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PAPERBACK WRITER, OVVERO: MA TU SCRIVI PRIMA LA MUSICA O LE PAROLE?

Note per la sicurezza. Per la lettura di questo articolo utilizzate solo cervelli certificati a norma EBC 666 (European Brain Certificate). Non leggete questo articolo mentre siete alla guida di aviogetti da caccia nè mentre state lavorando al tornio in un'officina metalmeccanica (e nemmeno se il tornio è a norma ETC 666, European Lathe Certificate). Fate particolare attenzione a non avere le dita in una presa e i piedi nell'acqua.

Istruzioni per l'uso: Tutto si tiene. Ascoltate i Beatles (e questo vale per una sana condotta di vita in generale). Potete quindi leggere il testo di Paperback Writer o saltare direttamente ad "ESERCIZI DI STILE" ... e poi tornare indietro? Vedete voi. Non saltate Mingus, in fondo. E' importante

 

ASCOLTO: PAPERBACK WRITER: THE BEATLES

https://www.youtube.com/watch?v=yYvkICbTZIQ

 

Paperback writer, paperback writer.

Dear Sir or Madam, will you read my book?
It took me years to write, will you take a look?
It's based on a novel by a man named Lear,
And I need a job,
So I want to be a paperback writer,
Paperback writer.

It's a dirty story of a dirty man,
And his clinging wife doesn't understand.
His son is working for the Daily Mail
It's a steady job,
But he wants to be a paperback writer,
Paperback writer.

Paperback writer, paperback writer.

It's a thousand pages, give or take a few.
I'll be writing more in a week or two.
I could make it longer if you like the style.
I can change it 'round,
And I want to be a paperback writer,
Paperback writer.

If you really like it you can have the rights.
It could make a million for you overnight.
If you must return it you can send it here,
But I need a break,
And I want to be a paperback writer,
Paperback writer.

Paperback writer, paperback writer.
Paperback writer, paperback writer.
Paperback writer, paperback writer.
Paperback writer, paperback writer.
Paperback writer...

SCRITTORE DI LIBRI TASCABILI (Traduzione da internet riveduta)
(Scrittore di libri tascabili, scrittore)
Gentile signore, gentile signora vorrebbe leggere il mio libro?
Ho impiegato anni per scriverlo, vuole dargli un'occhiata?
È basato sulla storia di un uomo di nome Lear,
E ho bisogno di un lavoro
Così voglio diventare uno scrittore di libri tascabili
Scrittore di libri tascabili

È la sporca vicenda di un uomo sporco
E la moglie che lo assilla non capisce
Suo figlio lavora per il Daily Mail
È un lavoro serio
Ma lui vuole diventare uno scrittore di libri tascabili
Scrittore di libri tascabili

Scrittore di libri tascabili
(Scrittore di tascabili, tascabili)

Sono un migliaio di pagine, una più una meno
Ne scriverò ancora in una settimana o due
Posso allungarlo se le piace lo stile
Lo posso modificare
E voglio diventare uno scrittore di libri tascabili
Scrittore di libri tascabili

Se davvero le piace le cederò i diritti
Potrebbe renderle un miliardo nel giro di una notte
Se non le interessa me lo può rispedire a questo indirizzo
Ma ho bisogno di un'occasione
E voglio diventare uno scrittore di libri tascabili
Scrittore di libri tascabili

Scrittore di libri tascabili
(Scrittore di libri tascabili, scrittore)
(Scrittore di libri tascabili) Scrittore di libri tascabili
(Scrittore di libri tascabili) Scrittore di libri tascabili...

ESERCIZI DI STILE

“Pensavo che della parola che è scritta la forma non sento.
Torn’alla mente la rossa ciniglia: è musica il suono
del verbo che sgorga: la gioia del suono rimbalza
Negli occhi di luce di specchio, di nave che salpa
Per terre lontane.

La terra io cerco… la terra io bramo.”

Sento che ci siamo... Oggi esce qualcosa. Mi devo sforzare.
La poesia blu non paga. E poi dipende: c’è poesia e poesia. La parola è musica. La musica paga?
Ma tu scrivi prima la musica o le parole? Le parole o la musica? Sviluppiamo... Sviluppiamo...

