco era considerato un fatto eccezionale, un'anomalia. Adesso tutto era divenuto più difficile. I pirati si erano moltiplicati per ingordigia attirati dai nostri carichi e i poteri locali erano diventati diffidenti perché i pirati costituivano un pericolo anche per le loro imbarcazioni e perfino per i paesi costieri. La Marina dell'Imperatore era intervenuta a cercare di regolare tutto a suo vantaggio ma inevitabilmente navi isolate avevano perpetrato eccessi ai danni degli abitanti delle coste.

Ci trovammo a difendere la sicurezza del commercio noi e i marinai del Regno di Mezzo, contro tutto e tutti: ma le nostre ombre imperiali erano anche coloro che meno comprendevamo e dai quali sentivamo la più grande distanza: uomini con deità talmente differenti da far pensare che il mondo fosse stato creato due volte.

Guido Gozzano - "Verso la cuna del mondo" | Lettere dall'India - YouTube

Gutierrez aveva voluto una pistola per ognuno e ci aveva istruiti a ricaricarle. Inoltre ci aveva divisi in squadre, in modo che mentre uno ricaricava ci fosse sempre almeno un'altro uomo a difenderlo.

Le pistole erano riposte in scatole di legno e venivano distribuite solo in caso di bisogno. Si era discusso col capitano sull'opprtunità di dotarne anche i più giovani e i marinai di recente nomina. Alla fine si era deciso che le pistole sarebbero state date a tutti. C'era però una specie di guardia scelta: Gutierrez ed altri dieci uomini che il capitano aveva nominato, avevano una maggiore dotazione di proiettili, in modo da ridurre le possibilità di un ammutinamento (caso molto improbabile) o di altri incidenti. Io non facevo parte di quella squadra: avrei forse potuto cercare di entrarvi ma c'erano marinai più anziani e poi la cosa non mi interessava molto. Però Gutierrez finiva per usarmi, con questa o quella scusa, per le sue attività. Anche se mostrava di trattarmi con una certa sufficienza, la mia contiguità alla parola scritta, il fatto cioè che mi avventurassi a sbirciare in qualche volume che avevo con me o che trovavo sulla nostra strada, a volte anche nelle lingue più indecifrabili, doveva ispirare in lui una curiosità perversa, un sentimento opaco che gli impediva di disprezzarmi apertamente e finiva per  incatenarci. Standomi vicino e manifestando sempre la sua superiorità su ogni piccola attività concreta riusciva a tenere a bada il doloroso sospetto che tra me e i libri ci fosse qualcosa che avrebbe potuto determinare un dì la sua resa e  la sua disfatta. 

Se Gutierrez fosse stato un uomo stupido questo problema non ci sarebbe stato. Ma Gutierrez era intelligente e molto astuto: questo era l'atroce delitto che determinava la sua condanna. Gutierrez era astuto. Il più astuto. Il più intelligente. E quelle strane frasi nei libri, quelle litanìe, quei segni che si inseguivano costituivano una minaccia spaventevole.

Gutierrez era sempre stato più astuto e più intelligente di ogni uomo, di ogni singolo uomo che aveva incontrato sul suo cammino. Li aveva tutti dominati o se li era fatti amici. Li aveva uccisi o ridotti all'impotenza...  li aveva istruiti, con grande passione, ne aveva ammirato alcune caratteristiche, dopo averli lasciati al loro destino. Ma da nessuno aveva mai preso lezioni per quanto contasse veramente. 

I libri... con i libri era diverso: come fare ad essere certi della propria superiorità di fronte a quella mole di parole? Come restare saldi nella fiducia nei propri riflessi e muscoli al cospetto di quella smisurata quantità di conoscenza?Finché Gutierrez dominava me riusciva a immaginare di dominarne una parte. E la parte, nella metafora delle profondità della mente, vale per il tutto.

Schoenberg: Verklärte Nacht, Op.4 - Boulez. - YouTube

[Ripresa 4]

La feluca era più vicina adesso ma ancora ampiamente fuori tiro. E nel cannocchiale vedevo solo una sagoma biancastra. Erano passati ventitré anni da quando mi ero imbarcato: avevo allora un debito con un'usuraia per via di un amico fornaio, una cosa un po' complicata e avevo pensato che imbarcarmi mi avrebbe messo alla larga dai riscossori e mi avrebbe procurato il denaro per ripagare la vecchia al ritorno. Un viaggio di un paio di mesi su una nave che trasportava guano, merda di grande valore commerciale, un piccolo cabotaggio.

La merda mi disse bene, compresi che era il mio elemento. Non solo pagai i debiti ma con il lavoro sicuro e tranquillo di quei viaggi avanzai un po' di soldi per comprare una piccola casa in un borgo delle colline dove ero nato. Pensavo che mi sarei fermato e l'avrei messa a posto per dedicarmi a qualcosa di molto terricolo: una bottega, un'osteria... un trasporto con carrozze a cavallo. Niente di agricolo. Di fertilizzante ne avevo annusato abbastanza e poi questa cosa di rapire un pezzo di terra e di prenderla a colpi di zappa nel costato mi era sempre sembrata un fatto infame. Si finiva ubriachi e incattiviti comunque, in una bettola a  chiedersi perché non era piovuto abbastanza e a maledire la peronospora. Se le cose ti andavano bene ci avrebbero pensato i figli a dilaniarti per spartirsi le galline e la vigna.

I figli: convinti che quello che il padre aveva zappato fosse loro per diritto divino, quasi Dio fosse una specie di sottile e pervasivo notaio. Avevano concetto di Dio come notaio: perché altri concetti non avevano. Se il loro figlio fosse, Dio lo volesse, divenuto notaio, avrebbero guardato a lui come a un Dio novello. Dinastie invincibili, come il fango che cala dalla montagna durante il nubifragio.

Ventitré anni. La casa era sempre là, un po' sbilenca e con un paio di infiltrazioni nel tetto. Ero andato un paio di volte a vederla, bella, non lontana dal borgo con il suo campanile, dall'osteria con il pergolato e poco più in basso il torrente. C'erano altre sei o sette case, riunite come in un unico organismo irregolare. In una di queste abitava il medico. Nelle altre contadini che coltivavano frutta  e patate, tenevano qualche mucca e bevevano i loro cancheri ad ogni istante che smettevano di bestemmiare o di vangare.

Ventitré anni: non avevo messo piede a terra per più di un paio di settimane di fila. All'inizio credevo che fosse un fatto semplice e ovvio: il lavoro c'era e i soldi mi facevano comodo. Poi i soldi sono diventati anche di più e ho dovuto ricorrere a una banca per non portarli con me. Mi accorsi che non sapevo bene che farne... non lavoravo certo perché amavo il mestiere di marinaio, la sua pratica e fatica. E neppure, come ho detto, per la paga eccedente le necessità: mi imbarcavo di nuovo e sempre per una ragione che solo poco tempo fa ho cominciato a capire: rimanere a terra è divenuto ormai impensabile: intollerabile.

Scelsi rotte sempre più esotiche e destinazioni sempre più lontane. A bordo dimenticavo le strade sporche e i bordelli. Ma anche quei quartieri di case quiete, con il loro giardino e le imposte accostate dove abitavano i funzionari  e i capitani in pensione. No. In realtà non le dimenticavo affatto. Avevo sempre in testa marinai e ruffiani tatuati e stralabianti, e donne di servizio impegnate a portare dentro il carbone. Cani da guardia feroci di una ferocia presa a prestito e bambini biondi buoni per un presepio vivente. Ma tra me e loro c'erano migliaia di miglia di onde e squali feroci.

La casa sulla collina mi chiamava ancora. Immaginavo che avrei fatto io tutti i lavori, facendomi aiutare per quelli più difficili e che non avrei lasciato avvicinare nessuno quando l'avessi resa abitabile, né i contadini né il medico. Né tantomeno il prete. Nell'osteria o nelle carrozze avrei preso ragazzi a lavorare e mi sarei fatto vedere poco. C'erano infinite cose su cui dovevo meditare, nella mia casa in collina...

"Sono a portata di cannoni e non hanno bandiera", disse Gutierrez parlando quasi tra sé. E poi esplose.

"Tutti ai vostri posti: quella nave non mi piace!" 

Il capitano gli si avvicinò e confabularono per qualche tempo. Poi il capitano chiamò il secondo e parlò a lungo anche con lui e sembrava che la discussione si facesse animata. Poi il secondo si placò. Il capitano fece un cenno a Gutierrez e si arrampicò a poppa.

Io ripresi il mio cannocchiale. La nave era placida e continuava a scivolare verso di noi impercettibilmente. Mi sembrava di intravvedere un paio di marinai in coperta.

"Alonzo," questo era il nome di Gutierrez che io usavo con riluttanza, "non credo che sia prudente aggredirli... ho sentito storie strane su quanto sta accadendo a Canton... "

Gutierrez mi guardò ed era seriamente impegnato a valutare la mia frase. Poi il suo volto cambiò espressione. Con un ghigno si volse a prua e ordinò: "Smith, fuoco di avvertimento. Fagli paura!"

Il bottò della colubrina di prua non fu poi così forte. La palla si inabissò a lato della feluca sollevando uno sbuffo di schiuma.

Passarono circa quattro dei mie respiri. Poi udimmo lo sparo dall'imbarcazione lontana, che sembrò per un attimo ancora più remota. Il fischio della granata crebbe e poi lo sentimmo sfregiare l'aria, alto sopra la coffa. Si era levato un urlo liberatorio da parte dei nostri marinai che l'avevano sentito come un tiro mancato.  Guardai in alto, per controllare che nessuna vela fosse stata danneggiata.

Il proietto aveva lasciato una spessa scia bianca, come di cotone, che adesso  si sfaceva pesante e precipitava sulla nave. Gutierrez era impegnato a valutare l'esatta distanza della feluca e si avvicinò a Smith. Questa volta il colpo sarebbe stato duro e diretto.

Solo che quando Smith si accinse a dosare la polvere si accorse che faticava a tenere gli occhi aperti. E più li sfregava, più questi bruciavano, come se ci avessero versato il pepe rosso. In quel momento udimmo altri due tonfi, simultanei e dalla nave altri due angeli bianchi vennero a sfrecciare sopra di noi. Le loro scie di latte quagliato si unirono alla prima che era ormai un fantasma che avvolgeva l'aria sopra la nave. Gli uomini cominciarono quasi simultaneamente a tossire. Alcuni già cadevano a terra e rantolavano e sputavano. 

Dalla feluca partirono tre salve di cannone che si limitarono a mozzare l'albero maestro che ci rovinò addosso, mentre ci contorcevamo con la sensazione di avere topi vivi nei polmoni. Nessuno era in grado di calare le scialuppe o manovrare alcunché, in preda a un dolore e a una disperazione mortale, io e pochi altri ancora in sensi, ci gettammo in mare. Gutierrez mi guardò, mentre mi trascinavo verso la murata: si domandava cosa fosse accaduto: non lo rividi mai più.

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[Ripresa 5]

L'acqua salata aveva smorzato l'agonia del bruciore alla pelle e ai bronchi. Ma gli squali non avrebbero messo molto a trovarci. Vidi tre o quattro teste vicino a me e qualcuno più lontano. Non riuscivo a nuotare ma solo ad agitarmi  in modo scoordinato.

Poi vidi che dalla feluca calavano una scialuppa. Ci volle poco perché ci raggiungessero e ci tirarono su come si raccolgono le cozze, buttandoci tutti in fondo alla grossa barca, tutti insieme. Erano massicci, non alti. Ed è quello che potrei raccontare. Avevano ampie camice e bragoni candidi, calzari, guanti e gli occhi celati da una rete nel cappuccio tozzo e conico, buffamente aperto alla sommità. Non vidi mai i loro occhi o le mani o la bocca. E mai udimmo la loro voce.

Avevano sciabole e pistole. 

Alla loro nave, una volta issati a bordo, fummo spinti sottocoperta e chiusi in una gabbia, pulita e grande abbastanza per contenerci tutti senza che dovessimo pigiarci troppo. Richiusero e sparirono. Nella gabbia c'erano una tinozza di acqua pulita e un secchio.

[Ripresa 6]

A un certo punto dormivo quando vennero a prendermi. Mi spinsero sul ponte, quasi premurosi. Il sole era giallo e lucente e mi venne vicino uno di loro, uguale in tutto ma dai modi più risoluti. Mi tastava. Poi in due mi presero all'improvviso, come una quaglia, e mi fissarono all'albero con delle cose di ferro.

Il tipo risoluto si avvicinò e mi guardava... o così pareva da dietro la rete. A un suo segno un altro incappucciato si fece avanti e aveva una specie di vaso. Non capivo... ma poi mi si drizzarono i peli. Era un piccolo bracere e anche se nella luce intensa non appariva luminescente doveva essere acceso. 

Fu portato un piccolo mantice e la brace fu ravvivata. Erano tranquilli, metodici: il sacerdote di quel rito osceno prese un ferro da una cassetta, lo scelse con una certa attenzione... ma dire sacerdote è assolutamente improprio. Sembrava un cuoco, un artigiano che con una certa riluttanza si mettesse al lavoro, un lavoro che certo sapeva fare con maestria ma che ormai non gli procurava più il piacere della scoperta. Il terrore cercava di farsi strada dalla mia gola e poi dalla bocca secca che però era come staccata da me, come fosse stata imbalsamata per uno di quei musei che sono l'orgoglio di certi signori.

Riuscii ad emettere qualche rantolo disarticolato e non sapevo nemmeno cosa avrei potuto urlare...

Il ferro era pronto. L'uomo lo esaminò con una cura esperta. Gli altri adesso erano intenti ad altri lavori ordinari e solo un secondo sembrava assistere in caso ci fosse bisogno. Tra loro ci fu un'intesa, il secondo mi sollevò la camicia sulla pancia e il chirurgo-aguzzino-prete accostò con un movimento tranquillo quel ferro che impresse sulla mia pelle una specie di "P" di dolore, acutissimo. Il secondo aveva cavato una tazza di acqua da qualche parte e la getto sul marchio.

Due uomini, che stavano pulendo le murate, senza alcun altro cenno, vennero tranquilli a slegarmi. Il dolore era stato ridicolo, nulla se paragonato anche solamente all'effetto di una zuccata in un boma. Ma mi sentivo come se mi avessero cavato la spina dorsale per farne avorio. Non riuscivo a stare in piedi e i due mi trascinarono come un cane morto giù di sotto, con la stessa delicatezza con cui mi avevano portato su, e mi sistemarono in una seconda gabbia, in tutto simile alla prima. Ero solo... e a un certo punto persi conoscenza.

L'ISOLA [Ripresa 7] 

L'isola era presa in un abbacinìo diffuso, smerigliato. Il sole era alto: non era maligno e non frequentava lo zenith: la luce era riverberata dal calcare bianco dei sassi che erano la materia di quel luogo. Sassi candidi di pietra opaca di tutte le forme e di grandezza molto diversa. 

Il mare era a cinque o sei metri da me, calmo e verdastro sotto la discreta zanzariera del cielo. Non ricordavo come fossi giunto lì. Sollevai la camicia. La "P" color cuoio spiccava sulla pelle del mio ventre. Ero un po' debole, ubriaco, come ci si può sentire dopo un lungo sonno ma stavo bene. Mi dolevano un po' le ginocchia quando mi alzai. Sull'orizzonte marino la foschia si saldava al paradiso senza alcuna soluzione. Scrutai verso l'interno ma non vidi alcun albero o altra forma di vita. E ad esser in tutto precisi non vidi nulla, niente che avesse volume o forma.

Ai piedi avevo degli zoccoli di legno e senza quelli non sarebbe stato possibile fare molta strada: i sassi erano irregolari e avrebbero ferito i piedi. Gi zoccoli dovevano essere una specie di dotazione, non erano i miei.  Erano perfetti, di misura giusta e calzavano benissimo.

Non ricordavo proprio nulla. Il primo istinto fu di tornare al mare. Mi bagnai il volto e i piedi e l'acqua non era calda né fresca.

Mi misi in cammino e camminai nella direzione opposta al mare.

Dopo un'ora, quella che mi sembrò un'ora di cammino difficile su quella materia non ferma e non fluida, vidi delle forme all'orizzonte. Mi avvicinavo lentamente ma distinsi delle figure in movimento: erano uomini. Sentivo una spinosa apprensione e una speranza che era impossibile uccidere.

