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TERZA PARTE

Erik Satie ~1917~ Sonatine Bureaucratique - YouTube

Mi sono messo in un bel guaio. Ho detto che Tre uomini in barca dovrà guidarmi verso il trattatello “Cos’è metafisica?” di Martin Heidegger. Ho un po’ scorso il volumetto e devo dire che sono davvero in un pasticcio. Ma il mio Target è ormai stabilito e precisamente situato nel percorso della mia Mission.

E quindi sia.

Heidegger scriveva in tedesco (e quella, secondo K. è una lingua straordinariamente efficace in fatto di imprecazioni). Si tratta di una lingua estremamente rigorosa e analitica a quanto ne so.

Anche l’italiano è una lingua molto esatta e rigorosa e credo sia per questo che la maggior parte degli italiani se ne tiene prudentemente alla larga. L’inglese è una lingua duttile, può essere molto dolce e poetica e la conosco un poco.

Una vera intimità con il pensiero originario di Heidegger, comunque, sembra mi sia al momento preclusa: ma ogni viaggio, dicono, comincia con un passo.

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Butterò giù tutte le mie carte, almeno quelle più toste. Così vi troverete nella condizione di scegliere, di decidere se questa partita vi interessa o meno.

Dunque: ci sono K. che scrive il libro e noi che lo leggiamo. J. che narra dentro il libro, J.(bis) Harris e George e Montmorency che partono sulla barca. Un viaggio su una via d’acqua e molte tappe nello spazio e nel tempo.

C’è Odisseo che fu raccontato molti anni prima e la cui storia è giunta fino a noi e che fuggì da Ogigia.

C’è Ismaele che, quando si sente nevrastenico, decide di andare per mare e si trova coinvolto nella caccia a una feroce balena bianca.

C’è Cesare Pavese che traduce il romanzo di Melville e scrive i Dialoghi con Leucò. Di questi vengo a conoscenza un po’ trasversalmente: Odisseo, ci dice in un dialogo Circe, amava un cane, aveva una casa e forti affetti e legami e poi (last but not least) una nave per correre il mare (con i suoi compagni, uomini, come uomini erano tutti sul Pequod. Spiace per le quote rosa ma con la metafisica credo che abbiano poco a che fare. Chi pensi che qui si voglia diminuire la donna non sa quanto è fuori rotta).

Direi che c’è da fare un’abbuffata.

Noi persone complicate, di umore cangiante, tormentate e speculative risultiamo spesso noiose per le persone che appartengono al regno della luce. Le guardiamo con naturalistica ammirazione a volte ma preghiamo sempre di non averci troppo a che fare. Se loro trovano noiosi noi almeno quanto noi troviamo vacue loro è un miracolo che si riesca a non trucidarci reciprocamente.

Questo è un punto importante per il nostro esame di Tre uomini in barca: ho letto alcune recensioni ed è evidente che io e alcuni signori, bellini e simpatici, abbiamo letto libri diversi (in senso fenomenologico).

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Riprendiamo la sostanza del racconto di K. e riprendiamo il discorso relativo al suo humor tagliente.

Nella sequenza (e di sequenze dobbiamo parlare) in cui J. viene approcciato da un ossequioso vecchio che tenta di attirarlo nella sua chiesa-cripta per mostrargli tombe e reliquie, la trasformazione del nostro eroe viene riassunta così.

Prima di vedere il vecchio e contemplando la campagna:

In quel momento perdonai a tutti i miei amici e ai parenti le loro nequizie e li benedissi. Non sapevano nulla della mia benedizione. Continuavano la loro vita sbandata, inconsapevoli di ciò che stavo facendo per loro laggiù, in quel placido paesino; ma li benedissi e avrei voluto farglielo sapere poiché desideravo la loro felicità”.

Dopo uno scambio di battute con il vecchio:

Via di qui”, ripetei “mi lasci in pace prima che io scavalchi il muro e la trucidi.

I meccanismi umoristici di K. non sono moltissimi, come accade per le opere di grande impatto, ritmi e armonie sono chiari, espliciti. Ma non sono banali, non sono monocordi.

Noi ridiamo con K. di J. che è il suo alter-ego. Ridiamo di J. perché spesso è rigido e aggressivo, privo di introspezione quanto i suoi nemici. J. ride però con i suoi compagni quando viene a contatto con l’aggressione degli arroganti e, uniti, riescono ad aver ragione di taglieggiatori da strapazzo e di mostruose lance a vapore, ultimo ritrovato della tecnica che, in quanto testimone del progresso, pretende per sé tutto lo spazio. E ridono poi l’uno dell’altro.

Infantile no? Una lotta contro il male, inteso come tutto quel che di questo mondo non ci piace, ci annoia, distrugge i nostri spazi vitali. Che bambinone questo J. sempre pronto a combattere contro mostri e soprusi. E ancora più infantile è questa sua propensione a sdilinquirsi in descrizioni idilliache della natura, in un romanticismo fuori luogo.

