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ROSAMUNDA - Polka - Canta Claudio Merli!!!

https://www.youtube.com/watch?v=38kYygIvfzk&list=RDEM-0XAP2J_WuySn-rlSPq1bQ&index=15

La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c'è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa. —  Saul Bellow, Il re della pioggia.


Giovanni. L'autobus lo portava nella sera umida, con il suo carico di sconosciuti. Si sentiva spossato e non riusciva a vedere bene fuori, nel freddo del vento marino. Spossato. Anche se poi poco dopo aveva di nuovo la forza intera nelle braccia e nelle gambe. Il tubo a cui si stringeva era di alluminio viscido.

Sconosciuto, si sentiva, tra quelle persone.

"Diventa parrucchiere!". Sarebbe stato un pessimo parrucchiere. E poi perché? Forse invece sarebbe diventato un "Coiffeur pour dames" di prima scelta. Messeinpiega. Messanpiega. Messanpieghe. A messa non andava da ben-ben. A messa con la messanpiega. Dov'è la messa? Dove l'han messa? La messa l'han messa via. L'hanno messa prima del telegiornale.

Era la fermata di piazza Giusti. "Oh, sua eccellenza... ". Forno, orefice, edicola, ferramenta, besagnino... il vecchio stava seduto su una vecchia sedia, con la canottiera e toccava il culo alle signore. Che si facevano la messa in piega un po' anche per quello. Il figlio, allampanato, pesava le banane. Ma poi nessuno sapeva come andavano le cose. Le cose. Le banane, che son le cose per eccellenza. 

Giovanni saliva la salita, tra i platani nella pioggetta, senza l'ombrello. Una volta c'era il forno, l'orefice... una volta, volta la carta. La messa in piega con la pioggetta si rovina. La strada brilla, e le automobili lasciano una scia di suono tra le acacie del terrapieno. Lassù, sopra il cavalcavia. Sempre più veloce, sempre più forte, sempre più grandi, sempre più belle... E su tutto quella pioggia fine, come tempo sgranato, come nebbia di sputo di bestia.

Il bello di tutto questo era che dell'orefice lui non aveva mai saputo bene che farsene. Certo, gli orologi... suonò il citofono. "Chi eh?".

"Son io".

Bztlacc.

Pla-fon. Ritaclac. Ritaclac. Flic... gnooo. Uscì sul ballatoio del secondo piano del grande caseggiato.

"Ciao Giovanni".

"Ciao Sasha, come va?"

"Molto bene, molto bene. Stiamo mangiando". 

"Ciao mamma, buon appetito!"

"Ciao Giovannino, hai già mangiato?" Lo guardava sorridendo, con il cucchiaio in una mano e l'altra mano a mezz'aria, quasi a bilanciarsi.

"E' un po' presto per me..."

"Se vuole minestrina ce n'è tanta e anche prosciutto... "

Si sentiva illanguidire al pensiero del prosciutto.

"Vediamo. Forse tra un po'. Ho bisogno di sedermi... " Si lasciò andare sulla poltrona nella grande cucina-sala de pranzo.

"Sei stanco! Mi dispiace che vieni fin qua alla sera. Io sto bene, lo sai che non c'è bisogno!"

Sasha spense la televisione.  L'intimità si fece palpabile. Il telefonino di Giovanni cicalò... Pino. Da molto aveva voglia di sentirlo. Spense il telefonino.

"A me fa piacere venire, se posso." Silenzio. La vecchia riprese a mangiare la minestra, lenta, metodica, raccogliendo singole particelle di pastina nel cucchiaio, con l'aiuto dell'indice della mano sinistra. E non era solo perché il cibo non andasse sprecato, era come un giuoco di bambina, un attento solitario. 

Giovanni guardava Sasha. Poi distraeva lo sguardo.

"Oggi è una giornata orribile", disse, "tutto è un casino, a piedi, con l'autobus e avevo freddo e ora son tutto sudato... "

"Noi siamo al calduccio qua e ce la divertiamo... eh, Agata?"

"Cosa?"

Sasha prese la rincorsa "Dico che ce la divertiamo!"

La vecchia fece una faccia che voleva dire che per lei andava bene qualunque cosa anche se non ci aveva capito niente.

Guardò Giovanni. "Sei sempre stato un bravo ragazzo. E anche un bel giovane. Non è bello mio figlio?" 

"Ah, sì, belissimo, belissimo!", disse la donna ridacchiando un po'. "Chissà che paura che ce lo rubavano!"

Agata sembrava soddisfatta. Giovanni sentiva un imbarazzo doloroso che però si stemperava velocemente, assorbito dai mobili e dalla tappezzeria di tela plasticata.

"Sull'autobus ho ricevuto parecchie proposte di matrimonio. Due dal conducente." 

Sasha sorrideva. Ma stava già sorridendo prima... sua madre sembrava assorta. Fuori il buio umido, il freddo tiepido, un tepore gelato di febbre madida. 

"Ha bisogno di qualcosa, Sasha? Per la spesa..."

"No... cioé, ho ancora soldi ma non so quando lei viene ancora... ".

Giovanni guardava il buio oltre il vetro della finestra, che quarant'anni prima era stata avveniristica e lussuosa ed ora appariva un po' misera seppur identica a se stessa. Nel centro della finestra la luce al neon, riflessa, disegnava una specie di disco volante, come in un videogioco e la sensazione, poi, fu che là fuori non ci fosse più nulla. C'erano solo lui, sua madre, Sasha e la minestra.  E il prosciutto. 

Sasha lo guardò tranquilla. "Allora se vuole prosciutto le metto in tavola..." Sasha era vestita in modo molto semplice. E mangiare il prosciutto forse non era una buona idea, forse lo aveva comprato per sé...

"Non ho molta fame ora... grazie." Poi ci ripensò. "Se mangia anche lei possiamo far cena tutti insieme però!" Alla vecchia piaceva il suono della voce di Giovanni. I suoi occhi brillarono.

Sasha pensò, solo un momento "Sì, stia lì che metto in tavola qualche cosa... stia lì, prego".

Giovanni guardava in giù i suoi pantaloni di velluto, vecchi e un po' consumati. "Ti trovo bene, mamma, Sasha ti cura proprio bene, eh?"

"Sì, è proprio gentile questa signora. Da dove vieni che mi dimentico sempre?"

"Io sono Ucraina. Da Ucraina". 

"Sì, dall'Ucraina! Ci sei mai stato tu in Ucraina, Giovanni?" 

"No. Non sono mai stato in Ucraina, mamma."

Ora erano tutti a tavola: minestra, prosciutto, insalata, patate e spinaci,... "...posso fare pasta col pesto?"

"No, no, c'è già troppo... "

"Vuoi televisione, Agata?"

"No. Non danno mai niente in televisione... sai Giovanni che la signora ha un sacco di galline al suo paese?"

"Hai un'azienda agricola? Una fattoria... "

"No. Io lavoravo in una fabbrica di polli. Che ora non c'è più. Mio marito ha gallina e anche altre cose, conigli..."

Giovanni non aveva nemmeno mai visto uccidere una gallina. Le ricordava starnazzanti nei pollai. E poi spennate e decapitate, appese nelle botteghe. E poi smembrate, arrostite e bollite. Gli mancavano i passaggi. Ora che ci pensava gli mancavano molti passaggi, quasi tutti i passaggi fondamentali. Si potevano vedere in Tv o dentro il computer... i passaggi: sangue, coltellate e tanti, tanti vampiri. Guardò sua madre che sbucciava, meticolosa, una mela.

"Una volta ho visto nascere un vitellino... " disse Giovanni. "E' stato per caso. Ero in vacanza, era sera, in montagna. La stalla era illuminata e siamo andati a vedere. Il fattore, che ci ospitava nella sua casa-albergo stava tirando le gambe del vitello che non usciva... e poi ci ha urlato cosa facevamo, perché non lo aiutavamo. I miei amici sono andati e... l'han tirato fuori."

Pensò che la vita era una sequenza di fatti noiosi e senza importanza, fino a quando succedeva qualcosa di drammatico. Che era però spesso, inevitabilmente doloroso. Grazie alla TV e ai computer era possibile però nutrirsi lautamente delle sfighe degli altri. 

La cosa più incomprensibile era che questo fosse considerato non solo eticamente accettabile, ma addirittura doveroso. Ricordò i rosari, nelle case del paese della nonna, da bambino, le persone riunite in una stanza a mormorare. E poi i funerali, sobri, intensi. Si confuse... la condivisione del dolore è l'essenza della società, in un certo senso... Il problema è sempre quello della modalità. Ma sarà vero che un uomo e uno schermo, in fondo, sono la stessa cosa?

"A cosa pensi, stellìn?"

"Ah... ma niente. Mi è venuta in mente una cosa... "

"Mio figlio, pensa sempre! E' sempre stato tanto intelligente!"

"Parla sempre bene di lago. Ma poi stai sempre a riva!"

"Cosa dici?" Agata era un po' confusa.

"Ma niente. E' un proverbio di mio paese. Per ridere."

"E spiegaci un po', questo proverbio!"

"Non c'è di spiegare, così... è per ridere... " Guardava Giovanni.

Giovanni si strinse un po' nelle spalle "Non so... vorrà dire che è saggio parlare sempre bene di tutti, piuttosto che no, ma che poi bisogna diffidare delle proprie stesse parole... forse."

Sasha ridacchiava "Non so... così è difficile... "

Cominciò a sparecchiare. 

"Dicci un altro proverbio ucraino, Sasha!" 

Sasha pensava. Poi declamò. "Chiesa è vicina, ma strada è ghiacciata. Taverna molto distante. Camminerò piano piano!" Rideva di gusto. Tutti ridevano ora.

Sasha ora pensava. "Il telegiornale dice che un uomo a Napoli ha ucciso donna perché beveva, era ubriaco... "

"Ah... sì. Ho sentito. Una bestia. Però i telegiornali... "

"Sì. Io nemmeno credo a telegiornali... però quelle cose che succede, succede... "

"A ben, sì. Quelle cose... voglio dire, quel che è successo, è successo. Per citare un motto di casa nostra: chi ha avuto, ha avuto, ha avuto..."

"... chi ha dato, ha dato, ha dato!", fece eco Agata sorridendo.

 

ALBERTO RADIUS - Lasciatemi nel ghetto

https://www.youtube.com/watch?v=H6iBYr1jMTA

Giovanni si era seduto di nuovo nella poltrona. L'intimità di quella stanza era tiepida e lo faceva sentire pacificato. 

"Riaccendiamo la TV?", chiese a Sasha che si era seduta composta a tavola sgranocchiando un paio di biscotti.

"Sì, va bene, per me quello che vuole."

Lo schermo si illuminò. Un tizio arringava dei malcapitati in quello che sembrava un quiz a premi. La cosa era concepita per dar modo al bellimbusto di pavoneggiarsi, molestando i figuranti con un tono che lo faceva apparire sommamente bonario, spiritoso ma senza eccedere. E pacatamente arguto.

C'era di che rassicurare milioni di teste di patata. I due concorrenti (se vogliamo usare questo termine) erano umiliati come topi su una ruota dal dover mettere impegno in un compito inconcepibile e insensato. Però ne avrebbero presumibilmente tratto un guadagno in denaro. E questo, pensavano nella pancia le teste di patata, alla fine, nella vita è quello che conta.

Questa tragedia, questo macello dell'umana dignità e tripudio del male, avveniva in una sinistra atmosfera di complicità, sotto lo sguardo di una muta di bertucce ammaestrate. Il grosso del denaro che circolava in quella bisca di scemi in realtà finiva al banco, come si conviene, e cioé al paterno presentatore, dritto nel suo conto in banca, guadagnandogli così agli occhi delle teste di patata un prestigio divino.

Se una persona guadagna tanto, pensavano con le budelle (inconsapevoli di pensare), non può essere un incapace.

"Non mi piace questo programma", disse Sasha.

"Uuuh, che scemo quello lì, lui e i suoi pacchetti!", rincarò la vecchia.

Giovanni cambiò canale. Pubblicità. Cibo. Senza lattosio. Cambiò canale. Era un telefilm con dei poliziotti-scienziato. Era un po' claustrofobico. Tutto molto affollato di provette e schermi, camici e mascherine. La vice-capa era molto avvenente.

"Ogni tanto guardo questo film... mio marito mi ha detto che c'è cosa uguale anche da noi. Ormai possono riconoscere un... ladro con poche gocce di suo... sputo?"

"Certo. Si può fare... cioè si può verificare che lo sputo che hai nella provetta è lo sputo di uno che ha sputato dove hai preso lo sputo... in prima battuta. Si chiama DNA. Metti che un tizio sostenga di non essere mai stato in camera da letto con sua moglie in vita sua: con la scienza lo inchiodi. O almeno corrobori i tuoi sospetti... i femminicidi hanno le ore contate. Certo, dovrebbe anche spiegare perché sputava in camera da letto, che non è educazione..."

"Ah... non capisco. Importante è di poter prendere ladri!"

"Sarebbe anche importante sapere poi cosa farne."

"Si mette in galera!"

"Già... appunto. Le galere."  - Che poi erano delle barche, pare. E cosa c'é di più libero che andar per mare? - "Gente di mareeee, che se ne va, dove gli pareeee... ma dove non sa!" 

A Giovanni sembrava un po' una contraddizione. O no? Se vanno dove gli pare, questi marinai coatti, lo sapran bene dove stanno andando. Se invece se li portan le correnti (e non belzebù con tutta la tribù, come gli sarebbe parso più congruo) evidentemente non stanno seguendo una loro pur blanda volontà. A meno che si tratti di marinai-filosofi che hanno stabilito che quel che loro desiderano corrisponde esattamente a quel che loro accadrà. Umberto Tozzi si sarà rifatto agli stoici o direttamente a Kierkegaard? Mah... questi cantanti sembrano tutti scemi ma spesso lo fanno solo per non pagare il dazio... 

"Canti bene", disse Sasha "suoni chitarra, vero?"

"Sì, suono la chitarra. Da quando ero ragazzino..."

- Noi prigionieriiiii - cantava ora nella sua testa Giovanni - di queste città, viviamo sempre di oggi e di ieri, inchiodati dalla realtaaaaa: e la gente di mare... va.- 

A quel punto, automaticamente, Giovanni pensava sempre che visto che andava, la gente di mare, avrebbe potuto anche andarsene tutta a fare in culo. Tanto per i giramondo un posto vale l'altro. 

Il problema era più in quell'autocommiserazione della controparte terricola: aaaah! Noi tapini, prigionieri di queste metropoli, tra le apericene, i film da un tanto al mucchio, i ristoranti di pesce, le automobil con l'ABS e le discoteche e i social network.... aaaah! Loro sì che stan bene, là alla deriva nel Mar dei Sargassi, a bere il loro stesso piscio...

E poi c'era quel "inchiodati dalla realtà", che era veramente forte. Intanto l'evangelico inchiodamento, quest'idea del sacrificio.

Che farebbe quindi pensare che la libertà dei marinai, in senso kierkegaardiano, come destino, fosse da ultimo intessuta della stessa sostanza della prigione dell'agnello suburbano, che accetta il sacrificio sull'altare dell'Aperol Spritz.

In ogni caso non si scappa, la dicotomia c'è, bella forte: LIBERTA'-APPARTENENZA. La parola realtà non andava presa, forse, in modo troppo strutturato. L'oggi, lo ieri e il reale rappresentano qui semplicemente l'assunzione di un preciso ruolo sociale in contrapposizione a una fuga velleitaria... si sa che fine ha fatto Ulisse con il suo guscio di noce. E quindi prigionieri, perché prigionieri? Un uomo che svolge il suo ruolo tra gli altri uomini, si diceva un tempo, è libero: libero quanto un uomo possa esserlo... Forse questi scrittori di canzoni sono degli alienati cocainomani. Questa ipotesi di lavoro spiegherebbe molto in un solo colpo di teatro.

Giorgio Gaber - LA LIBERTA'

https://www.youtube.com/watch?v=FaxIzkqEzHc

Gli venne in mente che qualcuno aveva detto che Jack London definiva se stesso un socialista individualista. Non era buffo? In genere si pensa alle idee politiche come ad appartenenze, appunto, e non ai liberi pensieri dei singoli... e chissa poi perché. Anzi, uno degli esercizi di malignità preferiti dal popolo è quello di cercare di smentire le appartenenze di questo e di quello sulla base delle sue azioni quotidiane. Tipo: "Ah, quello là dice di essere cristiano ma poi lo sanno tutti che c'ha l'amante!". Oppure:"Dice tanto di essere di sinistra ma intanto si è comprato una casa al mare!". Il popolo non capisce nulla, sennò non si farebbe menare per il naso e smetterebbe così di essere popolo. E comunque c'è popolo e popolo... 

Nella televisione, intanto, si capiva che si era giunti alla fase conclusiva dell'indagine e che i cattivi erano stati messi di fronte alle loro responsabilità: Perry Mason non avrebbe saputo far di meglio: né di peggio. Solo che Perry Mason non aveva tutti quei marchingegni chimico-fisici per costringere le coscienze ad avere coscienza di loro stesse. Gli toccava lavorare di arguzia, fascino, arte retorica e penetrazione psicologica. Il malcapitato crollava.

Qui, in questa versione contemporanea, rimaneva tutto l'apparato metafisico-moralistico ma il confronto tra il colpevole e gli inquisitori...  sì... gli investigatori, era sbilanciato dal fatto che questi possedevano tecniche tali da far venir l'invidia al Malleus. Infallibili sul serio. Io, pensava Giovanni, fossi stato un colpevole mi sarei andato a costituire prima di commettere il fatto, cavandomela, se andava bene, con un processo alle intenzioni e un'ammenda amministrativa...

"A te piace questo film, Giovanni?", chiese Sasha.

"Mah... non è male. A me non piace molto la televisione... "

"Ah... televisone serve per passare mezz'ora... ma certe cose sono belle... poi io sento un po' di italiano e imparo..."

J.J. Cale - After Midnight

https://www.youtube.com/watch?v=1nFExQljrY0

"Ben penso che me ne andrò a casa..."

"Te ne vai già Giovanni?"

"Fidanzata aspetta?"

"Mah... a dire il vero non ce ne sono."

"Ah... non credo! E allora... buonasera"

"Ciao Mamma." - "Ciao Giovanni, vieni presto, eh?"

