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Abbazia di Dovanio, Anno Settecentosettantatre-esimo dalla fondazione.

Questa sera, nell’aria che sale dalla valle sento che settembre ha mutato il suo umore. Sono il priore di quest’abbazia da trentun anni e prima di essere nominato priore sono stato anch’io sotto-bibliotecario e ho provato l’entusiasmo della scoperta e il sacro fuoco della creazione. Ero molto giovane.

Mi accingo a scrivere un’introduzione per gli scritti che abbiamo trovato nella cella di Nauseus Filantropus, qui definiti apocrifi sebbene io personalmente sia praticamente certo che sono di suo pugno. Conosco la sua calligrafia e conoscevo abbastanza bene i suoi tormenti. Ha cercato di dissimulare il suo tratto ma ci sono segni che a me non lasciano alcun dubbio.

Le nuvole viola stratificate sulle colline lontane scivolano nel riquadro della finestra che freme leggermente nella corrente. E’ giunto il momento di accendere il lume e per le mie giunture sarebbe di giovamento un po’ di fuoco nel camino ma mi accontenterò di questa tisana bollente.

Ho deciso di inserire lo scritto di Nauseus tra i libri della nostra biblioteca (ed è una mia insindacabile facoltà quella di includere o meno nuovi scritti nel grande ventre della nostra collezione). E’ però assolutamente necessario che io scriva per il volume una chiara, seppur concisa, prefazione.

Intanto mi prendo la responsabilità dell’attribuzione ammettendo che la possibilità che Filantropus avesse semplicemente copiato un testo scovato chissà dove o che si tratti di fogli vergati da qualche ospite temporaneo dell’abbazia non è nulla.

In questi scritti, oltre allo stile antico di alcuni caratteri, vedo soprattutto i segni del suo animo e io gli ho voluto molto bene. La morte lo ha preso in quell’età in cui si inizia in genere a godere veramente della vita dopo aver speso il tempo a cercare chi siamo o cosa il mondo voglia esattamente da noi. E quindi giovane, anche se i suoi capelli erano in gran parte canuti.

Nessuno leggerà mai questi scritti. La nostra raccolta di testi è innumerabile. Non esiste una vera classificazione né un sistema. Solo io come priore ho ereditato e tenuto viva la chiave per ritrovare ed elencare il contenuto di scaffali, sottoscala, scantinati, segrete e soffitte: corridoi e sale. E nessuno cercherà un libro che nessuno sa esistere. Forse ci sarà chi lo sfoglierà per sbaglio e per lui voglio scrivere questo avviso.

Filantropus era un uomo buono, come dice il suo nome. Ma portava in dote anche quell’altro marchio: Nauseus. E nessuno può prescindere dal proprio nome. E quindi, voi che per un caso fortuito vi imbatterete in queste pagine sappiate che quella nausea lo ha preceduto e Filantropus non ha avuto il tempo di metterla da parte. Si era fermato alla scorza amara del frutto.

Nelle nostre (invero poche) discussioni, avevo compreso che era una persona di grande ricchezza interiore ma non aveva avuto modo di accogliere in sé la complessità di quanto un uomo deve a volte affrontare sul suo cammino.

Sono certo della sua fede. Nel profondo sentiva che le cose fluiscono nel segno di una volontà superiore ma una passione lo agitava e, la sua nave (ναυσ) non reggeva bene il mare. Mi ripeteva che non avrebbe mai voluto prendere il mio posto ma sapevo bene che si doleva di non sentirsene all’altezza. Certamente era arguto nelle sue interpretazioni e nei suoi lavori filologici. Ma quel vago malessere, che a volte si trasformava in disagio e più raramente in malattia, finiva per deformare la sua visione delle cose e gli impediva di dare ai suoi lavori la compiutezza e la serenità che ogni opera d’ingegno deve possedere.

Eppure ho deciso di spendere qualche ora e alcune risorse del nostro laboratorio per dare corpo a questo esile scritto. Perché gli volevo bene, come ho detto, ma soprattutto a causa di una voce giunta da dietro le spalle che, quando ormai avevo deciso altrimenti, mi ha detto che così doveva essere. Avrei potuto dire che era perché voi non ripetiate i suoi errori ma sarebbe stata una menzogna e una banalità.