J. vede il mondo in bianco e nero, diviso tra meraviglie e miserie, voli tra le fate custodi del fiume e discese tra gli esseri bipedi che strisciano in un mondo di prepotenti, stolti, incompetenti, fraudolenti e insensati. Le persone di buon senso si presentano nel corso del romanzo come veri e propri semidei, dispensatori di una saggezza superiore o di una grazia insperata. Ma J. non può essere messo né tra gli angeli né tra i demoni, come accade nell’episodio della camicia che ho riportato nella seconda parte e in cui subisce una metamorfosi speculare a quella di George.

Oltretutto questo è, ovviamente, del tutto irrilevante: quello che K. scrive è materia che prende vita solo a una condizione. Che noi si rida.

Leggiamo nella nota introduttiva di “Che cos’è metafisica?”: “Per Heidegger, invece, l’interrogazione filosofica trae origine da una sorta di conversione che non è prodotta dall’uomo mediante un atto intellettivo deliberato… bensì accade nell’esistenza toccandola nella sua costituzione emotiva profonda e inducendola a interrogarsi a interrogarsi intorno al senso dell’ente nel suo insieme, circa il suo che cos’è e il suo essere… in stati d’animo fondamentali , ontologicamente rivelativi, la cui peculiarità sta nell’emergere senza preavviso – quando uno meno se lo aspetta.

La filosofia nasce da un sentimento e non è una professione ma una vocazione.

La metafisica è l’accadimento fondamentale dell’esserci. Essa è l’essere stesso.”

Sono costretto così a tentare, non tanto una sintesi, né un’interpretazione (ché non son filosofo di professione) di alcuni pensieri del libretto di Heidegger, ma piuttosto la creazione di un breve scritto ispirato.

Harry Belafonte - Banana Boat Song (Day-O) - YouTube

IL BREVE SCRITTO ISPIRATO DI BERRI

L’uomo (e la donna) che giungono a rapportarsi con sé stessi e con il mondo in modo articolato si trovano di fronte ad alcune domande fondamentali relative all’Essere, al Niente e all'esser-ci.

Queste domande non hanno alcuna risposta logica finita. Quindi l’uomo pane-al-pane-vino-al-vino si rifiuta di porsele seriamente. Son cose da filosofi. O da preti.

L’angoscia che ne deriva, a quanto dice H., “…c’è. È solo assopita. Il suo respiro, come un tremito, percorre costantemente l’esserci…”

I punti di contatto con Tre uomini in barca sono:

  • Il riso a cui ci costringe K. in sua compagnia e nella contemplazione dei personaggi del libro rappresenta un “turbamento” che ci porta a sospendere l’atteggiamento consueto nei confronti del mondo;
  • Il turbamento ci fa sperimentare una sovrapposizione di livelli: ridiamo con K. ma anche del suo alter-ego, dei personaggi accessori e in fondo di noi stessi riconoscendoci in molti momenti della narrazione.
  • Quello che ci fa più ridere è la presenza di personaggi che mancano del senso dell’umorismo, che sembrano convinti della propria parte alla quale aderiscono tenacemente per candore (Podger), per ottusità, per avidità per autocompiacimento (come succede allo stesso J. più volte), per inconsapevolezza, per coazione, per inganno (Slossen-Boschen). Personaggi che non riescono a comprendere che il mondo non è semplicemente quello che è: le domande su cosa è l'ente non possono prescindere da chi le pone e che ne è parte. Il punto di partenza nell’interrogarsi sul mondo è interrogarsi su sé stessi.
  • Interrogarsi non è un’opzione: è la materia di cui è fatto l’esser-ci. Eludere la domanda permette di consumare calorie ancorati a uno scoglio ma ci preclude il Viaggio con i suoi turbamenti, la sua gioia e l’inevitabile dolore.
  • Quello che conta primariamente è la teatrale potenza di K. nel metterci con il riso al centro di questo disastro, di questo naufragio dell’essere umano, costretto a una vita assolutamente ridicola per chi lo osservasse da fuori del libro e che ha però una possibilità, a volte: rinunciare a recitare una parte rigidamente segnata, tragica, allegra, vincente o perdente che sia senza interrogarsi su di essa.

Tre uomini in barca non è un libro tragico, non arrivo a tanto. Ma comincia con un disagio e finisce, al termine di un viaggio spassoso, con una sconfitta, nella rinuncia al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Sconfitta che è a mio parere una presa di coscienza.

Bè disse Harris, allungando la mano per prendere il bicchiere “abbiamo fatto una gita piacevolissima e ne ringrazio di cuore il vecchio padre Tamigi, ma credo che abbiamo scelto il momento giusto per tagliare la corda. Brindiamo alla salute di tre uomini felicemente fuori della barca.”

Nessuno nutre dubbi sui richiami metafisici della bianchezza della balena. Ismaele (visto che Achab non aveva mollato quando era il momento) si salva galleggiando su una bara: e di una barca-bara si parla quasi al termine di Tre uomini in barca… e forse era uno scheletro di una balena dice un altro. Coincidenze. (?)

Anche i nostri si salvano, galleggiando su una buona cena. Qualcuno mi dirà che K. pensava che una bistecca e un bicchiere di vino fossero la sintesi della metafisica. E chi può dirlo? K. allora era solo trentenne e all’inizio del suo Viaggio…

(Fine terza parte)

Paolo Conte - Max (Live Amsterdam 1988) - YouTube

La tua facilità non semplifica, Max...