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Giovanni stava camminando verso l'auto, parcheggiata nella notte poco distante dalla fermata del bus. C'era poca gente in giro, erano le nove e mezza o le dieci. Quando arrivò sull'argine del torrente, un corso d'acqua con un grande letto quasi asciutto, vide una piccola squadra di operai che lavoravano in un cantiere, tra le erbacce, e gli sembrò molto inusuale. A quell'ora... nel torrente?

Si avvicinò al parapetto. Lavoravano alla luce fluorescente verde di una lampada apoggiata a terra e stavano... non si capiva cosa cavolo stessero facendo. La banda larga? Proprio quella sera aveva sentito dire che il presidente del consiglio aveva dichiarato che si trattava di una priorità assoluta. Però... voglio dire... ci si erano buttati così a capofitto? 

Giovanni si trovava nell'alone di luce di un lampione dell'illuminazione stradale. Si tirò su il colletto perché era freddo e umido. Uno degli operai si girò verso di lui e la luce verde ne illuminò il volto. Aveva occhiali da saldatore e un elmetto giallo.  Solo che non aveva naso... e aveva le squame. Si guardarono. Forse due secondi. L'operaio-pesce prese un arnese dalla cintura e fece fuoco. Un raggio giallo-uovo si staccò con un "bzzz" dalla pistola spaziale e colpì il lampione il cui metallo semplicemente smise di essere per un metro buono. La parte di lampione rimasta sospesa nel vuoto non si raccapezzava... poi la luce morì e tutto caracollò e si capì che si stava sfrancicando in basso.

Approfittando del buio improvviso Giovanni si gettò a terra mentre raggi-uovo sibilavano sulla sua testa andando a smolecolare un cartello di divieto di sosta, una mutanda stesa e altre cianciafruscole di poca importanza.

Giovanni strisciò sui gomiti, si faceva così in quelle occasioni, e poi zig-zagò a lungo più o meno in direzione della sua auto. Nessun raggio-zabaglione. Niente. Sentì crescere la speranza. Corse a perdifiato e finalmente giunse alla macchina. Trovò faticosamente le chiavi. Tlac! Entrò e si sedette. Il suo petto si dilatò... respirò un attimo.

Fu lì che sentì la voce metallica. "Met-ti-pu-re-in-mo-mo..moto!" Metallica e balbuziente. 

Sappiamo che Giovanni è ancora vivo oggi, e questo significa che il suo cuore non si schiantò anche se ci andò piuttosto vicino.

Tre operai ittico-marziani stavano seduti (stretti) sul sedile dietro. Uno, ovviamente, gli puntava contro l'ordigno annichilente.

La voce ripetè "Me...me-...me-me... grrr-met-ti -iiiin mo-to!"

Non aveva alcun senso. Però pensò che a quel punto... girò la chiavetta, cercò di darsi un'aria qualunque e chiese "Dove si va?"

"Tu vai. Poi noi ti diciamo dove gi-gi-girare"  (N.d.A. Il lettore continui, anche nel seguito, ad immaginare una voce metallica, checchezzante e a scatti, un po' tipo fantascienza, però sfigata).

Giovanni guidava nelle vie della periferia, nella notte suburbana che si apprestava a scenario del quasi nulla. La scenografia, senza la rappresentazione, si mostrava ancora più sinistra e affascinante. Giovanni si era sempre un po' meravigliato che quei luoghi, già da bambino, con il loro squallore aleatorio e straccione, gli ispirassero due sentimenti egualmente intensi e assolutamente opposti: un orrore totale e una tenerezza infinita. Uno dei pesci (il capo), gli intimava le istruzioni ad ogni bivio, invero in modo un po' pedante.

Presto si ritrovarono in un viale punteggiato da fuochi accanto ai quali giovanissime ragazze africane stazionavano o improvvisavano brevi danze. Uno dei pesci maneggiava una specie di dittafono in cui sibilava dei versi. Il capo gli indicò gli accampamenti ed emise un verso basso, quasi un borborigmo. "Ferma là", disse a Giovanni.

C'era una ragazza di una bellezza devastante, a venti metri da loro, e il terzo ittio-operaio estrasse un cilindro, lo appoggiò al petto e si udì un rumore come di lavatrice che fa i prelavaggi...

Giovanni si azzardò a dire "Non è molto prudente stare qui a... insomma a fare quel che fate. Ma cosa fate?"

"Non è tempo di domande. Noi non sappiamo ancora se tu resterai vivo o se dovremo ucciderti. Attendiamo soluzioni dal calcolatore centrale." 

A Giovanni gli venne un nervoso... ma come? Ma sempre lui? Ma che cazzo c'entrava coi marziani e le bagasce? Era perché era sempre stato troppo bravo. Se quella sera se ne fosse andato in qualche discoteca di amfetaminomani e poi fosse tornato all'alba, invece che andare dall'anziana madre, che poi gli diceva sempre che non era il caso (la troia!), e a guardare la stupida televisione...

"Bene, abbiamo finito." Disse il capo. Poi si sentì un "Piiiii... " molto acuto.

Il capo lo guardava, o almeno così sembrava perché dietro agli occhialoni da saldatore gli occhi non si vedevano. Se c'erano. Parlò.

"Bene. Puoi fare qualche domanda. Il consiglio centrale ha deciso che dovremo ucciderti con una probabilità del 96,75 %, circa. Quindi si può dire che in un certo senso... comunque se fai le domande giuste, quantitativamente e qualitativamente, la probabilità di vivere si alza. Se fai quelle sbagliate... Ma non è importante."

"Come non è importante?" 

"Temo che questa verrà calcolata come una domanda sbagliata. Ma non sono io a decidere."

 

DEXTER GORDON - Darn that dream

https://www.youtube.com/watch?v=8s8rHrLcSts

 

Giovanni sentiva un fischio alle orecchie e un vago pallonamento nella testa... le tempie gli pulsavano. Gli venne in mente quando la professoressa di chimica tirava fuori un argomento, un soggetto per il quale non aveva nemmeno una nozione vaga da giocarsi, nemmeno un'idea di dove fosse saltato fuori... rimaneva preso in quel tempo che si dilatava in attesa dell'Apocalisse.

"Hai letto il Libro dell'Apocalisse?", chiese il capo?

Ma no!!! Se leggevano nel pensiero era finita! Perché non lo ammazzavano subito questi... whoops... ripensò.... questi emissari di una civiltà aliena tecnologicamente più avanzata della nostra?

"Se ti stai domandando se leggiamo nel pensiero, la risposta è no. Abbiamo provato ma non è possibile farne granché. Il vostro pensiero è confuso e contraddittorio e non si riesce a cavarne un hacca. Però ci sono cose forti come "Apocalisse" o altri pensieri di morte che lasciano tracce molto forti. Comunque l'hai letto?"

"Sì... ma tanto tempo fa... dei pezzi."

"Fai pure le tue domande, se vuoi."

"... preferirei di no... dico per ora."

"Bene. Vai da quella parte". 

Le ragazze africane sembravano deluse e facevano ampi gesti mentre l'auto transitava davanti al loro assembramento. Seguendo le indicazioni, Giovanni guidava in direzione del centro del sobborgo, passando di nuovo di là dal torrente nella notte che si faceva più silenziosa. E anche i suoi clienti, dietro, erano silenti e quasi immobili. Pensò che quello del tassista era un lavoro di merda.

"Perché -merda-?" Chiese il capo. "Se hai bisogno ti puoi fermare." 

Eh no!!! Pensò Giovanni, non c'è niente di peggio di quelli che ti leggono dentro e ti ci leggono male! 

"No, no... ", si limitò a dire. Non ho bisogno."

Dopo un numero di altri sopralluoghi il capo lo fece fermare nella piazza, poco distante da casa di sua madre. Era l'una circa. Non c'era nessuno. Due pesci spaziali uscirono dalla macchina mentre il terzo restava a controllare Giovanni. Si vedeva poco del loro volto e un passante avrebbe dovuto andare molto vicino per notare le squame e il resto. Apparentemente erano molto interessati ai bidoni della spazzatura. All'altro lato della strada un grosso topo sgusciò da un tombino, fiutò l'aria e poi cercò la fuga in direzione di un cancello.

Il capo fece fuoco. Il raggio non era color uovo, questa volta, ma un color big-babol chiaro. Fu come l'imbalsamazione istantanea. Il secondo marziano, a un cenno del capo, andò a prendere l'esemplare e lo mise in una specie di thermos. 

"Oh cazzo!", pensò Giovanni. Gli sembrò che il capo si girasse a sogguardarlo per un attimo. Cercò di pensare qualcosa di neutro... quel che trovò fu la lavastoviglie di quando era bambino, General-Electric, aveva un pommelletto che non aveva mai capito a cosa servisse e quel coso che girava che faceva tanto elicottero... e poi pensò che il topo lo imbalsamavano e lui invece lo volevano annichilire! E non era bello...  

Il capo faceva dei test sulla spazzatura con dei robi che si illuminavano.

"Forse lavorano per le lobby del riciclaggio", pensò Giovanni. 

I due alieni rientrarono nella berlinetta. A parte il thermos con il topo non avevano raccolto altro. Il capo parlò.

"Noi esaminiamo la spazzatura perche è molto più informativa del vostro pensiero ai fini della comprensione della vostra cultura e della vostra vita sociale."

Questo a Giovanni sembrava anche un po' eccessivo, insomma, sì, il problema della spazzatura esisteva ed era un fatto rilevante, però...

"Fate quel che credete... " Disse con aria poco convinta. "A me da piccolo avevano detto che se buttavi la spazzatura all'ora sbagliata la aprivano e scoprivano chi eri e ti facevano la multa! Ci ho creduto per un sacco di tempo... e forse era vero, boh?"

"Noi stiamo esplorando la Terra per decidere il da farsi, ovviamente. Tu potrai tornare alla tua vita, provvisoriamente, anche se come sai dovremo ucciderti. Il provvedimento comunque non è ancora operativo e il calcolatore deve eleggere i momenti statistici per l'esecuzione. Se vuoi puoi provare a dire a qualcuno di questa storia... non credo che ti crederanno. Come le chiamate adesso? Feik nius? Comunque non te ne verrebbe niente di bene. Inoltre devi considerare che l'impiego economico della Terra dipende solo dalle decisioni del calcolatore. Se decidesse che val lo sforzo, tutto avverrebbe prima che gli uomini possano neppure accorgersene. Molti peraltro si troveranno meglio, è successo su un sacco di pianeti. A presto."

I tre scesero e si dileguarono nella notte.

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Giovanni stava lì e non riusciva a comprendere cosa gli passasse per la testa. Mise in moto e guidò lentamente verso casa... per prima cosa il giorno dopo avrebbe telefonato alla sua psichiatra, senza spiegare granché. Di certo avrebbe avuto bisogno di un aiuto.

THE WEIGHT - Various artists

https://www.youtube.com/watch?v=ph1GU1qQ1zQ

C'era un'alba sporca quando mise le chiavi nella porta del suo appartamento, piccolo e arredato con quel che si trovava e qualche mobiletto industriale di serie. Si buttò vestito sul letto disfatto.

Si rese conto che era l'ora di alzarsi e andare a lavorare. Avrebbe chiamato. Avrebbe detto che... no. Pensò, no. Vado. Vado così come sono. Mi fermo a fare colazione da qualche parte e tiro la giornata. Stasera con calma vediamo... 

La cosa che più gli pesava era l'idea di cambiarsi le mutande, di uscire dal tepore dei jeans. E, Dio non volesse, di lavarsi i denti. Guardava la cassettierella infame: tre cassetti. In alto mutande, in mezzo calzini, di sotto i marioli. Diventò un mantra che risuonava nel silenzio della mente: in alto-ooo-mutan-daa.... -in mezzooo-calzi-noo.....-in bassooo-mariolo-ooom... in altooo...

La voce nella testa lo cullava e si accorse che ormai non era lui a contemplare la cassettiera di legno bianco ma la cassettiera a contemplare lui. Cercò ancora di staccarsi e spiegare al mobiletto la propria superiorità intellettuale usando alcune nozioni di teoria del legame di valenza. La cassettiera oscillava, sembrava diventare più grande. Le equazioni relative agli stati quantici degli elettroni della molecola di cellulosa comparvero stampate a fuoco sul cassetto dei calzini ormai gonfiatosi a dimensioni ragguardevoli. La complessità di un tale costrutto matematico lo schiacciava. Così tentava un'estrema ribellione urlando al mobiletto che tutti quei simboli erano solo uno stupido modello, un'impalcatura immateriale, buona come lo scontrino della spesa per capire cosa ci fosse nella marmellata.

La cassettiera lo derideva. Non che ne sentisse la voce. E nemmeno ne vedeva l'espressione dato che lei non aveva volto (era pur sempre una cassettiera). Ma ne percepiva il ghigno, lancinante, profondo. La cassettiera possedeva la materia, il linguaggio e la verità. La materia, il linguaggio, la verità... la materia, il linguaggio, la verità... la materia, ...i calzini, i marioli... le mutande. STRAN!

Il cervello si mosse nella testa, come gli avessero dato un colpo in un orecchio. Doveva cambiarsi almeno le mutande, non poteva arrivare a sera. Così si dispose a vedersela con l'infame ente tripartito. Tre... sempre tre. Tre Re-magi santi, l'asino e il bue... Cominciò a cercare tra le mutande con l'elastico mollo, quelle piccole e infeltrite, quelle strette di gamba. Ne trovò una discreta.  Dei bei boxer neri, ancora relativamente morbidi con una bella etichetta sul davanti: "UOMO". Pensò che se gli alieni avessero invaso la terra queste etichette esplicative della specie di appartenenza sarebbero tornate utili. Come nei sentieri botanici.

Si sciacquò il muso, il che gli diede un piacere inaspettato. Ripetè l'operazione. E poi di nuovo... prese l'asciugamano stazzonato dall'attacchino adesivo. Quando lo riappese il pomolo crollò per terra. Era uno di quei cosi straccioni di plexiglass. Si girò per raccogliere l'asciugamano e picchiò un colpo fortissimo con la parte sensibile del ginocchio nella porta semiaperta. Fu un dolore indescrivibile. Pensò ai soldati della guerra di secessione americana e a quelle grosse palle che si sparavano dappertutto: e anche nelle gambe. A lui era andata bene, discretamente, tutto sommato.

Senza piegare l'arto lancinato riuscì a raccogliere lo straccio di spugna a rose rosse, che tra un fiore e l'altro esibiva una colorazione pulce malata, laddove un tempo doveva esser pur stato bianco.

Almeno a lui non dovevano amputarla la gamba. Chissà: i marziani-sgombro forse avevano dei laser che guarivano tutto istantaneamente. Forse se invadevano... 

Fece per buttare l'asciugamano nel bidone della robba sporca che però era già pieno e ricoperto da biancheria e altri indumenti che scionfavano un po' sul pavimento.

Pensò che doveva fare una lavatrice, almeno una... buttò tutto a terra e raccolse mutande e qualche jeans, asciugamani e andò in cucina. Caricò. Premette il pommello. Si udì il clac e poi lo zzz-zzz consueto. 

Woossshhhh, fece l'acqua nel tubo. 

SDRAAAAFFFFFFSCCCCCCCCS. Un geyser di forza e imponenza maestose si ergeva là, dove un attimo prima, storto e polveroso, pendeva il mensolino con le spezie, che ora giaceva capovolto sul lavandino. La sua gamba gli ricordò che tra loro peraltro la questione non era affatto chiusa.

Il getto poderoso d'acqua rimbalzava sullo scolapiatti e, colando un po' dovunque, si andava allargando attorno ai suoi piedi. Il terrore. E la speranza. 
Vide la sorgente infame. Girò il rubinettino dell'alimentazione della lavatrice con forza. Troppa forza. L'acqua si fermo. Quasi. Solo una goccetta. Ma il rubinetto, fatto di una lega imperscrutabile, buona per i soldatini, si era spezzato, ferendogli il pollice, che sanguinava. 

Giovanni si buttò su una delle sue due sedie scompagnate. Guardava l'acqua a terra, nella quale gocciava e si stemperava il suo sangue, a un ritmo più lento di quello della goccina del rubinetto malvagio. "Perché dovevo fare la lavatrice?", pensava. Stava lì. E pensò che forse non era poi davvero così necessario che affrontasse eroicamente la giornata. Forse doveva prendersi una pausa.

E.S.T. Inner city, city lights

https://www.youtube.com/watch?v=ZzNzvWIvIkE

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Il capo guardava il topo. Il topo era appoggiato su un tavolo di metallo lucente e leggero in una sala della loro base sotterranea, ricavata scavando nel fianco di una cava abbandonata. Una costruzione di lamiera e cemento-amianto nascondeva l'entrata. Questa baracca, con gli strumenti arrugginiti di un lavoro morto, era lì da settant'anni e da trenta nessuno ci entrava più.

La cava era una specie di intrigo fitto di discariche di rifiuti vagamente tossici (ed è la dose che fa il veleno, dicevano saggiamente gli antichi greci), di pignoramenti e debiti, di cause legali e sindacali, di processi lasciati a metà, di storie di incidenti, di inefficienze e ritardi, di dolo e debiti, di velleitarie imprese votate al fallimento. Per pochi entusiasti era stata fonte di enormi guadagni.

Nessuno, neppure un avvocato, osava ormai avvicinarsi. Un cadavere di un fungaiolo incauto era stato ritrovato lì dalle forze dell'ordine, mentre ancora stringeva al petto con un ghigno la sua povera cesta con tre combette. Era stata l'ultima botta di vita di quel luogo.

Sul fondo della baracca nulla era cambiato agli occhi della specie "Homo sapiens". Ma i nostri potevano smolecolare un'apertura nella roccia metamorfica a loro piacimento e richiudersela alle spalle. Quasi uguale, venuzza più, venuzza meno.

Il topo si stava lentamente de-imbalsamando, se così si può dire. Il nasetto e i baffi vibravano in modo irregolare e anche le zampe, che avevano quella postura tipica dei topi morti, si andavano smollando, allentando la contrattura a piccoli scatti.

"Povera bestiola", pensava il capo.

I dottori del suo pianeta gli avevano assicurato che studiando molti esemplari di pianticelle e bestie assortite, sarebbero aumentate le probabilità di non dover causare inutili sofferenze nell'eventuale addomesticamento del pianeta.