E quindi, lettore, che io spero accorto, ecco a te un frammento di Kaos.

Abdullah Ibrahim - Mannenberg - YouTube

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Dagli scritti apocrifi di Nauseus Filantropus, già sotto-bibliotecario in Vercelli. Anno sconosciuto.

Note su una proposizione attribuita a uno scrittore del periodo vittoriano-edoardiano inglese, Jerome K. Jerome – che si ritiene estratta dal libro Sketches in Lavender and Blue (Racconto Reginald Blake Financier and Cad).

Our whole social system, always a mystery to the philosopher, owes its existence to the fact that few men and women possess sufficient intelligence to be interesting to themselves. (Jerome K. Jerome)

(Il nostro intero Sistema sociale, perenne mistero per il filosofo, deve la sua esistenza al fatto che pochi uomini e donne possiedono intelligenza sufficiente a renderli interessanti per sé stessi. (Jerome K. Jerome)

Le persone poco intelligenti fanno una bella vita, se la spassano e si spendono in opere di mano e di ingegno. Ma un po’ si rodono.

E’ vero: le persone dall’aria afflitta, ripiegate su sé stesse che dicono un sacco di cose che rasentano a volte il non-sense possono essere facilmente dismesse con una semplice considerazione pratica: è evidente che tutte le loro argomentazioni complicate e pretenziose sono assurde, altrimenti perché sarebbero così malinconici, ipocondriaci e pessimisti quando gli individui attivi, grazie alla loro vacua superficialità riescono in tante e importanti imprese?

Però si rodono. Perché in fondo al cuore alligna la curiosità di provare almeno per un’ora cosa vuol dire essere arguti, profondi, ironici, in una parola: complessi. E invece no. Si dovranno accontentare del danaro, delle belle donne (pur un po’ sciocchine), delle auto gran-turismo e delle soddisfazioni che derivano dall’avere inventato un nuovo tritacarne o un sistema per riciclare le vaschette di plastica. Son cose belle ma ad alcuni sembrerebbero poca cosa per motivare un’esistenza e il proprio rapporto con la morte e l’infinito.

Ma ripartiamo dall’apertura della proposizione del nostro: il sistema sociale può essere visto come l’insieme di strutture e relazioni che si pongono a dare una fisionomia stabile a un gruppo di uomini.

Si tratta dell’osservanza di regole morali e della loro imposizione, dell’organizzazione che regola lo scambio di merci e delle pratiche che determinano l’accoppiamento e la riproduzione. Arte e intrattenimento sono corollari di queste anche se possono a volte ricoprire un ruolo non del tutto marginale (Ricordiamo che molta di quella che viene chiamata nel nostro sistema “arte” o “cultura” è solo una forma di merce non diversa dai formaggini fusi).

Nel mondo di Jerome come nel nostro lo scambio di merci è saldamente al centro di tutto il meccanismo e non può mai essere arrestato, nemmeno se, mettiamo, ci fosse una grave epidemia e ne andasse della vita di molte persone. Come nelle guerre di difesa o di conquista di terre, che delle merci sono luogo di produzione e scambio, è inutile pensare di preservare le vite destinate a spegnersi comunque qualora private della sussistenza ovvero delle merci e del modo si scambiarle.

Ne consegue che la popolazione caratterologicamente estroversa, molto versata al commercio, è necessaria al mantenimento del metabolismo basale di un consesso umano. Gli introvertiti, che contemplano la propria anima (o ombelico, che dir si voglia) sono utili nella misura in cui conferiscono colore al virile traffico di prodotti e beni ma non sono in nessun modo necessari al moto perpetuo del fluido materiale. Anzi, sono dei veri e propri parassiti in un certo senso: il mondo vegetale e quello animale rigurgitano di fenomeni di parassitismo e le persone intelligenti ne sono una forma molto evoluta. I parassiti sono forme estremamente evolute, è uno di quegli splendidi paradossi, verità care all’intelligenza, che si apprendono studiando biologia e allontanandosi da quel senso comune che vede il bene sempre annidato nella propria dispensa. E il botulino ci coglierà invece proprio nella scatola del tonno buono, quello che il commendatore ci aveva regalato per aprirlo a capodanno.