Quando anche gli uomini dell'isola avevano ormai visto me cominciai a comprendere... erano dei ripari, approssimativi, costruiti con quei sassi bianchi e quegli indigeni trovavano riparo dal sole e sembravano interessati solo alla mia apparizione. Poi vidi, mentre mi avvicinavo, che erano vestiti come me: con camicia e bragoni di cotone bianco. Erano uomini bianchi per la gran parte e avevano zoccoli come i miei. 

Non erano allarmati: mi scrutavano ma non avrei nemmeno potuto dire che fossero curiosi... erano attenti. Attorno a noi l'isola di sassi bianchi si stendeva sterminata, tiepida e spaventosa.

Mi fermai di fronte a uno di quei ripari-cumuli, più o meno al centro geometrico di quell'aggregato informe: c'era un uomo e mi guardava ma non si era alzato. Era rimasto accovacciato nel suo tumulo e aveva uno sguardo al quale non riuscivo ad attribuire un senso. Tentai un saluto e alzai la mano.

L'uomo alzò la mano. Allora provai a parlare nella mia lingua: "Io non so dove mi trovo... dove ci troviamo?"

La risposta mi gelò il sangue. Non avevo capito nulla. Forse era una lingua farsi... non so, ma non avevo colto neppure una parola o un'intonazione.

Mi fece un cenno... potevo sedere accanto a lui? Cavò una tazza e una borraccia di legno e mi diede  da bere. Quando avevo bevuto una tazza la riempiva di nuovo e faceva ampi gesti... capii che l'acqua non era un problema anche se mi era assolutamente impossibile immaginare da dove la prendessero.

[Ripresa 8]

Avevo camminato attorno. In quella città di sassi, costruita sui sassi, c'erano venti persone. E ognuna aveva il suo cumulo-casa. Non c'erano donne in apparenza anche se due degli abitanti avevano tratti femminei. I cumuli erano disposti casualmente attorno a uno spazio un po' più largo al centro.

Decisi che mi sarei costruito un mio rifugio. Era quasi notte adesso e il sole era calato rapidamente. Non avevo nulla per costruirmi un giaciglio. Cercai di eliminare i sassi più aspri e di creare un letto più comodo usando quelli più piccoli. Mi sovvenne che era quel che aveva fatto prima di me anche il mio ospite e che il fondo della sua casa era fatto di sassi molto minuti che doveva aver raccolto con un lavoro meticoloso. Sopra di me il cielo era nero e pieno di stelle. Mi venne un desiderio feroce di chiedere al mio ospite di farmi dormire con lui o almeno accanto ai sassi del suo riparo calcareo. Ma ognuno dormiva solo e non si udiva alcun rumore. 

Quella notte vegliai, guardando il cielo e contando le stelle, ricacciando quell'ansia che mi spingeva a volermi alzare e urlare o correre...

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Il sole sorse velocemente come era tramontato e la luce fu più forte del giorno innanzi nel cielo di un blu acceso. Era fresco, il vento era teso e lasciavo che mi passasse sul corpo. 

Due uomini stavano lavorando a qualcosa accanto a un cumulo molto distante dallo spiazzo centrale. Quando li raggiunsi mi guardarono appena. Stavano incidendo delle tacche su un sasso piatto usando la fibbia di una cintura. Accanto a loro c'era una piramide di sassi che costituiva certamente una meridiana. Attorno avevano posto otto bianche pietre di forme simili, come otto uova di struzzo. Deposero il sasso accanto a una serie ordinata di altri sassi che portavano incisioni simili. Uno di loro mi guardò brevemente...

Feci dei gesti in direzione di quello che mi sembrava dovesse essere l'interno dell'isola. "Di là? Di là?". L'uomo che mi aveva guardato era alto e biondo, massiccio. Mi rispose in una lingua ancora più oscura di quella dell'altro individuo: eppure era un bianco, come me... ma non avevo colto neppure una parola. Aveva parlato placidamente, come a un passante che chiedesse la strada: per una via che in quella città non esiste.

Presi a camminare in quella direzione. Decisi che potevo costruire dei punti di riferimento di sassi e che li avrei seguiti da lontano se li avessi fatti alti a sufficienza. I sassi non mancavano. Camminavo. I sassi erano grandi, poi a volte più piccoli e quindi per brevi tratti si riducevano a una ghiaia. Pensai che quello fosse quel che avrebbero chiamato il paesaggio del luogo. Altre variazioni non erano visibili né vicine né all'orizzonte.

Poi, lontano, comparve il profilo di qualcosa... era un cumulo, un nuovo cumulo e irresistibilmente camminai in quella direzione. Poi compresi. Non ero stato il primo a pensare alle pietre miliari. Il cumulo era alto, quasi quanto me e alla sua base una fila di sassi opportunamente arrangiati indicava la direzione da cui ero venuto. Un segno analogo si protendeva verso il niente all'altro lato. Fui colto da una rabbia feroce e incomprensibile, senza oggetto o forse centrata su quella cosa che stava a riempire lo spazio del mio unico progetto. Per l'unico progetto possibile... scoppiai in un pianto dirotto e sedetti con le spalle ai sassi, scosso da un nero fremito di odio e di disperazione. Non avevo acqua con me anche se avevo avuto da bere alla mattina. Non ero distante ma mi risolsi a tornare verso quello che nei pensieri mi sorpresi a nominare il "villaggio". Avevo fame. Molta fame.

Andai al cumulo dell'uomo farsi... era seduto, come il giorno prima. Mangiava. Feci quell'inequivocabile gesto: avevo fame. Ero terrorizzato. E se mi avesse negato il cibo? Fu l'orrore più grande che avesse mai attraversato il mio corpo... l'acqua forse era piovana, ma il cibo... Si alzò. Lo seguii a un cumulo molto esterno. Dentro era scavata una rudimentale cantina in cui vidi accumulate diverse botticelle. Ne prese una, con una pennellata di vernice rossa e la portò con se. Con un sasso lungo fece saltare il ferro che la teneva chiusa. Poi mi diede una pietra piatta e ci versò la pasta marroncina. La prima zaffata mi disgustò... ma poi l'odore si fece più tenue e la fame era tanta. Era una specie di paté salato di pesce e di cereali. L'uomo mi mostrò la borraccia e bevve a canna: feci altrettanto. 

Poi gli mostrai il sasso vuoto... ma lui lo respinse. Con la mano e il volto mi fece comprendere che non dovevo essere goloso. Indicò la borraccia... certo digerire quella robba chiedeva acqua e tempo.

[Ripresa 8] 

Sedevamo nel riparo e stavo pensando vagamente che avrei dovuto tentare di costruirne uno mio... si trattava di andare a cercare i sassi grandi e di portarli, a uno a uno nel luogo prescelto.

Poi toccai l'uomo leggermente sul braccio e lui si riscosse. Mi guardava ed io alzai la camicia e gli mostrai la P impressa sopra il mio pube, dove il pelo si diradava, leggermente di lato.

Non sembrò sorpreso. Alzò la sua camicia. Anche lui aveva una "P" scura sul ventre. Sulla sua era stata impressa però, a completare il segno, una linea orizzontale che le faceva come da cappello. Riabbassò il camicione e fece per riprendere quello stato di sonno leggero da cui l'avevo tratto.

Indicazione musicale - BILL FRISELL - Pipe Down - Album: Nashville - Nonesuch Records, 1997

[Ripresa 9]

Un giorno come gli altri gli uomini del villaggio dopo aver sistemato le pietre del calendario estrassero delle corregge di pelle dai rifugi e si caricarono come somari dei contenitori vuoti del pasticcio che mangiavamo a ogni pasto. Come marinai avevamo quello e limoni in abbondanza dentro ad altre botti, marcate di vernice gialla. L'acqua, avevo imparato, era piovana e si raccoglieva in un sistema di vasche poco distante. La pioggia non era abbondante ma regolare, quasi diuturna. Il pomeriggio, dopo le quattro in genere c'erano delle brevi ma intense piogge.

Li seguii e marciammo diritti alla riva dove quel mare azzurro pallido si infrangeva in onde regolari, quiete e decise al contempo. Lì gli uomini si divisero dopo avere accumulato ordinatamente le botti ancora legate tra loro. Un gruppo si diresse lungo la riva nella direzione che era, per chi veniva dalla terra, la destra. Gli altri si incaminarono in senso opposto.

Mi accodai a quelli di sinistra. C'era il finlandese (così lo chiamavo tra me, arbitrariamente) e mi era sembrato che avesse per me una vaga simpatia. 

Fu una marcia estenuante. Non sapevo quanto sarebbe durata. Alla sera ci accampammo a dormire per poche ore: al mattimo ripartimmo nella stessa direzione e mi era impossibile capire cosa dovessimo raggiungere... tutto era uguale, il mare e la riva a perdita d'occhio. Alla sera del terzo giorno raggiungemmo un palo conficcato nei sassi, a circa cinque metri dalla riva. Era piantato solidamente e quando lo toccai non si mosse di un millimetro, come fosse stato infilzato nel centro della Terra. Gli uomini allora si lasciarono cadere e mi sembrò che passasse sui loro volti una leggera delusione ma non avrei saputo esserne certo.

Il giorno dopo tornammo indietro per la stessa via e così per i giorni a venire dando fondo all'acqua e ai limoni che erano le nostre sole provviste. 

Arrivammo come era necessario alle botti e trovammo lì i nostri compagni che avevano percorso la riva verso destra. Al nostro arrivo uno di loro si alzò, ci attese ieratico e quando fummo a distanza di voce alzò la mano con il dito mignolo rivolto al cielo ed esclamò: "Ahi!!!"

I volti si distesero e mi parve perfino di vedere qualche sorriso negli occhi socchiusi.

La mattina dopo partimmo tutti insieme nella direzione destra, quella percorsa dall'altro gruppo, portando tutte le botti. Questa volta non ci volle che qualche ora. Arrivammo a un punto della riva in tutto e per tutto simile agli altri. Alla riva era attraccata una zattera colma di botti, segnate di rosso e di giallo. Erano una quantità di poco superiore a quella delle botti che portavamo con noi e quelle in sovrannumero erano, mi parve di comprendere, le sorelle aritmetiche di quante al villaggio erano rimaste ancora sigillate.

Le botti vuote furono poste sulla zattera in sostituzione di quelle che, come constatai e verificai, erano piene e sorde. Poi l'uomo che aveva fatto il gesto al nostro reincontro staccò la cima e la arrotolò delicatamente sulla tolda. La zattera, sospinta leggermente, si allontanò e docile seguì la corrente mentre noi, impalati accanto alle botti, non riuscivamo, e chissà perché, a staccarne lo sguardo e la seguivamo, nel suo fluttuare e scivolare, come fa una madre che si allontana dopo averti accompagnato alla scuola e ti lascia per mano alla maestra, girandosi solo di tanto in tanto a sorridere e ad agitare la mano. Poi gira l'angolo della casa: e cessa di esistere...

Quando ci riscuotemmo vidi che veniva apprestato una specie di banchetto rituale. Mangiammo e bevemmo. Nella zattera, con mia sorpresa scoprii che si nascondeva anche una botte di acqua fresca e buonissima, certo di una fonte o di una sorgente. Abituato all'acqua delle vasche la trovai quasi inebriante...

Guardammo sorgere una luna piena, rossa, molto grande e poi più gialla... mi pareva di voler dire qualcosa ma nessuno parlava. Eppure i pochi sguardi che gli uomini si mandavano sembravano pregni di una grata soddisfazione e di una intesa antica. Mi scoprii a fare altrettanto... poi mi addormentai guardando quelle stelle a me poco note....

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Erano passati molti giorni, più di un mese dalla nostra spedizione. Avremmo avuto cibo per molto tempo. Avevo ripreso a perlustrare l'isola ma non avevo trovato che sassi: ora più grandi ora più piccoli. Bianchi, come ossa, come gigli e come la carta fine su cui scriveva il capitano. Bianchi coma la calce che avrei usato per i muri della mia casa in collina... sapevo dov'era il nord... ma noi dove ci trovavamo? Tra i tropici e l'equatore, immaginavo, ma a quale longitudine? Dove era la mia casa?

Le stelle di notte, tra l'altro, erano sempre velate da un leggero sudario di umidità, di caligine. Non parlavamo né cercavamo mai di stabilire una comunicazione che andasse oltre a brevi cenni e monosillabi. 

Qualche volta con il farsi giocavamo a un gioco che mi aveva insegnato... ci mettevamo uno di fronte all'altro e lui prendeva un sasso alle sue spalle. Io allora ne cercavo uno più grande dietro di me. Lui faceva altrettanto e dopo sei turni chi aveva messo il sasso più grande prendeva tutta la partita e li metteva alle sue spalle. Mettevamo un sassolino a un lato ad ogni partita. Dopo trenta partite ci fermavamo. Il farsi (era sempre mio il nome, come per il finlandese) nascondeva due sassi nella mano. Se sceglievo il più grosso avrei giocato per secondo. 

Il prescelto cercava alle sue spalle un sasso grande dal mucchio che si era arricchito o impoverito e lo poneva di fronte a sé. A quel punto stava all'altro reperire alle proprie spalle un sasso più grande e vincere il giuoco.

All'inizio avevo trovato la cosa poco interessante, un po' puerile: poi, scoprendo tutti i dettagli nascosti nell'azione, la sensibilità, la strategia, la scelta del sasso... le tattiche: il giuoco era diventato entusiasmante e quando riuscii a vincere la mia prima partita mi sentii  un gigante.

[Ripresa 10]

La mattina del mio duecentoquarantottesimo giorno sull'isola trovammo il finlandese morto. All'apparenza era caduto e aveva battuto la testa all'indietro su un sasso grande. Doveva essere come volato all'indietro e non si capiva come, trasportando un sasso altrettanto grande. Lo portarono distante dal villaggio, verso il mare. Anch'io ero là. Eravamo cinque e ci fermammo, il corpo deposto su un fondo come di ghiaia regolare, di sassetti quasi tondi. Tutti guardavano l'orizzonte e la nebbia leggera che lo velava. Eravamo accosciati attorno al finlandese vestito delle sue braghe e del suo camicione. Dopo qualche tempo i miei compagni si alzarono e presero il corpo: camminando di buona lena si diressero alle onde e poi, presa una rincorsa entrarono in acqua di slancio e proiettarono il corpo verso il mare urlando per lo sforzo. 

Il finlandese galleggiava ora sulle onde e come la zattera si allontanava, senza fretta ma con una determinazione sicura.

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Quella notte sognai che avevo ucciso il finlandese. Ci trovavamo in un campo immenso e fangoso e lui mi sorvegliava. Mi costringeva a vangare quella melma che si richiudeva  sopra la lama del mio strumento, viscosa, costringendomi a una fatica enorme quanto vana. Volevo chiedergli perché, volevo implorare che mettesse fine al supplizio ma sapevo che era inutile. Sapevo che il finlandese teneva per certo che non ci fosse  cosa più giusta e ovvia: io dovevo lottare con quel fango. Ogni mia protesta, ogni mio lamento sarebbe stato per lui l'odioso belare dell'infame che non vuole accettare quel che è giusto, quel che è stabilito dall'ordine eterno e immutabile della verità. 

Poi mi accorsi che era la cosa più semplice e più assurda... sollevai la vanga e con un colpo che sembrò aprire uno squarcio nella bara che mi stringeva il petto mandai in frantumi il cranio del finlandese che si aprì come un cocomero guasto, schizzando polpa vermiglia nel fango che adesso, di colpo, era diventato come latte di calce e accoglieva quel succo come la panna fa con lo sciroppo di ciliegia...

Dovevo aver urlato. Quando mi ridestai l'intero villaggio mi era attorno: erano in piedi e mi guardavano. In quel momento il silenzio mi pesò e non era mai stato così forte. Non leggevo nei loro volti comprensione o riprovazione. Il farsi però strinse gli occhi come se un dolore... il pensiero di un dolore lo avesse attraversato e poi abbandonato. Mi alzai e cercai di camminare per distendere i nervi e allontanare l'angoscia... andai verso il mare. Come sempre. Dopo la prima volta non ero più andato nella direzione opposta. In quel luogo di ossa bianche che poi finiva prima o poi al mare senza che mi fosse chiara la vera geografia dell'isola. Andavo al mare e seguivo la riva, la schiuma. Una volta ero arrivato al palo... avevo poi finito l'acqua ed era stato un tormento tornare al villaggio. 

Nell'alba incipiente il cielo schiariva latteo. Seduto sentivo un peso sullo sterno come di uno stivale premuto sulla cassa toracica e nella testa il desiderio di morire e la voglia disperata di vivere e un dolore di colpa insanabile e di solitudine assoluta. La luce aumentava ed era come se io  venissi spogliato davanti a una giuria di saggi implacabili che leggevano nel mio corpo l'atrocità dei miei crimini: ogni mia piccola azione era stata un crimine, odioso quanto nascosto, perfido quanto incomprensibile. Abominevole e inevitabile. 

