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CONTINUAVANO A CHIAMARLO TRINITA' - La famiglia (... e ora vai, fai la pace con il sapone... )

https://www.youtube.com/watch?v=tQNuXvJ0Yzc

PAOLO CONTE - Genova per noi

https://www.youtube.com/watch?v=6xULwPM--KY

Volevo chiamarlo "Lessico famigliare", ovviamente. Ricalcare. Ma poi mi è sembrato irrispettoso nell'atto di scriverlo.

Io detesto i "localismi" anche se mi piace parlare quel che so del mio dialetto, il Genovese, che si lega a sensazioni precise e depositate in strati antichi della memoria. Io sono accidentalmente (e appassionatamente) genovese e sono nel cuore, illuministicamente, cittadino del mondo. In una canzone genovese, forse la più nota canzone al confine tra folk e pop, "Trilli, trilli", la voce cantante insulta bonariamente quelli della Foce e quelli di Boccadasse e ricorda che anche il vicino di casa è, per il buon genovese, un potenziale, acerrimo nemico. Si è marcati da un sentimento, da una storia, ma non comprendo come una persona di buon senso possa sentirsi "orgogliosa" di essere di Lambrate invece che di Nocera Inferiore. Mi sfugge. Penso piuttosto che chi coltiva malintesi e anacronismi abbia sempre un suo interesse, concreto, o un disturbo neuro-vegetativo (spesso entrambi).

Mi rammenta, questo fatto, la barzelletta dei due vecchi genovesi che si incontrano in piazza:

"Hai saputo che è morto Giobatta?"

"Non lo sapevo. Avrà avuto il suo interesse."

Se fossi serio dovrei proporre una crestomazia di frasi del mio ambiente famigliare in dialetto genovese. Ma in prima battuta mi risulta impossibile. Se parlicchio il genovese sono totalmente incapace di scriverlo, anche perché è cosa da specialisti. Esiste una bibliografia in dialetto genovese ma nel genovese scritto, spesso molto colto e raffinato, non riconosco quel veicolo diretto e spontaneo che è stato l'ambiente sonoro di tanti momenti, declinato in cantilene differenti a seconda delle provenienze, i borghi, le valli.

E quindi: il mio lessico lo propongo in italiano e una parte di esso potrà essere semmai ricondotto alla mia seconda lingua in un tempo a venire.

E' stata quasi una necesssità, se volete credermi, anche se è quel che molti scribacchini sostengono forse per conferire maggiore pregnanza alle loro righe. E' successo che certe frasi che mia madre usava in modo sistematico, mi tornassero alla mente con insistenza. E questo è già interessante. Mio padre aveva le sue radici in un paesino dell'entroterra di cultura contadina e avrebbe dovuto, a una prima valutazione, essere la fonte maggiore di materiale di tipo folklorico mentre mia madre, figlia di una famiglia borghese urbana e molto per bene, avrebbe dovuto parlare come una signorina ritagliata e dipinta. E invece le cose sono molto, molto più complicate, e siccome non voglio in nessun modo annoiarvi con dettagli sulla storia della mia famiglia (tutte le famiglie felici si somigliano, anche quando a tratti sono molto infelici), passo all'azione scegliendo dal repertorio della genitrice, in una enumerazione casuale.

La prima cosa che mi balza alla mente è un'espressione che sta ad indicare un'azione alla quale, chi la compie, attribuisce una importanza e una maestria esagerate.

"Quello lì si crede di girare il sole con le stanghe!"

Ignoro se questi detti, che io sentivo in dialetto genovese siano poi presenti anche nelle altre regioni. Come ho detto comincio semplicemente a buttare un fondamento pescando nel lago della mia mente dal quale affiorano come bolle oggetti depositati in un'epoca precedente.

Quanto a quelli che si vantano di sé, per i genovesi, sobri e misurati, l'esempio esecrabile è ovviamente il milanese. Mia madre, se un milanese si esprimeva con troppo entusiasmo al riguardo di qualcosa diceva: "Quello lì è un milanes in mar!", mischiando le due parlate e sottointendendo che i meneghini non hanno con l'eccesso di elemento liquido la giusta capacità di governo. Si allargano e poi finiscono a balle curte (quest'ultima espressione la mutuo altrove ed è sempre ligure, immagino).

Il genovese non ha pietà per peccati quali la presunzione, la faciloneria, l'ottimismo, l'entusiasmo e la troppa allegria in genere. 

