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Tre uomini in barca (per tacer del cane) - London, August 1889.

Un’analisi improbabile di un libro fondamentale.

 Earliest surviving film and sound recording 1888 - YouTube

Voglio parlare di questo classico dell’umorismo, uno dei libri più divertenti che qualunque persona di buon cuore possa augurarsi di leggere, e intendo tentare una specie di operazione di violenza ermeneutica.

Alcuni ritengono che Essere e Tempo sia il testo che ha fatto luce sulla loro strada, altri, inspiegabilmente, si rivolgono alla Bibbia o al Corano (piuttosto prolissi e incoerenti).

Io chiedo che alla mia morte sia posta nella mia tomba una copia di una bella edizione in lingua inglese di Three men in a boat.

Eccomi qua, convinto che la mia intrusione sia un’arbitraria manomissione del pensiero di un onesto borghese che scrive in un mondo borghese di avventure borghesi, all’apice dello splendore dell’idiozia borghese nel cuore dell'impero britannico di fine '800.

Il quadro in copertina dell’edizione Wordsworth Classics raffigura la chiusa di Boulter, la domenica pomeriggio. Troppo affollata di madamine e bellimbusti che vogliono divertirsi perché qualcuno riesca alla fine poi davvero a di-vertirsi (almeno in senso nautico, così come in un evento gastronomico, uno stadio o una discoteca dei tempi a noi più vicini. Potrai al più dire di averci portato le tue ghiandole).

Mi accingo a mettere mano a pinze e cacciaviti ed ecco che il signor Jerome mi accoglie così:

Eravamo in quattro: Giorgio, Guglielmo Samuele Harris, io e Montmorency. Seduti nella mia stanza, si fumava e si parlava di come stessimo male… male, intendo, rispetto alla salute.

Rimango pietrificato. Non chiedevo tanto, Jerome (che vale sia come nome che come cognome: per non sbagliarmi lo chiamerò K.: ma guarda un po’!) senza marcare la mano, e, anzi, sottolineando che è proprio quel che lui vuole evitare, Dio scampi, ci mette di fronte a una dicotomia netta: noi stavamo male… ma non di un male vago e indefinito… ma di un male di tipo medico, naturalmente! (… l’inglese è “…bad from a medical point of view I mean, of course.)

Il gioco è troppo ovvio. Chissà quanti prima di me avranno operato questo tipo di dissezione: è uno dei libri più famosi del XIX secolo.

In inglese il primo “stessimo male” potrebbe essere tradotto anche “quanto fossimo cattivi” e credo sinceramente che Jerome puntasse su questo balzo. Era un maestro: non eravamo cattivi ma solo indisposti (e qui la nostra Euchessina ci si è fatta una vigna: di mer… whoops!).

Quel che mi interessa personalmente è questa coesistenza di tre enti: il corpo medico (korper), il corpo come unità che interagisce con il mondo (leib), e molto secondariamente l’anima come oggetto accessorio che si grava dei residui di bene e male.

Jerome sottolinea appunto, in modo troppo forte per non essere sospetto, che il loro male era solo medico: ogni borghese fedele ai dettami positivi del tempo non poteva non sentirsi rinfrancato.

Non si trattava di vaghe e oscure malinconie, no, non siamo donnicciole, non di strani presagi parliamo (fuori luogo in quel 1900 che prometteva ad alcuni la fine della fame e delle pestilenze).

Quando K. All’inizio del libro ci avverte che loro non sono cattivi, che non sono in preda a una vaga bile nera ma solo affetti da un male dei tessuti e degli organi, di una qualche sindrome già nota alla scienza o che verrà infallibilmente scoperta, ci sta a mio avviso dicendo l’esatto opposto. Questa, di per sé, è più che un ipotesi. K. alcune pagine dopo scopre consultando l’enciclopedia medica (e dalle pubblicità di medicinali) di avere tutte le malattie note ai cerusici (tranne il ginocchio della lavandaia) che sarebbe a dire nessuna.

Dopo studi e consulti e altri conciliaboli i tre amici (quattro) convengono quanto segue:

“Giorgio disse: — Andiamo al fiume. Avremmo avuto aria fresca, moto e quiete: il continuo mutamento di scena ci avrebbe occupato la mente (compreso ciò che rimaneva di quella di Harris); e l’attivo lavoro ci avrebbe dato un grande appetito e ci avrebbe fatto dormire saporitamente.”

 

E quindi, i tre cittadini borghesi, affetti da mali medici, concludono che la loro sofferenza è distribuita nel loro leib in quanto punto di continuità con la natura e stabiliscono che un ritorno all’acqua e al verde del Tamigi e a una attività alle prese con il fiume ristabilirà almeno una parte dell’equilibrio perduto.

K. non è un sostenitore di pratiche salutiste esoteriche, questo lo si evince in molti altri passaggi.

Azzarderò qui una interpretazione molto forte, che non voglio in nessun modo attribuire all’autore: quello che posso leggere in questo capitolo sembra dire: il male di essere uomo occidentale, borghese e tecnologico e sanitario viene innanzi tutto da un eccesso di occidentalità, tecnologismo e impostura. Dal troppo cibo, dal troppo denaro, dal troppo ragionare, dalle troppe informazioni… laddove: ma questo lo lascio dire al filmato che ho reperito (sotto).

Penso sia ovvio. Io la penso così, ma sono passati 120 anni e allora, pensate, la plastica non l’avevano neppure inventata.

Ma quello che mi preme non sono le tematiche salutiste o ecologiste, mi interessa proprio fare un’ipotesi di fondo, più radicale. K. che ostenta bonomìa e amore per la vita (credo l’amasse davvero in molti suoi aspetti) è, se visto sotto altra luce, un critico feroce di quanto ci tormenta, come individui, in tutte le società sviluppate, e penso a tutte le latitutidini: la feroce stupidità di chi ci troviamo attorno e dei sottoprodotti e (aggiungerei) gli squilibri del meccanismo economico-sociale.

(Fine della prima parte)

[60 fps] Laborers in Victorian England, 1901 - YouTube