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INTERVISTA ALLA DR.SSA ALESSANDRA CONSANI, PSICANALISTA.

Questo numero è un numero speciale.

Il sito ospita oggi un colloquio con una psicanalista  di lunga esperienza. La Dott.ssa Alessandra Consani, psicologa, ha lavorato a lungo come educatrice e si è quindi specializzata come psicoterapeuta presso la SIPRE (Scuola Italiana di Psicanalisi della Relazione). Lavora inoltre come responsabile e operatrice in una Casa Famiglia, un alloggio per persone affette da disturbi psichiatrici. La Dott.ssa Consani è anche una cara amica e, penso sia doveroso precisarlo, non è la mia psicoterapeuta!

Ho pensato che, scrivere della relazione terapeutica (psicoterapia e musicoterapia sono forme di relazione terapeutica) partendo dalle parole di una professionista esperta, potesse inquadrare meglio il significato di quanto è scritto anche negli altri articoli di questo sito, fornendo anche un angolo visuale più tecnico.

Ribadisco inoltre che la scuola APE presso la quale mi sono formato utilizza una visione fenomenologico-dinamica, affine quindi per alcuni tratti a quella di una scuola psicanalitica quale la SIPRE.

Gli ASCOLTI. 

Francesco Guccini. Vedi cara. Una passione (F. Guccini) che condivido con la Dr.ssa Consani

Nina Simone. Ain't got no / I got life. A proposito di partire da se stessi. 

The Monty Python "Always look on the bright side of life". Comunque, dandosi una scrollata, si può sempre venirne fuori!

(Massimo Berri)

INTERVISTA

Massimo Berri - Perché le persone si rivolgono a uno psicoterapeuta?

Alessandra Consani - Io posso parlare naturalmente in base alla mia esperienza, alla teoria e al metodo a cui faccio riferimento, quello della Psicanalisi della Relazione. Molto spesso le persone si rivolgono a uno psicoterapeuta per problemi contingenti, legati alla sfera relazionale ed affettiva come lutti o separazioni. Ci sono anche persone che, penso anche in funzione dell'epoca e della società odierna, vengono in terapia portando una vaga sensazione di tristezza, di "non senso" e quindi alla ricerca di una felicità.

Spesso le persone hanno fatto altri tentativi da sole per risolvere i loro problemi e vivono la psicoterapia un po' come l'ultima spiaggia. Questo è in fondo anche un aspetto positivo: è bene che le persone provino a trovare le loro soluzioni autonomamente. Molte volte però non ce la fanno, ad esempio perché, semplicemente, le condizioni in cui la vita le ha poste sono troppo difficili.

Altre persone giungono spinte da un vissuto di solitudine profonda. 

Infine, ed è molto frequente nella mia esperienza degli ultimi tempi, c'è il caso di persone che soffrono di disturbi psichiatrici, che hanno un grande bisogno di parlare e che sono alla ricerca di risposte senza avere una chiara idea di cosa sia un percorso terapeutico.

MB - Vorrei ripetere alcune parole di questa sorta di classificazione: dolore, solitudine, serenità, felicità...  Serenità e felicità per te sono sinonimi?

AC - No, non sono la stessa cosa. La serenità, la tranquillità, che potremmo chiamare uno "stare bene con se stessi", è una condizione del soggetto. La felicità è un momento, un apice. Di per sé è effimera ed è quindi un'idealizzazione: come tale non è duratura e genera sofferenza.

MB - Perché, in base alla tua esperienza di terapeuta, ma anche in base alla tua esperienza personale, le persone scartano a volte a priori la possibilità di una psicoterapia?

AC - Io non considero la psicoterapia l'unico percorso per cercare una dimensione di benessere personale. Però per entrare in un percorso terapeutico bisogna aprirsi, affidarsi all'altro e anche partire da sé. Lo psicoterapeuta non ti risolve i problemi ma ti sostiene nell'attivarti nella soluzione di questi. 

Esiste un retaggio culturale per cui la psicoterapia non serve a nulla, per cui lo psicoterapeuta si occupa dei matti. Io credo però che le persone che scartano la psicoterapia e non provano altre strade per risolvere i loro problemi siano soprattutto persone molto chiuse, molto ritirate in se stesse.

Inoltre le persone sono spaventate, hanno paura che la terapia possa generare sofferenza.

MB - Io ho esperienza della psicoterapia come paziente e devo testimoniare che è vero che nella psicoterapia si incontrano fasi in cui è presente sofferenza. E' vero?

