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JEROME: Andando oltre.

Jerome K. Jerome - Biography and Works. Search Texts, Read Online. Discuss. (online-literature.com)

Ho consultato alcuni testi che riportavano illustri teorie su quel che si definisca comico, umoristico, ironico, grottesco o satirico. Poi però mi dimentico sempre quali sfumature segnino il passaggio da un modo di ridere all’altro. Forse perché mi interessa poco.

Comicità, e quindi comico, saranno quindi le parole molto generiche a cui ci affideremo. Definiamo comico quel che muove al riso chi sia dotato dell’organo preposto a entrare con esso in risonanza (vedi senso dell’umorismo, nel mio articolo precedente).

Ci sarà quindi una distinzione tecnica analoga a quella che riteniamo, sola, suddivida il regno della musica: quella tra la comicità buona e quella cattiva. E’ opinabile, al limite, che la distinzione sia tale per cui non succeda che alcuni oggetti comici si trovino in una terra di nessuno, grigia, di transizione dall’una all’altra. Noi abbiamo comunque la possibilità di assestar loro una spintarella alla bisogna per sistemarli dove ci sembrerà più consono. Guai a chi però tenti di trasportar di peso una comicità di bassa lega nel regno della buona comicità. Mal gliene incolga!

https://www.youtube.com/watch?v=Gme-P_WzSTc - I "mitici" Boldi e De Sica

Appoggiandomi un po’ comunque su quanto ho letto in giro, e un po’ su quanto scopro che Pirandello ha scritto in proposito (e che non comprendo appieno), posso articolare meglio dicendo che a mio parere la comicità buona ha una caratteristica fondamentale: si tratta, per chi la produce e per chi ne gode, di un fatto della massima serietà.

Questa serietà è presente nell’intenzione dell’artista, nel suo coinvolgimento profondo e antico nel gesto che ci porge, e anche nel fruitore che ricerca nel riso il sollievo fisico e sincronico da un dolore, da una solitudine. Il coinvolgimento dell’artista ci giunge, come avviene per la buona musica, non tanto in quello che rappresenta o scrive ma nel modo in cui ce lo porge, nella profondità del gesto comico, fatta di ritmo, dettagli, padronanza dell’intensità e della struttura (anche se queste ultime considerazioni rischiano, quanto più dissezioniamo, di allontanarci dal cuore del problema).

I comici non vanno presi sottogamba. I comici sono persone arrabbiate, soprattutto quando percepiamo che la loro comicità è di alto livello. E io non credo che essere arrabbiati sia stupido, sbagliato o rappresenti un errore dovuto a un momento di confusione: questo sarà ormai chiaro a chi legge a volte queste righe. Ma, direbbe Jerome, sto divagando.

A questo proposito, relativamente al rapporto tra comici e politica, trovo interessante questo passo di Jerome, da Appunti di romanzo.

Conosco una bambina discendente da una lunga schiatta di uomini politici. L’istinto ereditario è così fortemente sviluppato in lei, che ella è quasi incapace di pensare da sé.”

Nella prefazione a un libro di Jerome (Luigi Brioschi per Pensieri oziosi di un ozioso, BUR, 1981) trovo questa frase “Un mondo (quello del libro) esente da inquietudini, al riparo da grandi gesta e grandi cause, rigorosamente precluso ai violenti.”

Io ho letto e riletto questa prefazione ma non riesco a capire esattamente il parere dello scrivente, non riesco proprio a capire cosa lui senta per Jerome ed è possibile che essendo un professionista dell’editoria questo fosse il suo preciso obiettivo. Sembra comunque che i professionisti dell’editoria, scrivendo le loro prefazioni abbiano un importante finalità apparente: mantenere Jerome nei “minori” pur suggerendo al lettore che non ha affatto buttato via le sue 800 Lire.

Andrea Caterini, nella prefazione de Lo scherzo del filosofo di Jerome  (centro del nostro discorso di stasera, se vogliamo) ci spiega quali e quante sfumature filosofiche si trovino in questo racconto ma ci avverte, prima di tutto, che a lui le sequenze di gag di Tre uomini in barca a lungo andare annoiano poiché le ha incontrate dopo aver nutrito la sua anima di autori ben più pregnanti. Riesco a sentire il lamento, il suo ennui “Ah… je t’en prie! Se vivo un'altra volta me la spassò… non mi faccio certo fregar da le Karamàzov!”.

Il discorso è speculare a quello di Brioschi che, pur ritenendo che Jerome si limiti a chiacchierare di futilità, ci informa che anche dopo cent’anni è sufficiente aprire a caso una pagina e scorrere una riga di Jerome per rimanere fulminati dalla ridarella convulsa, come nella scenetta della barzelletta letale dei Monty Phython.

The Funniest Joke in the World - YouTube

Ognuno coglie il Jerome che si merita.

Come dicevo prima, Lo scherzo del filosofo (Theoria, 2018) ci interessa questa sera in particolar modo.

Io, giuro, non sapevo dell’esistenza di questo libro fino a pochi giorni or sono, poiché, a differenza dei recensori laureati, sono ignorante come la proverbiale scarpa.

Io faccio il perito chimico e di letteratura nel mondo della tecnica e dell’industria se ne parla quanto di bagasce in chiesa (intendendosi fuori dal confessionale).