 

Giovanni Battista era sbarcato in quel momento sul molo della sua città, di ritorno dal viaggio, un viaggio lungo, estenuante e bellissimo.
Sull’asfalto un piccione morto, straziato. Il cielo della sera di maggio era ancora molto luminoso e luccicava colorato sulle poche nuvole e sui monti turriti.
Non sapeva se sarebbe mai tornato quando era salito su quella stessa nave, da quello stesso molo e con quel sacco sulle spalle. Allora non gli interessava di sapere.
Il tempo che era fatto di futuro di acquamarina, durante le notti di guardia, nell’ansia delle contrattazioni con i beduini, nelle ore di amore, invero scarse, rubate ad Aisha nella casa quadrata di meringa bianca alla periferia di Ipàzia; durante le tempeste, sul ponte della nave, a vigilare le funi che si strappavano ad una ad una; nel corso dei meriggi spesi a digerire pranzi colossali e a smaltire vini rosati forti ed aspri, durante quel tempo, quel tempo si era mutato in un passato sfarinato e friabile.
E la sua città era incrostata da quel passato: solo a lui era riservato di vedere la craccia di calcìna putrida che sporcava le case e i volti degli uomini. Un ragnatelo, una polvere, una lanuggine che davano alle vie un manto leggero di grigio velluto…

La prosa paga? C’è prosa e prosa: bisogna saper perdere. Il mondo non si è fermato mai un momento. Se solo io riuscissi a infilarne una poi sarebbe fatta… Io posso scrivere di qualunque cosa. Solo bisogna riuscire a metterci lo spirito del tempo e farlo prima che il tempo sia passato.
Ma tu scrivi prima le parole o il loro significato?

“Io bramo la terra: la terra e la pace
Son stanco di guerra che tutto divora
Io voglio trovare vestito di bianco
L’amore mio primo che tanto mi piace…”

Che tanto mi piace…

“Che tanto mi piace…” pensava Giobatta. Pensava a Dorina, il suo primo amore, mentre camminava per la via che disegnava il profilo del porto vecchio, uguale ad allora e ovviamente tutta piena di altre cose, di altra gente. Doveva trovare un albergo, una cosa da poco, e si infilò nello spacco laterale e sghembo. Si sentiva tranquillo, perché solo tra stranieri si sentiva in pace e non si era mai sentito così straniero: era straniero per gli stranieri, per via del colore della pelle e della forma del viso e più straniero per i suoi concittadini, per via del sacco che portava e per la maschera di cuoio sul volto…
Si fermò: un negozio era stato sventrato della mobilia, la triste moquette nera, cianciafruscole sparpagliate aggiro. Al fondo uno specchio, molto grande.
C’erano lui e la sua immagine diafana nella vetrina, somma infinita di risonanze ondivaghe che riempivano lo spazio-tempo per tornare a sposarsi in quella fetta di silice. Oltre quest'immagine, nello specchio, nel buio ventre della caverna, un fantasma più antico, uno straniero. Anch'egli con un giaccone scuro e un sacco in spalla, lo sguardo ironico e inflessibile.
Dietro il fantasma luci e oggetti colorati: si volse istintivamente. Nulla, solo merci di poco prezzo e un pachistano che contava una manciata di banconote.

Ci siamo: adesso si rimette a fare filastrocche nella testa, quelle file di parole che sono la sua terra: la sua Patria.

“L’amore mio primo che tanto mi piace:
Mi piacque il momento che apparve, ridendo
Danzando, leggera con rara malizia
Malizia turchina, a se stessa celata,
che forse sto adesso soltanto sognando…”

 

Qui non si tratta di scrivere un best-seller: basta che venda un pochetto. L’importante è il ritmo, perché non voglio scrivere neanche proprio un gialletto da un tanto al chilo, con l’investigatore smandrappato, il mistero misterioso e il colore locale.
Il colore locale però mi tocca di mettercelo: non sono mica Kafka che riesce a scrivere dell’Universo senza usare nulla, pochi elementi archetipici e dentro c’è già tutto, tutto il dentro, che poi è anche il fuori.
Io sono solo un cretino.
Ma questo è sempre un punto di partenza importante, il liquido amniotico, il balbettio.
Cazzo… la parolaccia paga ma va dosata. La mettiamo tra virgolette… “cazzo!”… prendiamo le distanze…

“Cazzo come sono invecchiato, pensava Giovanni, invecchiato di botto, proprio adesso che mi servivano tutte le mie energie. Stava prendendo la chiave della stanza dalla concierge, nel senso di una signora con gli occhiali molto grassa. La tv alla parete dava filmati di canzoni…

“E adesso che ritorno con la mente
A quando c’era il senso del tuo niente
Adesso vedo ancora illuminarsi
Le sere in cui quest’anima era assente”

Giovanni imparò questa strofa senza volerlo veramente e continuò a cantarla tra sé nell’ascensore. Nell’ascensore una seconda musica suonava in sottofondo: Giovanni accordava i versi a quest’altra melodia. Il risultato gli sembrò molto più interessante dell’originale.
Il piano si andava disegnando nella sua mente senza che lui avesse una parte attiva nel processo: ritrovare Dorina. Colorare quella città di qualcosa. Rivedere Plinio: di Plinio aveva indirizzo e tutto per via di un paio di lettere che si erano scambiati quando era morto suo padre… doveva forse anche andare al cimitero “…se da viva non l’ho mai baciata, or che è morta la voglio baciar…”; quelle sì erano canzoni, mica balle.