"Sempre a me danno i lavori più rognosi", pensava. "Questo pianeta non vale il carburante policronico che abbiamo usato per venire. E c'è da farsi un culo bestia. O si ammazza tutti, ma quelli non vogliono, e del resto sarebbe una carognata per quattro sassi e un po' di idrossigeno. E poi mi tocca maltrattare queste creature pelose che sanno assai... Che poi anche quello di ieri non è che fosse molto sveglio. Il punto è che non si capisce un cavolo di quel che gli frulla. Non se ne viene a capo... "

 GIUSEPPE GIUSTI - S. Ambrogio

https://www.youtube.com/watch?v=vdYUZ8Deh1A

Il capo mise il topo, che sembrava adesso uno che si sveglia dalla sbornia della vita con seri dubbi sulla propria identità, in una gabbietta lucente. Si tolse il grembiale rigido e lo gettò in un angolo.

Smolecolò la roccia e andò fuori, con il giorno che nasceva nelle cime dei monti dilaniati, incappucciate da sghembe macchie di sole, lucenti e gialle, sopra il viola degli alberi ormai quasi spogli e il verde del sottobosco. Un merlo fischiava lì vicino, cittadino di quella valle profonda in cui un torrente aveva a lungo alimentato i mulini del borgo. Si scorgeva solo una grande costruzione, a parte i ruderi della cava: sull'altra riva, a monte, un alto opificio dismesso ma ancora integro, una filanda con ampie vetrate.

L'aria era tersa e il capo poteva sentire i pianeti muoversi l'uno rispetto all'altro.

La luna, smussata e bianca in mezzo al cielo, marte e venere ormai scomparsi, mandavano i loro impulsi gravitazionali ai quali i corvi rispondevano gracchiando da un albero all'altro... tra gli alberi.

Gli alberi, vivi quanto fermi, schiera di impavidi guerrieri, invincibili e inamovibili si ponevano a fronteggiare la cava, che in quella luce sembrava un'immensa scultura di argilla. Sentiva la rotazione, senza centro, del mondo e sentiva l'acqua del ruscello creare e dissolvere le innumerabili legioni di connessioni tra gli atomi in un disegno che pareva muoversi immobile, come immobili scorrevano le pieghe degli strati sedimentari, che si contorcevano e si spezzavano portando il suono di ere sfumate. Leggero l'odore del fumo di legna di un camino colorava appena la pura e sottile essenza dell'aria e i confini tra luce e ombra strisciavano in basso come un sipario che si apre su uno spettacolo di riverberi, musica e danza perfetti.

Chiuse gli occhi. Si concentrò su quella danza. Quindi cavò dal petto un piccolo oggetto di pietra verde. La luce continuava ad aumentare anche se il capo si trovava ancora nell'ombra, seduto a gambe incrociate tra gli sterpi a un metro dal piccolo oggetto verde posto in verticale su un sasso piatto. 

Dopo qualche istante uscirono anche i due compagni e formarono con il capo un triangolo attorno al sasso, anch'essi seduti a gambe incrociate. Stavano così, immobili e ad occhi chiusi.

La luce giunse prima su uno dei tre e poi sul capo. Solo quando illuminò l'idoletto alabastrino il capo prese respiro ed emise un suono, di intensità crescente e molto grave al quale si unirono con suoni diversi e consonanti gli altri due alieni. Erano note lunghe, variate con lentezza e precisione che producevano un flusso di suono armonico, costante e mutevole, immobile e modulato, riconoscibile ma infinitamente cangiante.

J. Eliot Gardiner - Parce mihi domine (Perdonami, Signore)

https://www.youtube.com/watch?v=R3hlhPFc4sw

Al termine del canto, dopo una pausa di due o tre minuti si alzarono e fecero un inchino in direzione della sculturina. Il capo la ripose sotto la giacca e fece un segno con la mano destra. I tre si incamminarono verso il bosco, penetrarono nella macchia e poi a un nuovo gesto il terreno si aprì e ne uscì una sfera perfetta, grigia e opaca. Un portello docile comparve e si aprì mentre una piccola scala veniva buttata fuori come una sensuale lingua metallica.

Presero posto seguendo una procedura meticolosa, poi il terzo di loro, seduto dietro ai due disse semplicemente: "Venere, confermato." Con un sibilo l'oggetto sfrecciò verso l'alto a una velocità che non avrebbe permesso all'occhio umano di percepirne l'esistenza.

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Doveva chiamare lo psichiatra! E il numero? Boh... doveva trovarlo. Al momento gli sembrava che la situazione fosse sotto controllo... ben, quasi.  Comunque il problema era che ci volevano i nervi saldi... i nervi saldi... i nervi saldi! Gli piacque quell'espressione: i nervi saldi. L'importante è avere i nervi saldi. Non farsi prendere dal panico! Mah... lui aveva i nervi saldissimi. Tranne che quando si innervosiva o si spaventava. Come tutti. Poi c'erano quelli che non avevano paura di niente. Che invidia! Tipo John Wayne. Che uomo! Ma stava divagando... prese l'apparecchiettino per le cianciafruscole comunicative e premette il pulsante. Scarico.

Guardava lo schermo... si riscosse e andò in cerca del caricabatteria. Lo infilò nella presa.  Una violenta scarica percorse il suo corpo e pensò che il braccio gli cadesse. Poi nulla e un senso di stordimento improvviso. Si resse conto che aveva i piedi nell'acqua e le scarpe bagnate... Quando fu in grado andò in camera si tolse scarpe e calze e si sdraiò sul letto. Ritentò l'operazione con la presa accanto al comodino. Niente. La scarica aveva fulminato anche il trasformatorino cencioso. Pensò al computer... solo che senza il telefonetto non era che una macchina da scrivere luminosa e molto costosa.

Poteva andare dalla vicina. Poteva andare lì stordito e lercio, tutto vomitato dalla balena, a piedi scalzi, suonare e chiederle: "Oh... buongiorno signora, come va? Mi farebbe una cortesia? Me lo chiamerebbe uno psichiatra? Sa, voglio portarmi avanti che nella vita, signora mia, uno non sa mai... "

La sua vicina, tra l'altro, era veramente pazza. Di quei pazzi bastardi che pensano di essere i più furbi del mondo e fanno sempre un gran casino. Ma non era cattiva. Era la sua natura. A volte gli portava anche delle razioni di minestrone dentro dei contenitori improbabili che sembravano la pubblicità del Moplen. Forse aveva un pentolone molto grande e quando faceva il minestrone gliene avanzava sempre un casino. Suonava, bussicchiava, chiamava "Giovanin!". Quando Giovanni apriva diceva sempre la stessa frase, come un Jingle della TV : "Eccomi qua! Anche questa volta non mi sono dimenticata. E' contento?"

Giovanni pensò che avrebbe potuto fare una START-AP che faceva il minestrone e usare la signora Pallavera come big-soup-development manager. L'avrebbe messa nello spot "Eccomi qua! Anche questa volta non mi son dimenticata! E' contento!". E qui partirebbe il musichettame.

Lui si sarebbe fatto carico dell'endorsement. Avrebbe mangiato minestrone in ogni occasione pubblica, per strada, alla fermata dell'autobus, al lavoro, decantandone sapore e genuinità.

Se fosse riuscito a risolvere il serio problema della flatulenza poteva anche funzionare. 

Si era di nuovo distratto.

Pensò che la prima cosa era trovare il numero di telefono e che, sicuramente (sicuramente?), doveva averlo scritto anche nell'agenduzza cartacea. Andò alla scrivania e la trovò immediatamente, nel cassetto in alto a destra, che aprì sicuro, con un'efficienza svizzera che lo fece fremere di orgoglio. Era una povera cosa di finta pelle rossastra. La aprì. C'era un solo numero, sulla prima pagina. - A - Alberto - 334 567 8909. Scritto con una calligrafia perfetta, leziosa. Il resto era candido e vergine. E chi cazzo era Alberto? 

Guardò l'agenda.

Comprese, in fondo con poco sforzo, che all'ultimo impeto di lotta al disordine aveva buttato via l'agenda dell'anno passato e tenuto al suo posto questa del 1981, delle Assicurazioni Vattelaspendere, ormai fallite, mergiate, vendute, ricomprate e trasformate in una catena di cibo per animali (qualcosa devono pur mangiare anche loro).

Ma chi cazzo era "Alberto?"

FRANCESCO GUCCINI - Un altro giorno è andato

https://www.youtube.com/watch?v=nqPxWDcxqTA

Forse poteva chiedere alla Pallavera un caricabatterie. Mah... tentar non nuoce. Il più delle volte. 

Si mise le ciabatte tipo suo nonno in carriola che gli aveva regalato la mamma. Facevano il loro mestiere anche se erano un po' deprimenti a vedersi. Si assicurò scrupolosamente di avere le chiavi della porta, diede anche un giro di serratura a porta aperta per maggior sicurezza. E poi si avventurò dalla signora, all'altro estremo del pianerottolo.

Suonò.

"Chi è?"

"Sono Giovanni."

La porta si aprì. "Aaaah... ma non l'ho ancora finito il minestrone! Ma vieni, perché stai sulla porta? Fa un caldo oggi... è freddo ma io ci ho caldo. Lo senti il caldo tu? Magari sono io che ho qualche cosa... sarà mica il riscaldamento? Ma vieni dentro... pago talmente tanto di caloriferi che secondo me ci rubano perché non è possibile. La signora del piano di sotto dice che lei non spende niente." Prese fiato. "AH!!" Pausa. "Non spende niente quella lì. Ci credo che non spende niente, li tiene sempre tutti chiusi lei i caloriferi e tanto il gatto le è morto di cimurro. A quella lì non le esce neanche, scusa, l'aria dal culo! Anche il besagnino me l'ha detto che compra una carota alla volta. Lei non te lo porta il minestrone, eh? Ah, io soldi non ne ho ma tengo tutto acceso e apro anche le finestre che cambio l'aria. E io non ho nemmeno il gatto, tra l'altro." 

Lo guardava, come se le si fosse scaricata a lei, la batteria.

Si guardavano. Con intensità, con profondo rispetto reciproco... Lei ogni tanto emetteva uno di quei respiri sonori e nasali che sembrano voler dire "io l'avevo detto, e non dite poi che non l'avevo detto."

Giovanni era disorientato. Comprensibilmente. Poi pensò che doveva darle almeno un contentino per disporla alla transazione. "Eeeeh... cosa vuole," tentò, "ci son persone che non sono tanto a posto... ". Questa però era meglio lasciarla cadere.

"Voglio dire che... a questo mondo nessuno fa niente per niente..."

La signora Pallavera si riscosse e la sua cervice si arcuò all'indietro come quella di un cobra che si prepara all'assalto. "Ah. Ed è venuto a suonarmi per dirmi questo? Cosa vorrebbe dire? Il minestrone non era ancora pronto. E basta. Io, per sua norma, il minestrone glielo ho sempre portato perché mi faceva piacere e non voglio niente in cambio. Io non ho bisogno di niente. Magari mi fa un po' pena, sempre solo e a mangiare scatolette, ci scommetto."

Agitò il cucchiaio di legno in aria. Solo adesso Giovanni lo vedeva.

"Ma stia ben sicuro, caro testa d'uovo, che non gliene porto più! Lo vada a chiedere alla Congiu, di sotto, il minestrone. Perché a aiutare gli altri finisce sempre così!"

Giovanni non si spaventò. Era tutto normale. Riprese da dove aveva lasciato. "No, ero qui solo perché volevo chiedere se aveva un caricabatterie per il telefono."

Lei si rilassò, in capo a una manciata di secondi. "Ecco vedi," disse flautata "quando c'è bisogno di qualcosa c'è la signora Pallavera. Meno male che c'é la signora Pallavera perché sennò... ma certo, vieni quando vuoi e chiedimi. Io per te sarò sempre qui perché sei un po' come mio figlio... buon anima." Qui si incantò di nuovo. Poi trasalì. "Ma cos'è che hai bisogno?"

"Un caricabatterie per il telefono, sa... lei ce l'ha il telefonino?" 

"Sì. Vieni."

Entrarono in casa. Giovanni non era mai entrato prima. Era tutto... insomma come se avessero preso una casa di bambole e l'avessero gonfiata fino alle dimensioni di una casa normale. Era pulita, antiquata, scompagnata ma perfettamente assortita. 

Lei aprì un cassetto dello scrittoio. Guardò e poi tirò fuori un telefonino e un caricabatterie. 

Giovanni disse "Vado a provare se il caricabatterie va bene con il mio cellulare... "

"Ma prendi tutto," disse lei. "Era di Piero". 

Capì che non era il caso di discutere.

Ringraziò con grandi cerimonie e gli fu assicurato che il minestrone sarebbe stato pronto in capo a un paio d'ore.

Tornò nel suo appartamento. Seduto sul divano dello studio guardò finalmente con attenzione la spinetta del trasformatore. Capì subito. Provò ugualmente ad accostarla ma non entrava e la forma era differente.

Allora pensò che poteva almeno caricare il telefonino del povero Piero e provare a contattare un ospedale o un servizio di informazioni.

Solo che il caricabatterie non entrava neppure nel telefonino di Piero. Povero Piero.

Pensò che avrebbe asciugato per terra, in attesa del minestrone.

LE ORME - Figure di cartone

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

 

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Venere era stata una faticaccia. I pianeti con quei climi lì sono un inferno. Non che loro non fossero attrezzati, ma con quelle pressioni non ti puoi distrarre un momento. 

Il carburante policronico che avevano utilizzato, smolecola di qua e smolecola di là, era più di quanto avessero previsto. Su Venere, che loro chiamavano in realtà... ben è lo stesso... su Venere, c'è tutta quella bella anidride solforosa che non aspetta altro che qualcuno se la prenda.

Con quella era possibile preparare un certo quantitativo di carburante policronico: con 600 milioni di tonnellate di anidride solforosa si possono sintetizzare venti milligrammi di CaPol allo stato purissimo. Tutto grasso che cola.

Ora, loro avrebbero potuto anche succhiare l'anidride solforosa da spaparanzati nel loro aqquartieramento, tra un vocalizzo e l'altro. Ma è un problema di resa. Convogliare tutta quella SOsulla Terra sarebbe venuto a costare, in termini di entropia negativa, quasi quanta ne avrebbero poi ricavato dal CaPol. Tra l'altro "CaPol" era un marchio registrato al loro Pianeta Centrale, e dovrei quindi scrivere CaPol®. 

Questo significa che se riuscivano a produrre, metti, 5 mg di CaPol (tutto era registrato precisamente per via tele-galattica) avrebbero dovuto pagare le royalty alla SuperCaPol Inc. In genere per poter pagare queste royalty ci si ingegnava a produrne un po' di più e a vendere l'eccesso al mercato nero di un pianeta che si trovava ai margini del loro sistema solare. Cosa ne facessero là, nessuno sapeva e nessuno chiedeva. Non che non esistesse un mercato aperto e legale del CaPol ma, eccchissappoiperché, in pochi vi si rivolgevano.

Non era possibile, come abbiamo detto, produrre più CaPol di quanto il sistema bosonizzante trasmettesse pedissequamente ai calcolatori della SuperCaPol, della Società di esplorazione intergalattica e alle Tasse. Però era possibile banfare sui Parsec percorsi. I comandati con grande esperienza sapevano manovrare in modo da fare risultare che l'astronave aveva girato in lungo e in largo, mentre in realtà se la passavano a ciondolarsi in qualche forte campo gravitazionale; e poi si caricava quanto più si poteva sui registri di smolecolamenti e simili, cose alle quali quelli dell'ufficio contabilità della Società non erano mai riusciti a venire a capo. E sì che ci si rodevano non poco.

Il punto è che era successo, più volte, di astronavi che non erano riuscite a tenere da parte il carburante capitalizzato per via di tempeste interstellari, attacchi di navi pirata e altre traversie che le avevano portate fuori rotta.

Giunte di ritorno al pianeta natale si trovavano di fatto indebitate fino al collo. Il governo si accollava pure una parte del debito, è ovvio, e la SuperCaPol Inc. in genere ne condonava una parte. Gente magnanima.

D'altro canto il prestigio dei Condottieri (oltre che il loro patrimonio personale) ne risultava offuscato. Quando si accennava al loro nome tutti ne cantavano le lodi ma si vedeva, negli sguardi obliqui, che le menti erano attraversate da un pensiero preciso, finale "Ah, sì, quelli che bisogna dargli cento lire per andare a conquistare le ricchezze dello spazio e mille per tornare a mani vuote... ".

E così, diciamo, se i prodi condottieri si accorgevano che c'era un pianeta bello gonfio di anidride solforosa nelle vicinanze gli davano una snellita, ai fini della sicurezza della missione e della loro pensione.  Gli illustri capitani pensavano così: "Siamo coraggiosi, sì, ma mica siamo fessi."

Alcuni di loro in grave difficoltà poi, piuttosto che trovarsi disoccupati a morir di fame, facevano direttamente rotta sul pianeta balordo, vendevano il poco carburante residuo e si davano alla vita corsara. Il che ovviamente aumentava i problemi di cui sopra. Ben, da qui in poi è la solita storia, non voglio annoiarvi. 

PAUL GONSAVEZ - Crescendo+Diminuendo in blue

https://www.youtube.com/watch?v=GkElnIiE4U4

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Forse non è poi così urgente che veda la dottoressa Poltrona.

La sua psichiatra si chiamava Poltrona. Azzurra Poltrona. Azzurra di nome e Poltrona di cognome. Era per quello che l'aveva scelta, sull'elenco dei professionisti di internet. Dottoressa Poltrona Azzurra, specialista dei disturbi d'ansia. Si era sentito subito meglio.

Giovanni non aveva propriamente un disturbo d'ansia (a parte il fatto che i disturbi psichiatrici sono tanti quante le persone che han calpestato l'orbe terracqueo), aveva più una combinazione di sindromi vaghe alle quali faceva da sfondo una cosa a cui i medici attribuivano una denominazione molto sinistra. E così lui non la nominava. A volte aveva provato a scaricare il fardello con persone che gli sembravano particolarmente di buon cuore. Queste in genere lo rimuovevano totalmente. E' impossibile, diceva il loro sistema pre-corticale, è così un bravo ragazzo, è anche intelligente, non può averci quella cosa lì. La cosa semplicemente scompariva nei corridoi della loro psiche.

Agli altri cercava di non farne menzione sulla scorta di alcune pessime esperienze. Poi dice il pregiudizio. E poi che cosa avesse Giovanni... non ne era sicuro neanche lui.

I telefoni pubblici non c'erano più da tempo. Ce n'era uno in una piazza di un paesello toscano dove si era fermato a pranzare quell'estate ma era decisamente fuori mano. Poteva andare a mendicare una telefonata al bar... 