I primi raggi diretti del sole mi trafissero come una coltellata e avrei voluto scavare nei maledetti sassi bianchi e seppellirmi: ma si trova davvero conforto sotto terra?

Il dolore, al culmine della sua intensità trascolorò in una assurda calma, come se i miei nervi si fossero disciolti nel connettivo e nei muscoli inflacciditi... in breve caddi in un sopore confuso.

Quando riaprii gli occhi la mattina era fulgida e il cielo blu cobalto era percorso da piccole nuvole fioccose e bianchissime. A cinquanta metri dalla riva una barca, una scialuppa si dirigeva verso di me. Due incappucciati candidi remavano e uno stava ritto a prua, con una lancia al fianco.

Più lontano era ormeggiata la feluca che conoscevo... mi sentivo molto bene. Quasi felice, se mai lo sono stato nella mia vita e mi sollevai in piedi nella fragrante brezza marina.

Indicazione musicale - LIMBO JAZZ - Duke Ellington meets Coleman Hawkins - (Impulse) The Verve Music Group 2007

[Ripresa 11]

Scese dalla barca solamente l'uomo di prua: agile saltò nell'acqua alta fino al ginocchio e infisse un paletto di acciaio tra i sassi. L'ormeggio era stato preciso e veloce. Stava diritto di fronte a me, adesso, e mi guardava. Gli occhi non li potevo vedere ma non vi era alcun dubbio.

Mi avviai deciso e quando fui alla sua altezza mi fece un rapido cenno che mi invitava a proseguire verso la barca.

Mentre mi arrampicavo a bordo lui estraeva il paletto dai sassi e avvolgeva la cima attorno a due ganci saldati all'asta leggermente rastremata e dotata di una testa più larga. Tornò nella barca e sistemò tutto in una cassetta che era stata creata appositamente sotto il sedile anteriore. 

I due rematori impressero un momento sorprendente allo scafo che si trovò presto lontano dall'isola, una striscia tremula che aleggiava nel vapore liquido e saturo. La guardavo, con le spalle alla nostra meta, come i rematori: il quarto uomo adesso teneva il timone ed era l'unico a vedere cosa ci fosse di fronte a noi. La feluca, che era molto, molto al largo, apparve presto accanto al nostro legno e non restò che salire aggrappandoci alla scaletta di corda che ci  avevano lanciato.

Questa volta non ci fu alcuna gabbia. Lavoravo con una squadra di quattro marinai a tutte le incombenze importanti e fondamentali della navigazione, pulivo il ponte e rammendavo le vele, controllavo le sartie e le cime. Un giorno mi condussero nella stiva dove ho visto storte e alambicchi, presse e forge all'opera e una intera biblioteca di codici. Desiderai di essere uno di loro: desiderai di comprendere... Nei mesi che seguirono e durante i quali ci furono rari scontri, compresi che la nave era praticamente autosufficiente. Il legno stesso delle parti che si danneggiavano o che dovevano essere sostituite per l'usura era prodotto dalla rigenerazione di quello vecchio. Una volta avevo assistito incredulo... c'erano pompe che spingevano l'aria a gorgogliare in un bidone di rame. Da questo usciva un gas che veniva fatto ribollire in un tino. L'acqua che se ne ricavava veniva  agitata in una piccola giostra: se ne ricavava una pasta, da sotto, che si mescolava ai fini frammenti del legname triturato. Questo era pressato ed essiccato in forni speciali per formare tavole che apparivano come frassino uscito fresco dalle segherie del capoluogo. 

Si procedeva alla produzione del legno in un unica campagna e poi lo si stivava per utilizzarlo nelle settimane che seguivano: questo accadeva per ogni cosa... per i chiodi, per le armi, per il cibo. Quello che mi meravigliò sopra tutto fu scoprire che anche i codici, che riportavano i segreti per le buone pratiche della nave e di tutto quel piccolo universo venivano rigenerati periodicamente, anche se non avevano subito  danni visibili. Erano quindi sempre identici a loro stessi: ma sempre altri.

C'era una cosa però. Fu dapprima un turbamento, poi un sospetto e infine quasi una certezza. Si trattava dei limoni, che erano essenziali e che consumavamo regolarmente e in abbondanza. La stiva che li conteneva si svuotava e con il passare del tempo non ne era rimasto che un quarto della capienza massima. Sebbene venisse attuata una pratica per ottenere il succo residuo dai resti dei frutti che succhiavamo avidamente,integrando così un poco le scorte di limoni freschi, si trattava alla fine di un espediente poco significativo.

Quando mi accorsi di questo osservai maggiormente i miei compagni durante i pasti. Avevano una specie di sportello nel cappuccio dal quale il cibo veniva fatto passare senza che si vedesse molto della bocca o dei denti... ma quando succhiavano il succo aspro degli agrumi gialli e compatti, mi sembrò di sentire una concupiscenza nei loro gesti altrimenti sempre misurati, sempre precisi. Non so se fosse così... ma ogni volta la sensazione si rinnovava. 

Un giorno, nel laboratorio, al tavolo che serviva da leggio e da scrittoio, mi venne consegnato un codice. L'uomo che lo aveva portato lo aprì alla prima pagina. Si trattava di uno di quei volumi scritti in due lingue, che si dicono "con testo a fronte". Il testo originale era in una lingua e in caratteri a me completamente ignoti. Sul recto era invece riportata la traduzione nella mia lingua nativa, non solo corretta ma elegante e fluente.

Il titolo del frontespizio diceva "PRODUZIONE DI VETRO TECNICO - Libro I. Selezione delle sabbie e fusione." Conteneva poche immagini, tavole molto dettagliate distribuite a intervalli regolari nel testo.

L'uomo richiuse delicatamente il volume e me lo porse dopo aver picchiettato sulla copertina. Era evidente che avevo da lavorare. 

Portai il libro con me e lo lessi avidamente ogni sera e quando avevo tempo libero. Non sapevo molto della produzione del vetro... anzi: non sapevo molto della produzione di nulla e scoprire quanti dettagli si nascondevano nella fabbricazione di un semplice bicchiere, e soprattutto quanto fosse difficile far sì che i bicchieri di una stessa nidiata fossero in tutto identici tra loro, mi riempì di meraviglia. Non aspettavo che il giorno in cui avrei potuto mettere in pratica quelle indicazioni, le ricette, i trucchi...

Ma successe un'altra cosa. Ero giunto al tredicesimo capitolo di quindici e avevo notato che i lavori sulla feluca erano più sistematici, più veloci e ripetitivi. Il laboratorio era chiuso in quei giorni e alcuni uomini si davano i turni al suo interno. 

Un giorno ne vidi uscire una squadra con delle botticelle cilindriche di metallo. Sul ponte si prepararono le polveri e i cannoni furono messi in posizione di tiro.

Un'isola verde ed estesa era apparsa all'orizzonte e ci stavamo avvicinando veloci, con il vento in poppa. Quando fummo più vicini sentimmo le salve dalla costa e l'acqua esplose in colonne attorno a noi in tre o quattro punti.

Allora il Comandante fece segno e tutti i cannoni spararono in rapida sequenza in direzione dell'isola. Vidi, precisa, una nuvola gigantesca, formarsi sopra la foresta e gli scogli, avvolgere fino a nasconderla la terra lontana. Non avevano lesinato munizioni e, uno dopo l'altro, precisi, i barilotti di acciaio provvisti di una finestra diafana erano stati proiettati in volo sull'isola dalla quale, in risposta, erano partiti ancora pochi e imprecisi colpi.

Avevo riconosciuto quel vapore che mi aveva quasi strangolato, bianco, ma con un riflesso di verde puro e anodino, come di veste di bimbo.

Poi furono calate in mare tutte le scialuppe. Quando gli uomini tornarono, remando a fatica, portavano un carico gigantesco di limoni, grossi e bellissimi.

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Indicazione di ascolto SINFONIA N. 9 (Dal nuovo mondo) di Anton Dvorak - 1° Movim. Adagio-Allegro - F. Fricsay e Filarmonica di Berlino - Deutsche Grammophon (La discoteca del RADIOCORRIERE TV).

[Ripresa 12]

Lavoravo da solo al laboratorio di produzione dei bicchieri e delle bevute in vetro da 11 giorni. Allo studio del libro che mi avevano affidato era seguito un apprendistato brevissimo. Le operazioni erano precise e perfettamente delineate nei codici della pratica manuale. Pesare, miscelare, fondere, formare e quindi ricuocere nei forni. Le materie prime venivano ricavate dal fondo marino e dalla stessa acqua di mare ma io non ero coinvolto in quella parte del processo e non ne sapevo molto. Non era facile, alcuni passaggi erano molto delicati ma tutto era così esatto e sosì esattamente predisposto che sbagliare era quasi impossibile dopo pochi tentativi.

I prodotti del mio lavoro, trasparenti e compatti, come soldati si andavano allineando nello scaffale in file i cui elementi, di digradante altezza e volume formavano un esercito pronto a schierarsi nella battaglia con il fuoco e il sale. Cibo, armi e farmaci, inchiostri, colle e vernici, saponi e unguenti, filati e carte, tutto sarebbe stato preparato dalle soluzioni misurate in quegli immacolati, vuoti, fragili e diafani maestri.

"Parliamo ora dei corpi omeomeri, perché questo è il nostro scopo: in essi consiste tutta l'arte alchemica; e principalmente nel mercurio, perché esso è la materia di tutti i metalli, da cui tutti derivano, sia naturalmente che artificialmente, e molto più in fretta artificialmente che in natura, perché ciò che naturalmente viene prodotto in molti secoli, artificialmente si fa in venti giorni. Per quanto Aristoltele dica che l'arte è più debole della natura, volendo intendere che la natura deve sempre precedere come causa primaria, mentre l'arte è soltanto esecutiva, la natura detta le regole e l'arte insegna ciò che gli uomini possono apprendere." (Ermete alchimista)

Riflettevo su questo passaggio, riportato in alto sulla prima pagina del libro dedicato al vetro. Inoltre, su una pagina aggiuntiva, tra il frontespizio e la prima del testo era stampato questo avvertimento: "Qual è l'utilità di quest'arte? L'utilità di quest'arte è duplice, perché quando la si pratica dona all'anima una gioia molteplice e libera il corpo dalla schiavitù"

La schiavitù del corpo mi faceva paura ma l'anima non avevo mai compreso cosa fosse: se avevamo una parola per chiamarla era cosa di questo mondo. E se era cosa di questo mondo doveva essere mutevole e cadùca come ogni altra cosa... ci sarebbe voluta poi un'altra sostanza ancora più sottile per salvarne l'essenza dal necessario destino d'oblio e poi un'altra... all'infinito. Sperare, sognare, desiderare di cose di cui non è dato sapere nulla è come divorare l'aria per placare i morsi della fame. Eppure essi a volte si calmano anche così, ci concedono una tregua.

"...Pensavo all'anima come a quella cosa che provava piacere e dolore e rideva degli scherzi dei compagni. Una specie di strumento le cui corde risuonavano delle vibrazioni che permeavano il vuoto in cui mi trovavo a veleggiare. Di certo mi aveva turbato e poi scaldato il cuore vedere le mie opere emergere dal vetro incandescente... la natura detta le regole e l'arte insegna ciò che gli uomini possono apprendere.

La natura detta le regole. La natura detta le regole: la verità. La natura, pensavo, i pesci e il sole, il vento selvaggio e le stelle. Al di là di queste è la natura e al di là della natura le regole. E molto più distante, immaginiamo, la verità. L'arte ci guida verso quel che possiamo apprendere: nell'apprendere doniamo al corpo gioia e ci liberiamo della schiavitù, nell'apprendere l'amore di una schiava o il gusto dell'hashish... noi siamo quell'arte: nel formare il bicchiere, nell'arancio brillante del vetro, nella fornace si forma il nostro cuore, quella terra in cui è plasmata l'anima, seme che prepara il terreno in cui coltivare la propria stessa pianta, che lo concima inventandone lo sterco e immaginando la luce che su di esso cadrà dall'alto... "

Questo era scritto con un inchiostro color seppia su un frammento di carta che avevo trovato nel codice. Mi parve molto strano perché i codici erano, come ho detto, sempre rinnovati e avevano un'aria immacolata mentre il foglio appariva vecchio e macchiato, come sono le carte sopravvissute al laboratorio, nelle quali gli acidi hanno divorato gli angoli e gli alcali hanno trasformato in mollica di pane la migliore cellulosa cancellando frammenti del testo. Non era possibile che alcuno degli incappucciati avesse scritto quella cosa: erano sempre e solo intenti nelle faccende della feluca e nella produzione e nello studio di nuove e più raffinate tecniche... Avrei osservato meglio i miei compagni che compagni non erano. Io non portavo alcun cappuccio, né calzari. Dapprima mi aspettavo con fastidio che mi sarebbe stato imposto. Poi il tempo era trascorso e avevo iniziato a sentire quella deprivazione con un certo dolore, come un segno di diminuzione. Tutti potevano vedere le mie espressioni di dolore e potevano leggere gli anatemi che si formavano sulle mie labbra: io non vedevo nulla di loro, solo il baluginare delle labbra e dei denti quando mangiavano e bevevano.

[Ripresa 13]

Sulla nave non si facevano mai pause nel quieto e sistematico lavoro: c'era il sonno e il momento dei pasti, uno alla mattina ed uno nel tardo pomeriggio. Ogni giorno era identico ad un altro fatto salvo il mutare dei venti e delle condizioni del cielo. I rari incontri con altri vascelli si risolvevano rapidamente con la disfatta del nemico. Avevamo catturato e portato all'isola una manciata di uomini. Ma io ero il solo a volto scoperto sulla nave e mi domandavo con sottile ansia cosa dovesse accadere. E se qualcosa dovesse poi accadere...

Così una notte fuggii. Presi delle funi e tre botti vuote e una botticella d'acqua. Non eravamo molto lontani dalla costa del continente, lo avevo visto lontano ancora nel pomeriggio. Quando, nella notte brillante di una luna diffratta in mille e una scintilla sulle onde, lavorai a portare in coperta quanto mi occorreva, non riuscii a capire se gli uomini nelle loro amache fossero svegli. Non sapevo se dormissero mai, in fondo. Anzi, mi sembrò nel buio che il marinaio che dormiva accanto a me si riscuotesse e mi guardasse brevemente. 

Costruii la mia zattera già in mare, dopo aver legato tra loro i pezzi per non smarrirli. Legai le tre botti una accanto all'altra. Avevo portato naturalmente anche un corto remo. Le botti avevano delle scanalature che permettevano di legarle solidamente e con precisione. 

Avevo pensato che sarebbe stato faticoso ma non molto difficile: remavo in direzione della costa che sapevo essere a prua, non molto lontana... invece fu terribile.

Alla mattina, la mattina dopo la mia fuga il cielo era terso e il mare tranquillo. Remavo con tranquillità e con ritmo. Sapevo che la costa sarebbe apparsa in breve sull'orizzonte. Poi si levò, dapprima lieve, un vento contrario, che crebbe con i flutti. Il mio guscio vuoto sembrò presto un marchingegno di tormento pensato per squassarmi i visceri: e più remavo verso il nord più avevo la sensazione di scivolare indietro. Non ci fu una vera tempesta: provai anche a scendere in acqua e a tenermi al legno ma ero terrorizzato all'idea che uno squalo mi portasse via di netto una gamba. Quel pensiero mi fece risalire affannosamente sulla zattera. Mi aggrappai alle corde: gli elementi, di concerto, mi portavano e dove io non sapevo: pioveva una pioggerella fredda e il cielo era divenuto color della cenere. Erravo in un dolore continuo, aggravato da un suo pulsare, un alternarsi tra un male acuto e una pausa di malessere diffuso. Avevo freddo e pensavo che aggrapparmi a quelle funi era tragicamente vano: più forte mi tenevo e più nel dolore balenava la speranza che la struttura cedesse per annegarmi in quell'acqua scura in cui, vedevo, il dolore si sarebbe diluito come fa il fumo che dal comignolo sale nel cielo d'inverno.

Credo che questa cosa durò due giorni e tre notti. Poi, proprio con il calare del vento, mi arenai su una vasta spiaggia di sabbia e fu l'urlo di un gabbiano a svegliarmi da uno stato di torpore letargico, irrigidito contro quella trappola che mi aveva tormentato, mi aveva portato in salvo ed era divenuta un solo corpo con il mio male.

