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PRELUDIO E FUGA IN FA diesis Maggiore - BACH - Pollini

https://www.youtube.com/watch?v=DZnVWDQCAoM&ab_channel=kndfbl

Guardava le vetrine e i mattoni della strada. Poca luce dal cielo ma tante persone e il bagliore delle lampade elettriche in un freddo tagliente ormai spuntato. Poca luce da un cielo grigio e niente vento. Un odore di nulla, nessun odore nell'aria viscosa, tra le chiacchiere a pezzi, le storie a pezzi di gente messa bene e qualche ragazzo e gli smandrappati, pochi ubriaconi e poveracci.

L'aria di zucchero li avvolgeva come uno sciroppo e i piccoli cani si agitavano a cercare una direzione, una macchia di piscio in un medioevo di vestimenti e cuccume in offerta. Una bici passava con un negro, veloce, pericoloso. L'aria di zucchero colava tra le ali e le trachee a soffocare, a incollare tutto nella festa del vetro, in una gioia di falene grigie, sospiranti. Il caffè si rovesciava sullo zucchero e cadeva tra le mattonelle pulite. Un bicchiere di carta cantava il suo verde elegante e i fregi di un casato di nobile schiatta ai piedi del bidone debordante di spazzatura scelta, goffrata e patinata. Il freddo gelava quello zucchero tra le sinovie del cuore ed ogni battito si faceva faticoso.

Non si alzava alcun vento.

Tutti ridevano in cappotti di cammello o dentro il viso rubizzo con le occhiaie e i denti marci: dentro le utilitarie, furbescamente, ridevano ragazze imbellettate e teddy boys impiastricciati di inchiostri technicolor. La bocca si riempiva di una polverina che non si sentiva dapprima e che aderiva al palato molle e alla gola, come una ragnatela venefica.

Un tostapane cromato splendeva come una nana bianca e teli azzurri segnavano la via per il labirinto dei pentolini e delle albanelle.

Lo zucchero si scioglieva in una melassa appiccicosa e una vecchia, ridendo, cercava di staccarsi da un vetro che l'aveva intrappolata.

Il caffè nero e rovente si riversò nella strada dalla via perpendicolare, improvviso, e un'onda travolse molti e poi si disperse lasciando il liquido alle caviglie. Tutti ridevano di più adesso e con ghigni sardonici cercavano di trovarsi i piedi.

Ci fu una festa. Si decise là per là e chi portava il vino e chi i dolci e chi salumi e focacce. Non si ballava perché non c'era musica e con il caffè, che lentamente saliva era difficile e ci si incespicava.

Si mangiava e c'erà perfino chi si diede a bere quel caffè attingendo con grandi tazze.

 

I più bassetti morirono per primi, sghignazzando.

 

L'ultimo fu un signore di uno e novantacinque. Lo avevano sempre chiamato Spilunga.

 

Lo Spilunga rimase da solo un bel po', con la bocca sopra il livello del nero unguento che sembrava adesso salire lentissimamente, ore, giorni, forse un mese... Poi crepò.