Era un'opzione, seppur miserabile e degradante. Pensava, e si immaginò:

"Pronto, sono Poltrona." Rispondeva sempre così e a Giovanni veniva da ridere. Era già un inizio di trattamento.

"Buongiorno sono Giovanni B. ... si ricorda quello... "

"Ah sì, Giovanni, come sta?" Infallibile. Come faceva? Che lui fosse l'unico paziente? Eppure aveva spesso incrociato altri personaggi nello studio... figuranti?

"Ah bene sa, insomma ma... " E qui veniva il difficile.

"I farmaci li prende sempre regolarmente?"

"Sì, sì, mah... magari una volta mi dimentico... ma li prendo sempre."

"Venga a trovarmi in studio così parliamo un po', eh, cosa dice?" 

Sì.. e Giovanni le avrebbe detto che era stato rapito dagli alieni, cosa che, era notorio, suscitava nel popolo il massimo scetticismo. E anche nei professionisti. Il fatto è che gli era capitato di stare molto male in passato e di scambiare una cosa per un'altra ma non gli sembrava che niente di quanto era accaduto la notte prima assomigliasse a quei vaghi terrori. Quei signori con le squame li aveva visti. E, si ricordò adesso, sembravano anche ben attrezzati e intenzionati ad ammazzarlo. Al 96,75%.

No, per la prima volta avrebbe barato. Sarebbe andato e non avrebbe vuotato il sacco. Avrebbe detto che non stava bene per una ragione qualunque... che era morta una sua zia tanto bella e tanto brava e che a lui erano venute delle crisi tipo panico, che non sapeva. La Poltrona lo avrebbe accolto e gli avrebbe prescritto qualcosa, una sostanza che gli permettesse di non annegare nei giorni a venire. 

E intanto era sempre lì, ad aspettare il minestrone. Alle 11 e 30 in punto il campanello suonò ed andò ad aprire. Strano... Aprì e c'era il capo. Gli altri due stavano tre passi indietro. Furono secondi di vuoto sospeso. Poi Giovanni provò la prima cosa che gli venne in mente: "Ma perché state lì sulla porta, venite dentro... ". 

EDOARDO BENNATO - Quando sarai grande

https://www.youtube.com/watch?v=fJv4d2HK-eg 

Entrarono in fila indiana. Sedettero nello studio di Giovanni, per terra come dei Sioux.

L'ansia era forte davvero adesso ma sedette sulla poltrona, un po' in punta. Lo ferì l'improvvisa constatazione che anche lui si era sempre preso gioco di quelli che li avevano rapiti gli alieni.

Il capo lo guardava. 

"Faccio un caffè?" Disse Giovanni. Aveva questa sensazione che, tanto, peggio di così...

"No, grazie," disse il capo. "Quella robba ci fa uno strano effetto... se capisci cosa voglio dire."

"Ah... capisco. Non che abbia molto in casa... "

"Non importa." Il tono questa volta era perentorio." Siamo qui per dirti che la tua esecuzione è sospesa in modo provvisorio ma illimitato.

"Cioé?"

"E' un espressione burocratica che vuol dire, penso, che tu te la sia cavata per adesso."

"Per adesso... quanto?"

"Non si sa ma non ho mai dovuto ammazzare nessuno a cui avessero dato questo articolo. Penso che sia un modo per non prendere nessuna decisione e, al contempo, per permettere al disgraziato... voglio dire all'esemplare alieno di sopravvivere."

Giovanni si sentì un po' consolato, anche per il fatto di essere un alieno e quindi in fondo tutt'altro che una persona qualunque. Pensò anche che era pure giusto che gli alienati se la facessero con gli alieni...

"E quindi..." Suonò il campanello.

"Chi è?"

"E' il minestrone... cioè... la vicina col minestrone. E' buono e..."

"Mandala via subito, dobbiamo parlare."

"Sì... in genere non entra mai." Andò ad aprire.

"Giovanin!?". Aprì "Eccomi qua! Anche questa volta non mi sono dimenticata. E' contento?"

Oh sì, sì... l'aspettavo proprio. Non c'è niente di meglio del minestrone in questa stagione... "

La Pallavera allungava il collo. "L'ha caricato il telefono?"

"Ah sì. Oggi le porto tutto, ora non vedo l'ora di mangiare!"

"Guarda Giovanni, non è che non mi fido io. Io mi fido di tutto e di tutti. Io mi son sempre fidata di tutti e questo è il risultato. Però il telefono è di Piero... " E qui entrò in trance.

"Non deve temere signora, non mancherò, faccia conto che oggi... "

La Pallavera cominciò ad alterarsi: "E il telefono, e il minestrone, e il caricabatterie... bambin, senti, ora entriamo e mi dai il mio telefono perché qua non sono mica una bottega da dolci io, mi hai preso per la Croce Rossa? Credi che io i telefonini li fabbrichi di notte? Non sono mica la Telecom, io, io..."

Sul volto della donna ammutolita c'era un espressione come di un tizio che calcola a mente la radice quinta di 568987.

Giovanni si voltò seguendo lo sguardo della donna. Un alieno era in piedi dietro di lui e stava facendo delle operazioni su una specie di piccolo telecomando della TV. Poi alzò lo sguardo, premette un ultimo pulsante e la Pallavera trascolorò lentamente.... Mentre scompariva riuscì ancora a dire, in dissolvenza "Ah... ma potevi dirlo che c'era gente, il minestr... ".

 "Ma... ", disse Giovanni.

Il capo tagliò corto "Non ti preoccupare. E' in stand-by, per così dire."

"Con il minestrone e tutto? Le avete fatto fare la fine del topo..."

"Il topo? Ah, no quella è tutta un'altra storia, meno costosa, ma qui non avrebbe funzionato. Su uno della tua specie si rischia che esca scemo o qualcosa del genere."

"Oh beh, per quello... ma il minestrone?"

"Ora chetati! Non abbiamo fino alla fine dei tempi. Dobbiamo parlare. Sei stato prescelto come esploratore."

"Ho fatto un po' di Lupetti ma mi veniva una tristezza... negli Scout non ci sono mai arrivato."

"Sarai il nostro esploratore. Calmati. Quando ti agiti sragioni. Eppure i test hanno confermato che hai discrete capacità di raziocinio. Tieni, ingoia questa."

Giovanni prese la pillola delle dimensioni di un pisello. Verde, appunto. Alla sua destra si era materializzato un alieno con un bicchier d'acqua. Il terzo marziano passava in rassegna i suoi libri con un apparecchietto che emetteva dei ronzii discontinui.

Giovanni esitava. Ma come fai a fidarti? Aveva detto che non dovevano ucciderlo, per ora. 

"Ma che robba è?"

"E' solo per farti stare meglio. Tranquillo."

"Ma posso fidarmi... veramente è solo per farmi stare meglio?"

"Le parole "vero", "veramente", "realmente", "reale", non hanno alcun significato. In genere in un linguaggio evoluto si estinguono in poco tempo. Invece al momento se ne fa un enorme uso sulla Terra... beh, vedremo poi cosa si può fare. Io ti consiglio di deglutirla. Cerca di capire che potrei smolecolarti in un secondo: perché dovrei cercare di avvelenarti con tutti i fastidi che ne conseguirebbero?"

A Giovanni parve veramente, anzi... sommamente ragionevole: e perché gli doveva dare il pisello da mangiare quando, ZAF!, lo poteva friggere nella padella dell'annichilimento... che poi, pensava Giovanni, nello smolecolamento, l'energia del suo corpo dove cavolo finiva? Forse poteva essere inviata nella Rete Elettrica al loro pianeta e il capo poi avrebbe pagato meno di bolletta..."

"Ti sei distratto."

"Ah, certo. Sì..." Guardò la pillola. La portò alla bocca e deglutì con tanta acqua. Sapeva di pillola, né più né meno."

Il capo si girò verso il marziano bibliofilo. "Che cosa sono?"

"Sembra che si ponga problemi piuttosto astratti e generali perlopiù." Era la prima volta che parlava uno dei due aiutanti. Giovanni aveva notato che il tono della voce e la dizione del capo, e anche lo stile, erano migliorati moltissimo dal loro primo incontro.

"Bene."

"Qui però c'é un libro strano. Si chiama "La storia del nostro paese vista da un protagonista."

"E cosa c'è di strano?" 

"Sembra totalmente irrilevante. Sono tutti pareri personali e arbitrari di un tizio su fatti sparpagliati. E ha una qualità linguistica pessima."

"Ah," disse Giovanni, "Sì ma non è... insomma me l'ha regalato una zia. E se viene non posso mica dirle che l'ho buttato... "

Alla parola "buttato" Giovanni sentì quella cosa. All'altezza della bocca dello stomaco si era come creata un'apertura e da quella apertura sembrava colare lentamente un balsamo che si allargava dolce, prima verso il petto e poi verso le viscere, mentre tutto il corpo vibrava di un leggerissimo fremito diventando più soffice e leggero. La mente, sfuggendo alla morsa delle membra contratte si espandeva in uno spazio più alto, più ampio, senza perdere minimamente il controllo e, anzi, acquistando una lucidità che le permetteva di vedere solo gli aspetti significativi degli oggetti mentali che la attraversavano. Giovanni stava sorridendo con un espressione invero un po' ebete.

"Forte, eh?" Gli disse il capo con un'aria, un po' complice. "Può durare anche ventiquattr'ore, anche se l'effetto va leggermente scemando. Penso che adesso potremmo anche cominciare a parlare un po' del tuo ruolo in tutto questo." 

David Bowie - The man who fell to earth - Soundtrack

https://www.youtube.com/watch?v=gY4FOSaSoDo&list=PL7i7TUnLhErpT-_WqC7P5laGZzIX14aOJ

Giovanni registrò la frase. La elaborò molto rapidamente. "Io non ho molto a che fare con le vostre conquiste dello spazio. Non mi frega nemmeno di quelle degli uomini, figuriamoci delle vostre. Ne consegue che io non ho alcun ruolo in nulla a quanto ne so. Cos'è, quattro astronauti in cerca d'autore? Certo, voi potreste fare i Moschettieri e io... "

"Giovanni, credo di capire. Cerca di seguirmi, perché è complicato. La tua risposta è intelligente e coraggiosa, per così dire, ma dovresti valutare che il pisellone che hai ingurgitato fa un po' quest'effetto che, da un lato, è proprio quello che andavamo cercando. Sembra proprio che tu abbia dei numeri ma devi anche valutare che le tue reazioni di adesso sono un po'... ecco, dubito che tra qualche ora diresti le stesse cose. Insomma, per prima cosa adesso concentra la tua mente, chiara e tranquilla, sul fatto che se io dovessi disgraziatamente essere costretto a smolecolarti ne verrebbe un grande dispiacere a tutti, e cerca quindi di non essere precipitoso." Poi si batté una mano su una coscia, "Ah!... La conquista dello spazio, ma per chi ci hai preso, per l'Apollo 13?" Parevano sogghignare. 

Giovanni guardava la pistolona bianca alla cintura del capo. Ma non ebbe paura. Era come giocare una partita a scacchi con un amico, per il piacere di farlo e con la sensazione che tutto sia ancora aperto. Al contempo si stava accorgendo che l'attacco in corso era insidioso. Peraltro lui a scacchi non sapeva giocare. Ma erano così carucci, bianchi e neri, coi quadretti, i cavalli e le torrette. Per forza che in molti ci andavano pazzi. Lui allora, se proprio doveva, preferiva la Settimana Enigmistica, uno leggeva le definizioni mordicchiando la matita...

"Ti stai di nuovo distraendo, Giovanni."

"Non so che dire. Se non c'é contrattazione non mi resta che sentire cosa avete da dirmi... e la signora Pallavera?"

"Chi?"

"Il minestrone... ormai sarà freddo."

"Ah, sì. Prendi quello che devi darle e vai sulla porta. Riattivatela, e tu poi vedi di rimandarla a casa." Così fecero. La Pallavera era appena più confusa del solito e fu Giovanni a strapparle dalle mani contratte la schiscetta di polipropilene. 

Il capo riprese "Non posso certamente spiegarti l'intera situazione adesso, né sto chiedendo un tuo parere. Diciamo che ti sto comunicando l'investitura e che è importante che tu svolga il tuo compito in modo cosciente e, io spero presto, anche partecipato."

"Quindi il vostro calcolatore ha stabilito che è meglio usarmi piuttosto che... come è? Disatomizzarmi?

"Smolecolarti, sarebbe... smolecolarti." Il capo accarezzò la punta del suo revolver spaziale. "E' un procedimento interessante, tu ti intendi di chimica mi pare? Potrei solo cercare di darti un'idea perché le vostre teorie sono un po' rudimentali. I raggi S... " -

"Quelli color tuorlo sbattutto?" -

"... Si, quelli, convogliano una quantità di entropia negativa sui nuclei di un certo oggetto definito (e questa è la parte difficile tecnicamente, definire il bersaglio) che viene risospinto indietro in quello che voi chiamate "tempo" e torna così a fare parte del brodo primordiale. Da lui, Oh meraviglia! Si riformeranno stelle, pianeti, mari e foreste, scarrafoni, discariche abusive, ascessi e quant'altro. Rende l'idea?" -

"Direi di sì."

Giovanni era assorto, c'era qualcosa che lo tormentava. Poi finalmente tutto gli fu chiaro. "Anche se voi non lo prendete, vi dispiace se me lo faccio per me un caffè?"

Il capo assentì. Giovanni stava avvitando la caffettiera e un'altra sensazione, che alla caffettiera era strettamente associata, prese una forma definita. "Vorrei chiamare mia madre, se non è un problema, non è che voi sapreste ricaricare il mio telefonino perché ho qualche problema con il suo aggeggio."

Uno dei due assistenti prese telefono e caricabatterie. Poi estrasse dalla borsa un astuccio con dei piccoli attrezzi. Posò tutto sul tavolo e si immerse in un lavoro complesso di svitamenti e saldature.

"A lui piace farli così questi lavoretti", disse il capo, "ha una collezione di cianciafruscole tecnologiche di vari pianeti sui quali siamo stati... anche qui avete quelli che riparano le auto d'epoca e quelle cose lì, no?" -

Giovanni lo guardava affascinato sgranocchiando un biscotto della salute con un bicchiere di latte. "Ma voi non mangiate?" -

"Dipende", fu la laconica risposta.

Si viaggiare - LUCIO BATTISTI

https://www.youtube.com/watch?v=stA3AsW8Sl4

Il caricabatterie era tornato come nuovo. Giovanni fece il numero della madre e attese.

Rispose Sasha, come era ormai consuetudine. Giovanni fu molto tranquillo e convincente e dopo i soliti convenevoli si fece passare la madre. 

"Pronto, Giovanni?" 

"Ciao, come va?" 

"Io bene. Come mai chiami a quest'ora? Ti è successo qualcosa? -

"Noo... così, son qui che ho preso un giorno di ferie e..." -

"E come mai hai preso un giorno di ferie, cosa ti è successo?" -

"No, niente, avevo da fare delle cose in casa... "

" E non le potevi fare nel fine settimana queste cose?"

" Ma... è che doveva venire l'idraulico e allora..."

"Cosa si è rotto?"

"Uh, ah, il rubinetto della lavatrice sai, ora c'è una bacinella sotto ma non posso mica... "

"Addirittura! E come hai fatto a rompere il rubinetto della lavatrice?"

Giovanni cominciava a pentirsi di avere chiamato.

"Ah... senti, è arrivato l'idraulico, ti devo lasciare."

"La signora Alessandra voleva parlarti... "

"Ben, passamela, ciao"

"Ciao. Vieni eh?"

"Pronto, signor Giovanni?"

"Buongiorno Sasha, sono un po' di corsa... "

"Sì, voglio parlare un po'. Sa... ho un problema e forse lei può aiutarmi."

"Ma certo Sasha, volentieri... se le servono dei soldi... "

"Ma è cosa un po' più complicata ma... ci possiamo vedere nel solito bar, qui sotto?"

"Ma penso di sì, magari la richiamo perché l'draulico sa... "

"Possiamo vederci stasera? O domani? Prego non dopo domani... "

"Ma sì, d'accordo, facciamo domani pomeriggio alle tre nel bar Balruenz?"

"Grazie, sì, grazie, allora a domani."

Il telefonino suonò nella sua mano, spaventandolo non poco. Era il suo capo, o comunque quello che sul lavoro gli diceva quello che doveva fare e quello che non doveva fare. "Ciao Giovanni... aah... stai bene allora. Son contento. Ma cosa ti succede? Ero preoccupato... sai c'era da fare quella produzione e tutti qua ti aspettavano. Cosa ti è successo?"

Cazzo. La Produzione del Magniflok H40. Erano mesi che lavorava a quella linea... "Mi spiace... sì sono stato molto male stanotte ma ora mi sono ripreso."

Sperò, con una punta di amor proprio: "E avete dovuto rimandarla?"

"Noo... non si poteva sai, il cliente aspettava il prodotto già due giorni fa. Ha in lavorazione la qualità ad alta resa per il medio oriente. Se non lo prova adesso non lo prova più." Giovanni sentì un fastidio nell'organo del sistema limbico, o chi-per-esso, quello che si occupa dell'immagine di noi stessi. Il capo proseguì con la voce che simulava un tono tipo "è stata dura senza di te, ma grazie alla nostra buona stella... ", dal quale trapelava invece una turpe, seppur involontaria, goduriosa, soddisfazione. 

"Ci siamo buttati, sai... ed è andata."

"Ma," disse Giovanni, "hai trovato i miei diagrammi per le temperature, li avevo lasciati nel cassetto?"

"Ah,  diagrammi... no, no. Sai era un po' come pensavo. Alla fine abbiamo lasciato la temperatura sotto 40°C per tutto il processo di micronizzazione e tutto è andato una meraviglia." Giovanni adesso era decisamente contrariato. Avrebbe dovuto essere contento, no? Invece no. Avevano fatto il prodotto: avrebbe dovuto gioire... Nella sua mente stava prendendo forma una risposta che velatamente e con tranquillità, potesse comunicare che intimamente sperava che il suo capo morisse presto, di una morte carica di infamia. 

Poi vide, voltandosi leggermente che il marziano amante del vintage stava trafficando nel rubinetto... istintivamente gli disse "Aspetti, le chiudo l'acqua centrale... "

"Ma chi c'è Giovanni?"

"Ho dovuto chiamare l'idraulico... ti posso richiamare?" 

"Va bene, ma domani vieni?"