AC - Sì. Io posso parlare come terapeuta ma anche come paziente perché nel mio training personale, nella formazione è previsto un percorso personale e quindi didattico. Inoltre adesso ho aperto una seconda analisi. Sì, approfondire il dialogo con se stessi può andare a toccare dei livelli di sofferenza che intendevamo tenere nascosti perché siamo spaventati all'idea di stare veramente molto male. Poi, di fatto, invece tocchiamo con mano che non è così, anzi la sofferenza è molto minore. Però ci sono senz'altro passaggi dolorosi e delicati.

MB - La tua risposta mi fa venire in mente un libro in cui veniva intervistato un praticante buddista. Egli operava una distinzione tra dolore e sofferenza e diceva che la sofferenza è causata dall'incapacità di accettare il dolore: come risuona questo concetto nella tua visione?

AC - Dal mio punto di vista non riesco ad operare una distinzione tra dolore e sofferenza. Se proviamo dolore c'è sofferenza. Se però, per accettazione intendiamo la consapevolezza di sé, l'avere coscienza della coscienza, condivido questo concetto. Non credo che il problema principale sia l'incapacità di gestire la sofferenza, penso che il problema sia il ritirarsi di fronte alla sofferenza per cercare di non vederla, il che impedisce di attivare delle strategie relazionali che permettano di non soccombere ad essa.

MB - Mi sembra ci sia un richiamo a quanto hai detto prima: lo psicoterapeuta ti aiuta a intraprendere un tuo percorso. Se ho capito bene è importante che quanto avviene in terapia si traduca nella vita di tutti i giorni, è giusto?

AC - Sì, la stanza dello psicoterapeuta è un luogo in cui si effettuano le grandi prove. Ma quello che si elabora deve essere trasportato attivamente fuori dalla stanza per vivere attivamente la  propria vita.

ASCOLTO PROPOSTO: F. GUCCINI. Vedi cara.

 https://www.youtube.com/watch?v=rUAixFKAHew&list=RDEMHPUflsPpZMt5TpKT6Q9KXw&index=2

MB - Il tema successivo è questo: quando viene in studio un nuovo paziente e ti sei fatta una prima idea dei problemi che porta, qual è il procedimento con cui definisci gli obiettivi della relazione terapeutica?

AC - Per come lavoro io non c'è un processo definito a priori. Io al primo ascolto chiedo cosa ha spinto quella persona a venire e poi cerco di conoscerla per capire qual è la sua configurazione storica, come funziona nella vita; faccio quindi un'ipotesi di diagnosi dinamica, se soffre di un disturbo psichiatrico, come psicosi o schizofrenia o se è portatore di disturbi meno gravi; in ogni caso cerco di comprendere la sua configurazione storica partendo dal presupposto che questa persona per "tenersi in piedi e sentirsi vivo" deve essere così.

Il primo obiettivo è quello di rendere il paziente attivo nei confronti dei suoi problemi e della sua vita. Il paziente deve trovare una dimensione di benessere "sua", non un benessere generale e soprattutto trovare un "senso", una capacità di affrontare i problemi della vita. Non c'è un traguardo di benessere, la vita continuerà a metterci alla prova: ogni traguardo di benessere verrà sempre rimesso in discussione dalla vita, dagli eventi.

Il primo obiettivo è quello di entrare in terapia; per me significa assumermi la delega per poi restituire al paziente questa guida. E' il paziente che definisce di volta in voltà gli obiettivi.

MB - Mi interessa molto il tema della centralità del ruolo del paziente in un processo di cura. Se il paziente non si attiva sarà difficile per tutti "curarlo", anche ad esempio, per un medico di medicina generale. Le persone con disturbi psichiatrici a volte mostrano incapacità a prendersi curà di sé a causa di problemi strutturali della loro psicologia, o sbaglio?

AC - No, non è proprio così. Le persone con disturbi psichiatrici possono risultare incapaci di prendersi cura di sé in quel dato momento della vita, ma io parto dal presupposto che il disturbo psichiatrico sia un "ritiro dalla vita", uno "stare in fondo" nel tentativo di preservarsi appunto dalla sofferenza e dal dolore. Qui è più difficile lavorare, bisogna prima tirare fuori dalla tana questo soggetto in modo che possa ricominciare a prendere in mano la sua vita.

MB - Abbiamo parlato di processo: è una parola centrale.

AC - Il processo è la parte centrale della terapia, il divenire. Si parte da un punto ma non si sa dove si giungerà. E' il processo che momento per momento definisce sempre meglio la strada da percorrere.

