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DI QUI PASSA LO STRANIERO

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(Hyeronimus Bosch - Il viandante)

“E' mezzogiorno e mezza. Mi volto a guardare verso l'enorme automobile nera, ferma nel centro della via: ne esce un uomo, piccolo e agile. Altri uomini nel mondo stanno compiendo lo stesso gesto, e poi altri trilioni di gesti prendono vita in quell'istante rapido, refoli di vento e goccioline di condensato; penso i fili della camicia dell'uomo, il cotone e le fibre e le fibrille di cellulosa delle camicie di tutti gli uomini. Avete mai visto le fibre di cellulosa al microscopio? Vedo le stelle e i preservativi usati che galleggiano nelle fogne di Odessa... E' stato un brivido. Torno a guardare davanti a me: prendo un panino o la pizza? Chissà se prendono sempre i buoni pasto qua...”

Stavo raccontando di questa specie di epilessia temporale puntiforme, questo caso avvenutomi di fresco, a un amico e lui mi fulmina con una citazione.

“Io nel pensier mi fingo
ove per poco il cor non si spaura”

Tenete a mente tutto questo: lo chiameremo il livello zero. Sotto ci sono solo cunicoli pieni di topi.

Giacomo Leopardi non si sentiva a casa nel mondo. Almeno credo. Là fuori aveva intuito qualcosa, una roba che lui chiamava natura e di cui non si fidava punto. Non credo se ne fidasse neppure Albert Camus, o almeno lo Straniero del suo libro. Di questo libro ne ho letto un poco e mi rifaccio comunque a Wikipedia per certificare quest'affermazione un po' generica.
Parlando di mondi, quello di Wikipedia è uno dei più tranquillizzanti e soporiferi che si potessero inventare. Bello, utile, ricco... e mortalmente noioso. Come quell'enciclopedia che dormiva nel mio corridoio quando ero bambino, rilegata in verde e oro. Quando la apro oggi, settant'anni dopo la sua pubblicazione, ci trovo un sacco di stupidaggini là dove gli argomenti si fanno più delicati e complessi. Due più due, invece, continua a fare quattro ancora oggi.
Tra le sue città invisibili, quelle che lo straniero Marco Polo va raccontando a Kublai Kan, Italo Calvino mette una città, Zora, che in virtù della sua struttura reticolare può essere meglio ricordata. Però ci informa che, obbligata a rimanere immobile e uguale a se stessa, Zora si disfece e scomparve. “La Terra l'ha dimenticata”.
Sembra che Giacomo Leopardi abbia avuto molte posizioni e contrastate nel corso della vita relativamente al ruolo della ragione e della sua capacità di fornirci verità. In una delle sue poesie più famose e tardive ci esorta però ad abbandonare l'astrazione e a farci guidare piuttosto dalla solidarietà con l'uomo che ci sta di fronte. Per navigare con profitto, in quel mollusco a infinite dimensioni in cui ci troviamo se apriamo i sensi, non servono disegni e scritte su dei pezzi di carta e tanto meno dei gadget luccicanti con voci suadenti campionate. Abbiate pazienza che vi fornisco un'ipotesi alternativa (non mia, ovviamente).
Ah... detto per inciso, io amo quell'enciclopedia verde e la conservo gelosamente. Le sue imprecisioni sono molto istruttive.

Il livello zero è quello su cui poggiamo i piedi, sotto di quello c'è il terreno. E la Terra poggia sulle spalle di un gigante che è carponi sul guscio di una tartaruga. C'è sempre una tartaruga prima o poi. A guardare cosa c'è sotto la tartaruga si finisce come quel tizio che guardando un tipo smilzo che scendeva dall'auto si è messo a pensare di fibrille di polimeri di glucosio e a momenti si dimentica di andare a mangiare. E alla fine sulla terra ci stiamo ben per mangiare. Nel migliore dei casi un bel brodo di tartaruga. Per carità non chiedete dove hanno preso il saporito chelone per la zuppa... soprattutto se siete stranieri.
Chi è stato nei locali di servizio, sotto il livello zero, con i topi, a volte non ha molta voglia di raccontarlo. A volte non è più in grado di essere compreso.