"Mi sa di no, sai, vado dal dottore perché ho qualche lineetta di febbre... "

Suonò il campanello della porta.

Tutti si immobilizzarono. Il telefonino prese a ripetere "Giovanni, pronto?" a intervalli fissi. E non mollava. Giovanni attaccò e provò una certa soddisfazione, laddove avrebbe, a rigore, dovuto dispiacersi. 

Workin man blues - JOHNNY CASH

https://www.youtube.com/watch?v=pSE8W2ELtLw

Una ragazzetta, sui ventidue anni, caruccia e piccoletta stringeva una cartellina al petto. "Buongiorno, sono Marta, delle forniture elettriche, ci risulta che lei stia pagando un prezzo molto più alto di quello base per la sua energia, posso vedere la bolletta?"

"Giovanni la guardò solo un secondo. "Se lei è ancora qui tra cinque secondi chiamo la Polizia e la faccio arrestare. Se non vorranno arrestarla la denuncio, mio cugino è avvocato e ne abbiamo già incastrati tre: così, per il gusto di farlo. Mi faccia vedere intanto la sua tessera di piazzista. Cinque, quattro, tre... due... "

La ragazza scoppiò in un pianto dirotto. 

"AAAaaa... uh... uh... tutti uguali siete!" Le sue spalle si scuotevano. 

"Lei è come il mio ex! Voi vi credete i più belli, i più bravi e disprezzate chi come me è debole... è pura hybris!"

"Pura che?"

"E' l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene." Lo disse un po' come fosse un piccolo esame di maturità, sul ballatoio, organizzato a suo puro uso e consumo.

"Ah... " Giovanni aveva dimenticato gli alieni, in quel momento. "Beh, c'è in quasi tutti i film americani... "

"Oh, sì. Ma non solo i film, sa." La Pallavera, dall'altro lato, occhieggiò da uno spiraglio ma richiuse subito.

"Me lo dà un bicchier d'acqua?" Disse la ragazza, e si scagliò sicura tra Giovanni e la porta. Passando nello studio si ingegnò di evitare i due alieni seduti per terra, mentre il capo era adesso comodo in poltrona. Si limitò a salutare con discrezione... "Buongiorno, scusate... vado via subito."

Giovanni la raggiunse in cucina e la aiutò a trovare un bicchiere, cosa tutt'altro che facile. Lei bevve con avidità e poi riempì un secondo bicchiere. Poi, con l'acqua nella destra, indicò un paio di volte in direzione dello studio con la sinistra e con la faccia strizzata chiese piano "Amici suoi?"

"Oh... sì, sì son venuti... a fare due chiacchiere."

"Son strani. Comunque, ognuno...  Sa che io ho uno zio che sa fischiare tutte le opere di Rossini dall'inizio alla fine? Fischia anche i recitativi. Da piccola andavamo da lui il sabato e ogni sabato ce ne fischiava una diversa. All'inizio era divertente, ma poi, con l'andare del tempo... a mia mamma è venuto l'esaurimento nervoso perché mio papà voleva andare a tutti i costi per via di un'eredità. Poi i miei si sono separati. Mia madre è... insomma, non ci sta più tanto. E' in un pensionato... capisce? Io contribuisco come posso. Mio padre è scappato in sudamerica con una ragazza lettone. Ogni tanto manda qualcosa." Si fermò e lo guardò, supplice: "Me la fa vedere la bolletta?"

"Non se ne parla nemmeno." 

Lei fece il sappìn. "Ai suoi amici di là potrebbe interessare una tariffa agevolata?"

Giovanni pensò che se insisteva se l'era cercata. "Se vuole, può chiederglielo lei stessa."

Lei non se lo fece ripetere.

"Buongiorno signori," attaccò, "sono Marta, delle forniture elettriche, ci risulta che voi stiate pagando un prezzo molto più alto di quello base per la vostra energia, chi è il titolare del contratto?".

Uno degli aiutanti accennò al capo. 

"In quale comune si trova la sua utenza, signore?"

"Ah, guardi... ". Sembrava in difficoltà. "Non è il caso, è molto distante... "

"Noi siamo presenti in tutto il centro-nord e nelle altre regioni siamo convenzionati con altre agenzie. Le posso assicurare che le nostre condizioni al momento sono le più vantaggiose del mercato."

Il capo rifletteva. Smolecolarla subito? Da un lato gli dispiaceva. Aveva fatto di peggio, purtroppo. Se giri per lo spazio intergalattico su una palletta di Titanio-Iridio non è che puoi sempre andare per il sottile. Però questa ragazzina aveva qualcosa di suo, qualcosa di speciale. Decise di improvvisare.

"Senti, io abito in Svizzera e là pago uno sproposito di corrente, non riusciresti neanche a immaginare quanto. Ma il fatto più sorprendente è che non me ne frega niente. Anzi, sono contento così, perché mio cognato lavora all'Azienda Elettrica e guadagna tanti di quei soldi che non sa come fare a spenderli, e infatti li mette in una banca svizzera, dove lavora mia moglie, che è ticinese, bella donna, che ha uno stipendio mensile pari al prodotto interno lordo del Burkina-Faso, con il quale ci compriamo tonnellate di cioccolato che divoriamo insieme ogni fine settimana nel corso di orge selvagge. Quindi..."

Giovanni si domandava come il balbettio dei loro primi contatti si fosse trasformato in quell'erompere creativo e fluente.

Marta invece pensava. "Avete una seconda casa in Italia? Per le seconde case i nostri pacchetti sono ancora più vantaggiosi... "

"Seconda casa? Figlia mia, in Italia io possiedo talmente tanti di quegli immobilli che per pagare l'ICI in genere ne vendo uno. Naturalmente poi ne compro altri ma fa tutto il mio amministratore, un certo... boh: son due anni che mi son dimenticato come si chiama. Ma se il problema sono i soldi... "

Estrasse dalla tasca un fascetto di banconote da 500 euro. "Toh, saranno cinque... diecimila. Ma mettiti tranquilla che noialtri dobiamo parlare."

"E di che?"

Era sfacciata. Ma simpatica. "Ecco è proprio lì il punto... si trattava di parlare di cosa avremmo dovuto poi affrontare... "

Marta avrebbe voluto chiedere il perché delle squame e dell'assenza di naso... che fossero ex-piloti di Formula 1? Anche gli occhialoni... 

THE SUBDUDES - Message man

https://www.youtube.com/watch?v=CZdQKIB4bhY

 Il capo si rivolse a Giovanni con tranquillità. "Bene, visto che la signorina qui si è intrufolata in modo truffaldino diciamo che anche lei è arruolata. E anche nel suo caso non c'è alcuna contrattazione. Diciamo piuttosto una vaga informativa."

"Un lavoro?" Chiese Marta. "Ma quanto fa al mese? Si illuminò: "E quindi quello di prima era un anticipo... Io però alle cinque al massimo voglio essere libera."

"Ok," disse il capo. "Il punto è questo. Il punto fondamentale, assolutamente necessario è che voi meditiate sul fatto che possiamo far di voi pastone per dar da mangiare alle nebulose in qualunque momento." Impugno il pistolone e lo puntò contro una sveglietta a pile che ticchettava su una mensola. Il raggio giallo uovo la colpì per un istante e questa non fu più.

"Nooo!" Gridò Giovanni! "Non quella, con la fragola di Strawberry fields forever! Era un regalo di Angelica!"

Il capo si rese conto della gaffe. Però a Marta, che era davvero molto sveglia il messaggio era arrivato forte e chiaro. "Ma allora... siete dei delinquenti?"

Il capo si tormentava un po'. "Ma... in un certo senso." E poi a Giovanni. "Mi spiace sai per la sveglia... sembrava una cosetta così. Noi riusciamo anche a rimolecolare le cose ma è una cosa molto più complicata e comunque non sarebbe esattamente lo stesso, cioè molti nuclei deriverebbero da energia presa in prestito." 

"Guardate, disse Marta, ma di che cavolo parlate? Senti Giovanni mio fratello ne ha una uguale con sopra i Bee Gees che suona Fever Night. Ti porto quella."

Giovanni la guardava un po' come un prete appena sbarcato nelle Indie Occidentali deve aver guardato il primo nativo in tutù di paglia incontrato sulla spiaggia. Era un sentimento di amore in fondo, di condiscendenza certo, ma anche di profondo rispetto per quella creta che si offriva a lui, pronta ad essere riplasmata e iniziata alla profondità dei misteri del mondo. Penso a John e poi alle tute bianche dei fratelli Gibbs e fu un momento di sgomento. 

"Possiamo ascoltare una cosa?", chiese. Tirò fuori un vinile da una lunga fila e lo mise sul piatto. Una musica malinconica ma molto dolce usci dagli altoparlanti, suonata da un... già, da cosa?

THE BEATLES - Strawberry fields forever

https://www.youtube.com/watch?v=HtUH9z_Oey8

Ascoltavano la canzone contrarsi ed espandersi sugli archi, le fanfare e la batteria irrequieta. I marziani sembravano registrare. Marta aveva un'espressione come a dire: "Dovrà pur finire prima o poi... " Alla fine, o meglio, dopo la fine, il brano ebbe un sussulto, come una bestia che ha un ultimo spasmo prima di morire.

Furono circa dieci secondi di silenzio. Poi Marta disse: "Questa robba non si può ballare neanche morti." 

"I Beatles", disse il capo, suscitando un certo stupore. "Beh," si giustificò, "noi facciamo le nostre ricerche, è ovvio. Non siamo qui in gita di piacere."

"Ah... davvero," disse Giovanni, "e cos'altro avete imparato di bello?" 

Il marziano bibliofilo parlò, inaspettatamente "E' molto interessante, ad esempio, quanto scrive il signor George Orwell, del quale tu possiedi  alcuni volumi nella tua piccola biblioteca."

Quel "piccola" gli diede una fitta di pietà di sé stesso. Era proprio "piccola", e fatta di libri da pochi soldi, edizioni economiche destinate a un pubblico poco specializzato di dilettanti. Orwell...

Il marziano continuò. Cito a memoria. " Le persone che meglio hanno capito il Fascismo sono quelle che o lo hanno subìto o che hanno loro stesse un qualcosa di fascista dentro." Giovanni sentì una leggera stretta nella pancia... perché aveva scelto proprio quella frase?

"Mi sembra un pensiero interessante disse il capo."

"Ma come farebbe lei a saper così bene di fascismo?" Chiese Giovanni, quasi con una vena di sarcasmo involontario.

"Mah... dopo aver valutato 12.945 pianeti... " "...46, con questo" - fece eco il marziano del bricolage - "Sì, dopo aver studiato 12.946, pianeti le nostre idee ce le siamo fatte."

"Uaz!!! Che figata!!!" Esclamò Marta sgranando gli occhi nocciola "Altro che Beatles e compagnia cantante!"

"Ah! Senti chi parla,  la signorina con la febbre del sabato sera. Mi sa che ti ha dato un po' alla testa... "

"Ma cosa vuoi tu? Senti qua... " Giovanni vide con orrore che stava estraendo il telefonino e che chiaramente si stava apprestando a sparare la sua salva di risposta. Già si aspettava le prime note di Staying alive e fremette di fastidio... e invece...

https://www.youtube.com/watch?v=CS9OO0S5w2k

Marta si era alzata e stava muovendosi al ritmo della musica, situazione che metteva sempre Giovanni in grande imbarazzo. Lei era sempre più concentrata. Poi Giovanni sentì che il pavimento oscillava leggermente. Si girò e vide che i due aiutanti stavano improvvisando una coreografia. 

"E vvai!" Urlò Marta e si unì a loro e l'insieme sembrava il balletto di Canzonissima. Il capo li guardava impassibile.

Alla fine Marta tese una mano con il palmo verso l'alto in direzione del bibliofilo e disse "Dammi un cinque!" Il marziano fece del suo meglio ma non fu molto convincente.

Il capo riprese, come se nulla fosse accaduto. "Tu non sei... fascista, vero Giovanni?"

"Ma no! Ma perché mai dovrei essere fascista?"

"Ho visto che hai sussultato prima e ho avuto la sensazione che pensassi a qualcosa di spaventoso quando ha enunciato quella frase di Orwell."

"Ma che ne so... voi piombate qui e prima fate i marziani del raggio della morte e poi mi montate un talk-show in salotto. E volete pure fare l'angolino della politica? Volete che vi faccia l'imitazione di qualche ministro? Vanno molto oggi."

"E' complicato Giovanni... Ascolta. Noi siamo qui per fare un lavoro ben preciso. Raccogliamo dati che mettiamo nel super-ristrutturatore che li invia all'Ufficio della Pianificazione del Pianeta Centrale."

"Vedi che c'è la Conquista dello Spazio! Lo dicevo io."

"Se preferisci. Il fatto è che la Terra appartiene già al possedimento del Pianeta Centrale da circa 20000 anni. Non c'è nulla da conquistare perché come ti ho spiegato non è prevista né possibile alcuna rivolta. Posso imaginare che vogliano verificare la presenza di qualche materiale o proprietà del Sistema Solare che ci torni utile. Ma io sono solo un tecnico e faccio solo supposizioni. Di certo la Terra è un bel posto come campo base. Certo, ora l'avete ridotta un cesso, però in confronto a Venere o Marte ci si sta benino."

"Comunque direi che il buon Orwell ci calza a pennello, siamo nel pieno di un romanzo di fantapolitica."

"Tutto quel che avviene deve prima essere immaginato. Fantapolitica, economia, storie d'amore, cronaca nera. E tutto quel che si immagina è già avvenuto. Ed è qui che io ho bisogno di te."

"Io e i miei aiutanti siamo una squadra da sempre. Come hai potuto vedere i miei amici sono stati scelti per le loro inclinazioni. Per citare un'altra frase attribuita a George Orwell... com'era? "

Si rivolse al bibliofilo che recitò con una certa grazia. "Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona. I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole, e i realisti con i piedi nel fango."

"Ecco, esattamente, quella. I miei due soci hanno visioni diverse e l'uno riesce a comprendere il senso di quanto andiamo facendo ma inutilmente gli chiederesti di riparare un semplice alimentatore fermionico. Si perderebbe a metà... L'altro è capace di rimettere in marcia una navicella spiaggiata da 30.000 tonnellate con un elastico. E poi, fatalmente, ci vuole qualcuno che coordini tutto questo." -  Giovanni pensò solo qualche secondo e poi gli venne una considerazione che sorprese lui stesso. "Sembra la barzelletta dei Carabinieri." 

"Cioè?" 

"Che uno sa leggere, l'altro sa scrivere... "

"E il terzo controlla i due pericolosi intellettuali!", terminò Marta. "Ne so un sacco! Ve le dico?"

"Penso che avremo molto tempo per le barzellette." Disse il capo.

"Per oggi mi preme di ribadire un concetto, che per voi cooperare non è un'opzione e che questo dipende molto poco da me e, inoltre, di chiarire una questione basilare. Quel che vi chiedo di fare non ha nulla a che vedere con la nostra missione ufficiale. Anzi, si potrebbe dire che si muova proprio in direzione opposta ad essa, sebbene noi si svolga il nostro compito di tecnici con la massima competenza e dedizione."

"Siete delle spie!" Esclamò Marta.

"No, non siamo spie e nemmeno criminali, per quanto ci si prenda a volte qualche libertà in barba alla burocrazie ufficiale. Noi facciamo parte di un vasto gruppo di esseri, un gruppo che non ha nome, né simboli. Un'associazione che non ha liste di iscrizione e non offre privilegi agli associati. E lavoriamo a una cosa che non è un progetto, non ci sono piani né mappe e nessuno fa computi o bilanci. Per quanto ne so è presente in tutto l'Universo e conta un numero sterminato di collaboratori appassionati. 

"Siete anarchici?" Chiese Marta.

"In quel caso avremmo un nome e un simbolo, direi. Per quanto un filo di anarchia non guasti in nessuna ricetta."

"Siete cuochi pluristellati, tipo Canna Vazzuolo?", tentò Giovanni, non senza ironia.

"Ben... ora diccelo, però." Disse Marta. "Che cazzo... voglio dire, che... oh Cristo... cioè, come minchia fate a riconoscervi?"

TOM WAITS - Bella ciao (Bella beautiful) -...I'm not afraid anymore.

https://www.youtube.com/watch?v=7U7lVXoN3cg

 OLTRE IL PONTE

https://www.youtube.com/watch?v=xfbUXsdBmbg

 "Ti assicuro che quella è la cosa più semplice. In genere è immediato e raramente ci si sbaglia. Si tratta sempre e solo di prendersi un po' di tempo per confermare la prima impressione. E in ogni caso, se ci si sbaglia il danno non è grave. Non ci sono riti di iniziazione né segreti da mantenere."

"Boh... ", fece Giovanni al quale il busillis non era sfuggito. "E a cosa lavorereste, di grazia?"

"Vedi Giovanni, il problema è proprio che a nominarle, le cose vanno in pezzi. E' un po' il contrario della vostra storiella della creazione, con quell'Adamo in costume adamitico che si aggirava a dar nome a tutto quello che trovava. - A te ti chiamerò Leone. Tè! E a te frullatore... a lei la chiamiamo Pina e suo marito Franco... quanto a questo albero... Pinus picea, senti che bello... - Un lavoro da bestie. Ma a parte le stupidaggini, non ti posso affatto dire a cosa lavorano queste essenze perché il loro lavoro svanirebbe magicamente nel turbine dell'idiozia. Ma son sicuro che un'idea te la farai. E d'altro canto, paradossalmente, se diventasse "La Cosa Che Non Si Può Nominare" saremmo comunque perduti!"

"Io son stata in un circolo buddista con un nome strano, che dicevano delle cose un po' così ma poi alla fine volevano del grano. Sarete mica buddisti? Io comunque soldi non ne ho..." Rifletté.  "A parte quelli che mi ha dato lei... "

EST - Childhood dream

https://www.youtube.com/watch?v=yPM_6T8XHEU

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Il giorno dopo Giovanni aveva la giornata piena, più che se fosse andato a lavorare. Aveva già visto il medico per la mutua e alle tre aveva appuntamento con Sasha per parlare di chissà che cosa. 

I marziani, che poi di Marte non venivano... gli extraterrestri (che è un po' come gli invertebrati, i pagani, i paramedici o il personale non docente), avevano detto che si sarebbero fatti sentire loro, un po' come i venditori di aspirapolveri o di salvezza eterna quando hai fatto l'errore di dargli i tuoi dati. Il proselitismo è una brutta faccenda, pensava Giovanni. Certo che, per quel che ne sapeva, le masse erano state capaci anche di grandi esplosioni di energia che, opportunamente veicolata fuori dagli stadi calcistici, avevano dato anche qualche frutto. 