Ma sono eccezioni. Il senso comune prevarrà sempre, nel numero e nella massa, nel peso specifico e nella forza d’inerzia, volgarmente chiamata tradizione.

Le regole morali, e le consuetudini finalizzate ad accoppiamento e riproduzione si temperano su quanto detto, accordandosi alle necessità di una vita commerciale armonica (alcune forme di produzione e commercio necessitano di una vita castigata, altre che si ecceda in promiscuità).

Si vendono il pane e le scarpe, il succo d’arancia e l’acciaio dolce, così come la simpatia e la dolcezza, l’amore e la morte.

Relativamente ai tipi caratterologici, Carl Gustav Jung propose una teoria che si fondava proprio sull’esistenza di tipi introvertiti ed estrovertiti ed era più o meno il periodo in cui scriveva il signor Jerome.

La saggezza popolare ci informa che ce ne vogliono di tutti i tipi per fare il mondo, che il mondo è bello perché è vario e che se al mondo non ci fossero gli scemi non ci sarebbero nemmeno i furbi. Il mondo, per l’appunto, ci tiene tutti per le palle, introversi, estroversi, scemi, furbi, belli e brutti. Il mondo ci tiene per le palle per molti motivi. Nessuno sa come e quando è cominciato né quando finirà. Nessuno sa perché siamo qua né soprattutto se ci sia un perché. Ammesso che un perché ci debba essere utile a qualcosa. Quelli che dicono di sapere qualcosa chiaramente mentono per interesse, se lo si vuole vedere è evidente. Chissà come mai quello che dicono di sapere li porta sempre in vantaggio… Ai problemi spessi che ci troviamo di fronte, vecchiaia, odio, violenza, ingiustizia non c’è alcuna soluzione. Alcuni uomini o gruppi di uomini riescono al più a trovare dei palliativi, spesso a scapito di altri.

Nella sostanza, millenni di progresso non hanno condotto a nulla di sostanziale: millenni fa c’erano alcuni che vivevano alla grande e altri che tiravano l’anima coi denti. Essendo molti di più gli uomini oggi, quelli che tirano l’anima coi denti, nascosti in ogni piega del consesso antropico, sono diventati eserciti. In compenso lo spazio vitale è diventato asfittico e i riti che segnano la vita e le danno senso sono divenuti comiche parodie.

L’unica ipotesi sensata è che, al pari di qualunque altra specie animale, l’uomo viva in una dimensione limitata dal proprio apparato sensoriale-cognitivo, come un bruco che rode la sua foglia, ignaro e avulso, semplicemente tagliato fuori dal mondo che si sviluppa all’infinito al di fuori di qualunque cosa lui riesca perfino a concepire nei suoi puerili cartoni-animati metafisici.

Però, per passare il tempo possiamo vendere e comprare merci. Questo alla fine non può, se contrapposto all’insondabile indefinito, recare danno e risulta sempre divertente. E poi diamo lavoro ai corrieri.

Quindi al diavolo gli introvertiti. E ci salvi invece l'acquisto on-line di stivaloni di taglia sbagliata con l’opzione del reso. Eppoi gli introvertiti hanno bisogno di scarpe mentre gli estrovertiti non hanno alcun bisogno di macerarsi nell’angoscia esistenziale.

Eppure… la falange degli ottimisti, il popolo della speranza, i profeti dell’azione sono costretti a pagare un piccolo tributo al manipolo dei melanconici e biliosi, per coprirsi le spalle nella loro avanzata verso un mondo di bene e felicità. Devono lasciare una manciata di provviste ai deformi e ripugnanti maghi per permettere loro di seppellire le rovine.

Ma adesso e l’ora che mi app  p pres

Qui termina lo scritto ritrovato nella cella di Nauseus. Riposa in pace, ti ricorderemo allegro, alla mensa con noi. 

P. XXXVI

Cannonball Adderley Quintet - "Mercy, Mercy, Mercy" (1966) - YouTube