La terra era meravigliosa: alberi verdissimi e alti, che non avevo mai visto altrove crescevano fin sulla riva a pochi metri dal mare. I gabbiani, uccelli bianchi che poi veramente gabbiani non erano, si muovevano in piccoli stormi e si lasciavano cullare dalle onde placide o posavano tranquilli sulla rena bianchissima e fine. Un torrente scendeva dal bosco e disegnava un ventaglio di riflessi chiari: quando ne seguii la corrente scoprii con grande sorpresa che l'acqua era dolce fin dentro il mare in un'ampia area. Bianchi coralli traforati costruivano una  città di calcare sul fondo e ferivano le piante dei piedi. L'aria portava un profumo di magnolia o di ortica e tutto si estendeva in entrambe le direzioni, identico a perdita di sguardo.

Bevvi a sazietà di quell'acqua fresca e limpida che nella laguna aveva riflessi turchesi. Al largo l'acqua salata si contrapponeva a quella dolce come un olio più denso e di colore più scuro sul quale il moto scolpiva un disegno più lungo, più torpido. Poi mi lasciai andare nella sabbia e mi sentii bene. Mi sentii bene come non mi ero sentito da molto tempo. Provavo un senso di quiete e di vaga attesa. La sabbia mi accoglieva, materna mi diceva che avevo tempo, che avevo il tempo, che il luogo era propizio e aperto al mio arrivo. Mi addormentai e sognai: sognai la nave degli incappucciati. Lavavo il ponte e accanto a me si fermò un uomo e io ne vedevo solo i calzari candidi. Era il capo... sentivo che lui era il capo. Si tolse il cappuccio ed era Gutierrez: mi guardava sorridendo come colui che sa, colui che sa meglio di te cosa tu stia pensando. Colui che sa di sapere di cosa tu hai veramente bisogno e quel che non ti serve. Colui che sa esattamente il perché dei tuoi errori, che conosce meglio di te quel che non dovresti desiderare, colui che conosce il futuro perché è lui che lo costruirà, colui che ti chiede di dirgli quel che sei e quel che pensi sapendo che quel che sei e quel che pensi, qui ed ora, non hanno luogo ad esistere. 

Ero immobile, con la grossa spugna in una mano... nel sogno dalla gola mi uscii un ruggito demoniaco, un gorgoglio strozzato del male che parlava attraverso di me e che proiettavo con tutta la mia energia su quella figura... mi svegliai squassato dallo sforzo. Avevo dormito molto.

Mi alzai e camminai lentamente verso gli alberi. Entrai nella rada foresta il cui fondo era morbido di muschi e di leggere foglie secche. Camminai per un tempo che non mi sembrò lungo. Il sole aveva lasciato da poco il punto più alto della sua traiettoria. Nel primo meriggio avevo visto insetti operosi e una scimmia leggera fuggire in alto al mio passaggio. E poi sentii il brusio, quel suono caratteristico dell'operare degli uomini, così diverso dagli altri suoni, cadenzato da un caos lento, che possiede una sua gamma staccata di frequenze di fondo e di picco. 

Aumentava ed io ne seguivo il richiamo, forte come quello dell'acqua e forse più potente ancora. Giunsi che la luce era ormai radente anche se al tramonto mancava molto tempo. Giunsi alla prima capanna, uscendo dal bosco. Gli animali, capre e maiali e polli attorno stavano quieti, attenti alle loro oziose attività  Un uomo sedeva e lavorava un'asse di legno con uno strumento che aveva l'effetto di una pialla. Mi vide uscire dalla foresta e mi guardò interrompendo la sua opera: mi guardò con un lampo di interesse ma senza sorpresa e poi alzò una mano in segno di saluto. Quindi si rimise a piallare il suo asse, come se nulla fosse accaduto. 

Le capanne erano più fitte procedendo e nessuno era spaventato dal mio apparire. Qualcuno si mostrava più curioso e mi osservava più a lungo... rari sorrisi ma nessun segno di ostilità. Arrivai così a quello che sembrava il mercato del paese, molto animato, in cui le vaste tettoie di paglia prive di pareti davano riparo a banchi e scaffali di frutta, strumenti e molte cose che non vidi perché lo bucai attraversandone solo una piccola sezione proseguendo innanzi. 

Giunsi  ad uno spiazzo circolare delimitato da alberi che erano superstiti della foresta che era tutt'intorno. Al centro dello spiazzo una capanna anch'essa circolare, si ergeva alta e decorata da sculture in legno colorate di blu, giallo e rosso molto accesi e sormontata da un pennone dorato.

[Ripresa 14]

Non c'era nessuno. Nessun uomo né donna. Né animali. Avevo fame. Camminavo lentamente, senza una chiara intenzione. La grande capanna circolare aveva quattro porte ai quattro poli del cerchio, sormontate da statue di animali: un maiale rosso, un serpente verde, una tigre gialla e ... il quarto non capivo cosa fosse. Era blu come il cielo ed aveva volto di donna. Il corpo aveva forma di onda ed era irregolare, privo di una qualunque simmetria. Girando attorno al padiglione sembrava affatto una scultura differente ad ogni volgere dell'angolo visuale. Il volto non sorrideva. Non era corrucciato. Aveva un'intensa espressione, che non suggeriva una calma interiore. Anch'essa sembrava mutare leggermente ad ogni nuovo sguardo. Me ne veniva una sottile inquietudine ma non riuscivo a smettere di indagarla... 

Mi riscossi a forza e vidi al contempo che all'interno della capanna era apparecchiato un tavolo con cibi ricchi e freschi, frutta, verdure e grandi pani. Anfore contenenti chissaccosa e ciotoline multicolori. Contemplavo quell'abbondanza con lo stomaco che si intorcinava. Stavo lì e resistevo all'idea, più che alla tentazione, di servirmi di quella meraviglia e saziarmi. Forse era il volto della statua blu che mi immobilizzava. La tigre non mi avrebbe fermato, ma quella creatura mi aveva lasciato in uno stato di inebetimento nel quale la fame, che pure era presente e dolorosa alla mia coscienza, si dipingeva come uno sfondo necessario, come il cielo sopra l'orizzonte. Il cibo era di fronte a me, e la fame nelle mie viscere. Vedevo la bellezza dell'uno e l'orrore dell'altra. Eppure, la stregoneria operata su di me da quell'immagine cangiante aveva scavato un abisso tra loro, e il bene e il male supremi non riuscivano a generare un moto, un'azione, cristallizzati nell'infinita contemplazione di una tensione assoluta e insanabile.

Udii il suono delle voci quando le donne e gli uomini erano ormai prossimi alla grande capanna. Venivano assieme, parlando, e portavano con loro altre vivande, brocche e mazzi di erbe del bosco e fiori bianchi. Parlavano con calma e con lentezza. Erano tutti adulti, e tutti leggermente pingui, vestiti di abiti semplici i cui colori li dividevano in squadre, quelli del maiale, quelli del serpente... ma fluivano attorno a me in ordine sparso. Le donne avevano tuniche molto eleganti e portavano ceste sul capo. Erano trenta, quaranta... molti: mi passavano accanto come se non fossi lì. Poi, una donna, dal viso bellissimo, mi fece un cenno invitandomi a seguirli dentro. 

Lo feci, evitando di guardare di nuovo la statua terribile. La donna aveva nella sua cesta un abito rosso per me e me lo consegnò. Rimasi solo fuori della capanna per cambiare i mie panni bianchi ormai sfregiati con quel vestito di un tessuto rosso fiammante di tela finissima. Tutti erano scalzi e quando entrai fui condotto dolcemente a uno dei due capi della tavola. Gli uomini presero lunghe panche e tutti si sedettero ai lati del desco. Di fronte a me non c'era nessuno. Accanto a me sedeva la donna che mi aveva invitato a entrare che mi beneficiava discretamente di sguardi dolci e femminili.

Quando tutti fummo seduti in silenzio, una donna e un uomo, all'altro lato della capanna, presero posto su una pedana bassa. Lui aveva un grosso strumento a corda. La donna si concentrava, con gli occhi chiusi e l'uomo pizzicava quel grande liuto come per controllare l'accordatura. La voce di lei si levò per prima e riempì la capanna, risuonando tra gli oggetti elastici. Il liuto la seguiva leggero. Il canto salì e poi ridiscese fino a tornare a quella nota lunga iniziale.

I due musici tornarono al tavolo ed uno dei commensali, senza alzarsi pronunciò poche parole che non potrei ricordare. Riempimmo piatti e bicchieri. Nelle brocche c'era una birra amarognola e quando finalmente mangiai di una specie di crema di legumi e di quei pani provai un piacere che avevo dimenticato. C'erano ananas e vegetali fritti, patate e olive, cetrioli e melanzane. Pomodori conditi con una panna acida saporitissima e riso bolllito e aromatizzato, foglie di vite e intingoli di erbe, piatti di semola e formaggi di capra, uova ripiene e capperi, farinate cotte al forno e minestre di verdura sapidissime. Era come se ogni cibo fosse stato reinterpretato riempiendolo o associandolo agli altri e tutto poteva essere mangiato con ogni altro piatto improvvisando il proprio pasto seguendo una melodia antica...

Mi accorsi che mi stavo inebriando: e che questo accadeva anche agli altri.  Molti intonavano adesso canti più allegri e ridevano. La donna accanto a me mi invitava a bere e a mangiare. Mi appoggiava, sensuale, una mano sulla spalla, stringendo leggermente e mi sorrideva, anche lei un po' brilla mentre il sugo le colava a un angolo della bocca. Ne era divertita e con un gesto che non mi aspettavo nettò con i polpastrelli della mano elegante e liscissima la mia bocca, che era pure unta di quegli umori deliziosi. Mi accorsi in quel momento che il profumo che saliva dal suo corpo era irresistibile. Non capivo come non l'avessi sentito prima.

Nota per l'ascolto: Haitian fight song - The Clown, Charles Mingus (https://it.wikipedia.org/wiki/The_Clown_(album))

[Ripresa 15]

Avevano portato un vino di palma dolce e alcuni uomini vestiti solo di una tunica bianca portavano altre leccornie. Cocchi e dolci di miele. Qualcuno si era alzato e danzava languido muovendo per il padiglione... due donne si erano appartate e accoccolate si accarezzavano con grande tenerezza. Il liuto suonava tremulo.

Mi giunse allora un involto in una foglia, acceso, e compresi da dove giungeva il fumo aromatico che da un po' aveva infiltrato l'aria attorno a noi. Aspirai con forza e ne trassi un piacere profondo, non fumavo da mesi. Era un fumo leggero con sentori di resine... compresi che dovevo accompagnarlo con il vino di palma.

In quel momento vidi entrare con mia sorpresa una donna che balzava letteralmente ed era inseguita da uno degli uomini che ormai completamente nudo e sghignazzante implorava qualcosa nella lingua tonda dell'isola. In molti lanciarono grida e in breve ci fu un fitto fuggi-fuggi. Umini inseguivano donne cicciottelle ma succedeva anche il contrario: e uomini inseguivano altri uomini e donne altre donne. Ci volle un po' perché le coppie, ad una ad una, me compreso che fuggivo inseguito dalla mia spasimante, iniziassero la lotta, rotolandosi a terra. E così le diadi si disfacevano in un tumulto nel quale il proprio compagno veniva sostituito da un'altro in un dimenarsi che, fino a quel momento, di erotico aveva molto poco.

Fu dopo un po' che capii che in quel caos primordiale venivano selezionate delle nuove coppie che stabilita l'intesa si allontanavano dal padiglione che si svuotava lentamente. La dama alla quale ero avvinghiato, che aveva un dolce odore di fiori, mi prese allora per mano e mi condusse in una radura a cinquanta metri dalla capanna. Ci amammo con una tenerezza ed un trasporto che non avevo mai conosciuto, né con l'unica donna che avevo amato né con le prostitute di cui avevo fatto invero un uso molto parco, considerata la mia professione.

Mi addormentai stremato e ancora annebbiato dai cibi, dai liquori e da quei vapori vegetali.

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Quando mi svegliai gli uomini e le donne sedevano in un cerchio a gambe incrociate sul piazzale illuminato da torce e avevano gli occhi cerchiati e gli sguardi spenti. Al centro del cerchio stava un grosso palo dipinto a colori vivaci. Al palo ero legato io, con funi rigide. Sulla testa mi avevano calato una maschera fatta con il teschio di un maiale, ricoperta dalla propria pelle mummificata. 

[Ripresa 16]

Nella luce livida vedevo che la mattina non era lontana, un bagliore illuminava il cielo sopra gli alberi alla mia destra. Riuscivo a vedere a fatica dalle fessure nelle orbite vuote del teschio che emanava un odore di putredine. Dal cerchio di figure immobili si levò un brusio o un mugolio, un suono basso e dissonante. L'uomo di fronte a me aveva un tamburo di pelle e prese a scendire un tempo lento.

La donna che a tavola aveva carezzato le mie labbra venne vicino e mi accarezzò. Poi sollevò la mia  camicia cremisi e sentii che sfiorava il marchio a fuoco, quella "P" che mi era stata impressa sulla nave degli uomini senza volto. 

La donna con cui avevo avuto l'amore le giunse accanto. Aveva tra le mani un lungo e affusolato coltello. Lo porse alla prima che sembrava più matura.

Di nuovo ero io, legato: e di nuovo dalla gola non riuscivo a far sortire alcun verso o grido. Né parola. 

La donna incise una croce sulla mia pelle, in corrispondenza della marcatura. Non fu doloroso, non sentii che la pressione leggera e il sangue che colava. Si chinarono a leccare il mio sangue, le stille che colavano lungo il pube e sulle cosce. Poi la giovane fece una seconda incisione molto piccola, vicino alla mia vena giugulare. Il sangue però ne usciva più abbondante e le due donne ne furono prese, come da frenesia. Mi agitai leggermente anche se ero come torpido. Una terza donna si avvicinava. Ne fui inorrdidito. Raccolse il pugnale...

Il tonfo fu sordo e non mi parve che un lontano tuono. Poi il sibilo sezionò l'aria sopra di noi e la scia bianca si dipinse a cinquanta metri di altezza sulla radura. Tutti si alzarono in confusione per trascinarsi via ma altri proietti, più bassi, marcavano l'aria e chiudevano le vie di fuga. Quasi tutti si accasciarono prima di aver raggiunto il limitare alberato del piazzale. Anche le donne, dopo aver lasciato cadere il coltello erano fuggite e la piazza si copriva di corpi che si dimenavano.

Sentii l'aggressione alla gola di quel fumo verdognolo e presi a tossire. Non ho mai compreso bene. Credo che la grossa testa di maiale con il suo spesso derma conciato e le cartilagini, che comunicava con l'esterno solo con le due piccole aperture (la bocca era stata riempita di foglie macerate), mi abbia permesso di non morire con i polmoni lisati e cotti da quelle particelle aguzze e voraci.

Al termine dell'attacco avevo un gran male al petto e la gola infuocata ma ero assolutamente vivo, legato al palo nel mezzo di una carneficina, tra cadaveri e corpi che ancora si muovevano leggermente. Un certo numero di uomini e donne era fuggito ma pensai che la metà almeno dovevano giacere attorno a me. 

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Non dormivo, appeso a quel totem e dopo qualche tempo intravidi pochi uomini bianchi e incappucciati al margine della radura. Non prestarono attenzione al carnaio. Fu poco più che un lampo. Poi il torpore e il dolore. E poi ancora la pioggia.

Il cielo si era coperto e fu quando giunse il primo scroscio, violentissimo, che mi venne come una sferzata. La pioggia cadde con tanta violenza e per così tanto tempo che prese a salire sopra al fango che si era formato. Mi arrivava alle caviglia quando smise, improvvisa come era arrivata.

I legacci con cui ero stato avvinto al palo erano di una fibra vegetale, si erano impregnati e come ammorbiditi. Forse si erano allungati un poco e mi resi conto che lavorando pazientemente con i muscoli delle spalle e delle braccia mi sarei presto liberato. Liberai solo una mano ma con quella ebbi ragione dell'altro legaccio e poi mi chinai a raccogliere il coltello. Tagliai la fibra che mi fermava le caviglie.

Afferrai il pugnale nella destra. Lo guardai e ne saggiai la lama. Presi a camminare verso il bosco. Sentivo nei tendini che non importava chi avessi incontrato, se gaudenti nativi o enigmatici sacerdoti della materia. Non avrebbero trovato in me la menoma benevolenza.