Giovanni veniva pensato dal suo pensiero, più che pensarlo.

Il fascismo... pensò ai grandi scioperi... wu-wei. Il non-fare è più grande del fare. Il pensiero semplificato vuole che il fare sia più difficile del non-fare ma è noto che è tutto l'opposto. L'uomo rotola sul suo piano inclinato e fa le sue piccole scelte. Ma fermarsi è la cosa più difficile... ma forse fermarsi era già fare, frenare... e allora? In cosa consisteva il non fare? Rotolare giù annullando qualunque interferenza intenzionale? Lasciarsi andare alla spinta del campo gravitazionale, guidati solo dalla forza repulsiva che ci tiene alla superficie delle cose, senza permetterci mai di sprofondarci? Oppure fluttuare... ecco. Un bel nove miliardi di donne e uomini che fluttuano a mezz'aria, cozzando leggermente l'uno contro l'altro, belli rimbambiti come ci troviamo ad essere, felici della nostra vacuità, in attesa di quella bassa pressione che ci faccia esplodere nel caos indistinto della troposfera. Gli ricordava qualcosa...

Golconda» di René Magritte: il mistero della realtà | Frammenti ...

 Alle 11 e 00 era dalla Poltrona, che gli aveva accordato un appuntamento in un buco che le si era liberato. 

"Si accomodi, Giovanni, come sta? La mamma?"

"Oh... lei sta bene."

La Dottoressa Azzurra era uno di quegli psichiatri che si spendono un po' anche in un approccio verbale, senza saltare subito al ricettario e quindi al blocchetto delle fatture. 

"Son contenta. E lei? Come sta?"

Giovanni aveva deciso che, in nessun modo e per nessun motivo, avrebbe parlato degli extra-terrestri... solo che si accorse che non aveva più molto altro da dire.

"Io sto bene, ragionevolmente bene... "

La Poltrona lo stava studiando, lui lo sapeva anche se lei non lo dava a vedere. E allora se lo era voluto.

"Ho dormito bene. E prendo i farmaci e mangio regolarmente... sul lavoro le solite menate, niente di grave."

"Bene, bene... e la sua chitarra la suona?"

"Poco a dire il vero, ho avuto poco tempo... e poi c'è questo fatto degli extra-terrestri... "

"Sì?"

"E' una storia un po' lunga."

"Ho tempo. Si metta comodo."

"L'altra sera stavo andando a casa e ho visto questa gente che lavorava e credevo fossero operai... poi insomma son successe delle cose strane... "

"E cosa è successo?"

"Ma non sono sicuro, delle luci... è caduto un lampione e quei signori poi mi hanno seguito in macchina."

"E poi?"

"Ecco, non erano operai... sono... vengono da un altro pianeta. E ora ci dobbiamo rivedere. Abbiamo parlato. Non sono cattivi ma hanno una pistola con cui possono annichilirmi se... "

"E perché dovrebbero annichilirla?"

"Oh, beh, questo non è chiarissimo, però io dovrò fare delle cose."

"Che cosa?"

La Poltrona lo guardava con grande concentrazione ma molto rilassata.

"Nemeno questo mi è molto chiaro."

"E quindi cosa intende fare per non farsi... annichilire?"

"Io devo solo attendere. Hanno detto che saranno loro a farsi vivi. E quindi aspetto... senz'altro mi chiameranno."

"E le hanno detto "come" la chiameranno?"

"No, ora che ci penso. Ma hanno una tecnologia così sviluppata che non avranno alcuna difficoltà."

"E lei ha paura, adesso? O è tranquillo?"

"No. Non ho più paura... io, è buffo no?"

"Cosa è buffo?"

"Io sono contento... cioè, il medico mi ha dato un paio di settimane di malattia e ora me ne vado a casa e aspetto la chiamata dei marziani... o quel che sono, e intanto mi faccio la lavatrice, con calma e do da bere al mio Cissus. E lavo tutti i piatti e passo lo swiffer! Sì, guardi, se mi picchia nel cazzo... oh, mi scusi!"

"Non importa. Lo Swiffer diceva... "

"Sì, e quando la casa è pulita mi siedo nello studio e chiamo qualcuno che non sentivo da tanto tempo e faccio due chiacchiere... e poi mi faccio una bella pastasciutta; e, anzi, ne faccio un bollacco e ne porto un grilletto alla signora Pallavera!"

La Poltrona rideva. "Senta, mi sembra che lei non stia poi male. Facciamo così, metta in atto il suo piano: lavatrici e swiffer e tutto. Però mi richiami assolutamente, oggi pomeriggio tardi o in caso dovesse sentirsi meno bene. Prenda una di queste già dopo pranzo. Ci rivediamo presto comunque, eh?"

Giovanni sbirciò la ricetta. Olanzapina. "Questa è per i marziani, immagino?"

"No. E' per lei!" Una psichiatra spiritosa è un bene che viene dal cielo.

Si strinsero la mano e poi Giovanni andò subito in farmacia. Gli piaceva andare in farmacia, specie con la sua bella ricetta. Se poi erano psicofarmaci si immaginava il farmacista a pensare "Eccone un altro! Bastassero le pastiglie caro mio!". Ma lui fiero teneva botta. Insomma, il progresso sociale non era poi stato del tutto invano: si potevano comprare a testa alta preservativi e intrugli per i matti e nessuno ti poteva dire nulla, né A né BA, che sarebbe stato politicamente assai scorretto. 

Gli piaceva andare in farmacia, in cartoleria, nei negozi di strumenti musicali, nelle librerie, dal ferramenta... 

G. GABER (V. Savona) Ragiona amico mio

https://www.youtube.com/watch?v=eJxbjrVqIlw

La casa di Giovanni era alla periferia della periferia, sul fianco di una collina e prendeva poco sole e solo da una finestra ricavata in modo fantasioso in una specie di protuberanza dell'edificio. Era sceso dalla collina per andare dal medico e poi aveva preso la Metro per andare dalla Dottoressa Poltrona, che aveva lo studio in un quartiere centrale ottocentesco. Dalla periferia meticcia era arrivato al centro storico, da tempo svenduto all'industria del turismo di massa nel tentativo disperato e un po' tonto di sanare i buchi lasciati dalla demolizione dolosa dell'apparato produttivo: esistono molte forme di inquinamento.

Era ancora brutto e piovigginava. Ma Giovanni era contento in cuor suo. Gli piaceva aggirarsi in quei simulacri che sono le città occidentali moderne, prive di un qualunque punto di approdo, ridondanti di merci assolutamente improponibili sul piano estetico, inutili su quello pratico e quasi prive di una vita simbolica. La città gli piaceva, come gli autogrill e i centri commerciali, come gli shopping center degli aeroporti e le grandi stazioni. Sentiva Dioniso crescere in lui e mettersi in caccia, scrutare in cerca della preda, si eccitava, come un cacciatore nel folto del bosco.

La città prometteva, allettava con la promessa di poterti sfamare di cose appetitose con pochi soldi e lui prolungava questi preliminari allo sfinimento. Tramezzini, torte di verdura, pizze di tutti i tipi, rotolini primavera e focacce con le olive, con i peperoni rossi e gialli, farinate e fritti, panini farciti con sette cose diverse e salse della Madonna di Lourdes, salse guatemalteche e salse portoricane e specialità israeliane, hummus, foglie di vite ripiene... ripiene, melanzane ripiene, da asporto e tabulè o falafel con la salsa di yoghurt. Acciughe fritte come ai tempi che furono e che per fortuna non sono più... e però, vuoi mettere come friggeva le acciughe il nonno di mio nonno? Salami e prosciutti vivi, ancora sanguinanti e mozzarelle piene di veleni saporitissimi e cima con l'insalata.

Le trattorie ospitavano materne balcanici e yankee obesi, desiderosi di investire il denaro in un ridimensionamento della loro aspettativa di vita. Esse erano attraenti ma troppo costose per uno spuntino occasionale. 

La promessa della grande seduttrice veniva ahimè quasi sempre delusa. L'all you can eat gli dava il mal di pancia e sembrava tutto lo stesso pastone, il fritto era freddo. I panini erano ottimi ma erano poi pur sempre panini, e toccava mangiarli col culo al freddo e umido, che il grande Megarchitetto non gli era venuto in mente che uno dovesse anche mangiarsi un panino, a volte, e la pizza finiva per colargli sulle brache, tutta, prima di riuscire ad azzannarla. Il falafel era pieno di gente, brulicante e rimaneva alla fine sempre e solo quella tavola calda. Un tavolo davanti alla porta del cesso e un po' di minestrone mediocre o una torta di bietole con i fagiolini stracotti. E c'era da leccarsi i baffi, anche questa volta. E poi almeno una cameriera su due, a quell'ora, era facilmente ancora lontana dal crollo nervoso irreversibile.

Dopo pranzo riprese la Metro; tornava alla sua periferia per incontrare Sasha.

Una ragazza tatuatissima e vestita di pelle sembrava irrequieta accanto a lui. La vecchia parlava da sola. Il sudamericano col pitbull, di fronte, lo fissava. Tutti gli altri avevano la faccia nello smartphone.

Giovanni pensava e ripensava, che forse finalmente l'Olanzapina avrebbe dato la svolta. Non era possibile che solo lui si accorgesse di quella devastazione che ai più sembrava invece funzionale e vitale. Era un po' come con gli extra-terrestri. Si trattava chiaramente solo di invenzioni della sua mente. Il mondo aveva il solo torto di non essere identico al suo costrutto idealizzato. Il mondo, pensava Giovanni, era quel che era. E tutti lo comprendevano e se ne facevano una ragione. Solo lui sognava marziani e riusciva ad avercela su con la Terra del Bengodi.

Certo, sarebbe stato bello però che i marziani lo avessero preso con loro e che insieme si fossero lanciati in un'azione di miglioramento dello stato delle cose. Ma l'Olanzapina glielo avrebbe impedito. Forse non doveva prenderla...

Capolinea.

MOHAMED EL SAYED - Egyptian popular music

https://www.youtube.com/watch?v=HodqLy7vv38

Il bar Balruenz doveva il nome alla composizione di quelli dei vecchi gestori, Baldovino, Rudy e Enzo. Arrivò alle due e mezza e si guardava in giro. Aspettando prese un caffè e una brioche.

Il biliardo non c'era più. Quando lui andava lì era troppo giovane per giocare e Enzo vigilava senza alcuna concessione. Aveva invece dilapidato al flipper una quantità di monete da 50 Lire. Del flipper ci si innamorava, fisicamente. A tredici anni si è appassionati, e il flipper è un nemico terribile ma leale. Certo, c'erano Giuditta, la pallina che va giù dritta, e anche il tilt, che forse spostavano un po' l'equilibrio dalla parte del banco e limavano il margine di successo. Però quelli che sapevano giocare, giocavano. Balle non ce ne sono.

C'erano ragazzi del popolo che costruivano delle tecniche fatte di leggeri ancheggiamenti, di sensibilità nel polpastrello e di coordinazione tra le mani. I meccanismi elettromeccanici erano sensuali, morbidi ma elastici. Era possibile recuperare una sferetta maligna che mirasse appena sbieca alla buca con un gioco preciso delle due alette. Palo! Esclamava l'atleta. Si giocava per perdere, dato che vincere non era possibile. Forse se "giravi" il bar ti pagava da bere e ci saranno state scommesse clandestine, non ricordava, ma a lui non era mai successo. Erano altri tempi, gli uomini avevano ancora il loro spazio e la tecnologia il suo. Il flipper, come una chitarra, o un organo Hammond, era il prolungamento dei muscoli e dei nervi del giocatore. Erano gli anni '70. Poi è arrivata l'elettronica e con lei la vendetta dei topi che da anni trafficavano nei loro laboratori sotterranei con transistor, resistori e schermetti luminosi.

ELTON JOHN - THE WHO - Pinball Wizard

https://www.youtube.com/watch?v=joxyFDmh_LY

Giovanni era invero caduto vittima di alcuni  videogiochi ma non era mai diventato un virtuoso. Il mondo dentro lo schermo era sempre un po' troppo complesso per lui, c'erano cose che dovevi sapere e che il processore decideva in base a un suo algoritmo e indipendentemente dall'Universo circostante. Il videogioco era un microcosmo che imponeva le sue regole in barba a Dio, Newton, Einstein o la Costituzione. Diventava anche noioso, presto, ma nel frattempo avevi perso tempo e soldi e accumulato frustrazione. Oppure ti acchiappava: e allora eri finito.

Come per l'alcolista, per il tossico o per chi è dipendente dal sesso, il videogioco è una monomania. Certi alcolisti bevono solo Stock 84, almeno finché possono permetterselo. A volte si salta da una sostanza all'altra... ma è solo una toppa, un rabbercio.

Adesso nel locale c'erano due video-poker che emettevano delle musichine e dei borborigmi periodici. Ma non davano più fastidio di tanto perché a farla da padrone c'era il megaschermo con i videoclip musicali. Orwell... gli tornò in mente. Anche là c'erano schermi in ogni dove. E anche qua pareva che nessuno fosse autorizzato a spegnerli o, almeno, ad abbassare un po' il volume.

Ma Orwell, non poteva immaginare a quale penetrazione sarebbero arrivati gli schermi fluorescenti nei nostri cervelli in così poco tempo. Com'era quella frase... "lo Stato totalitario fa di tutto per controllare i pensieri e le emozioni dei propri sudditi in modo persino più completo di come ne controlla le azioni." Ed è per questo che lo amiamo: sinceramente.

Entrò Sasha, cicciottella e un po' trafelata.

THE WHO - BABA o'Riley - 1978

https://www.youtube.com/watch?v=Gu9HhYv0C7E

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 "Cosa prendi?"

"Io prendo un capuccino, solo capuccino che sono grassa!"

"Ma cosa dici? Sei un figurino."

Giovanni aveva già ingollato la sua pasticca, ma non gli sembrava di sentire alcun effetto particolare.

"Sì... sì. Non c'è molto tempo, la mamma è sola."

"Sì, ma possiamo anche andare poi su a parlare."

Dallo schermo un giovinastro blaterava di fatti suoi su un tunz-tunz piuttosto elaborato e sebbene non si comprendessero le parole era molto difficile concentrarsi.

Un uomo al banco scherzava con la barista sorseggiando una birra a canna. 

"Senti Giovanni, ho bisogno di andare qualche giorno a mio paese, mio marito non sta bene, mi sembra... insomma un po' fuori di testa..."

"Ah. Ma quando pensavi di partire?"

"Se parto dopodomani c'è pulmann con altri ucraini e tutto va bene sennò non so. Ma anche mio figlio è a casa e io non so... "

"Ah capisco... io sono in malattia. Forse potrei farmi assegnare da mia madre il domicilio fiscale, non ho idea di come funzioni. Beh se devi andare..."

"Ma come malattia. Sei malato? Mi sembra che stai bene!"

"Sì, in un certo senso."

"Non c'è senso: o si sta bene o si sta male. Tu come stai?"

"Io... come dire? Anch'io sono un po' fuori di testa, ecco, anche se non è chiaro. Voglio dire che a volte dò un po' i numeri del lotto. Comunque al momento tutto è sotto controllo."

"Se dai numeri di lotto dalli anche a me! Avrei proprio bisogno. A me sembra che tu sei tranquillo, hai lavoro e vuoi bene alla mamma. Ma è vero che non hai fidanzata... ragazza?"

Giovanni un po' si pentiva di aver tirato fuori quel rospo. Però parlare con Sasha era bello, gli piaceva e ogni volta finiva sempre per farsi un po' coccolare. Però questo era un po' un punto spinoso.

"No son da solo, sai, ho avuto delle ragazze ma poi adesso sono un po' di anni che son da solo. E in fondo non sto affatto male."

"Un uomo non può stare bene solo. Cosa sei? Un prete? No, uomo ha bisogno di donna e poi di fare bambini. Se Dio manda. E sennò va bene uguale. Ma di donna tu hai bisogno. Vedrai che poi non dai più numeri di lotto!"

"Ma, scusa, hai appena detto che tuo marito è fuori di testa."

"Appunto. Perché io lontana. Lui allora si mette a fare cose stupide. Tutti uguali gli uomini. Allora io torno e rimetto lui sulla riga diritta." Sorrise. "Cosa succede? Hai problemi con droga? O alcol?"

"Ma no! Figurati... "

"Allora donnacce? Qui tutti a parlare bene di donnacce ma poi ci sono problemi. Giochi con soldi?"

"Ma no! Non faccio niente di tutto questo."

"Allora non c'è problemi. Che numeri dai?"

Rimase immobile dieci secondi "Mi capita di vedere cose strane e comunque ce l'ho sempre un po' su con tutti."

Sasha si massaggiava la mandibola. "E quanto sono strane queste cose?"

"Mah, diciamo che a volte penso di aver visto cose che non ci sono... "

"Al mio paese c'era uno che vedeva marziani: figurati, diceva che parlava con omini verdi e che lo avevano portato su astronave! Era tutto scemo. Ma tutti volevamo bene a lui. Beveva un po' e girava per paese. Dormiva in capanna e faceva lavori nei campi. Era scemo ma tanto bravo, sai. Ora morto. Congelato... Povero Ivan."

"Ah beh. No, io non vedo marziani e astronavi. Soprattutto astronavi, non mi pare... "

"Tu sei bravo ragazzo, sarai un po' stanco... senti... "

"Sì?"

"Per viaggio, puoi anticipare qualcosa? Io avrò forse bisogno anche di soldi per spese di dottore e... vorrei fare regalo a mio figlio... "

"Beh, sì. Quanto ti serve? Cinquecento?"

"Sì cinquecento va bene. Tu sei bravo ragazzo... se vengono marziani chiamami che li ammazzo io!"

Sasha gli mostrò le sue forti mani bianche.

PUPO - Gelato al cioccolato

https://www.youtube.com/watch?v=VSXNl44bSiQ

Giovanni uscì dal bar e prese a destra, verso la piazza. Era un pomeriggio tiepido e la luce era già grigia. Erano gli stessi luoghi ma non provava alcuna nostalgia, tra le auto tutte uguali accatastate in disordine. Non sentiva nostalgia passando davanti al nuovo supermercato e non sentiva nulla muovere il suo cuore mentre incrociava gli adolescenti con le cuffiette che fumavano pesante. Il tondino arrugginito che sorreggeva le tele forate di plastica arancione, con i tappi rossi ad adempiere le norme di sicurezza, non gli dava alcun brivido mentre costeggiava l'antica villa che era stata municipio di delegazione, ridotta a quel che Manzoni avrebbe definito un "antro muscoso" o un "foro cadente".