MB - Un altro concetto fondamentale nella mia formazione di musicoterapeuta è quello di "senso": cos'é per te il "senso", come lo definisci?

AC - Il "senso" è essere consapevoli di sé: in termini più filosofici "aver coscienza della coscienza" e da qui partire. Potremmo dire ancora: so chi sono e dove sto andando. E' un punto di arrivo. Il "senso" è una misura di quanto io riesca a partire da me, indipendentemente da fattori quali ciò che pensano gli altri o quello che gli altri si aspettano da me, affrontando tutte le difficoltà che sorgono quando una persona si definisce.

ASCOLTO. NINA SIMONE. Ain't got no / I got life

https://www.youtube.com/watch?v=L5jI9I03q8E

 

MB - Siamo all'ultimo tema generale. Uno dei problemi della musicoterapia è quello di quantificare o certificare i risultati. Come si possono quantificare i risultati di una psicoterapia?

AC - E' molto difficile affrontare questo aspetto dal punto di vista scientifico. Io penso che un ottimo criterio sia quello della valutazione qualitativa del modo in cui il paziente affronta la realtà. Spesso i pazienti sembrano avere un'illuminazione e sembra capiscano improvvisamente come fare a risolvere un nodo: in realtà questo avviene seguendo un processo. Quello che cambia realmente è la qualità della relazione con se stessi dovuta alla sempre maggiore consapevolezza dei propri meccanismi di funzionamento automatico. Quindi è il paziente che dice quali sono gli obiettivi o i risultati raggiunti, con dei fatti.

MB - Due domande di carattere meno tecnico. La prima è: visto che hai accennato a percorsi alternativi alla psicoterapia, quali sono quelli a cui pensi?

AC - Conosco persone che hanno raggiunto un maggiore benessere praticando il buddismo, con l'attività fisica o il volontariato. Utilizzando queste attività come pratiche terapeutiche raggiungono quello che io definirei un primo livello. Mi sento di mettere in dubbio che si possa ottenere seguendo queste strade un'autoconsapevolezza profonda, perché si tratta di strade del "fare". E' però sempre giusto che le persone facciano quello che sentono di poter fare e che scelgono di fare.

MB - Esistono persone che, a tuo modo di vedere hanno caratteristiche antropologiche per le quali sono più idonee ad un processo terapeutico e ne trarranno maggior beneficio?

AC - Direi di no. Cultura e conoscenze non incidono sul processo: incidono su come il terapeuta dovrà approcciare la persona. Nella terapia bisogna costruire un linguaggio per capire e intendersi con quella persona, ma la mancanza di cultura non rappresenta un deterrente se si riesce a costruire un linguaggio differente.

MB - Secondo la tua sensazione, come è portata la figura dello psicoterapeuta nei mass-media, nei film, nei giornali, nella televisione, ovviamente semplificando e in base alla tua esperienza personale?

AC - Io non conosco benissimo questo mondo ma la mia sensazione è che non venga riportata una visione corretta. Sono spesso disegnate figure di terapeuti troppo ortodossi, che non parlano e ti scrutano o di psicologi affettivi che ti aiutano e ti vogliono bene. Non credo che ci sia un serio tentativo di renderli per ciò che veramente sono.

MB - L'ultimissima domanda è: tu hai conoscenza del processo musicoterapeutico e della sua efficacia?

AC - Non ho molta esperienza. Alcuni anni fa ho lavorato con un gruppo di pazienti psichiatrici che frequentavano sessioni di musicoterapia. Al rientro in comunità tornando dalle sessioni di musicoterapia portavano con sé esperienze, a volte in forma rudimentale. Parlando con loro era evidente che durante la musicoterapia avevano preso contatto con il loro mondo emotivo. Erano molto contenti di queste esperienze e partendo da lì spesso era possibile instaurare un dialogo più profondo su cose loro.

MB - La musicoterapia e la musica hanno senz'altro una funzione di attivazione emotiva e predispongono presumibilmente a un lavoro successivo di tipo cognitivo e relazionale. Direi che le sue esperienze sono in linea con le teorie che ho appreso durante la mia formazione.

Ti ringrazio per aver regalato un contributo così significativo a questo spazio. Spero che le domande siano state stimolanti e pertinenti. A presto.

AC - Io ringrazio te e spero di aver dato un contributo alle tue ricerche. Arrivederci.

MONTY PYTHON. Always look on the bright side of life.

https://www.youtube.com/watch?v=WlBiLNN1NhQ