Indicazione di ascolto - Eric Dolphy, Status seeking - Album: Here and there

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DOVE IL VENTO DEL MARE CHIUSO INCONTRA IL NORD - Libro secondo

C'è una tegola che devo sistemare. Domani nel pomeriggio, se smette di piovere andrò a vedere. 

Scendo all'osteria, dove so che troverò il medico, il prete e Giuanin. La Cristina si muove attorno, si muove sempre e porta e prende. Ci sono altri due contadini del paese vicino e riempiamo così quella stanza. Il pomeriggio di novembre bagna il cortile dove le sedie di ferro giacciono accumulate  da un lato, sotto il riparo del terrazzino precario. Il pergolato è spoglio e c'è una luce fioca, dalla stufa aperta e dalle lampade ad olio sistemate sui tavoli e sul bancone.

Sopra il bancone è appesa un'immagine di una madonna trionfante, una statuetta lignea, in una nicchia, e una candela brilla anche per lei nella mensola ai suoi piedi. 

I due contadini di Borlo giocano a carte. Il medico ha con sé la borsa che ha portato nelle visite, nel suo pellegrinaggio della sofferenza. E il sacerdote pensa forse ai dolori della colpa che ha dovuto emendare. Nessuno di loro si deve mai domandare se il cliente che paga la loro cena merita veramente che i morsi che prova nella carne siano alleviati. 

Se il medico è stato in grado di attenuare i segni delle affezioni che la mia pelle e il mio intestino hanno raccolto in oriente, non posso dire lo stesso del prete. Fosse per lui mi ha anche perdonato, ma sono io che continuo a non comprendere come la colpa possa fluire da un corpo all'altro.

E' ovvio che siamo tutti colpevoli. Delle colpe di ognuno. Eppure è altrettanto vero che il segno della colpa, di quella colpa, è scritto nel mio corpo e nessuno tranne me lo conosce, né lo conoscerà fino al giorno del giudizio. E se lo racconto al prete la cosa non muta. Il racconto del misfatto non ha nulla a che fare con la colpa, è fatto di altra sostanza. E quando il sacerdote recita "ego te absolvo... " sento nello sterno che nonostante la sua intenzione, la colpa, il legno spigoloso di cui è fatta, il piombo che lo avvolge e le teredini che lo minano dall'interno, non si spostano di un dito.

Il medico beve. Beve parecchio e il prete lo segue da distante. La Cristina prepara degli gnocchi o stufati di verdure e a volte mangio lì. Il prete e il medico sono ospiti fissi mentre i contadini tornano sempre alle loro galline che da sole non dormirebbero tranquille.

Dalla casseruola sale un profumo di aglio, cavolo e patate e abbiamo già attaccato il salame con il pane, nell'attesa.

"Certo che là nel paese di bingo-bingo queste cose qui non le mangiava... " dice Cristina, ed è ovvio che dice a me. Il vino rosso è leggero ma poi così si finisce per bere molto di più.

"Va giù bene, eh?" Dice il dottor Gustavo, e lo dice sempre. Ci divertiamo molto a quel punto. Anche Don Luciano ride. Cristina ci guarda con sufficienza materna. 

"Ne beva un bicchiere anche lei Cristina!" E' un po' come un copione scritto...

"Oh, magari dopo che se mi gira la testa poi chi lo fa da mangiare!"

Il medico prende la chitarra appesa al muro, la accorda e poi canta. Sa molte canzoni perché ne estrae sempre di nuove di tanto in tanto. Ma comincia sempre con quei tre accordi...

"Era ormai notte e ritornavo

alla caserma in fondo al dì.

Ti ho vista ridere e ballare

in quella strada di Belville

Ed ora sono qui coi ceppi ai piedi

e dicon che mi voglion fucilare

non penso che farebbero la guerra

se solo ti vedessero ballare... "

 "Oh, ma Gustavo! Sempre con questa lagna! Voi uomini vedete una donna e non capite più niente... ". Sogghignava.

Il marito di Cristina in guerra ci era morto. Il colore del vino era differente da quello del sangue e poi il sangue non è sempre uguale. 

"Il figlio di Isabella ha una fistola, questi composti fenici del catrame tengono la febbre... ma la cura della ferita va per le lunghe. Sta male, e adesso è ormai stremato." Il prete ingoiò il boccone di pane e salame velocemente... "Domani andrò da Isabella, è molto preoccupata." Don Luciano era un vecchio, di buon cuore ma non molto sveglio. Il Dottor Vadino invece era un uomo sorprendente.

Guardo Cristina, che ha ancora un volto di furetto ed occhi ardenti sotto i capelli raccolti in un "muccio" sul colmo del capo. Le sue gambe sono però gonfie e sembrano chiedere pietà, riposo, a quella donna che non si ferma mai, tra la cucina, la mescita, l'orto e il rigoverno e la pulizia della chiesa... Il dottor Vadino ha un amante, un ragazzo figlio di un agricoltore di Borlo, bello come il sole.

"Io credo che voi preti abbiate i giorni contati," disse Vadino al sacerdote. "I vostri discorsi non stanno più insieme... non per me, sia chiaro, per me preti o giullari è lo stesso. Ma è proprio che c'è come una puzza di cadavere... "

"Non sia blasfemo, dottore, ridacchiava Don Luciano... siete voi medici che fate una gran confusione. Date a Cesare quel che è di Cesare... "

"... e a Dio quel che è di Dio. Glielo dica Padre!" Cristina stava con il prete, ma non perché avesse fede o per convinzione. Vedeva che lì il prete era il più debole e che Vadino lo vinceva con la sua intelligenza e il suo spirito. Lei sentiva da che parte si deve stare, lo sentiva in ogni momento.

"Io a Dio darò tutto, a tempo debito. E Cesare come sempre rimarrà con un palmo di naso. Però Dio dovrà almeno fare lo sforzo di esistere, visto che per il resto manca all'appello dacché io mi ricordi."

"Gli abitanti di un'isola del pacifico sulla quale siamo approdati credono che il mondo sia stato creato dalla lotta tra una grande balena è una piccola scimmia. La balena aveva mangiato la scimmia e la stava per inghiottire quando la scimmia si è messa a parlare la lingua degli antenati. Così dallo sfiatatoio della balena hanno cominciato ad uscire le piante e i sassi e infine si è formato il grande vulcano. Che ovviamente un giorno divorerà tutto in una grande eruzione. Quando la scimmia è uscita dalla balena, arenata contro il vulcano, era divenuta uomo."

"Non fa una piega." Disse il medico.

"Ma senti tu, cosa si inventano... cosa ne pensa, Don Luciano?"

"Anche gli aborigeni son figli di Dio e il signore parla anche attraverso le loro bocche."

"Quando il vulcano si risvegliava aprivano il ventre di una vergine e ne mangiavano il fegato crudo... tanto per non lasciar nulla di intentato... "

"Oh bella!" Esclamò il prete...

"Non mi piace che parli di queste cose... ora è quasi pronto, tra l'altro."

Piove ancora e nella tiepida stanza i tre uomini e la donna condividono il desco. Il prete è il più anziano dei quattro e Vadino e il marinaio hanno pressapoco la stessa età.

Nello stufato c'era della carne, poca cosa. Era profumato dell'aglio e di rosmarino. Le patate sono sfatte e dolci. No. Non ha mai mangiato nulla di così buono in tutto il mondo che ha visitato. Il prete è concentrato a suggere rumorosamente il brodo grasso e Vadino partisce con attenzione il composto e mastica con cura ogni singolo boccone. Cristina lo imita, con naturalezza. C'era stata la stagione dei funghi e delle castagne. Adesso attendono il Natale tirando il collo a qualche pollo per esercitarsi alla contemplazione dei misteri del bene e del male. Di cavoli ce ne sono molti ancora nell'orto e di patate è piena la dispensa. Qualche bottiglia di vino è già in trepida attesa di diventare novello...

"E così vorrebbe fare quella cosa della posta elettrica?" Chiede Cristina.

"Mah... non so. Il telegrafo è una cosa nuova. Ma mi sembra ovvio che presto raggiungerà sempre più posti, sempre più in profondità... non è stato così per le navi?"

"Ma quanto ci mette l'elettricità ad andare da un posto all'altro?"

"Oh... io credo che sia quasi niente... non so ma è un po' come niente. Conosco un tale che navigava con me che lavora giù in città in queste cose... e io mi annoio."

"E lei potrebbe quindi mandare i messaggi elettrici in tutto il mondo?"

"Oh, no... non io. Se ho capito i messaggi poi li mandano e li ricevono loro della Compagnia. Non è che uno veramente si mette a fare quello che vuole. S'immagina?" 

"E allora? Lei cosa farà?"

"Io vorrei fare una società per fare arrivare il telegrafo qui... insomma, i pali, i cavi e le macchine. E' molto bello, difficile... e poi tenere la linea in funzione. A me non interessa quel che si diranno. A me interessa proprio l'elettricità."

Il prete pensa, guardando il piatto vuoto e lustro dopo la scarpetta. "Non credo che giovi alla gloria del signore... abbiamo già i bollettini della Curia e i fedeli sono già distratti da mille diavolerie... "

"Il telegrafo serve soprattutto per scambiare messaggi urgenti, cose che riguardano quel che si deve fare... credo. Metta che lei abbia da rifare il tetto della canonica e che sorgano problemi con chi le fornisce i chiodi, o... che pretendano che paghi delle tegole che non vanno bene di misura... per mettere a posto le cose ci vorrebbero mesi di lettere e lei finirebbe per perdere i soldi o per dover usare le tegole sbagliate. Lei scrive e dopo un mese le torna una risposta... "Non comprendiamo, le tegole sono quelle che Voi ci avevate richiesto... Vostri Umilissimi... " I mesi. E intanto lei si trova fuori di casa...".

Il sacerdote sembrò colpito da quel pensiero... si versò subito un bicchiere. Pagar le tegole e dormir fuori di casa era davvero inaccettabile: e poco cristiano.

"Padre, ha una... " Troppo tardi. La goccia di sugna si era staccata dalla barba biancastra e si era spiaccicata sulla tonaca.  

"Lei ha più medaglie di Von Bülow!" Vadino lo guardava con la bocca aperta e gli occhi un po' socchiusi. Il frate, intinto il tovagliolo nell'acqua si fregava il petto. 

"Ci vorrebbe dell'aceto... " Lo diceva buffo, piegando il collo a guatare la macchia ai margini del campo visivo. Il medico lo incalzava.

"L'aceto va bene per la lattuga... con l'olio e il sale."

"Prenda la tonaca pulita Don Luciano che quella la lavo al prossimo bucato. Sarà un mese che ce l'ha su... "

Vadino pensava. "Mettiamo che la sua mamma stia morendo... Commodoro."

"Immagino sia morta da molto tempo... ma immaginiamo così, come lei dice."

"Sì e lei si trova qui. E sta qui con noi a mangiare... ed entra il ragazzo della sua bella Compagnia che le dice che la mamma è a... diciamo a Pisa, da quegli infami dei pisani. E mettiamo che arrivi la notizia dall'ospedale dei tubercolosi. Sua madre sta per morire. Ha sputato il suo ultimo sangue e sta per strozzarsici."

"Mia madre non era tisica...  era zoppa dalla sinistra. Ma mettiamo come dice lei."

"Lei dottore inventa sempre delle cose balorde... "

"Non le invento. E' il mio lavoro. Se facessi il prete parlerei di angeli e profeti. Comunque, come suonerebbe il messaggio, lei che sa?"

"Penso una cosa come - Madre morente- Accorrete capezzale - "

"Ecco, comandante. La mia domanda è: perché mai ha lasciato la madre tisica a Pisa, a morire sola come una cagna? Che cosa l'ha tenuta in questo posto umido e grigio: la compagnia del vecchio prete pataccato?"

"Immagino che sia più il piacere del suo spirito rapido... e più ancora gli stufati della Cristina."

"E quindi all'arrivo del telegramma si metterebbe in viaggio per raggiungere la madre?"

"Troppo tardi. Manderei semplicemente una risposta  - Seppellite vostre spese - Spendo ultima mia moneta per telegramma - Una prece -  Poi chiederei una messa in suffragio qui a Don Luigi".

Don Luigi ebbe un lampo di grande genio che sconcertò tutti: "Ma non sa mica ancora che è morta... sarebbe un sacrilegio! Eppoi, con cosa la pagherebbe..."

"Il medico potrebbe darci un tempo ragionevole... ci baseremmo su quello. Quanto ci mette una madre tisica a morire... dico su per giù... "

"Basta!" Cristina, si è arrabbiata. Tutti si zittiscono.

Vadino ha perso un po' della sua tracotanza "Ma era... ero solo... "

"Basta. Volete delle mele? Io penso che il telegrafo non ci serva a molto ma se fosse usato con buon senso mi sembra che se ne potrebbe anche ottenere del bene." 

Il sangue nei polmoni, pensa il marinaio mi ricorda una cosa... Ma a volte gli sembra un sogno, altri luoghi e odori, altro...

"Di cosa sono fatti i sogni, dottore, dico, nella testa o nel cuore, sono fatti come gli altri pensieri? Come facciamo a sapere che sono sogni e non ricordi? C'è sopra l'etichetta, come sulla salsa della Cristina?"

"Lei chiede cose che nessuno sa, forse con il suo telegrafo... magari in Inghilterra, o a Parigi, qualcuno si è fatto un'idea già. Ma quanto alle etichette non credo che lei sbagli di molto. Alla fine tutto si tiene e quello che va bene per i piselli e le acciughe in qualche guisa andrà anche per i sogni. In ispecie se si sognano acciughe coi piselli... " Ridono. Tranne il sacerdote. "Noi mettiamo etichette a tutto... perché i sogni dovrebbero fare eccezione? Abbiamo Dei di diversa provenienza e ognuno di loro ha la sua etichetta... bianca nei casi più eleganti. Ci sono etichette per le diverse tendenze morali e per i malanni. Anche se non ci sono due malati uguali, non che io sappia. Ci vuole un po' di etichetta si dice, appunto, sapere quel che si fa e perché lo si fa. Per non buttare le perle ai porci... "

Don Luciano scuoteva la testa. "A lei piace scherzare con il fuoco dottore e la perdono perché lei è un uomo buono e qui lo sappiamo tutti... ma Dio dovrebbe lasciarlo un po' in pace perché la sua scienza medica non le dà le giuste nozioni in proposito. Dio è un'ente trascendente e le parole che usiamo per lodarlo sono appunto solo parole e sono la testimonianza del nostro amore per lui. Ma Dio vede i nostri cuori, vede attraverso le nostre pagine e le nostre belle parole come noi attraverso il vetro limpido."

Il marinaio aveva visto nella mente Jobert che rantolava sulla tolda, schiumando... "Ma non è vero dottore: noi possiamo buttare tutto in dispensa etichettato per bene e poi ritrovarlo nel mucchio leggendo le parole o guardando i disegni di pesci e legumi, d'accordo, ma potremmo anche decidere di dividere i piselli in una dispensa e le acciughe in un altra in scatole tutte uguali... sapremmo cosa è dove... " 

"Dovrebbe mettere un'etichetta sulla porta della dispensa... e poi accertarsi che nessuno le metta una sola scatola fuori posto... No. Tutto in questo mondo è assolutamente singolo. La più minuta porzione di materia ha una sua etichetta che grida " - Sono io! - e...  - mi perdoni padre, non scherzo - sono Dio - "

"Io qui personalmente, dottore, non... "

Il marinaio aveva il volto arrossato nel riverbero delle fiamme "Ma no, ma no, insomma... voi vi perdete in cose di un altro mondo. Anche lei dottore, che vorrebbe darci a credere di essere un duro e un pessimista. Lei è più religioso di Don Luciano, in fondo... "

"Oh bella!" esclamò il prete.

"Ma dico solo per dire padre.... è perché sfuggite come anguille... io dico, io vedo nella mia mente  il coltello che mi doveva sventrare e con il quale... Io... Io lo vedo e so che è il mo passato. E' lì e mi inchioda: io sono quello. Ma vedo anche il volto di mia sorella, la bambina che correva nel prato giù sotto e che è morta di colera... ma lo vedo come l'ho sognato stanotte e so che mai e mai l'ho visto così... e come lo so?"

"Ma che discorsi, questi. Lei a dormire ci è andato stanotte... e quindi il sogno è di stanotte... " Cristina si spazientiva quando i discorsi si facevano troppo vacui.

Il marinaio la guardò mentre lei masticava un semino di mela, suggendone il sapore di mandorle amare.