I pezzenti di mezzo mondo, che l'altro mezzo langue ancora in disperarzione, nel loro Gran Tour nel Paese del Sole avrebbero trovato quel che ci si aspetta da sempre. Meraviglie sparpagliate, circondate da ruderi del boom economico, opere ambiziose di ingegneria avveniristica ignare del muschio che si divora baracche putrescenti a pochi metri di distanza.

Ricordava molti anni prima i pomeriggi al Bar Balruenz, venati da una malinconia dolente e resi cancerosi da certa musica, la musica italiana. Lagne fatte per uccidere l'entusiasmo e fanfare di scemenza che lo spaccavano in due senza che lui potesse difendersi, che ancora non ne aveva i mezzi. 

Pensò che forse la storia della sua vita era stata solo un viaggio durante il quale tutto quel che era accaduto, lo studio, gli amori, il lavoro e l'alterna salute era stato solo un prezzo da pagare per conseguire un risultato: emendarsi, purificarsi, annientare e mettersi alle spalle l'orrore di quelle boriose cazzate canore. Ma era stato difficile e in fondo, ora lo sapeva, impossibile da portare veramente a termine. Però, nel mare dei crimini armolodici in cui si nuotava nella patria solatia, si era costruito un rifugio di zattere, utilizzando quel che il caso e la ricerca di volta in volta gli fornivano.

La chitarra era un'alleata che si era conquistato a fatica: un ragazzetto di periferia doveva abbozzare per iniziare e transitare tra i peggio melodici e cantautori, perché quello era quel che si aveva nelle orecchie. Ed è dalle orecchie che passa la musica, lo sanno bene i venditori di pozioni verdi a 70 dB, pozioni che colano nell'orecchio come certo veleno shakespeariano. Ma nella ricerca estetica non è importante saper quel che si cerca: è fondamentale aver ben chiaro quello che non ci interessa. 

E così, come succede in fondo a tutti quanti, il suo percorso di fuggitivo era stato segnato da marce di trasferimento e svolte improvvise alle quali, dopo aver arrancato sotto il peso dello zaino, ci si trova di fronte all'improvviso un paesaggio vastissimo e meraviglioso che, visto da sotto e da un'altro angolo, si presentava solo come una collezione casuale di case e colline affastellate.

MAHLER - Adagietto sinfonia 5

https://www.youtube.com/watch?v=Les39aIKbzE

Poteva ricordare alcune delle epifanie improvvise, i momenti in cui frammenti di sé erano apparsi nel mondo.

Il giorno in cui aveva infilato l'audiocassetta verde di Please Please Me nel mangianastri forse attorno al 1975.

Quando i Dire Straits erano apparsi sul teleschermo con le loro stratocaster coloratissime pochi anni dopo.

I Blues Brothers, che danzano in uno dei soliti piatti e bisunti servizi del telegiornale, di quelli che sembrano voler dire "sì, il mondo è una chiavica, ma a te chettefrega, vattene al cine e non ci pensare che ci siamo qui noi." Avrebbe visto quel film 23 volte, circa, probabilmente più di ogni altro nella sua vita.

Ricordava quando era caduto in ginocchio davanti alla TV mentre Simon and Garfunkel cantavano Sound of  Silence a Central Park e Francesco Guccini che canta La locomotiva dal vivo alla festa del Primo Maggio con un groove meglio dei Rolling Stones.

Adesso non riusciva più a ricostruire l'ordine preciso. Le compilation su audiocassetta erano state veicoli privilegiati delle sue illuminazioni; tra queste una collezione antologica di capolavori del jazz, Naima e My favourite things di John Coltrane, Swinging Shepherd Blues di Ella Fitzgerald...

Ma fu solo più tardi che il jazz assunse una forma più distinta, dopo che la chitarra di B. B. King aveva già segnato una via. Alla radio, nell'eremo di una delle lunghe stagioni solitarie della sua vita, a mezzanotte, ogni sera una trasmissione proponeva i classici, i perni della storia del jazz e la tromba di Miles Davis infranse definitivamente quello che sembrava un limite invalicabile. Eccolo il jazz, che meraviglia! Com'è possibile? Com'è possibile che tutto sia così cangiante, cosi multiforme, così vibrante, appassionato eppure così matematicamente perfetto, sfuggente, complesso eppure rigoroso?

Cosa importava di fronte a tanta bellezza che il mondo fosse una valle di lacrime? Come aveva scritto un autore italiano che lui amava: è facile da sopportare la miseria se si può cacare da signori. 

Libertà e creatività nella musica, era il titolo della trasmissione.

PAOLO CONTE - Sotto le stelle del jazz

https://www.youtube.com/results?search_query=paolo+conte+stelle+del+jazz

MILES DAVIS - The man I love - Take 1

https://www.youtube.com/watch?v=f13hyaCuU9U

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E ora le menate. Che palle. Era più di un mese che non si metteva in contatto visuale con il Pianeta Centrale. E sì che avrebbe dovuto farlo una volta ogni settimana terrestre. Ma non veniva giù il mondo, per così dire.

Il capo era seduto davanti alla trasmittente spenta e cercava di raccogliere le idee. Prese la tavoletta con i dati aggregati della missione e la accese. C'era la storia del giro su Venere che andava coperta. Non era stata autorizzata a priori dal centro operativo. Però avevano raccolto un sacco di dati su "Terra" e avrebbe cercato di impressionare Snorkel sul piano scientifico. Sapeva bene che Snorkel non ci capiva nulla e che era interessato solo ad allineare i dati che riceveva con gli obiettivi e ricevere così qualche aumento in potere di acquisizione o un avanzamento di grado. 
Snorkel era il suo funzionario. I Capi Missione li chiamavano così tra loro, il "mio funzionario" con il tono con cui si può dire, ad esempio, "il pòlipo che ho nel culo". 

Se sommergeva Snorkel di dati scientifici e tecnici questi era costretto a far finta di comprenderli e nell'ansia di corrispondere almeno un po' alle aspettative sparava delle cazzate pazzesche che davano al capo un margine di spopravvivenza. Qualora Snorkel fosse riuscito da subito a portarlo invece nel suo "carruggio", era finita, si rischiava di vedersi appioppati nuovi compiti e limato l'amor proprio.

Il capo raccolse la forza, attivò il compensatore relativistico che riallineava i tempi soggettivi, e spinse il pulsantone rosso sulla consolle della palla interplanetaria.

Snorkel apparì dopo meno di un secondo sullo schermo, abbronzato. Sì perché sul Pianeta Centrale c'era questa cosa di farsi le lampade. Le squame prendevano una bella tinta argentata, come avessero dato una mano di bronzina. Era molto elegante nella sua tunica di Vrin-Vron, (il Vrin-Vron Style era apprezzato e imitato in mezza galassia). I vips facevano arrivare gli articoli di moda da Vrin-Vron per corrispondenza. Con il teletrasporto era un scherzo.

Le due V incrociate sul petto griffavano vistosamente la preziosa stoffa bianca a righine rosse e dorate. 

"Buongiorno capo 3.41." Disse, con un tono esageratamente cordiale.

"Buongiorno Snorkel, ha un bell'aspetto. E' stato in vacanza su Aristea?"

Snorkel si irrigidì. Per quanti avanzamenti Snorkel avesse potuto infilare nella collanina della sua carriera, Aristea sarebbe sempre appartenuta a un altro mondo. Sull'enorme satellite andavano in vacanza (più o meno permanente) i rampolli degli azionisti dei grandi colossi produttivi con i loro favoriti e favorite e un po' di personaggi che serviavano per il colore locale. I rampolli a volte avevano già sessanta o settant'anni ma rampollavano cionondimeno.

A rigore nessuno era poi certo che Aristea esistesse...

"Capo, atteniamoci allo scopo della chiamata che come sa ha un costo per l'Agenzia. Il livello di carburante è nei limiti tabellati?"

"Sì, certamente, e abbiamo raccolto una quantità di dati interessanti come avrà avuto modo di vedere... "

"Purtroppo ci sono stati molti incontri per la riorganizzazione della struttura dirigenziale, cose indifferibili, e quindi non ho ancora avuto tempo. Lei non ha idea della vita che devo fare per mantenere attive le missioni e fornire al contempo un quadro coerente e accettabile al Consiglio Logistico. Ma io ho dedicato tutta la mia vita a questa causa e quindi lo faccio con piacere, con entusiasmo."

"Capisco, comunque "Terra" è un plausibile punto di snodo per operazioni sul sistema solare, qui sono presenti pressoché tutti gli elementi con un'abbondanza di silicio e metalli di transizione... "

"Non attacchi con la chimica, capo... " disse Snorkel, sorridendo soavemente. "Anch'io l'adoro ma abbiamo cose più importanti da dirci. Stasera sono a cena con il Consigliere per l'Etica la Sicurezza e la Privacy delle missioni e voglio essere preparato. Erano settimane che aspettavo un suo rapporto e mi ero già rassegnato a improvvisare." 

 "Sì certo, la commissione E.S.P., sì... e cosa vuole sapere?"

"Devo aggiornare il formulario "F" della vostra missione. Mi serve una dichiarazione aggiornata e firmata di osservanza dei parametri di consumo e un rapporto sull'uso di tute e altri strumenti di sicurezza. Ma queste sono formalità. Dovete aggiornare il modulo sulla segretezza, che è importante, ma, soprattutto mi deve fare una relazione sugli apetti etici della missione. Se avete ucciso o smolecolato qualcuno mi deve mandare i soliti rapporti relativamente alla necessità e all'urgenza di tali azioni. Quanti esseri terrestri avete annichilito?"

"Al momento mi sono limitato a imbalsamare un topo. Imbalsamazione reversibile."

Il capo era perplesso. "Cos'è un topo?"

"Oh, è una cosa grossa così che vive nei buchi, qua e là, con quattro zampette."

"E sono loro a controllare il pianeta?"

"Oh, beh, in un certo senso... è difficile al momento dire chi controlli veramente questo posto. In ogni caso ci sono creature piuttosto complicate sul piano psichico che possiedono una rudimentale tecnologia."

"Ora che me lo dice ho visto il rapporto elettronico su un'esecuzione sospesa. Il punto è che detesto di andare ad annichilire esseri locali se non ho ancora le relazioni dei capo missione. Se ci fosse un controllo ne avrei un sacco di guai. Bene. Ora vedrò cosa posso fare per sbloccarla se è il caso. E' un pericolo per la missione?"

Il capo sapeva che non avrebbe dovuto in nessun modo far trasparire una sua evidente opinione a quel punto. Sarebbe stato controproducente. In ogni caso ora che l'esecuzione era sospesa era possibile che rimanesse a girare nei calcolatori come una palletta da un ping-pong per un po'.

"Lo abbiamo individuato ed è tracciato. Sono pronto a smolecolarlo in ogni momento, Snorkel." Fu molto convincente. Forse per ora non sarebbe accaduto nulla. 

"Bene capo. La sua missione è una missione scientifica, esplorativa nel bene della futura pace di quel quadrante. Annichilisca tutti quelli che deve annichilire ma sia certo che tutte le operazioni siano svolte all'interno del protocollo E.S.P.  Bene, bene... Mi mandi le relazioni. Per ora mi sembra tutto. I suoi aiutanti? Se ben ricordo non erano di prima scelta... li abbiamo affidati a lei perché lei ha molta esperienza. Sono due tipi un po' strampalati ma non mancano di talento. Li tiene d'occhio?"

"Certamente. Io mi fido totalmente solo del mio smolecolatore!" Risero fragorosamente anche perché la battuta implicava dei doppi sensi che ai terrestri risultano un po' oscuri.

"Salute capo."

"Salute Snorkel."

La comunicazione fu interrotta.

Snorkel, pensava il capo, non senza una certa reverenza, è un mentecatto.

Ed è grazie a persone come lui, rifletteva, che il mondo si tiene in piedi e si mantiene vitale e allegro nella sua pomposa marcia verso il progresso. Gli spiacque in quel momento che questi eroi, questi giganti, nella loro totale dissennatezza non potessero comprendere l'assoluto valore metafisico delle loro azioni. Certo, si concedevano altre soddisfazioni. Che fossero baldracche o abiti di lusso, sogni di una moralità ridondante da operetta o le piccole felicità combinatorie che li riportavano a quando da bimbi giocavano con i cubi, sfuggiva loro (ed era però fatale che fosse così) il contributo attivo che davano a quella danza che tornava a rimescolare le carte a ogni nuovo giro  e che permetteva di riprendere così ogni volta da zero, come se ogni essere fosse il primo ad apparire nel tempo.

Senza di loro tutto si sarebbe cristallizzato, forse, in una noia di cui non si riuscirebbe nemmeno a intuire la portata... eppure...

Prese il suo diario e scrisse: " T.G. 456' 67. Ho avuto una conversazione con Snorkel. Pochi minuti dopo mi è parso di comprendere... "

GEORGE WALKER - In praise of folly

https://www.youtube.com/watch?v=Own0rchHgPY

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Giovanni aveva preso un treno. Sarebbe dovuto andare a casa, il sistema previdenziale lo teneva per malato. Invece sentì la voglia di cambiare percorso. Domani si sarebbe trasferito da sua madre, nell'appartamento pieno di stanze disabitate.

Era salito su un treno locale e alla stazione centrale aveva cambiato. Guardava le cose fuori e gli davano un conforto profondo, scorrevano tranquille, quotidiane, erano i palazzi e i muraglioni di sempre. Le persone avevano già vestiti invernali e si stringevano dentro le giacche pesanti mentre attendevano sulla banchina. Un uomo sceso dal suo stesso treno, con un abito blu di taglio classico e la cravatta passò proprio accanto al suo finestrino portando la sua cartella di pelle. Aveva più di cinquant'anni e un'aria molto seria. Giovanni aveva atteso che risalisse dal sottopassaggio dall'altro lato dei binari e lo aveva seguito fino a quando era scomparso oltre il cancelletto.

Giovanni era sceso poco dopo in una stazione minore, in un quartiere sul mare. Il tempo era sempre incerto e c'era molto vento. Secondo l'orario aveva un paio d'ore se voleva tornare con l'ultimo treno. Camminò venti minuti, a passo svelto e giunse nel luogo che si era dato come meta, il primo che era venuto alla mente. Quando arrivò alla grande chiesa, alta sulla scogliera, scelse una panchina, allontanando appena l'umidità con la mano, e si sedette per contemplare il mare e lo scarso bagliore che si intravvedeva sull'orizzonte.

Si ricordò che lui era nato in quel luogo, nell'edificio che aveva alle spalle. In quel posto era tornato molte volte pensando poco al fatto che era stato partorito nella villa che si intravedeva tra gli alberi.

Il cordone ombelicale di Giovanni era stato reciso in un luogo estraneo al nucleo della sua memoria, della sua sensibilità. Abbiamo un bisogno insopprimibile di appartenere a qualcuno, a qualcosa ma c'è sempre il rischio di fare confusione. Il nome di una nazione o di una città non rappresentano oggetti nel mondo, ammesso che nel mondo ci siano oggetti. E così quel luogo si trovava sì in quella città ma nella sua sensibilità era lontano dai luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza quanto la terra dalla luna. Vi erano invece nel suo cuore anche luoghi e persone che si sarebbero potuti dire stranieri, se fosse la geografia delle mappe a governare lo spirito.

La passeggiata a mare nel clima inclemente e nel crepuscolo era quasi deserta. Per sfuggire la solitudine, quando lo mordeva, Giovanni cercava di guardarla dritta in faccia così come scrutava quel mare scuro. Piantato sulla panchina umida come un rivetto, gettava uno sguardo ai rari passanti. Uno di questi si fermò e lo chiamò con allegria:"Giovanni! Guarda che ti cresce la muffa dietro alle orecchie!"

Era un collega di un tempo, Vincenzo, e Giovanni fu contento di vederlo, lì per caso.

"Vincenzo! Mannaggia!" Si abbracciarono. "Sei sempre più un bell'uomo tu! E io mi invecchio!"

"Non dire così! Che fai qui' Sei venuto a farti due ciocchi?"

"Oh, sì, come me la spasso io. Bisogna saper vivere, e io modestamente ... "

Vincenzo era bello, dolce e virile al contempo e Giovanni aveva sempre pensato che fosse stato donna non se lo sarebbe fatto scappare. 

"Ma cosa fai qui a T. ?" Chiese Giovanni.

"Sono venuto a sistemare delle cose a casa mia e così vado anche a salutare mia sorella. Sta qui adesso, vive con il suo compagno... "

"Beh... se è un compagno, nulla da ridire."

"Ah sì, il comitato lo tiene d'occhio e vigila che non sgarri."

Ci sono persone con le quali chiacchierare è come intonar stornelli, uno scambio giocoso e di suoni. 

"E il lavoro a M. ?"

A lui Giovanni non avrebbe detto degli extraterrestri, a che scopo? E poi, pensò, di certo erano ripartiti, erano più di 24 ore ormai che non ne aveva segno. Che l'Olanzapina avesse cominciato a fare effetto?

"Il lavoro è un po' moscio ma va bene... si lavora, senza sprescia... e tu?"

"Io sarei in mutua... ma niente di grave, ero un po' giù in questi giorni e il medico è stato comprensivo. Ora lavoravo a un nuovo prodotto ritentivo, non era male, avevamo visto delle cose e si cercava di portarlo in produzione... però in azienda c'è questa situazione un po' così."

"Eh sì, lo so. Può darsi che si aggiusti... anche se, ti dirò in tutta franchezza che ho la sensazione che si sia messa un po' male. Parlavo con Pino che mi ha telefonato e pare che stiano parlando da parecchio tempo con una finanziaria... ben devo andare che mia sorella mi aspetta a cena, chiamami se vuoi parlare, eh?"

Giovanni tornò a sedersi sulla panca, voleva stare ancora solo qualche minuto. Pensò dapprima al lavoro e ne ebbe una fitta. Poi pensò agli extraterrestri e si accorse che era con grande dispiacere che temeva che fossero ripartiti e avessero abbandonato il loro piano, quale che fosse. Infine alzò lo sguardo sul mare dal quale il vento staccava una sottile nebbia di goccioline salate e si rese conto che dall'immenso padre lo separava solo quell'arrugginita ringhiera azzurrina...