“A quando c'era il senso del tuo niente...”. Belàndi! Sono un genio, parzialmente incompreso. Ma la gente nei quadri vuole le figure, nel senso di... non è manco facile da dirsi, cioè, ci vuole le cose dentro. Nelle canzoni vuole capire le parole, tipo che si fa una specie di film. Nei film vuole la storia. Nelle storie vuole un mistero... o al limite commuoversi o spaventarsi... e vabbeh: è un suo diritto.

Giovanni aprì l'armadio della stanza d'albergo, un armadio a muro un po' piccoletto. Dentro c'era il cadavere di un negro. Per un attimo rimase immobile con le braghe in mano (nel senso che se l'era già tolte). Guardava ora le braghe, ora il negro, trovandosi in una innegabile impasse.
Poi ebbe un lampo e rimise le braghe: in quell'istante fece irruzione la cicciona occhialuta con dodici poliziotti. Giovanni, la braga a mezz'asta, cercava di capire quali erano le emozioni che lo attraversavano “... tu chiamale, se vuoi:...”.
Due poliziotti lo avevano afferrato. Un nuovo personaggio comparve da dietro il nugolo dei piedipiatti: era scazzato e smandrappato e Giovanni comprese subito che era senz'altro l'investigatore seppur non sapesse di che ordine e grado. “La dichiaro in arresto” disse, “chiamate la scientifica!”

O terra mia, o boschi e rive
dove fanciullo il cuore al cielo
con arco e frecce ho consacrato
e la velocità, di ruota e di pedale...

Nel bagno gli agenti trovarono il corpo di un cinese: rannicchiato nella vasca. Il nordafricano era dietro la tenda, ovviamente impiccato con i cordoni. Sul poggioletto erano accatastati làpponi e amerindi, in numero di quattro e alla rinfusa. La posizione di Giovanni Battista si faceva più complessa di momento in momento...”

Ma questo è ciarpame! Speriamo solo che paghi, sebbene non di solo pane viva l'uomo...

La donna grassa con gli occhiali raccoglieva i rifiuti che gli uomini della scientifica avevano sparpagliato nella stanza, scatole e guanti di lattice, buste, tamponi. Fortunatamente questa volta non c'era sangue. Solo un po' nella vasca da bagno che veniva via senza problemi, robba cinese, probabilmente di qualità scadente.
Nella sua testa due pensieri.
Pensiero numero uno. Era un pensiero costante, un anello, da sempre, come un vicino di casa mafioso che mette in loop la stessa canzone da ballo latino americana, 24/7, a un volume efferato.
“Trentacinque anni in questo posto di merda. Una tesi sui meccanismi dello skaz nella prosa di Gogol', 110 e lode con il professor Marchesi. E poi trentacinque anni in questo posto di merda: che sia maledetto, spero marcisca all'inferno. Trentacinque anni...” E così via.
Pensiero numero due. “La parola è musica. E su questo non ci piove. Ma la musica è parola?”

Dalle note di copertina di "The Clown" di Charles Mingus

My solo in it (Haitian fight song) it's a deeply concentrated one. I can't play it right unless I'm thinking about prejudice and persecution, and how unfair is it. There's sadness and cries in it, but also determination. And it usually ends with my feeling 'I told them! I hope somebody heard me!'" (Charles Mingus)

Il mio assolo (in Haitian fight song, Canzone di battaglia haitiana ) è profondamente concentrato. Non posso suonarlo se non sto pensando al pregiudizio e alle persecuzioni e a quanto sia ingiusto. Ci sono dentro tristezza e pianto ma anche determinazione. E in genere il sentimento che provo alla fine è questo “Bene, io gliel'ho detto. Speriamo che qualcuno mi abbia ascoltato!” (Charles Mingus)

ASCOLTO: HAITIAN FIGHT SONG. CHARLES MINGUS

https://www.youtube.com/watch?v=r5j4dou8osU

 

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