Il tema dell'estraneità mi sta a cuore per un motivo preciso. Da un anno circa, svolgo un'attività musicale con persone che si trovano in Italia giunte da lontani paesi di origine.
La mia attività è piccola e puntiforme, ma continuativa, e voglio menzionarla senza dare alcun dettaglio.

Joseph Conrad ha scritto questo dell'estraneità. In “Cuore di Tenebra” Marlowe osserva i nativi sulle rive del fiume africano che sta risalendo con uno sfiatato battello a vapore, al servizio di una di quelle compagnie che si occupavano, principalmente, di portare in Europa quanto più avorio possibile. Grazie a Dio certe ingiustizie non vengono più perpetrate. Eppoi senza avorio, diciamolo, è un bel problema. Ma sapete quante cose ci si fanno con l'avorio... ma sto divagando.


“...Veniva a poco a poco. Ululavano e saltavano si contorcevano e facevano delle orribili smorfie; ma quello che faceva rabbrividire era proprio il pensiero della loro umanità simile alla nostra, il pensiero di una nostra lontana parentela con quella violenza selvaggia e appassionata.
Sgradevole. Sì era abbastanza sgradevole ma con un po' di coraggio bisognava ammettere che c'era in noi sia pur debolissima, una traccia di rispondenza alla terribile franchezza di quel frastuono, l'impressione confusa che vi si nascondesse un significato che, per quanto lontani noi si fosse dalla notte dei tempi, si poteva capire. E perché no? La mente dell'uomo è aperta a tutto perché contiene tutto il passato e tutto l'avvenire. E in fondo là dentro cosa c'era?
Gioia paura dolore devozione coraggio collera- chi lo sa? - ma verità, certamente, la verità spogliata dal mantello del tempo. Padronissimo lo sciocco di restare a bocca aperta e tremare: l'uomo capisce, può guardare senza battere ciglio. Ma deve essere almeno altrettanto uomo di quelli sulla spiaggia.”


A quello che chiameremo il livello uno, il primo piano, gli uomini sulla riva avevano la stessa identità del viaggiatore sulla barca. Erano uomini.
Non sempre, non tutti riescono a concedersi il lusso di accedere al primo piano quando incontrano un uomo. E' un piano privilegiato, bellissimo, spazioso: c'è tutto e solo quello che ci serve.
Finché c'é cibo a sufficienza ci si ama tutti come matti.

ASCOLTO: LEONARD COHEN

https://www.youtube.com/watch?v=8IfmiKnZi3E

Dal secondo piano in su abitano i signori. Quelli che si preoccupano dei dettagli. Quelli che, come me, si stupiscono degli usi locali, delle spezie esotiche e dei colori dei sari delle ragazze di Bangalore.
Anche nel procurarsi il cibo, nello svolgere un lavoro, nel fare all'amore e nel goderne i frutti, comunque, intervengono milioni di dettagli. Il diavolo si nasconde nei dettagli, diceva uno degli innumerevoli papi che si sono succeduti sotto la cappella di Michelangelo. Ma forse mentiva, sapendo di mentire: il diavolo è da un'altra parte e a questo proposito suggerisco a chi non l'avesse ancora visto il nuovo film di Kim Ki Duk, il cui protagonista (guarda le combinazioni) è straniero suo malgrado e in fondo senza neppure esserlo.

Per il gusto di farlo, guardo al libro di un italiano che ho amato dolorosamente e trascrivo da "Tempo di uccidere" di Ennio Flaiano, storia di un soldato italiano alla conquista dell'Etiopia che casualmente prende un sentiero laterale e viene perduto dall'Africa, trasformato. E' sufficiente scegliere seguendo l'istinto: " ...Soltanto nelle montagne del Gondard avevo incontrato donne di pelle così chiara, dove, suppongo, la dominazione portoghese ha schiarito la pelle e i desideri delle donne che si incontrano. Ricordai quella donna che avevo incontrato in certi meravigliosi prati e che si era accostata per dirmi una sola parola: "Fratello". E aveva aggiunto il sorriso di una timidezza non ancora perduta, restando poi a guardarmi come come se la faccenda non riguardasse anche lei. Mi lasciava intera una responsabilità quasi inevitabile". La parte racchiude il tutto.