"Si. E stanotte ho pisciato nel pitale. Ma non era un sogno... "

"A volte i sogni sono molto realistici... " il prete è un po' afflitto "sembrano molto chiari e vicini e allora poi uno si chiede - ma sarà successo o l'avrò sognato? -  e quel che abbiamo vissuto davvero si confonde nei ricordi, si trasforma. E così Dio ha parlato agli uomini e ai profeti anche nei sogni."

"Comunque," il medico lo disse come a mettere la parola definitiva a quelle chiacchiere, "il sonno è sonno e la veglia è veglia. I sogni sono la realtà del sonno e... e la veglia è la realtà del... cioè la realtà... è il sogno della veglia." Ingoiò un bicchiere. "Ma lo saprà bene quando è sveglio e quando dorme, no?"

"Certo," dice Cristina "quel che ha sognato era perché dormiva... poi si è alzato e si sarà detto: - ma guarda un po' cosa ho sognato... - "

"E quindi è lì che ci ho messo l'etichetta, eh Cristina?"

"Certo," dice il medico" la nostra mente non fa che etichettare il mondo " Sogno del 2 dicembre del '36 - Piazza di Capocorto del 3 giugno '24 uscendo dalla zia... l'odore di mia madre, il verde della sua maglia di lana il pomeriggio che pioveva... e poi mette tutto in dispensa... "

"Giù in cantina ci sono le cose di quattro generazioni," dice Cristina "Quando c'era mia nonna Elena io ricordo che tutto sembrava nato in quel posto... le briglie appese e le bottiglie con i cappucci di carta... c'erano molte cose ma poi mia madre era sola e non riusciva a far tutto e le cose si sono accumulate una sopra l'altra e adesso non si riesce quasi ad entrare. Mi piacerebbe mettere in ordine ma dovrei gettare delle cose... Non vado nemmeno più giù da vent'anni... da quando... "

E' già notte e la pioggia cade con un suono continuo, un fruscio che aumenta e oscilla con il vento. I rami del leccio si agitano strofinandosi sui quattro vetri della finestra. Appaiono e scompaiono nella luce tenue. E' tardi ma non è la prima volta che parlano fino al mattino... e questa notte c'è un tacito accordo, sentono che è una notte votata a quella intima cerimonia senza date fisse, che arriva nei loro cuori dal cielo e li prende in un incontro che li intristisce e li rinfranca.

"Voi sapete che io... io non sono... "

"Noi non sappiamo nulla," dice Vadino, "e penso che non sapremo molto da lei. E invece di me sapete tutto. Ma non proprio tutto, in fondo."

"Io prego molto per lei, dottore" dice Don Luciano e lo dice bene, che non sembra nemmeno un prete per un momento.

"E per me non prega mai?" Il marinaio è quasi ironico.

"Ma per cosa poi dovrei pregare... certo che prego per lei. E per Cristina, anche se ritengo che sarà Cristina a intercedere per noi lassù, così come si prende cura di noi qua... "

"Ma cosa dice don Luciano?" Cristina ha sgomberato i resti del pasto ed ora ha portato i liquori forti. Sul tavolo ci sono quattro calicini, di quelli fatti a campanella rovesciata, con decorazioni incise di drappi e festoni. Una brocca di acqua e un dolce con l'uvetta e il suo coltellaccio occupano il centro geometrico della tavola quadrata, grezza e ormai senza tovaglia.

"Credo che la nostra testa sia come la cantina di Cristina." Il medico guarda la luce attraversare l'ambra scura dell'amaro in cento riflessi che appaiono in quel momento e che i suoi occhi mai più coglieranno uguali. "C'è un mucchio di cose lì dentro, tutte con la loro etichetta che dice dove e quando e insieme a che... che dice che cosa va insieme a cosa... Solo che tutto è affastellato in un mucchio e le etichette sono sgualcite e la nostra vista è ormai piagata. Allora usiamo solo le quattro carabattole che teniamo nel piccolo scaffale accanto alla porta: le scarpe, i documenti règi, lo schioppo... "

Il marinaio ascolta la pioggia e le zampate del leccio sulla finestra, come quelle di un grosso cane che voglia entrare... ascolta lo scricchiolio della sedia sotto il culone importante del prete e Cristina che mastica il dolce; anche se lei pone attenzione e tiene a tratti la mano sinistra davanti alla bocca, il suono si ode a farci attenzione in brevi schiocchi. La stufa è come una canzone, col bordone dell'aria che l'attraversa e canta basso nel tubo e le piccole esplosioni a ritmo solo apparentemente irregolare. Il dottore sugge il nettare dal calice e borbotta come piccole frasi tra sé.

I suoi grossi scarponi si muovono sul pavimento e al marinaio non sembra di aver mosso lui i piedi. 

"Io," cominciò, "costruirò il telegrafo, dal paese alla barriera giù a Borzeto, ma... ". Cristina guarda in basso e non si capisce cosa pensa.

"Ma c'è quella cosa... ". Il medico smette di giaculare. Il leccio dà come un colpo più forte, in una ventata cattiva. Il prete ha estratto meccanicamente il rosario.

"Quando sono fuggito dall'isola, ho camminato tra i cadaveri e tra i pochi sopravvissuti rantolanti con la mia maschera di maiale salda sul capo e il coltello ricurvo e intarsiato nella destra, stretto tra le dita elastiche. Avevo ancora i calzoni cremisi della mia veste e il petto nudo. Camminavo sulla morte e tra la morte come un demone... il ricordo vive per me nella luce che filtrava dalle fessure della maschera ma nella mia mente c'è anche l'immagine di me che attraverso la radura, come la vedessi di tra gli alberi venirmi incontro. E sì, dottore, di certo il mio cervello l'ha etichettata tra le cose che ci sono state e che non ho visto... per non confonderla con quelle che ho visto: ma che non sono mai state. Un ragazzo, che schiumava dalle labbra quella poltiglia rosata che ormai conoscevo, cercò di afferrarmi a una caviglia, ma mi divincolai e lo ricacciai tra gli altri corpi."

I tre astanti si sono fatti attenti.

"Raggiunsi il bosco e poi attraversai il villaggio e intorno non c'era più nessuno, nessuno che facesse nulla, e non so se fossero fuggiti altrove o fossero rintanati nelle capanne ma era come se non ci fosse stato nessuno da sempre... Nessun uccello gracchiava o urlava... solo dopo ne ho sentito qualcuno ridestarsi. Così mi sono ritrovato ad andare verso la spiaggia da cui ero giunto con la mia zattera, camminando lungo il sentiero segnato già dai miei passi. 

Quando giunsi al limitare della vegetazione, che già la sabbia si sentiva sotto i piedi, mi fermai e mi acquattai sotto un cespuglio.

Sulla battigia un gozzo, munito di una vela bianca. Attorno tre uomini incappucciati lavoravano alle armi e, accanto, in una cassa rettangolare,  era un bottino di limoni, invero assai misero al confronto di quelli che avevo visto innanzi.

Mi slanciai, saltando come un danzatore con la mia testa di verro, ma senza urlare, sventolando il mio coltello come farebbe un ginnasta con una banderuola e in breve fui vicino a loro.

Si erano fermati e mi avevano guardato da dietro i loro cappucci fessi, bianchi, impietriti, senza poter comprendere cosa fosse quella cosa, ché loro nelle isole si limitavano a raccogliere i limoni e poco si curavano di altro. Non avevano imbracciato le armi e credo che nel loro cuore abbiano dubitato che i loro ordigni potessero qualcosa contro quell'essere chimerico... forse immaginavano che si sarebbe dissolto così come era comparso.

Invece la prima coltellata recise di netto la giugulare e i tendini del collo del primo dei tre. Avevo affondato con forza il coltello di punta ché sapevo che il tessuto dei cappucci era robusto. Il secondo uomo fece per colpirmi con la pistolona che era scarica e alla quale mancavano anche alcuni pezzi ma lo mandai all'aria con un calcio nel pube violentissimo. Il terzo cercava di fuggire... ero saltato sulle gambe della mia seconda vittima e il coltello, questa volta, affondò nel suo ventre, preciso e lubrico mentre un fiotto rosso schizzava dalla rete che gli copriva la bocca.

Il terzo uomo era già lontano e cercò di piegare verso la foresta... ma in quel momento, dal limite del bosco uscirono gli uomini del villaggio, che si erano armati di sassi e bastoni, in una lunga e impenetrabile fila. L'uomo bianco si fermò e poi si volse... e compresi che non sapeva quale morte scegliere.

Lo raggiunsi. Era come immobilizzato. Recisi di netto i tendini dietro il ginocchio della sua gamba destra. Poi lo spinsi a terra. 

Levai il cappuccio con uno strappo e lo riconobbi. Mi guardava. Non so come sia che nelle cose accade quel che sembra impossibile... era il tailandese. Era il ragazzo che avevamo curato sulla nave con la quale ero partito da qui... la nave commerciale. Alzai la sua camicia candida. Sul ventre aveva una "P" tale e quale la mia. I nativi ci guardavano, con i loro sassi e avrebbero potuto annichilirci in pochi istanti. Erano molti.

Fu allora che urlai. Urlai con quanto fiato mi rimaneva, nel dolore dei bronchi ustionati e la laringe piagata. Era un verso distorto, un urlo che sgranava malato.

Uno degli indigeni fece un segno con la mano: tutti gettarono le loro armi improvvisate. Poi si voltarono e tornarono lentamente verso il villaggio.

Ho trascinato il ragazzo al gozzo, ho caricato i limoni e ho preso il mare. Non mi sono più avvicinato né a una nave né alla costa fino a quando un giorno ho visto un mercantile con la bandiera del mio paese. E poi... Il ragazzo adesso lavora giù al porto. Abbiamo bevuto qualcosa insieme qualche volta... "

Il medico scola un altro bicchierino. "Sta prendendo la tisana con regolarità, come le ho consigliato? L'importante è solamente non eccedere, lo sa."

"Ma sì. Lo so che lei non mi crede dottore... crede che io sia un manìaco, anche se simpatico."

"Oh, si sbaglia... non mi importa e non credo sia rilevante che quel che ci racconta sia vero, del tutto o in parte. Ma non mi piace quando vedo una certa luce nei suoi occhi... "

Don Luciano invece  ha smesso di sgranare il suo rosario e mormora... ma è Cristina a parlare prima.

"Lei non ha fatto quelle cose... le avrà viste fare e poi chissà, sul mare, il sole... "

"Già," risponde il marinaio "il sole scombina le etichette e rompe i barattoli e tutta quella cosa cola appiccicosa tra gli altri barattoli... e non c'è modo più di tirarla via."

In quel momento si apre la porta e la pioggia irrompe nella stanza, come la tempesta sulla tolda: un contadino sta sulla porta, fradicio: "Dottore venga da Isabella, Tonino sta male... ha il delirio."

Il medico sbianca. Si vede che è come un pugno nello stomaco, tiene il respiro. Afferra la valigia e il cappottone. Cristina è accanto a lui e lo guarda. Spengono i lumi e poco dopo scendono il sentiero tra i muri a secco, sdrucciolo, di sassi piantati nel terreno.

Quando arrivano nella grande casa il medico sale alla stanza di Tonino e gli altri restano nel grande salone di ingresso con i vestiti gocciolanti. Isabella scende dalle scale e guarda Cristina "Aiutami a far bollire la roba... e facciamo il caffè." E' cerea ma tranquilla, sorride perfino un po'.

Dopo poco scende il medico e si siede accanto al tavolo centrale. "Gli ho dato l'oppio. Dio benedica quel papavero del diavolo... " 

"Ma non è pericoloso?" Chiede il prete. 

"Pericolosa è la vita, padre... comunque non sta ancora morendo. Almeno... a meno che io faccia qualche errore." 

Qui il rumore della pioggia è quasi coperto da quello del torrente che si è gonfiato. 

"Vai a vedere l'acqua, marinaio" dice il medico, "che non vorrei che vi portasse tutti via mentre io opero. Con chi bevo dopo?" 

La stanza è tetra ma molto elegante, con i mobili di legno scuro e i velluti verdi. La cristalliera è colma di bottiglie e bicchieri e il tavolo ha un piano di marmo anch'esso verde e screziato. La pendola batte i chiari rintocchi, tutti uguali, del tempo che non ha prima né dopo ma solo quei tic e quei toc, pedanti creditori che assillano i presenti come cambiali insolute e destinate al protesto.

La pendola ha un leggero intarsio classicheggiante. Tutto il lusso della casa è in quella stanza, in quell'ingresso in cui nessuno vive, nessuno mangia e nessuno sta mai. Varcata la soglia interna invece ci si trova presso la stufa e tutto è semplice e poi nella cucina lunghissima e bianca. Nell'ingresso lo sfarzo è dedicato solo all'ospite che passa e al ritratto del papà di Isabella, baffuto e uguale a tutti i baffuti che hanno popolato i ritratti di quel secolo, in un gelo appena attenuato dal calore rubato alla stanza centrale. Una stanza morta e per questo sacra, per questo importante.

Il medico si alza. Il marinaio rientra e fa una faccia a dire che per ora non ci sono pericoli. 

"Venga su con me." Poi diventa molto serio e guarda il prete. "Non credo che avremo bisogno di lei... spero di no." Il prete ha in mano un libriccino nero e annuisce.

Le donne li seguono con gli strumenti, i panni e l'acqua calda.

Il prete rimane solo con il contadino che li aveva chiamati. Ma questo si alza e dice che va, che ormai non serve più che stia lì.

Don Luciano continua a leggere. E pensa che non è più stanco. Prende del caffè dalla grande cuccuma sul tavolo. Aveva conosciuto l'uomo del ritratto e lo ricordava ciucco e smandrappato mentre inveiva contro la moglie e non così impettito e vestito della Domenica. Ma era uomo di grande spirito e coraggio. Almeno da sobrio.

E adesso arriverà il telegrafo, pensa... e chi lo avrà mandato il telegrafo, Dio o il Demonio? Apre una pagina del libro e legge "...Il signore Iddio è buono con tutti e la sua misericordia è in tutta la sua opera... " Che stupida domanda si è fatto. Il Demonio non fa nulla, non costruisce nulla. Don Luciano sapeva che i suoi libri erano più saggi di lui. Il Demonio entra nelle opere di Dio e degli uomini e le confonde, le mescola... e si insinua dentro la sottile materia dell'anima e inganna i cuori e le menti. No, non è il diavolo che ha voluto il telegrafo ma stiamo certi che alla sua inaugurazione sarà lì e ne avrà già preso un pezzo, era già nei fili che corrono da palo a palo. E farà tremare la mano dell'operatore e si insinuerà nelle particelle del fluido elettrico e magnetico per cercare di farle danzare come a lui piace, così come ha fatto da sempre e come sempre farà... fino a che... " 

Si ode un lamento dal piano superiore, ma è un lamento ottuso flebile. Cristina scende e si versa del caffé a sua volta.

"Dice il dottore che non sembra così male, anche se la febbre adesso è alta... ha inciso e ha usato l'acido fenico per pulirlo. Non è uscito tanto sangue... "

Chissà, pensano entrambi, e non sanno che lo pensano entrambi. Forse con il telegrafo si sarebbe potuto chiamare un grande medico dalla città che sarebbe corso con la carrozza. A casa di Isabella... nell'ingresso di velluto verde. Il torrente ruggisce più forte ma nessuno gli bada. Poi però Cristina si alza e ricorda che la porta ha forti barriere di legno per l'acqua. Si alza e va a sbarrare l'uscio. Con la carrozza ci vogliono due ore dalla città e nessuno lo farebbe con il torrente così...

L'APPARIZIONE - Libro terzo

Non c'è che un modo per alleviare le sofferenze umane: veracità di pensiero e d'azione, risolutezza nel guardare in volto il mondo, quando da quel mondo è stata strappata la maschera di finzioni, con cui mani pie ne avevano celato i volti più ripugnanti. (T. H. Huxley)

 

Aveva lavorato al tetto nelle poche ore di luce del meriggio. Il vento di mare soffiava sotto alla sua camicia mentre cercava di rimettere a posto le tegole come fossero un giuoco di pazienza mal congeniato. La grande e fradicia valle di alberi grigi e spogli mandava come dei lamenti.

Si gonfiafa tra i suoi capelli il disagio di non riuscire a terminare l'opera che ogni volta si mostrava impossibile per via dell'ultimo spigoloso dettaglio.

Alzò gli occhi verso le macchie di luce del sole che bucava il cotone opaco delle nuvole.