C’è una specie di plexiglas gigante ad impedire la contaminazione del mondo di chi fa da parte di quello di chi pensa e viceversa. Nelle alte sfere si simula un interesse reciproco ma ha una natura perlopiù commerciale, d’immagine, come si dice (e qualunque cosa significhi).

Ma sia pure solo colpa mia: questo libro non lo conoscevo. E scoprire, subito dopo aver scritto uno scherzo sui paralleli tra Jerome e Heidegger, che il nostro aveva scritto una storia in cui compare un uomo che sembra essere in tutto e per tutto lo spirito di Immanuel Kant mi ha dato grandissima, tronfia e incontenibile soddisfazione.

Come altri prima di me (credo) metterò in risalto un particolare. La prima proposizione del libro suona così, isolata e ferma: “Nemmeno io credo a questa storia.” E perché raccontarla allora? Lo stesso si domanda qualcuno a proposito del libro del Tao, che comincia con la sentenza: “Il Dao di cui si può parlare non è l’eterno Dao.”

Ci sono strati geologici di traduzioni ed ermeneutica su questa frase. A me che sono un perito chimico dovrà bastare questo simulacro (del simulacro). (Tao Te Ching, Feltrinelli 2009).

Non vi racconterò la trama del "Filosofo", come fa il signor Caterini, forse per riempire più cartelle ma levandoci il piacere della lettura dello scritto di Jerome. (E' una vexata quaestio: si fa arte per magnare o ci si nutre per creare il sublime?)

Devo però rimarcare che mi ha fatto molto piacere che il Caterini mi abbia rubato alcune idee posteriori (il tempo, suggerisce Jerome nel libro, è un oggetto tutt’altro che lineare ed assoluto).

Jerome rimarca in questo libro come la dipendenza del fenomeno dalla compresenza di dato/modo di datità/coscienza fa sì che noi si prenda un abbaglio quando ci affidiamo al nostro ragionamento ritenendolo più affidabile della nostra esperienza coscienziale immediata. Il ragionamento è forse vero, in base a un test astratto, ma non è mai reale. Noi viviamo la realtà come coscienza e ce ne stacchiamo ogni qualvolta, come sto facendo io ora, entriamo nella parola, nel discorso.

Ma Jerome, smessi gli abiti del filosofo dilettante, diventa molto più interessante quando torna nel suo registro comico-romantico. In Pensieri oziosi di un ozioso, scrive nella prefazione: “Posso solo suggerirvi, quando sarete stufi di leggere i “Cento libri più belli” (virgolettato), di prendere in mano questo, per una mezz’oretta. Sarà un diversivo." 

Aggiungo che il primo capitolo dei Thoughts è dedicato alla condizione in cui si trova l’uomo che non ha più un soldo. Si può rendere come essere in bolletta ma confina con quello stato che definiamo miseria. Tutt'altro che futile. Forse appariva tale al Signor Brioschi.

Inciso curioso

(Così si descrive Brioschi su Repubblica)

"Da quale famiglia proviene?
"Le mie origini sono milanesi, papà bocconiano e dirigente di azienda. Fu piuttosto severo con i propri figli. Ci spedì (raccomandata? n.d.a.) al Leone XIII dai gesuiti. Ottimo liceo con un corpo insegnante colto e niente affatto oscurantista in materia religiosa".

Da 47 MORTO CHE PARLA E IO PAGO!! - YouTube

 

E questo mi porta a descrivere una mia emozione che fa parte del mio vissuto quotidiano e che con questi spunti ha qualche affinità.

“I cento libri più belli” (virgolettato) di Jerome non sono a mio parere i cento libri che i cento saggi più saggi hanno selezionato per la loro isola deserta (che abitata da cento saggi non sarebbe più, appunto, deserta).

Sono un “pacchetto” (virgolettato), sono una selezione per l’acquirente, sono Best Sellers. Sono, in poche parole un PRODOTTO. E gli scritti di Jerome (prima di diventare prodotto) ci avvertono che pur soffocati dalla stereotipata veste editoriale che teniamo in mano, sono stati nella pura e fallimentare intenzione dell’autore UN DI-VERSIVO, un'apertura.

Comprate i cento libri più belli! Fatevi invidiare da amiche e amici colti!” Infarinatura ACME, direi, citando Cappa e Drago e la fabbrica di polli.

Io sento leggendo Jerome questa materia. Io sento fisicamente Jerome ridere (dolersi) del divenire in cui siamo intrappolati un attimo prima di quando mi giunge, necessaria, la sua preoccupazione di fare qualche soldo per campare e vestirsi in modo adeguato. 

A dare impulso a questo divenire, che potrebbe non essere troppo diverso da quello dell’inghilterra di fine ‘800 e inizio ‘900 sono rimasti due principali entità metafisiche, che ci tengono vivi e ci permettono di accedere alla nostra vitalità individuale (élan vital) e alla nostra essenza di uomini ed esseri sociali: il denaro e la pubblicità.

E quindi lunga vita al denaro. E lunga vita alla pubblicità!

(Si ode una risata sorda e rauca spegnersi in lontananza… )

Frau Blucher ed i suoi cavalli (da Frankenstein Jr, 1974) - YouTube