A me, straniero ricco, è sempre piaciuto essere straniero. Quando visito un paese o una città non mi piace avere guide, non mi piace neppure saperne troppo o avere molte mete prefissate. Quando mi aggiro in una mostra non mi piace avere quegli affari nelle orecchie che ti spiegano.
Mi sembrerebbe una situazione tipo Io mammet'e tu: “Ma quanto ti piacciono 'sti girasoli figlio mio!”.

Mi è piaciuto trovarmi per caso in compagnia di un tassista in un cimitero su una collina sopra Amman e stupirmi che dalla città si levassero improvvisamente i fumi di cucina, tutti assieme come un'onda anomala. Era il tramonto ed era ramadan: la fame è la stessa in tutte le culture e su questa terra, alla fine, ci siamo per mangiare.
Niente di speciale: ogni turista (o trasfertista qual ero io) pensa di avere esperienze uniche e interessanti. E il bello è che è vero, è vero per i villaggi vacanze quanto per gli snob saccenti come lo scrivente.
Va sempre tenuto presente che, ci informa Giacomo Leopardi, l'infinito ci aspettava già dietro la siepe vicino a casa, a un prezzo decisamente interessante anche in alta stagione. Solo che bisogna... (Che avesse letto Lao Tse?)

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Il problema è altro quando in un paese straniero ci abiti; a me è capitato, e per quanto sia vicina la tua cultura, la sensazione di estraneità è diversa, ha una qualità differente. Non sei un simpatico e stravagante italiano di passaggio, venuto forse a portare ricchezza ed affari. Per molti sei un tizio che non si capisce benissimo perché non è rimasto a casa sua: per quanto tu possa avere i tuoi motivi ad essere lì è evidente che occupi lo spazio vitale di un nativo: e in più manco sai parlare bene la lingua. E' perlomeno singolare. Necessita di una spiegazione e, diciamolo, il mondo è già complicato così, perché non renderlo più semplice, più intelligibile, più enciclopedico?

ASCOLTO: THE BAND - ACADIAN DRIFTWOOD

https://www.youtube.com/watch?v=te7KW4K-00E

A questo punto abbiamo tracciato un ideogramma: tre livelli. Vorrei allora parlare brevemente di musicoterapia. Penso si possa affermare che la musicoterapia è, vista da una certa prospettiva, ricerca della comunicazione tra terapeuta e paziente o pazienti (la parola paziente è controversa ma non trovo un'alternativa utile).
Si è detto a volte che la musica è un linguaggio universale ma è un'affermazione molto azzardata. La complessità del discorso musicale e la compresenza di livelli di estraneità tra terapeuta e paziente immagino generino infinite possibili combinazioni (arièccolo, sto infinito. Ma non c'era un procedimento di rinormalizzazione per eliminarlo, non ricordo se dai quanti o dai buchi neri?) ed è inutile cercare nei manuali, in prima battuta, se non sei almeno uomo quanto chi hai di fronte, se vuoi cercare un varco.

L'estraneità non preclude la comunicazione, nemmeno quella di livello zero. E' forse vero il contrario. Anche le sovrastrutture dei piani alti si pongono come un fortilizio a prevenire le invasioni dell'altro. Forse una delle loro funzioni è proprio quella. (Per sgomberare il terreno da qualunque eventuale malinteso sottolineo che non sto parlando di problemi sociali, politici o, Dio ci scampi, amministrativi. Parlo dell'uomo che incontra l'uomo).

L'estraneità ci può cogliere in qualunque momento, anche al nostro paesello. Sempre tra le città invisibili di Marco Polo ce n'è una dove, dice Italo Calvino, c'è tutto ciò che amiamo e desideriamo: c'è solo un problema, ci siamo arrivati anziani e la guardiamo seduti sul muretto della piazza.
Altri invece, cresciuti nella città che amavano, si trovano carichi di saggezza e ricchezze, circondati da uomini che non li capiscono e che di loro non vogliono saperne... beh, comunque non abbattiamoci!

ASCOLTO: SONNY TERRY AND BROWNIE MCGHEE - STRANGER BLUES

https://www.youtube.com/watch?v=-8xWC9N1H0A

(Due link relativi ad articoli sull'impiego della musicoterapia nell'aiuto dei rifugiati).

http://www.startts.org.au/media/Refugee-Transitions/Refugee-Transitions-Issue-23-music-therapy-helps-refugees.pdf

https://voices.no/index.php/voices/article/view/227/171