L'angelo si stagliava contro l'alone livido di quella luce lontana. Era bianchissimo sebbene ai suoi occhi apparisse come un profilo d'ebano, con un poderoso torace e le grandi ali. Nella destra aveva una spada ritta e tesa verso la volta celeste.

Poi volò oltre il confine del cielo.

Il senso di stanchezza delle sue gambe era scomparso e vide come sistemare l'ultima tegola sollevando al contempo quella di destra e le due che la precedevano nella fila digradante. Ne provò un senso di soddisfazione infantile e di trionfo, come un formicolio al collo: l'angelo lo avrebbe d'ora in avanti aiutato.

Andò giù, in casa e si spoglio nudo ma non riusciva a dormire né a rilassare le membra e il corpo tutto. Si rivestì e poi andò a scrutare il cielo in cerca dell'angelo. Si cambiò di nuovo i vestiti con una vecchia camiciona bianca che gli parve adatta alla sua nuova condizione di santità. La legò in vita con una corda. Era tranquillo. L'angelo sarebbe tornato solo nei momenti importanti per benedire le sue azioni e ispirarle. Si accorse di non ricordare più alcuna preghiera e gettatosi in ginocchio e con lo sguardo alla luce della finestra lasciò che le parole gli sgorgassero dal cuore, con suo stesso stupore:

Oh madre!

Padre oceano, che hai seccato nel sale le mie mani e i miei pensieri,

Io sono un pallido merluzzo, un'aringa che cerca la curva dell'acqua.

Il verde smeraldo che fora i flutti, in piccoli diamanti mi esplode accanto,

e nelle minute scaglie del mio corpo ritrova il calore del fuoco.

Acqua e fuoco... 

Il fondo di alghe brunite, di melma mi attende

e farà di me fetida esalazione di gas che tornano al cielo.

Ma lascia ch'io mangi ancora il crostaceo rosa, ancora per un giorno...

 

Una fitta lo colpì in mezzo alla fronte e poi si estese ai lati della testa. Pensò che sarebbe morto e cadde in avanti.

Dopo qualche minuto riuscì a trascinarsi alla porta e gli arti, come bestie pensanti lo portarono giù da Cristina che stava stendendo degli stracci e si spaventò a quella apparizione. Lo sospinse dolcemente nella taverna e prese l'acqua dalla stufa per preparare una tisana. Poi chiamò il prete. Don Luciano si sedette accanto al marinaio e gli prese la mano.

"Vada a cercare Gustavo, Cristina. Sto io qui con lui."

La camicia si era aperta sul davanti e il membro e i testicoli del marinaio pendevano flaccidi tra le sue gambe smagrite. Il prete lo ricompose con delicatezza.

"Adesso facciamo la tisana, eh? E viene su il dottore!"

"Padre... il diavolo è un angelo... vero? E' un angelo di Dio... "

"Ma a cosa vai a pensare adesso! Son cose che ora non c'entrano mica... devi solo mangiare un po' che ti sei lasciato andare giù... "

"Io devo costruire il telegrafo... ma non sono sicuro. Il denaro che ci vuole... e se poi il demonio... "

Don Luciano era turbato. Estrasse il rosario. Ma non si fece sentire e pregò solo nella sua testa. Il marinaio adesso piangeva sommessamente. Cristina riapparve con il medico e preparò la tisana in una grande scodella fonda. Poi spalmò di burro e marmellata di more del pane e lo mise accanto alla tisana.

Il marinaio beveva e mangiava...

Vadino gli prese il polso e gli scrutò le pupille. Lo auscultò anche un pochetto ma senza troppe cerimonie. Si sedette al tavolo anche lui. E mangiava la marmellata.

"Dammi un bicchiere, Cristina."

"Ma non stia a bere, adesso... " Lo diceva mentre versava il rosso dal bottiglione.

"Cosa è successo, comandante? Perché sei vestito come un frate mendicante?" Vadino era pallido e tetro in volto ma la sua voce era calma.

"Mah... la testa. Mi è venuto un male alla testa... io devo tenere duro ma non so se ce la farò... "

"Se ce la farai a fare cosa?" chiese Vadino.

L'espressione del marinaio mutò repentina. Ora guardava il medico come atterrito.

Vadino morse la marmellata ancora. "Bene, sono cose tue. Adesso mangia e bevi la tisana... se hai voglia. E sennò lascia tutto lì. Fatti un sonno. Fai quel che vuoi ma io non andrei in giro così... senza mutande voglio dire."

Anche il marinaio sorrise faticosamente... poi scoppiò in un pianto dirotto, come una di quelle tempeste che lo avevano abbracciato sul ponte dei velieri al largo.

Guardò Vadino e la domanda gli giunse sulle labbra come se avesse potuto arrecare sollievo, assurdamente magica: "E' sifilide, vero?"

"Potrebbe essere qualunque cosa, lascia stare... " Il prete e Cristina si guardarono.

Il marinaio riprese, tranquillo. "Ho letto quel suo libro, quello che mi aveva prestato l'anno scorso. E quando ho visto il disegno l'ho compreso. Anche se poi il disegno non c'entrava niente. Ma io l'ho capito. E adesso Lui lavora dentro di me... "

"Hai avuto degli sfoghi, delle pustole?" Vadino sembrava tranquillo.

"Sono tornato con un guscio di noce dall'oriente dopo averlo navigato in lungo e in largo... non c'è nulla che io non abbia avuto. Non c'è male che le puttane indigene ti risparmino. E nulla risparmiamo loro. Ma è tutto lì il punto: quando vedi quelle donne dorate, quando ti sorridono, capisci qual era la forza che ti aveva portato lì, qual è il motore che spinge le navi e il valore delle merci, la potenza della polvere da sparo... "

"Probabilmente è solo una crisi nervosa più forte delle altre... comunque ti darò lo stesso delle compresse. Te ne darò una sola... sono molto forti e bisogna vedere che effetto ti fanno. Non ti farà stare bene ma di certo una non ti ucciderà. E poi vediamo. Devo andarle a prendere alla farmacia, domani andrò giù nella mattina.

Adesso è importante che riposi e che cerchi di calmarti. Non mi sembra il caso di preoccuparsi troppo anzitempo. Hai fame?"

"Sì... ma non so chi io sia... io... "

"Basta. Non inseguire stupide fantasie. Qualunque cosa sia ti curerò e sono certo che passerà prima di quanto pensi! Potete rimanere con lui? Chiederò se c'è un uomo che possa assisterlo questa notte. Non c'è alcun pericolo per chi gli sta accanto."

Cristina e il prete annuirono e il medico si congedò brevemente. La melissa per ora sarebbe bastata.

Nella taverna era di nuovo sera e avevano appoggiato una veste da camere sulle spalle del marinaio che ora era seduto di fronte al fuoco della stufa e sembrava tranquillo. 

Quando era penetrato il male nel suo corpo? Era stata l'indigena sensuale dell'isola generosa e terribile? Improvvisamente pensò alla "P" che gli uomini bianchi gli avevano inciso nel ventre. E se avessero inoculato loro il suo destino nelle carni? Era stata un'impressione col fuoco ma poi avevano gettato acqua sulla ferita. E loro erano capaci di qualunque cosa... gli venne in mente che il ragazzo che aveva riportato con sé aveva strane cicatrici sul volto. E poi quell'assurda quarantena tra i sassi bianchi. Però non ricordava di essere stato malato allora.

Si riscosse. "Io vorrei... io dovrei stare solo, non in mezzo a voi... io voglio morire da solo."

Suggerimento di ascolto Tim Buckley "Song for Janie" Volume alto, mi raccomando.

[Morire da soli non è possibile. Si vive e si muore in una unica e oscena ammucchiata che va avanti da centinaia di migliaia di anni. Che poi gli anni ci sono solo da un certo momento. Prima si andava a braccio. Per i giorni è diverso. Per scemo che fosse l'uomo della pietra, o delle caverne che è lo stesso, se era buio doveva accorgersene subito perché non si vedeva. Di notte, dico. Invece le mezze stagioni, si sa, ti fregano sempre. (N.d.A)]

Il marinaio si alzò. Era più calmo. Ebbe vergogna del suo vestimento assurdo. Cristina lo guardava ma non disse niente.

"Vado su in casa adesso. Se viene Gustavo ditegli che mi farebbe piacere se viene a salutarmi."

Tenendosi la camicia davanti con una mano andò alla porta.

"Verrò a vedere se hai bisogno... solo a chiedere." Cristina andò a tenere la porta e a guardarlo allontanarsi nel buio. 

Aveva freddo e percorse quei cinquanta metri rabbrividendo. Ma non era il freddo che gli faceva male... era che avrebbe dovuto accendere il fuoco su in casa ma era come se la sua gola, le braccia e lo stomaco avessero orrore di consumare nobile legna per quel corpo marcio e destinato al nulla. Era doloroso pensare al buon cibo che Cristina aveva preparato per nutrire l'orrendo suo sacello, albergo di quell'anima confusa e truffaldina.

Entrò e si buttò sotto le spesse coperte e il mondo non c'era più. Era scomparso mentre sistemava le tegole. Quell'inganno multicolore che lo faceva sentire vivo si era spento, come un lume a petrolio e ora stava in quell'inchiostro putrido che era la materia dell'universo. Eppure sentiva una tenerezza verso Cristina e avrebbe voluto riabbracciare anche Gutierrez che gli appariva adesso come un uomo giusto, per il fatto che era come lui una forma di quel lordo sozzume e come lui era giusto perché immondo: immondo e quindi giusto.

Si trascinò rigido e lento, con una fatica dolorosa e scegliere la legna e i ramoscelli fu come strapparsi il cuore. Lo fece e il fuoco avvampò nella panciuta stufa. Sedette nella poltrona ed ebbe un sollievo dal tepore che era un'ottundimento del male e non certo un piacere. Però si accorse, e quasi con disappunto che il tormento scemava e che lasciava effettivamente il posto a un torpore vago e attento.

Cristina entrò in quel momento. Aveva portato del cibo e del vino e li posò sul tavolo. C'erano anche delle mele e lui le desiderò con violenza.

Vadino entrò e sedette nella poltrona accanto alla sua. Cristina che era rimasta in piedi si allontanò dopo aver gettato uno sguardo interrogativo al medico. Questi si alzò per accendere la candela nella bugia, unico oggetto di argento della casa. Aggiunse poi un ceppo al fuoco. Prese una coperta e la stese delicatamente sul marinaio che tremava leggermente nonostante la vampa della stufa.

Parlò lentamente, guardando il fuoco: "Cosa devi fare con l'azienda dei telegrafi?"

Il marinaio aveva gli occhi socchiusi: "Non farò nulla. Era una pazzia. E avrei finito per indebitarmi. Devo scrivere subito... non avevo ancora firmato alcun contratto e spiegherò loro che sono malato." Si volse verso il medico. "Nella mia mente permane un istante: il presente contiene quell'attimo con la sua etichetta; nell'etichetta c'è un angelo nero che si libra in volo e, in un'altra etichetta ancora, il vento umido che si infila sotto la mia camicia e ognuna di queste etichette è legata ad altri attimi. Tutto il mondo, quindi, è una catena di segnali che parlano di altri segnali. Ma come è possibile che la sua mente colga gli stessi miei segnali?"

"Infatti non li coglie. Ma noi riusciamo sempre a metterli d'accordo perché il mondo è proprio quella magia. Le etichette non si conraddicono mai, vanno sempre d'accordo."

 "Vuol dire che il mio angelo ha un'etichetta anche nel suo mondo, dottore?"

"Nel mio mondo non c'è alcun angelo... ma adesso c'è l'immagine del tuo: e come era il messaggero alato, giusto per definirla meglio?"

"Era gigantesco... colore dell'antracite e veniva dalla fine del mondo." 

"Credo che su questo tu ti sia ingannato. Non potresti mettere alcuna etichetta alla fine del mondo: penderebbe là fuori, dove non c'è più alcun mondo. Niente mondo, niente etichette."

"Il mondo finirà. Ci sarà il Giudizio Universale."

 (Ascolto: Bruce Cockburn - Pacing the cage).

"E dove si terrà questa festa, perché immagino che si tratterà di un grande evento... Senza mondo si dovranno affittare locali chissà dove. Sarà molto costoso."

Il medico aveva un ghigno sul muso; poi il leggero sorriso scomparve dalle sue labbra. "Forse dovresti parlare di questo con il nostro amico prete e  non con me."

Il marinaio riprese "I nostri mondi non coincidono quasi in nulla. E' un inganno, uno degli inganni del demonio: lui ci fa apparire il mondo come fosse un unica grande terra ma ognuno di noi è perduto. Solo e perduto e non vuole rendersene conto. E' come il giuoco dei bussolotti... lui aveva il demonio nella borsa del denaro e ne voleva ancora." Una civetta strideva nella notte ormai nera. "Ed io non so se l'angelo che mi è apparso fosse un angelo di Dio o Lucifero."

"Puoi parlarmi di quel che vuoi, del denaro, del demonio e dell'Arcangelo Michele se ti va. Ma credo che dovresti cercare di mettere da parte queste cose per ora. Alla fine del mondo manca forse ancora un po' e dovremmo cercare di arrivarci quanto più lucidi possibile. Non so se l'avvocato d'ufficio sarà all'altezza del compito. Specie nel mio caso. Nell'eventualità che noi ci si debba difendere da soli avremo bisogno di tutte le nostre facoltà perspicue. Non puoi mica arrivare davanti a San Pietro o chicchessia a straparlare di angeli e demoni. Ti prenderebbero per pazzo e ti spedirebbero indietro. A ricominciare tutto daccapo."

"Ma lei crede davvero a quel che dice?"

"Quasi mai. L'hai detto anche tu. I nostri mondi non coincidono in nulla. E quindi i discorsi e le etichette devono essere per forza sbagliati. E se le etichette appaiono perfettamente coincidenti è solo perché non abbiamo guardato i dettagli. Oppure ne abbiamo aggiunto alcuni apposta... d'altro canto si possono dire tutte le cose di questo mondo e di quell'altro. E tutte potrebbero in fondo essere vere. Ma questo mondo, e quell'altro, sono separati dalla Verità da un alto muro sormontato da cocci di bottiglia. Neppure Dio riesce a vedere al di là. Voglio dire: se potesse farlo a questo punto lo saremmo venuti a sapere. Invece niente. Tutto quel che ci viene da quella parte sono poesiole e romanzi, peraltro molto ben scritti. E il tuo Demonio è pure peggio. Ci vende per buona paccottiglia che metterebbe le ali ai piedi a un venditore di mercatino antiquario. Cose che non sono mai state buone neppure da nuove e con le quali cerca di sedurci offrendole sottocosto, tarlate e putrescenti. Ma un discorso ben ingegnato puo far sembrare vergine una vecchia baldracca e divino piacere essere scrollati malamente in una carrozza dorata e tirata da quattro povere bestie schiave. Il grande ingannatore non è... non è così diabolico. Il punto è che ha a che fare sempre con una massa di infoiati principianti. 

Ma poi c'è questa cosa delle etichette. Non so come la Realtà, la Madama che gestisce questo bordello, riesca sempre ad attirarci al giuoco e a far tornare i suoi conti: quando solleviamo il tuo bussolotto non troviamo mai nulla: alzando gli occhi c'è solo lo sguardo opaco e attento del truffatore, un bastardo come noi dal quale in fondo ci piace moltissimo lasciarci fregare. Allora portiamo la mano alla tasca sperando di avere ancora una moneta da farci rubare. Qualcuno poi le ruberà a lui, sarà un medico cialtrone che gli venderà pozioni mefitiche, un serio uomo d'affari che vuole finanziare un mondo migliore che ha sognato da ubriaco o una chiromante cicciona con gli occhi truccati di indaco; o una malattia.... E Dio e il Demonio si prostrano di fronte a Lei come l'ultimo dei lacché di corte." Si era fermato preso nel panico di aver detto quel che non doveva dire.

"E il pazzo sarei io?" Affiorava quasi una sottile allegria nel petto del marinaio che tossiva sommessamente.

"Credo che noi si viva come fossimo un unico grande mollusco colloso... ed è quella colla che fa in modo che le etichette finiscano per stare attaccate in un unico, lungo, noiosissimo discorso. E noi pazzi non facciamo differenza: la colla impiastriccia anche noi... le nostre parole hanno tutte lo stesso sapore piatto e inutile di quelle dei savi: attendono solo di essere riordinate."

"Perché non scrive le sue idee in un libro?"

