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LXX - SOTTO IL PONTE DI BARACCA C'E' NININ CHE FA LA CACCA

Il mito, la narrazione delle vicende degli eroi è da sempre la guida delle nostre scelte laddove la ragione, il logos tanto caro ai greci, inventori dell'omonima insalata, non riesce a gettare una luce chiara su una risposta indubitabile.

E' piuttosto ovvio come sia stato che i greci abbiano inventato un'insalata composta di formaggio caprino e olive. Immaginiamo il pastore che stanco della calura si sia lasciato andare sotto un olivo a mangiare il formaggio portato con sé al pascolo. Ed ecco che vede accanto a lui alcune olive, scure e tenere al tatto, ricche e pastose. 

E immagina (con quella attitudine alla conoscenza delle cose che innata esiste nell'uomo - e nella donna -) di quanto più gustosa sarà la formaggia se biascicata con quelle piccole e sapide delizie. E così tenta l'esperimento: e scopre che le due cose son fatte l'una per l'altra, per essere dappoi dall'uomo - e dalla donna - assaporate: e dalla loro stirpe. 

Fu così che insegnò questro segreto ai suoi figli e ai figli dei suoi figli, e questi ai figli dei figli dei figli.

Nessuno tra i suoi posteri seppe mai che quel che lui aveva mangiato quel giorno fatale non erano olive ma, ovviamente, le pallette di sterco caprino che delle olive hanno forma. L'uomo aveva effettivamente notato una differenza nella preparazione che la nuora aveva confezionato, seguendo sì le sue indicazioni, ma con veri frutti. Le olive non erano altrettanto morbide e burrose e risultavano un po' acidule, con quel coso al centro. Non aveva mai avuto una buona opinione della nuora ma era un uomo di buon carattere e di grande integrità e non disse mai nulla pur constatando che le olive che la donna acquistava al villaggio non raggiungevano mai la qualità di quelle del pascolo.

Col passare del tempo alle olive e al formaggio si aggiunsero i cetrioli, che non a tutti piacevano ma che tendevano a essere mascherati comunque dal sapore del formaggio non sempre freschissimo. E poi qualcosa bisognava pur farsene di quei cosi verdi che sapevano di cimice.

Poi venne il momento dei pomodori. Il pomodoro dovette aspettare come sappiamo la scoperta dell'America (ignoro se i cetrioli siano autoctoni a dirla tutta). Quando il primo pomodoro sbarcò a Lisbona (o a Cadice?) ad aspettarlo c'era una folla di cuochi blasonati che cercavano di accaparrarselo. Fu un cuoco di Lione, dicono, a riuscire a blandirlo, promettendogli vitto e alloggio. Nessuno lo ha mai più rivisto (il pomodoro).

Ma temo che tutto questo non c'entri.

Il punto qui è solo che di miti vorrei parlare e di un mito in particolare del quale ogni bambino ha udito narrare da piccolino. Il mito del Ponte di Baracca.

Il luogo in cui sorgeva questo ponte è presumibilmente nell'Anatolia centrale, un po' verso destra. Altri autori vogliono che fosse invece un ponte della Foresta Nera.

Il ponte era un ponte a schiena d'asino che attraversava un profondo fossato, dicono, ormai asciutto nel quale crescevano gli arbusti di una densa macchia. Il nome "Baracca" avrebbe, in ambito europeo una radice, "barraca", che si ritrova ora in tutte le lingue latine e anglosassoni. 

Nel caso di una derivazione anatolica non abbiamo le competenze per discutere dell'etimo di tale toponimo. Ammesso che di toponimo si tratti e non piuttosto del nome del costruttore o del signore e proprietario del luogo. (Barak è termine per il quale vi lasciamo il divertimento di trovare, nel server più vicino della rete, ascendenze in alcune lingue mediorientali).

In ogni caso "baracca" è parola che fa pensare a qualcosa che cade dall'alto o che da un tal accidenti ci ripara. BA-RAK! E' un attimo, a volte. 

Sappiamo che l'uomo - e la donna - , non sono mai così indifesi come nel momento della cacca. La cacca è un momento importante, di grande sacralità. In quel momento il nostro Yin è padrone e lo Yang si ritira, lasciandoci fusi alla savana primordiale, lontani dal frastuono del villaggio (proprio così dicono alcuni popoli africani: vado ad avere la mia savana.)

Vorrei di sfuggita citare quel detto: "E' come picchiare uno che caga!", che fa riferimento a una vittoria raggiungibile senza alcuna difficoltà.

E' evidente che Ninin trova rifugio sotto il solido ponte proprio perché in quel momento sa, come sa ognuno di noi, che difendersi dalle avversità sarebbe scomodo e a volte impossibile.

Ninin (o Cicin, ma lo continueremo qui a chiamare Ninin) sa, come anche il pastore dell'Africa orientale, che lontano dal villaggio ci sono altri pericoli. Il leone è sempre in agguato. I ponti possono cadere.

Ma di certo una cosa gli fa più orrore: fare la cacca in mezzo alla folla indaffarata e frettolosa.

Immerso tra i cespugli e al riparo della volta può finalmente sentirsi libero: questa è la libertà. La società con le sue istanze è lontana. Ma c'è una cosa che gli dà ancora più sicurezza. Ninin non è l'unico a far la cacca lì. Quel posto viene eletto a turno da altri, proprio per la sua perfetta ergonomicità, il design, potremmo dire e per la funzionalità già proiettata in una Green Economy futuribile. 

Il lezzo che c'è in quel luogo è per altri uomini, in altre faccende affacendati, un deterrente. Ma per lui è totale ed estrema garanzia di solitudine (di Privacy, più propriamente).

I ponti sono da sempre luoghi sacri e si dice che il diavolo pretenda l'anima del primo essere che li attraversa. Per questo il primo che inaugurava entusiasta un nuovo ponte era in genere un cane. Ninin, si accontenta di cagarci sotto, attento che non gli cada sulla testa. 

JIMMY SMITH - The Sermon

https://www.youtube.com/watch?v=e3X5J_wGHrw

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