Se ridevo in modo molto aperto e sfrenato  mi si diceva: "Ridi, ridi, che la mamma ha fatto gli gnocchi!" Non mi sembra che fosse mia madre ad aver portato questo detto in famiglia.

In tema di cibo è il momento di citare due frasi di mio padre, gastronomiche, che giungono dalla sua infanzia bucolica. Se qualcuno a tavola rifiutava una pietanza (e mi suona buffo questo mio scrivere di pietanze; in famiglia pietanza indicava rigorosamente solo il secondo) mio padre lo apostrofava come segue: "Per chi non ne vuole ce n'è sempre!". E qui mi spiace non poter rendere il genovese della Valle Secca, così come per il misterico: "Mangia fratello, che è brodo di pecora!". Ignoro il significato profondo. In genovese faceva rima (Frè, fratello e Beè). Si impone una ricerca più approfondita.

Tra l'altro la prima frase, che accosta una "assenza di desiderio" (uno zero), a un "sempre" (un pieno) ha una valenza metafisica molto profonda perché mostra come il nulla e l'infinito non siano che due aspetti dello stesso fenomeno. Mio padre aveva studiato dai preti, anche se non fino alle scuole alte.

PAOLO BONFANTI - Father's things

https://www.youtube.com/watch?v=O1xkXh4wX9g

Scrivendo oltre mi viene in mente la mia primissima fatica letteraria, sul banchetto azzurro, in tinello: una paginata di stanghette e palline che mi aveva tenuto impegnato per un tempo lungo e doloroso. Giurerei che mia madre, al termine dell'opra feconda, così si fosse espressa: "Ah, abbiamo sudato sette camicie!".

Un'espressione che con la fatica ha in un certo senso a che fare è quella che veniva pronunciata laddove qualcuno si rifiutasse di rispondere a una richiesta concreta ed esplicita, come poteva essere ad esempio la richiesta della preparazione di un caffè o il recupero di un oggetto.

Colui che era vittima del rifiuto si ribellava con l'espressione "Guarda un po' che manimàn!" La frase dovrebbe essere tutta in genovese ma manimàn è espressione singolare. Letteralmente vuol dire "sennò", ma anche "eventualmente". Così la frase ha una sintassi scorretta o monca che forse sottintende "Guarda un po', che eventualmente sarà uno sforzo troppo grande!". In realtà è ufficialmente attribuita a mia zia Bice, personaggio degno di una propria epopea (e portatrice di quei geni che rendono anche me poco propenso a fatiche eccessive).

Continuo nei meandri del caso e trovo l'espressione che sottolineava quei momenti in cui, distratto, non rispondevo a una domanda o a un richiamo alla prima. Praticamente sempre. "Ou! E sì, domani mattina fa la luna!" Era comunque una situazione ancora amichevole, a basso rischio.

Un'espressione invece indegna, come dicevo, di una ragazza di buona famiglia, ma che giungeva dopo un numero di richiami più prolungato suonava più o meno così: "OOOh! Belina qui!"

Belina è espressione genovese che rampolla dall'ormai internazionalmente noto "belin". Citiamo per divertimento, belinismo, abbelinato e l'annacquato belandi.

Belina è espressione originale con il significato di uomo stupido, poco attendibile e incline a compiere leggerezze (belinate, più propriamente). In casa mia era associato a una frase storica che mio nonno sembra avesse utilizzato per apostrofare l'amministratore di caseggiato e che veniva ripetuta non senza un certo orgoglio: "Lei stia zitto perché lei è una belina." Il bello della citazione stava nel fatto che l'originale genovese era nella persona del "Vuscià", di distanza e cortesia (Vuscià scia'a l'é na belinna). Il risultato complessivo era ovviamente surreale.

Non so se ogni famiglia coltivi il vago sentimento di rappresentare una specie di centro ideale rispetto a un mondo fatto di deviazioni ed eccessi di vario tipo. Il nome della Cina in cinese è Regno di centro, o Terra di centro. Ho vissuto per molto tempo la mia famiglia come una terra di centro. Non eravamo ricchi ma neppure poveri. I ricchi sono antipatici e i poveri non se la passano per niente bene. Eravamo un fratello e una sorella, una cosa esemplare sul piano demografico. Mio padre era un uomo allegro in compagnia e molto serio sul lavoro. Mia madre era una donna di bell'aspetto ma che non eccedeva in vanità. La nostra casa era pulita, spaziosa ed accogliente anche se si trovava in una zona abbastanza popolare. Potrei proseguire. E' stata solo la mia percezione di un periodo ben preciso. E poi eravamo genovesi. Non eravamo milanesi, che fanno un gran parlare ma poi sono inaffidabili, e non eravamo gabibbi. I gabibbi (meridionali), diceva mio padre, quando son bravi e lavoratori son più bravi e lavoratori di quelli del nord ma la maggior parte sono fannulloni e disonesti.