"Non sono le mie idee... son discorsi di terza mano. Io posso fare un cataplasma o un iniezione di canfora. Per quello mi faccio pagare. Con quello io vivo. I libri tocca lasciarli fare a quelli che fanno quel mestiere lì. Che poi, come succede per i medici, son pochissimi che sanno anche solo vagamente quello che fanno. La cultura non si mangia, e chi ti dice il contrario per lo più sta solo cercando di mangiare a tue spese. La cultura non la fa nessuno: o c'è o non c'è... sarebbe troppo bello che si potesse fabbricare la cultura come si coltivano le rape."

"Mi pare che adesso stia dicendo cose a cui lei non crede in nessun modo, contraddittorie... "

"Ogni profonda verità è contraddittoria... la cultura ha lo stesso peso, la stessa consistenza del fumo: e non c'è alcun reagente chimico che la possa rilevare. Quando la cultura, quella cultura di cui molti parlano ha luogo, la qualità di chi parla è importante quanto la qualità di chi ascolta. Nel momento in cui questo avviene, nel momento in cui un pubblico coltivato si dà la pena di ascoltare, magari dopo una giornata spesa a lavorare in fabbrica o nei campi, sarebbe più corretto che fosse l'artista a pagarlo. Quel che scarseggia a questo mondo è l'ascolto, non le chiacchiere."

"E io come faccio a sapere che le compresse che mi vuol rifilare non mi ammazzeranno? Come faccio a sapere che lei non è un cialtrone ma un medico di scienza e coscienza?"

"Io non sono un medico, stasera. Io sono un tuo amico. E allora ti tocca fidarti... se ci fosse stato qualcun'altro avresti dovuto comunque fidarti di lui. In alternativa avresti dovuto fidarti di te stesso. Credo sarebbe stata la scelta peggiore. Tu al massimo sai cazzare una randa... qualunque cosa voglia dire!"

Fu la prima risata che il marinaio fece per quella sera. E anche l'ultima.

"Ti ho portato del salicilato. Per la febbre. Prendilo prima di coricarti."

"Pensavo di dormire qui, davanti al fuoco. Lo faccio ogni tanto... " La civetta riprese a lanciare il suo segnale nella notte.

"Ti lascio una tintura di oppio, molto leggera. Non usarla. Lasciala in vista, sulla credenza. Ti basterà sapere che è lì e che sarà sempre pronta a correrti in aiuto qualora la tempesta si faccia troppo violenta: ma non accadrà. Tu sei un uomo forte e presto questa cosa se ne andrà... Buonanotte. Cristina verrà su tra non molte ore a vederti, per precauzione."

Il marinaio si assopì e, in un sonno leggero e sensibile del calore della stufa e del crepitio che si sviluppava dal fuoco, sognò, prese a sognare di una barca leggera che navigava su un mare di fiamme. Ma erano fiamme di un azzurro leggero e fredde come ghiaccio. A tratti si risvegliava a metà, cosciente della coperta che lo teneva e si aggrappava ad essa con le mani per ritrovare quel sogno. Nel sonno si sentiva leggero e si sforzava di non emergere in quel buio rossastro nel quale lo attendeva un vago senso di oppressione. La barca sembrava affondare i quella materia inconsistente e pensò che il dottore aveva ragione. Quella cultura gassosa e diafana non sarebbe stata capace di sostenere la barca: bisognava mettere nel fuoco dell'olio di balena, o buon legno stagionato... tra le fiamme cangianti, violette, gli squali verde smeraldo si facevano sempre più minacciosi anche se, a guardarli da vicino avevano l'aria di animaletti docili e sorridenti... cominciò a contarne i denti in molteplici corone candide, dieci, cento, duemilacinquecentoventisette... si vide alzarsi nudo e andare verso la cassetta della legna per prendere il combustibile necessario a bruciare quelle bestiacce. Ogni volta che arrivava oltre la stufa il calore lo disintegrava e tornava a fare uno sforzo per alzarsi. Poi nulla.

Fu il freddo a svegliarlo. La stufa era spenta anche se mandava ancora un leggero tepore. Tremava. Tremava talmente che gli fu difficile versare il salicilato nel bicchiere e coprirlo con tre dita di acqua. Agitò con il dito annerito e trangugiò.

[Ascolto: Nina Simone - I'm going back home]

Si coprì con le braghe pulite e con uno spesso maglione e si gettò nel letto. In breve sentì il calore del proprio corpo prenderlo da dentro e sentì che, in lui, quella specie di riccio si ritraeva e il suo cuore si faceva più liquido mentre le membra diventavano molli come alghe e l'anima si disperdeva come lo sperma dei pesci...

Cristina era in piedi accanto al tavolo, nella luce di un giorno celeste e giallo. Aveva portato del caffelatte e lui non si sentiva così male mentre si tirava su.

Prese il pane biscottato e lo bagnò nel liquido appena tiepido. Era debole e tutto pestato nelle ossa: era un malessere diffuso che il suo corpo portava come un cappotto e che non sembrava volerlo uccidere o mordere. Riposando lì forse sarebbe riuscito davvero a  guarire come diceva il medico. La colazione gli levò dalla bocca il sapore della notte, schiumoso e amaro. Pensa a una cosa, mentre sorride a Cristina, seduta di là dal tavolo di spalle alla finestra luminosissima: quanto voleva lui guarire? E a che scopo? Gli vennero in mente gli scafi che nei bacini di Istambul venivano smantellati: il loro legno, ormai inutile in forma di nave, per le troppe marcescenze e putredini, per la debolezza della struttura d'insieme, sarebbe tornato a vivere in altri vascelli, nella costruzione di case e mobili, perfino in strumenti musicali.

Cristina parlò "Io sono contenta che lei sia venuto a stare qui... è stato sempre meglio da quando c'è lei perché quei due di sotto gli voglio un gran bene ma sono anche noiosi quando attaccano. Anche lei parla per così... ma a volte mi sembra come quei cani che han perso la strada."

Lui si alzò e si mise a scegliere i legnetti per la stufa.

Cristina riprese. "Le faccio il coniglio a mezzogiorno, arrostito, bello leggero con due patate. Va bene?"

Va benissimo... chissà che io non mi riesca a rimettere in fretta davvero.

Cristina andò via e il marinaio si mise in poltrona con un libro della sua collezione eterogenea e casuale. Era un libro che parlava delle combinzioni degli elementi a formare sostanze. Ricordava perfettamente della sua opera sulla nave degli uomini bianchi che il dottore poi diceva essere solo un parto della sua fantasia eccitata.

Scorrendo quelle tabelle scopriva che gli elementi e le sostanze che ne derivavano erano contrassegnati da etichette... come i momenti della sua vita. Ogni elemento era associato a un numero: sembrava, a guardare quelle colonne, che i numeri costituissero la profonda natura delle cose e questo lo aveva pur sentito dire o letto altrove. Nel mondo non c'era dolce o salato, né male né bene, ne vita ne morte. Tutte queste cose, il freddo e il caldo erano solo quel che i nostri sensi facevano di questo gigantesco e insensato pallottoliere. Gli elementi leggeri avevano atomi leggeri, come l'idrogeno e quelli pesanti atomi pesanti. Che il cloro avesse atomi che pesavano 35,4 volte quelli dell'idrogeno era strano però, vista la regolarità generale delle tabelle. Pensò che gli atomi di alcuni elementi dovevano essere difettosi o modificati per un qualche motivo geometrico loro, proprio perché era ovvio che si trattava di una serie... come un giuoco di cubi. Se metto assieme due cubi posso formare una sola struttura regolare ma già con un terzo cubo ci sono diverse possibilità e con quattro moltissime varianti... l'idea di una natura col problema di come attaccare i cubi l'uno all'altro era strana. Perché la natura non avrebbe potuto ricombinare tutto in tutte le guise possibili? Evidentemente se la natura non si fosse posta dei limiti da sé non ci sarebbe stato alcun mondo ma solo un tutto infinito e indistinto... Perché poi alla natura non andasse a genio un tutto infinito e indistinto non era dato di sapere. Forse perché noi siamo la natura e pure Dio e quella specie di poltiglia ci impedirebbe di esistere e quindi di star qui a domandarci di dove siamo saltati fuori e perchemmai la natura si balocchi in questa guisa. Domanda sommamente interessante quanto inutile... pensò che il mondo era allora una specie di rappresentazione che sosteneva una volontà che proiettava una rappresentazione... anche di questo doveva aver letto altrove. Ma una rappresentazione per chi? La domanda, apparentemente, generava l'oggetto del proprio interrogarsi... ed anche il soggetto che interrogava.

Sentì il passo di Vadino per le scale,

"Buongiorno. Le ho portato le compresse. Anzi, la compressa, visto che gliene lascerò una al momento. Ho parlato con il farmacista e il punto è questo: io non le ho mai usate e lui mi ha detto che danno effetti secondari molto forti e dolorosi. Non le nascondo che sono dubbioso sul da farsi. Queste preparazioni qui hanno un dosaggio molto basso e ci serviranno soprattutto a vedere come sopporta la cura. Dopo averci pensato a lungo le direi di provare ma lascio a te l'onere della scelta. Se avessi una ragionevole certezza degli effetti e della sicurezza delle compresse gliele avrei somministrate senz'altra cerimonia. Ma il punto è che tutta la situazione trascende le mie conoscenze e quelle dell'arte farmaceutica di cui disponiamo. E quindi non mi resta che proporti di procedere per gradi... cosa leggi di bello?"

"Uh... chimica. Appunto. Atomi e tabelle... dice che tutto è chimica, da quello che cuciniamo a quel che fabbrichiamo... chimica. Chimica... Le cose si attaccano le une alle altre e non c'è niente da fare... o saltano via e volano per l'aria e poi scoppiano, bruciano, si sfaldano. Chimica. Unisci e separa... "

"Senti, pensaci fino a domani e poi dimmi quel che intendi fare, io sarò qui quando decidi nel caso. Ti saluto, la Giovanna ha partorito... ciao." 

Stava lì e guardava la compressa, bianca, candida e opaca, dall'aria anodina, pura e innocua. Era grossa come un pisello, un piccolo pisello un po' schiacciato e Vadino l'aveva messa in un bicchierino piccolo e pulito. Riprese la lettura. Andò istintivamente a leggere della silice che aveva imparato a maneggiare sulla nave corsara... la terra ne era piena. Era l'elemento terrestre, saldo e incorruttibile che teneva gli altri in un lago cristallino, come gli infami nell'inferno... ma in quale girone sarebbe finito lui? Lui non credeva alle cose di Don Luciano... tutta quella storia di Cristo e dei Santi e delle Madonne... era troppo complicata. E poi erano in troppi a contendersela e non potevano aver tutti ragione: o gli uni o gli altri. Aspettava il coniglio di Cristina... ma certo! Essere come Cristina, con la sua Maria di gesso e il suo cero e mai una parola. Nemmeno andava sempre a messa... Solo che lui non era Cristina. Lui aveva ucciso degli uomini e questo lo dannava. E sperare nel perdono gli sembrava ancora più assurdo... allora sarebbe stata veramente una tombola. Come quel tale che andava dicendo che credeva in Dio per scommessa. A lui pareva una cosa da tagliaborse, da truffatori che sperano di farla franca. Alla fine ogni discorso era vano. Restava solo da aspettare, con dignità, come Cristina, perché tutta questa storia di sommersi e salvati scappava di mano da tutte le parti. E intanto lasciarsi plasmare dalle cose. Don Luciano diceva che senza Dio sarebbe stato possibile pensare tutto: anche di uccidere. Ma Don Luciano non si era mai trovato legato al palo della tortura e non aveva mai visto uomini rantolare come pesci fuori dall'acqua sotto il tiro di incappucciati senza volto. Guardare Cristina, fare come lei... fare come lei...

Cristina giunse con il piatto coperto e due fette di crostata.  Si sedette a mangiare con lui. Si versarono due bei bicchieri di rosso. Pensava che non poteva in fondo stare così male avendo tutto quell'appetito. Cristina gli parlò del marito morto e questo lo stupì perché non lo faceva mai. Disse che era un uomo forte e allegro e che era partito per la guerra come partisse per una battuta di caccia. Che aveva ricevuto una sua lettera in cui le assicurava che tutto andava per il meglio. Poi non ne aveva più saputo niente se non che il suo reggimento aveva subito una disfatta nella pianura su a nord... Le avevano mandato a casa una medaglia e un foglio. Disse che non ci pensava più molto anche se ogni sera, prima di dormire, diceva una preghiera per lui.

"Vadino mi ha portato quella compressa... non so se provare."

Cristina continuò a masticare, poi parlò guardandosi le mani... "Io non so cosa dirle. Non so davvero cosa dirle... deve fare quello che si sente e senz'altro non sbaglierà." Gli sorrise con gli occhi che brillavano un po': "Ci ha già pensato?"

"No... ho pensato che a un certo punto la inghiottirò o la butterò dalla finestra, così, quando mi verrà la fantasia... "

"Parli ancora con il dottore... almeno una volta, non si sa mai... "

Fece il caffè e mangiarono la crostata di pesche, ché le pesche erano uno dei prodotti più importanti di quelle colline ventose. Ne trassero un lungo e intenso godimento e nessuno dei due disse più nulla. Il sole era passato al di là della casa e rapidamente si abbassava sui monti all'orizzonte.

Cristina si alzò: "Ha della robba da lavare?"

"Ma me la lavo poi io, domani... "

Cristina aveva già raccolto un po' di cose e andò anche a prendere le lenzuola: "Il dottore dice che per noi non c'è problema, lei non si deve preoccupare. Comunque gliele faccio bollire bene che poi sta nel pulito. Ci vediamo dopo."

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Alla sera si svegliò da una lunga dormita... si era buttato sul letto con l'intenzione di riposare qualche minuto ma sprofondò in un sonno nel quale gli sembrò, poi, che fosse venuta a trovarlo in sogno tutta la sua vita. Sua madre, la nave da carico, il telegrafo, Gutierrez e Cristina e Don Luciano con gli uomini bianchi. Sognò a lungo dell'isola dei sassi e fu la parte più angosciante. L'amante dell'orgia sull'isola tropicale lo aveva ritrovato e con lei l'indigeno con la gamba ferita. Gli uomini che aveva ucciso erano usciti dalla stufa a legna intonando lugubri lamenti e lui li aveva tenuti a bada mostrando loro l'opera vetraria che aveva prodotto. Tutto era chimica, pensava nel sogno, ed anche i sogni erano sostanze chimiche, come la pilloletta bianca che sfrecciava pericolosissima come un proiettile per la stanza e lo costringeva a complesse capriole filosofiche... pensò che anche lui avrebbe scommesso nell'esistenza di Dio: ma su quale? Quale di quelli che aveva conosciuto di persona nel vasto oriente? Non aveva pace... Sognò di Giovanna, che aveva partorito pesche, così tante pesche da rovinare il mercato per tutta la stagione... sognò Tonino con la sua fistola purulenta che Vadino aveva sanato. E infine sognò l'Angelo Nero: gigantesco, con la sua spada si era arrampicato sul monte di fronte ed ora discendeva la valle con passi immani, schiacciando quel che trovava sul suo cammino, incurante degli uomini, di Dio e della stessa Necessità....

Si sveglio urlando come un maiale sgozzato. Aveva un leggero male alla testa e la bocca amara... Era buio e freddo. Si alzò a fatica e le gambe non lo reggevano molto... andò alla stufa ma non c'era quasi più legna. Si buttò addosso il giaccone e prese delle calze pesanti. Mise gli zoccoli di legno e scese in cantina a prendere la legna con la grande cesta.

Aveva la candela e quando arrivò di sotto si trovo in una notte gelida e cristallina nella quale le stelle tremavano limpide e nitide come i punti di una mappa arcana. La candela bruciava diritta in quel vuoto di vetro scuro. Dimenticò il male ma solo per un attimo... posò la candela sul gradino più alto e aprì la porta dello scantinato. Mise dentro la cesta. 

Si sentì improvvisamente molto debole. La testa gli girava e stava per cadere... si sedette sul secondo gradino e cercò di respirare. La candela, nell'aria tersa, illuminava lo spazio per due o tre metri.

Lo colse un improvviso e gioioso fremito di meraviglia: la volpe era davanti a lui, bellissima, morbida e gonfia, e lo guardava con gli occhi gialli e interrogativi dal limite del cortile, vicinissima.

La testa gli si torse e il petto si squarciò. Non se ne accorse quasi.

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 Mi avvicinai con leggerezza, molto attenta. Il corpo era davanti a me accanto alla luce che brillava gialla. Lo annusai con metodo. Era una cosa morta.

Tornammo in fondo alla notte, dove era la mia tana.