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MUSICOTERAPIA III - VIVA LA LIBERTA’ !

Juliette Alvin ideò un approccio completo alla musicoterapia che impiegava la “libera improvvisazione” insieme a varie altre attività come l’ascolto, l’esecuzione, la notazione, la composizione e il movimento. Definì l’improvvisazione “libera” perché il terapista non impone nessuna regola, struttura o tema all’improvvisazione del paziente ma, piuttosto, lascia che egli “vada a briglia sciolta” sullo strumento musicale. - (K. Bruscia, Modelli di improvvisazione in musicoterapia - ISMEZ, 2011)

 

Le pulite e simpatiche stanzette del tribunale penale, con le loro pareti imbiancate e le inferriate verniciate di nero, suscitarono in Sc’vèik la migliore delle impressioni. (…) “Io non credo più a nessuno,” disse l’omino nel cui praticello avevano scoperto uno scheletro. “Sono una manica di farabutti!”. “Anche questa è una cosa che è giusta che ci sia!” Disse Sc’vèik coricandosi sul materasso. “Se tutti gli uomini si volessero un gran bene reciproco, non si farebbe altro che prendersi a morsi a vicenda.” (J. Hasek - Il buon soldato Sc’vèik - Feltrinelli, 1999).

 

Ho voluto trascrivere un brano dal libro di K. Bruscia perché fosse chiaro che i musicoterapeuti che si rifanno al metodo della libera improvvisazione non conducono una sessione di musicoterapia “facendo un po’ come gli pare…”. La ricerca della libertà è sempre un percorso metodico e complesso.

Per questo ci tiene compagnia il grandioso Sc’vèik: il campione assoluto dell’anarchia che, coricandosi sul materasso di una cella, enuncia uno splendido paradosso: dice il vero o il falso? Bene, spaccatevici pure la testa o, se preferite scappate dall’uscita di emergenza. Ce n’è sempre una, con il suo maniglione antipanico brevettato.

Dal Dizionario di Filosofia dell’Abbagnano (TEA, 1993) estraiamo un poco delle sei corpose pagine.

Libertà:

1) Autodeterminazione, assenza di condizioni e limiti

2) Capacità di uniformarsi alla necessità naturale, cosmica, divina.

3) Libero arbitrio nel confronto con le scelte tra opzioni limitate che la realtà ci pone, momento per momento.

Chi sa di filosofia mi perdonerà se ho semplificato (nel migliore dei casi). Era importante di non cominciare senza un qualche riferimento.

La musica è fatta di oscillazioni periodiche del mezzo elastico che l’aria, perlopiù, veicola al nostro corpo e che l’orecchio è in grado di mettere in una forma elettrica che il cervello trasforma in coscienza, colore dell’esistere: adesso e qui. (Figo, no?)

La musica è l’esatto opposto di qualunque concetto triviale di libertà: dolore alle articolazioni, calli alle dita, ore ed ore di esercizio, ascolto rapito di deità canore in adorazione estetica, regole armoniche ferree, gabbie di millisecondi dalle quali non è permesso evadere, pena il dolore ritmico che è come quando il cuore si ferma per un attimo…

Qui ci viene in aiuto Sv’èik, o il paradosso: la musica è, al contempo, l’immagine più potente della libertà. Ogni millisecondo è un universo finito: non puoi scegliere tra infinite opzioni, però puoi scegliere. Milioni di scelte si susseguono in un’esecuzione. Nella musica che fa uso di tecniche di improvvisazione questo è evidente. Nella musica colta occidentale è altrettanto vero perché nessuna sinfonia è mai stata suonata due volte nello stesso modo.

La musica, frutto di una disciplina ferrea, è pratica immediata di libertà esistenziale. Non stupisce che abbia un certo suo porco fascino!

E fin qui tutto abbastanza banale, mi direte. Il musicista è un tizio che, lungi dall’autodeterminarsi, peccato mortale e pratica di grande pericolo, prende le misure alla Natura per fregarla poi quando Lei meno se lo aspetta, infilzando la Matrigna con strali di semicrome e prendendosi così una rivincita fugace e vana, dimentico che la Natura non ha orecchie. Se però suona passabilmente riesce a volte a guadagnarsi qualche soldo, che male non fa.

(MUSICOTERAPIA)

Come ho precisato altrove non voglio ergermi a maestro della pratica musicoterapeutica, sarebbe un ulteriore paradosso. Ho una certa esperienza, ciononostante, di uso della musica nella pratica di aiuto e quindi traggo da lì alcuni spunti per cercare di condurre il discorso ad una riflessione che tenga insieme gli elementi di questo articolo: libertà, musica, musicoterapia.

Nel caso della malattia mentale la libertà (libertà che, abbiamo visto, è forse qualcosa di diverso se considerata filosoficamente, rigorosamente o se vagheggiata in modo irrazionale) ci porta ad un altro paradosso.

Ed ecco Sc’veik “Davvero non capisco perché i matti si arrabbiano tanto se li trattengono là dentro. Lì uno se ne può strisciare nudo sul pavimento, può ululare come uno sciacallo, può dare in escandescenze e distribuire morsi a destra e a manca. Se uno queste cose qui le facesse passeggiando al Corso, la gente se ne stupirebbe, mentre lì è la cosa più normale a questo mondo. Laggiù c’è una libertà che neanche i socialisti se la sono mai neanche sognata. Lì uno può dire di essere domineddio o la Vergine Maria o il papa o il re d’Inghilterra o sua maestà l’imperatore o san Venceslao, anche se l’ultimo che ho detto se ne stava sempre legato come un salame, tutto nudo, e lo tenevano lungo disteso in isolamento. E c’era poi anche uno che urlava di essere un arcivescovo, e non faceva altro che mangiare e poi – con rispetto parlando – faceva un’altra cosa ancora, che – come ben sapete – con quella ci fa rima, ma lì nessuno se ne vergogna. Un altro diceva addirittura di essere san Cirllo e Metodio, per poter ricevere una doppia razione di cibo. E un altro signore ancora, lì era incinto, e invitava tutti al futuro battesimo /…/ Il più furioso di tutti era un signore che si spacciava per il sedicesimo volume del Dizionario enciclopedico dell’editore Otto, e pregava chiunque di aprirlo e di trovargli la voce “Macchine per lavori di cartonaggio” perché altrimenti lui era perduto».

La libertà della malattia mentale è un mostro a due teste e per quanto posso dirne, la testa di gran lunga più grande ha un aspetto di smorfia dolorosa. Non è escluso che la malattia mentale, in alcuni casi, mostri un lato creativo, empatico ma si dovrebbe smettere in quel momento di considerarla malattia.

Concludendo, anche la pratica della musicoterapia basata sulla libera improvvisazione parte dall’assimilazione di una disciplina. Questa disciplina ci porrà in condizioni, si auspica, di offrire al paziente uno spazio strutturato sia fisicamente che emotivamente, in cui egli possa muoversi operando libere scelte che troveranno nel musicoterapeuta un empatico e attivo riscontro.

 

Le tue scelte si muovono in assonanza o in dissonanza con le mie e le percepiscono ma non sono per questo meno libere: anzi…

 

Nota importante: per i lettori che non avessero ancora letto “Il buon soldato Sc’vèik”, fatelo, prima di rendervi conto che avete vissuto invano!

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