I piemontesi son falsi e cortesi (e quanto è vero, anche se con accurati distinguo di sotto-regione). I toscani son caciaroni sebbene non quanto i romani, volgari e maneggioni.

I veneti scappa da ridere dopo tre parole, in genere, non che li puoi prendere proprio sul serio. Rimangono gli emiliani (che i romagnoli sono un po' troppo goderecci) e forse qualcuno di quelle regioni che ti dimentichi dopo averle studiate alle elementari.

Capirete che indossare la perfezione con modestia è cosa non da tutti.

Così mia madre ci istruiva a mantenere sempre un certo equilibrio. Una parola chiave nella teorizzazione di questo punto di mezzo trovo che fosse "decòro". Mia madre sosteneva che nella vita bisogna mantenere un certo decòro. Credo valesse per ogni azione della giornata e che si riferisse in parte a un rapporto con sé stessi. Un borghese che ha rispetto di sé non gira con una maglietta pataccata, neppure da solo, in casa sua. Ma forse neppure un contadino, un proletario. Quando il punto era esplicitamente riferito alle apparizioni in pubblico, mia madre usava la frase seguente, con tono vagamente imbronciato: "Bisogna anche cercare di non mettere schifo alla gente!".

Ora, scendendo ad argomenti più quotidiani ricordo che la genitrice, che era un'ottima cuoca e che, ovviamente, cucinava perlopiù cucina tradizionale genovese con pochissimi piatti di pesce, mi serviva a volte, in occasioni assolutamente rare, piatti che non mi convincevano totalmente. Di fronte alle mie critiche la sua difesa, portata sempre con anodino stupore, era : "Non capisco... ci ho messo di tutto buono!" Io cercavo allora di esporre quel principio per il quale il tutto è maggiore (o differente) dalla semplice somma delle parti. Mia madre però tendeva al riduzionismo culinario, almeno in quelle occasioni.

Molti anni più tardi faticava ad accettare che io fossi diventato vegetariano (cosa che non sono più, con un filo di rammarico). Ogni volta che mi proponeva bistecche e prosciutti rimaneva stupita che io li avessi eliminati dalla dieta. Esprimeva così tutta la sua preoccupazione: "Ma poi non ti verrannno a mancare determinate sostanze?". Non che la domanda fosse in sé scorretta o mal formulata.

In casa nostra si mangiavano pochi piatti di pesce. Nessuno lo amava e mio padre diceva spesso che aveva provato a mangiare il caviale ma che sapeva di "refrescume". Ricordo qualche acciuga impanata, il polpo e il baccalà in umido. Io mangiavo la sogliola (bollita?) ma a tutto il pesce ho associato presto quell'aura di alga guasta e vani sono stati i tentativi di riavvicinarmi. Il solo transitare vicino a una pescheria mi mette una gran voglia di mettermi a camminare più svelto.

A volte quando mia madre comprava il pesce ed io ero molto piccolo, tornato a casa giocavo nell'acqua di una bacinella con un bianchetto morto. Potevo andare avanti per molto tempo, affascinato, nell'attesa dell'avvento dei primi videogiochi. Le cose che si prolungavano erano, per inciso, "lunghe come la fame", o "lunghe come la quaresima", espressioni certamente di diffusione nazionale.

 

L'argomento alimentare ci porta con un balzo artistico a un'espressione che amo particolarmente. Questa devo cercare di trascriverla anche solo approssimativamente in dialetto.

Se accadeva che qualcuno fosse colto di sorpresa da un suono o da altra sensazione e ne avesse un fortissimo spavento, si rivolgeva a chi l'aveva provocato esclamando "Ti me feè scentaà u leete!". La traduzione è semplicemente "Mi fai quagliare il latte!". Io immagino si riferisse in modo figurato a una madre con le mammelle cariche alla quale l'improvvisa emozione avesse causato una coagulazione del liquido, come un inacidimento repentino dei fluidi del corpo.

La quagliata è un ingrediente fondamentale di alcune delizie genovesi come ad esempio la torta di bietole, miracolo di sobrietà e di bontà. Molti cuochi da manifesto pubblicitario ci si rodono le nocche nottetempo. Anche qui tocca raffazzonare un po' di idioma locale perché è molto bello. La quagliata, ovvero il latte rappreso, in genovese si chiama "prescinsêua". (Grafia di Wikipedia).

E' stupefacente come i termini indoeuropei si inseguano. Rappreso, pres-, prescinseua, coagulato, quagliato. Il cemento diventando solido "fa presa", "grips" in inglese, la presa di una mano, che afferra, "grasp", ma può anche "graffiare", "pressare", "apres vous, madame"... E' un unico pentolone ma, come dicevamo,  ci sono persone che a speculare su divisioni e anacronismi mangiano a sera di più e meglio. 

George Harrison - WHAT IS LIFE

https://www.youtube.com/watch?v=fiH9edd25Bc

Ma, dicevamo: questa crema di consistenza ineguale, sapida ma delicata, è protagonista di un altro motto che mia madre usava spesso (in genere riferito sempre alla stessa persona): "Ha una consistenza grumosa, come la quagliata!". E, per approssimazione successiva al genovese: "E' fatto a motti, come la prescinseua!". Il detto era sempre associato alla sorgente accreditata, mia nonna paterna (Toia, Vittoria). Decodificato stava ad indicare che il soggetto in questione era di indole lunatica (carattere ed atteggiamento incostanti, nello spazio oltre che nel tempo).

L'artificio retorico di citare l'autore di una formula è cosa che anch'io utilizzo molto spesso. Permette di prendere una certa distanza da un'affermazione: "Come diceva quello là, a te ti è più caro il rotto che l'intero!". E' solo un esempio ad indicare che un certo velo di ipocrisia è funzionale a qualunque rapporto sociale e che, lanciato il sasso, la mano va mostrata sempre con una certa castigatezza.

Diffidate sempre di chi si dica aperto e sincero in modo incondizionato. Tanto più se ne è convinto.

Specificando da chi noi abbiamo mutuato un'espressione aggressiva facciamo come il soldato o il poliziotto. Egli dopo la manganellata ti spiegherà che il manganello è strumento che altri ha inventato, che altri gli ha fornito e che era evidente che porre la testa nella sua traiettoria non sarebbe stato scevro da conseguenze. Ed è tecnicamente impossibile dargli torto.

In questo mio esercizio formale di arte argomentativa, privo di qualsivoglia intento serio o edificante, proseguirei citando un classico: se qualcuno mostrava un grande appetito durante un pasto a casa nostra si diceva sempre: "A quello lì ci vuole di più a dargli da mangiare che a vestirlo!". Naturalmente una grande voracità porta spesso ad un aumento di peso. In questo caso il malcapitato diventava uno di quelli che "si fa prima a saltarlo che a giragli in giro!". Quanto alle persone molto magre non ricordo cose particolari. Diventa difficile distinguere con certezza il materiale originale da quel che la mia mente vi ha costruito sopra.(1)

Di certo posso affermare che esisteva nella famiglia allargata un termine molto efficace che veniva utilizzato per le persone che si prodigavano in opere di bene ma che risultavano, a un'attenta analisi, intente in primo luogo a inseguire una propria coazione confessionale o un po' nevrotica. Quello lì, si diceva, "è un fatebenefratelli". Tuttoattaccato. Anche un eccesso di bontà è per il genovese molto sospetto, anzi, sommamente sospetto. Molto spesso questa etichetta veniva appioppata con tono e spirito bonario e non senza una certa approvazione, possibile però solo se temperata da una giusta dose di sarcasmo.

Mio padre indulgeva al non-sense, al gioco di parole e a un'ironia piuttosto inoffensiva. Aveva un suo repertorio di poesiole di carattere popolaresco ma, soprattutto, mi ha lasciato in eredità un patrimonio di barzellette di altissima qualità. Alcune sono semplici capolavori e si prestano a un'interpretazione fantasiosa, sono veri canovacci su cui improvvisare. Dentro c'è una strana miscela italiana di cattolicesimo e anticlericalismo ed entrambe le componenti evitano di prendersi troppo sul serio. Se ne trattassi qui uscirei totalmente dal tema dello scritto. Dirò invece che mio padre ripeteva spesso, con l'ironia di cui sopra: "Se nasco un'altra volta faccio il barbone!". Non era un lamento, o un invocazione nelle difficoltà: molto pacatamente, durante certe sue considerazioni affermava questa sua intenzione ed era difficile capire quanto stesse effettivamente scherzando. Credo che un po' del suo modo di essere tendesse all'anarchia (don't we all?) e questo fosse il modo di esprimerlo. Si definiva filosoficamente "un libero pensatore".

ACHILLE TOGLIANI - Signorinella

https://www.youtube.com/watch?v=EZNiuyw844k

Quanto alla religione ricordo un'espressione divertente e che veniva usata per descrivere chi avesse un aspetto spiritato, con l'aria scomposta e sovraeccitata. Si rivolgeva in genere al diretto interessato, magari al risveglio da una notte agitata: "Sembra che hai sentito la predica dell'inferno!" Qualora il destinatario fosse invece debole, pallido ed emaciato si suggeriva che sembrasse "vomitato dalla balena". Mentre ne scrivo mi sembra che sia evidente quanto questi motti creassero un ambiente, un vero e proprio habitat dell'anima.

EVERLY BROTHERS - Wake up little Susie.

https://www.youtube.com/watch?v=v1fImXAeS-s

E' un'espressione forte ma ciò che intendo è un fatto semplice, concreto. Questi modi di dire davano dei punti di riferimento, delle coordinate relativamente a chi eri e al gruppo a cui appartenevi.

Tutti i gruppi umani hanno "tormentoni" e massimamente gli adolescenti o le compagini militari o religiose. Creano identità e coesione ma questo mi sembra già un parlare troppo specialistico e quindi fuori luogo.

Nella mia famiglia, come ho detto, respiravo la sensazione che noi fossimo nel giusto mezzo di una gamma di comportamenti che potevano giungere ad eccessi di vario tipo. Ancora oggi sono infastidito da qualunque manifestazione umana troppo appariscente e, fatemi grazia, non ci domanderemo in termini filosofici cosa sia un comportamento troppo appariscente.

In primo luogo direi che si tratta per me  di un comportamento differente da quelli che nella mia famiglia erano ritenuti corretti e di buon gusto. Nutro tuttora un feroce spregio per tatuaggi molto estesi, monilli che vadano oltre il filo di perle per le donne (posso concedere un anellino) e una catenina d'oro per l'uomo, ovviamente nascosta dalla camicia. Tutto questo non vuol dire che io non possa subire a livello bestiale il fascino di segnali erotici-aggressivi forti ed espliciti ma la civiltà è logica e dicotomica.

C'è un tempo per tutto sotto il cielo. "A time of love, a time of war... " . E se è vero che "non si va alla guerra senza il fucile", (questo lo diceva la mia maestra se scordavi la matita), è anche vero che portarsi un mitra in camera da letto è scomodo e dà adito a malintesi (figuratevi sull'autobus!).

THE BIRDS - Turn, turn, turn.

https://www.youtube.com/watch?v=pKP4cfU28vM

Le persone di grande carica erotica erano definite nella mitografia del paese di origine di mio padre "Donne da ommi" e "Ommi da donne", rispettivamente. (Donne da uomini e uomini da donne, anche in contrapposizione alle persone di diverso orientamento sessuale).

Peraltro, per rimanere nel giusto mezzo era necessario bandire dai nostri modelli anche tutte quelle persone che eccedevano in castigatezza.  Si può divenire indiscreti per troppo grigiore.

Direi che fanno parte di questa seconda categoria i "baciapile", i "santificeti", e molte persone delle quali si poteva dire: "a quello lì non gli esce nemmeno l'aria da dentro le braghe." Ricordo che mia madre usava divertita quest'espressione per un lettore del telegiornale regionale che sembrava giunto in redazione ogni sera direttamente da una sacrestia polverosa.

C'erano altre espressioni che al di sotto dell'inoffensivo non-sense celavano una leggera presa di distanza da figure che si prendevano troppo seriamente. Mettiamo che ci si esprimesse in termini elogiativi su qualcuno che avevamo incontrato e che ci aveva colpito positivamente. Era possibile che la conversazione ne seguisse così:

"Sai, io penso che mi possa risolvere la questione: è un ottimo avvocato civilista!"

"...Avvocato civilista... lungo di balle e corto di vista!"

Appartiene al popolo, inteso come quella componente impersonale, intersoggettiva, dell'umanità che non ha potere, il privilegio di ridere e diffidare in forma privata di quell'iperorganismo cangiante che il potere detiene ed esercita (e immaginiamo che ognuno di noi sia in misura differente popolo o potere in momenti diversi). E non parlo ovviamente della satira istituzionale di TV e giornali, che del potere è serva e complice come il buffone lo era del Re, e che rivende per denaro al popolo le sue stesse facezie.

Sul potere ho imparato diverse cose da mia madre e da mio padre. In primo luogo che "A questo mondo nessuno fa niente per niente". Se non sapessi di dire un'enormità vedrei un velo di marxismo in questa massima enunciata spesso. Conferma che nella mentalità del borghese è ben chiaro che i rapporti umani di qualsiasi fatta sono essenzialmente economici: dare moneta, vedere cammello.

Di certo ha anticipato i Dire Straits che le devono una parte di un loro grande successo (Money for nothing - And nothing for free).

https://www.youtube.com/watch?v=ZL2Yo2GcLkQ

Mia madre ripeteva anche che "i soldi non si fabbricano di notte!", ma qui aveva preso una grossa cantonata perché ho notato che ad alcuni è concesso stamparli a muzzo per levarsi d'impiccio quando l'hanno combinata davvero grossa. Tanto poi, come si dice (per l'appunto) paga Pantalone.

Ora, cercando di uscire da questo discorso un po' teso e tetro citerò un detto più leggero che poteva essere usato per descrivere persone che, ancora una volta, potremmo situare al lato opposto della gamma rispetto a truzzi e sbulacconi. Si diceva di persone che avessero una spazialità molto contenuta: "Quella/o lì fa tre passi su una lastra".

Immaginate una via lastricata. Le lastre sono lunghe forse trenta, forse quaranta centimetri. Se la persona fa tre passi per lastra copre approssimativamente dai dieci ai quindici centimetri per passo e possiamo quindi immaginarla minuta e un po' frenetica. Ammetto che un po' mi sfugge il significato secondo e terzo dell'espressione. Ho cercato in quel pozzo insensato che è internet è l'ho trovata in un frasario italiano-russo ma le interpretazioni promesse mancavano.

Questo articolo non deve diventare per il momento un trattato. Chissà, forse potrebbe essere germe di uno scritto più ampio. Per ora mi preme di portarlo a una conclusione formale e lo farò citando due ultimi detti che con la "fine" hanno a che fare.

Una delle frasi che ricordo mia madre ripeteva più frequentemente nei suoi ultimi anni e mesi era: "Nella vita bisogna prendere quello che viene."

Qui siamo in un certo senso "Oltre il giardino". C'è tutta una bibliografia, anche molto seria, che comprende per esempio il Vangelo sulla vicinanza tra saggezza e ingenuità. Naturalmente il male è "doppio", stratificato. Le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, etc.

Per puro caso ho letto in questi giorni un passo di Simone Weil ove si rifletteva sull'orrore di una società di bambini: una società di ingenui che agiscono per ottenere semplici e dirette gratificazioni senza interrogarsi sul senso profondo delle loro azioni, sulle correlazioni tra il loro agire, il loro lavoro, il loro divertimento e tutti gli altri aspetti della vita, degli uomini, degli animali, del mondo inanimato.

In una metafora speculare Alan Watts suggerisce, come Gesù di Nazareth, che i bambini comprendano istintivamente questa complessità, questa vicinanza con gli animali e gli elementi, l'acqua, le nuvole e che la smarriscano invece diventando adulti, ingranaggi di quell'apparato che li trascende.

Sono vere e belle entrambe queste figure poetiche.

E quindi prendiamo pure quello che viene, ammesso che sia possibile fare diversamente.

Tanto più che un giorno, per citare l'ultimo detto, ci troveranno seduti "che si credono che ridiamo e invece siamo lì belli secchi!"

OLTRE IL GIARDINO - Jerzy Kosinsky

https://www.youtube.com/watch?v=dmb3CghqNgs

(1) Chiedo scusa. Annoto a piè di pagina a una rilettura. Mi ha colpito come un fulmine: le persone molto magre avevano senz'altro il loro consimile tra le immagini dell'universo famigliare: "Quello lì sembra un lensin da fighe." Non era facile nemmeno per me. Il lensin da fighe è un bastone o canna molto lungo e flessibile utile a raggiungere e piegare alla bisogna i rami dei fichi per coglierne i frutti morbidi e zuccherini.

 

 

 

Commenti   

0 #1 Maria rosa 2020-08-24 21:53
La mia genovesita' si mescola con radici tosco-piemontesi, ma il mio babbo, quando un automobilista era prepotente o maldestro, lo apostrofava così: " ma vanni, giobatta parodi!!"
Grande massimo!
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