THE BEATLES - Within you without you

https://www.youtube.com/watch?v=HsffxGyY4ck

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FRANK SINATRA - That's life

https://www.youtube.com/watch?v=B_DLEF2faqY

 

Aspettava l'ultimo treno e non era coperto abbastanza. La stazione non dava ripari e lui temeva che il suo treno potesse essere cancellato per uno qualsiasi di quei motivi che le ferrovie tirano fuori quando cambiano programmi.

Invece il treno arrivò, puntuale e tiepido, con pochi passeggeri sparpagliati, proprio come piaceva a lui. Appena seduto squillò il telefonino.

"Ciao, sono Marta!"

"Oh, Marta, ma come hai il mio numero? Ah, per via del contatore."

"Oh, macché contatore, me lo ha dato il capo, ovviamente."

"Il capo? E a lui chi l'ha dato?" la domanda era stupida e se ne rese conto lui stesso.

"Senti quelli hanno tutti i numeri dell'Universo, mi par di capire. Se quegli straccioni della mia compagnia di brokering avessero i loro file si potrebbero permettere finalmente delle bagasce come si deve."

Giovanni era contrariato, cosa che in fondo gli capitava assai spesso.

"E perché hanno chiamato te? Non potevano chiamarmi direttamente?"

"Ma cosa ne so... " Pausa. "Forse avevano poco credito!" 

Giovanni pensò che era sempre così, che tutti lo aggiravano, lo by-passavano e che nessuno lo prendeva mai sul serio, nemmeno gli extraterrestri. Perché lui era troppo bravo... come la signora Pallavera. Sì, dei citrulli se ne approfittavano tutti e Marta già gli metteva i piedi in testa.

"Senti ma cosa ti hanno detto, vorrei capire un po' anch'io."

"Da capire c'è poco. Mi hanno mandato una mappina sul cellulare, mi hanno detto di chiamarti e dirti: "Domani alle 17."

"Io non potrei uscire fino alle 18, per via della mutua. Comunque mandami la mappina."

"Sei noioso Giovanni, ma che ti frega? Io domani vado un po' in giro che, marziani o non marziani, il lavoro per ora non lo voglio perdere. Metti che questi ripartono... la mappina comunque non è condivisibile. Sarà una cosa di sicurezza."

Un altra stretta allo stomaco.

"Senti, ma io son proprio l'ultimo qua?"

Marta cambiò un po' tono:  "Non te la prendere dai, io son sola stasera e del resto non è una novità. Potremmo mangiare qualcosa da me... se ti fidi. Ho dei surgelati molto buoni e anche dei pomodori, così ne parliamo un po'... mica che io poi ci capisca tanto in questa storia di alieni." Gli disse l'indirizzo e Giovanni pensò un po' stupito che era una zona da ricconi.

"Ma certo, scendo alla stazione centrale prendo l'87/A e son lì ... massimo mezz'ora. Prendo qualcosa?" 

"Non ho pane. Ma non credo che ne troverai. C'è un Pakistano però, non lontano da qui, sempre aperto e forse ha delle cose confezionate... Suona Valdimandrei."

Valdimandrei. Sembrava il nome della principessa sul pisello. Marta Valdimandrei. Ma Giovanni era sempre stato fuori luogo, una volta più, una meno non avrebbero fatto la differenza. Per i vestiti non doveva preoccuparsi. E così quarantacinque minuti dopo, invero un po' emozionatino, pigiava il pulsante dorato sulla plafoniera dorata accanto alla targhetta luminosa e vagamente tridimensionale con il cognome indicatogli: G. Valdimandrei. Sarà stato il padre?

Marta aprì, in una tuta blu, con gli occhiali e i capelli raccolti. La casa era enorme e piena di quadri e altre opere che avevano l'aria di essere robba seria. 

Da una stanza a lato del lungo corridoio proveniva una musica.

LOVE - Everybody's gotta live

https://www.youtube.com/watch?v=PNdMvW75LaE&list=RDPNdMvW75LaE&start_radio=1&t=16

Giovanni era infastidito, ma cercò un tono ironico un po' smussato, tipo che era-strano-ma-che-lui-era-un-uomo-di-mondo-e-ne-aveva-già-viste-e-non-si-stupiva-certo. "Certo che ti lamenti ma ti pagano bene i truffatori delle compagnie pseudo-elettriche."

"Guarda che ti sbagli di grosso. Questo posto è di un parente di mio padre e io uso solo una stanza. Quando mio padre se n'è andato si sono accordati. Il bastardo mi fa pure pagare qualcosa perchè, dice, non vorrebbe che io mi sentissi in imbarazzo. E poi pago la mia parte di bollette... "

"Con la tua azienda?" Chiese Giovanni.

"Oh, ma che cazzo ne so. La corrente è corrente. la paga il trippone e io gli dò un fisso. Comunque c'è un cessetto meraviglioso, tutto per me e posso usare la cucina a patto di tenerla pulita."

Nella cucina, una cucina con un vecchio impianto, col lavandino di marmo e mobili di legno bianco, un microonde gigantesco mandava aromi di pasta al forno. Marta armeggiava con piatti e posatame. Tirò fuori una bottiglia di vino da uno scaffale. Era seria pure quella. Giovanni le porse il sacchetto con le due Moretti da 66: "Queste le puoi tenere magari per te... qui ci sono delle specie di piadine indiane... "

"Grazie. Rubiamo al trippone il suo barbera, che tanto a lui fa male." Versò.

Giovanni bevve un generoso sorso. Marta, guardava nel microonde. Marta... Il secondo sorso gli diede quel leggero fremito.  Marta... e quella strana casa. Ma perché i marziani avevano contattato lei? 

"Sai Giovanni, io sono contenta che i marziani abbiano contattato me, ma non perché ci tengo a essere in vantaggio." Beveva.

"In vantaggio su cosa, scusa? Qui io come sempre non ci capisco una fava... cosa ti hanno detto?"

"Uh, ma sei già paranoico sai! Ma su niente, appunto! In vantaggio su una bella briscola!". Giovanni rise. "Una briscola? Avete giocato a briscola coi pesci?" Marta ghignava. Il primo bicchiere era andato giù e già il lungo cammino dal big-bang alla morte termica dell'universo appariva più sopportabile.

"Sei un coglione Giovanni... dico che se non mi avessero chiamato, ora non saresti qui perché col fischio che tu mi avresti invitata a casa tua che poi detto francamente è un'immonda topaia... "

"Casa mia è un cult. E un must... " Giovanni si versava altro barbera e la bottiglia aveva ormai l'aspetto di una cosa in divenire.

"Secondo te," chiese Giovanni con un'espressione concentrata, "è mezza piena, o mezza vuota? Statti attenta perchè sembra una domanda banale ma in realtà è un test. E' fondamentale per chi voglia essere assunto nella mia società o voglia diventare la mia fidanzata, o anche solo la mia donna delle pulizie... "

"Donna delle pulizie... "Marta ridacchiava. Mise in tavola le lasagne al forno scongelate alla perfezione. Roventi. Giovanni si ustionò mentre aspettava la risposta.

Lei rifletté: "Sai che Torquemada usava soprattutto besciamella per indurre gli eretici a rinunciare a Satana?" 

Giovanni soffiava "....Haccscio sciai 'a idehe... " Tracannò. "Comunque se aspetti ancora a rispondere la bottiglia collasserà in uno stato di vuoto classico e la mia domanda non avrà più senso." 

"Allora ti stupirò. La mia risposta dipenderà da quale delle tre opportunità io stia perseguendo. Se si trattasse di essere assunto dalla tua azienda, e comunque non vedo come tu potresti condurre una azienda anche pulciosa, direi mezza piena, ovvio, e testimonierei la mia attitudine positiva e progettuale. Se si trattasse di diventare la tua fidanzata, ipotesi ancora più surreale, direi che la bottiglia è mezza vuota e lo farei con un'espressione corrucciata e sofferente che provocherebbe in te un istinto di protezione e possesso irrestibile. Se poi aspirassi a diventare la tua sguattera per un pezzo di pane, direi che non ho capito la domanda cosicché ne dedurresti che io sono cognitivamente perfetta per una posizione servile e subordinata. E' piuttosta facile."

Era infatti stupito. "Non sei affatto una cretinetti come sembri, disse." Le lasagne ora si lasciavano sorbire con cautela.

"E tu ti credi più furbo di quello che sei. Comunque queste cose le ho studiate a un corso di marketing, probabilmente paccottiglia per pezzenti come me, però non mancano di un loro fascino perverso."

Le lasagne al forno, assieme al barbera, erano deliziose. Giovanni sentì che doveva lodarle "Io non capisco questa stronzata dei ristoranti e cazzate varie. In ogni città ci dovrebbe essere un enorme magazzino distributore di surgelati, che poi oggi sono generalmente più buoni di quello che ti danno in giro, e poi in ogni quartiere dei giganteschi centri culturali con dei grossi microonde dove la gente si troverebbe a mazzi per fare quel cazzo che gli pare e mangiare con due euro."

"Sarai mica comunista? Guarda che non funziona, c'erano già ste cose ma poi tutto va a ramengo. E' la natura umana. Il grano deve girare così la gente si motiva."

"Si. La natura umana. E gli extra-terrestri allora?"

"Gli extra-terrestri? Guarda che non sono extra-terrestri... vieni, andiamo di là che faccio una canna."

Giovanni ne ebbe una trafittura, ma era scema? O cosa?

La seguì nella vasta stanza, arredata con mobili di legno scuro e teli con grandi colori accesi, pochi libri e un computer su un basso tavolino. Regnava un vago disordine... Marta fece partire una musica, un sitar, una melodia indiana. Uscì sul terrazzino nell'odore del mare in una notte cittadina stranamente silenziosa.

RAVI SHANKAR - Evening Raga

https://www.youtube.com/watch?v=KpFCaovSk2U&list=RDKpFCaovSk2U&start_radio=1&t=52

"Non mi sembra ballabile... " Dissse Giovanni rientrando.

"Tu te le leghi al dito, eh? Comunque adesso dobbiamo farci una canna mica ballare... "

"Senti, è importante, però... cosa vuol dire che non sono extra-terrestri?"

Lei fu scorretta. "Ma tu credi agli extra-terrestri? Comunista posso ancora capirlo, ma gli extra-terrestri, scusa, mi sembra che esageri."

"Ma allora chi sono quei signori secondo te?"

"Ci sono delle multinazionali oggi che possiedono tecnologie che tu non puoi neppure immaginare, figlio mio."

"Diciamo che è l'ultima volta che mi chiami "figlio mio", disse Giovanni divenuto un po' aggressivo."

"Ok, ok. Senti, a te può sembrare strano che abbiano il raggio della morte o che sappiano tutti i numeri di telefono del globo o che siano in grado di far apparire e scomparire le cose. Ma il punto si chiarisce appena prendi in considerazione l'ipotesi che non è affatto così. Solamente, loro hanno, tra le altre, la capacità di farti vedere quel che vogliono. L'ho letto su questo libro." Passò la canna appena accesa a Giovanni che pensò con un doloroso senso di colpa alla dottoressa Poltrona. Che poi chissà quante se n'era fatte canne, lei che parlava tanto.

Marta leggeva da un libro bianco e azzurrino, con una sopracoperta sulla quale era riportata la foto della terra vista dallo spazio.

"...è quindi possibile che queste tecnologie... biribì, biribì... che di fatto esistano già modalità di impiego delle proiezioni virtuali e della programmazione neurocognitiva... biribì... in linea di principio questi metodi potrebbero permettere di operare un controllo della società da dentro operando in modo diffuso... biribì... in modo da prevenire in un futuro prossimo qualunque conflitto e portare a una distribuzione equa delle ricchezze.... alfine un miglioramento della visione che l'uomo ha di sé stesso e quindi dei suoi standard valoriali... Figo no?"

"Ma è fantascienza!"

"Ah sì, perché gli extra-terrestri invece li trovi negli ovetti kinder!"

Giovanni sentiva un senso di vaghezza, pur avendo respirato pochissimo di quel fumo denso e aromatico...

BEATLES - Norwegian wood

https://www.youtube.com/watch?v=Y_V6y1ZCg_8

Giovanni si lasciò andare sul materasso, Marta parlava, prima distante, poi era venuta a sdraiarsi accanto a lui, e la sua voce si stemperava ed era memoria che tornava, nelle immagini dei caratteri da stampa che seguivano le parole... Tu non mi ascolti ...Giovanni, vieni che è già in tavola, le lasagne... no, sei piccino tu il vino non lo vuoi, dalla bocca che rideva colava una goccia purpurea e zuccherina... in bici voglio andare...  sotto il manubrio correva la strada sempre più veloce, ma non poteva alzare la testa, gettò i piedi sull'asfalto e sentì le scarpe sulla punta sfregare... scarpe da tennis bianche e blu senza la punta ormai... correva velocissimo ma i freni li avevano messi sulla canna della bici, delle grosse manopole argentate, avrebbe dovuto lasciare il manubrio, unica sicurezza.... Giovanni lasciati andare...  una voce di uomo e gli diede un grande sollievo. Dietro di lui su tre tricicli i marziani, in formazione che volavano molto vicini... Lasciati andare Giovanni, non c'è forza, non c'è nulla, lasciati andare...  volava a corpo libero e i marziani facevano brevi acrobazie attorno... dai suoi pantaloni colava un liquido verde, una gelatina che sembrava Slam... colava, era tantissima e lui ci affondava le dita... Giovanni, fai  veramente schifo, gli diceva Marta, ridendo disgustata... mentre correva in avanti... Giovanni, le lasagneeee... le lasagne Giovanni... non te lo dico più, arrangiati!

K. R. & The First Edition - JUST DROPPED IN

https://www.youtube.com/watch?v=6WUTlCTi7fg

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Avevano fatto colazione insieme da Marta e nel pomeriggio del giorno dopo si erano visti in una piazza di quella periferia della città che sfumava nelle valli e nelle colline a nord, infiltrate da cemento e asfalto come da un'infezione fungina, come da quei percolamenti di tubazioni invisibili, nascoste nelle solette marce. L'acqua si fa le sue strade, si sa, e così fanno il cemento e i geometri comunali. 

Salendo dal basso però, le necessità della vita degli uomini, con le loro soluzioni raffazzonate e provvisorie, lasciavano spazio al freddo e silente mormorio del bosco nella stagione autunnale. Un mormorio fatto di una putredine più sottile, che oscillava producendo un suono quasi armonico che, a una più attenta osservazione, non rivelava inizio, fine o consolazione. In quei boschi sconfinati, tra incisioni e creste, nel fango e tra la moltitudine dei tronchi risuonava però, vaga, la promessa di uno smarrimento o di un sonno.

"Giovanni cerca di prenderle bene queste curve o ti vomito nell'autoradio."

"Sei sicura che sia da questa parte... "

"Certamente. In quelle case che abbiamo lasciato da un paio di chilometri ho appioppato un contratto a dei vecchietti sei mesi fa. Un superProMega, robba che non te la levi più per dodici anni. Sembravano contenti. Di certo per il primo mese hanno avuto in offerta i buoni per ritirare delle lampadine a basso consumo al centro commeciale. Continuavano a dire "Gratis, signorina?" con gli occhi sgranati. In un certo senso li ho fatti felici. E comunque la corrente, come dico sempre, da qualcuno la devi ben comperare." Pensava. "Si saranno messi i LED anche nella stalla. E' un bel risparmio."

Ci fu un altro silenzio. "Chissà perché hanno deciso di iniziare l'opera di innovazione del mondo proprio da Ronzasco... "

"I contadini?"

"Ma no... i signori della MicroMisterInnovation&Co. qua, i finti pesci."

"Ma cosa dici? Sono extraterrestri, vuoi smetterla con queste fantasie? Cos'hai detto? Micro... "

"Ma sì, la-qualunque. Non sono mica stupidi, non sono mica quotati in borsa. O meglio, lo sono senz'altro ma in modo complesso e criptato. E comunque sei l'unica persona che conosco che creda ancora agli extra-terrestri. Ho fatto un po' di ricerche su internet e c'è tutto. Sono dei filantropi... " Scrutò assorta dal finestrino. "Che poi fa rima con licantropi!" Fu presa dalla ridarella.

 A una curva apparvero la cava e le baracche con l'ondulina e ormai era scuro. "Ci siamo." disse Marta guardando il telefonino.

Giovanni accostò e spense il motore. Marta gli si fece vicina. "Ti guardavo dormire stanotte e non sei affatto brutto lo sai? Se diventiamo dei miliardari filantropi anche noi ci facciamo una villa a Malibu con seimila ettari di parco e i servi negri e le guardie latino-americane armate. E voglio anche un chihuahua."

"Il chihuahua te lo scordi. Non potrei mai andare in giro con una donna con uno di quei buffi cagnetti... poi lo so: manderesti me a portarlo a pisciare e farei la figura... beh insomma: niente chihuahua, questo è sicuro."

"AAAhh! Sei omofobo! Ti ho beccato. Un omofobo che crede ai marziani e che non vuol bene agli animali. La tua situazione si fa più delicata di minuto in minuto. E tutto perché non credi nel libero mercato. Se solo mi avessi comprato una fornitura elettrica... ma ormai è tardi, sei compromesso, hai passato la notte con me e questo chiede riparazione. Ti ho in pugno. Se non farai tutto quel che vorrò andrò da Vanity Blair con lo scoop: ho anche le foto."

"Che foto? "

"Le foto di te che dormi colla bolla al naso in camera mia, strafatto. Se non le vorrà Vanity Blair potranno interessare alla tua mamma. Allora: quando convoliamo?"

Nel fianco della collina, di fronte si allargava una lama di luce gialla...

WEATHER REPORT & MANHATTAN TRANSFER - Birdland

https://www.youtube.com/watch?v=jYr_3fCWYJI

CHARLIE PARKER - The bird

https://www.youtube.com/watch?v=KYQCwoas3r

La figura del capo si delineava nella porta che si era aperta nella roccia. Aveva una specie di toga verde.

"E' bravo con gli effetti speciali il tuo filantropo."

"Già... "

Una musichetta affiorò alla coscienza di Giovanni... --- Re-Mi-Do-Do(sub8)-Sol.... ---... si ripeteva, in circolo: un signore giocava col purè. Che buono il purè di patate...

"E' evidente che si tratta di una messa in scena, comunque," sibilò sprezzante Marta.

"Ah sì? E da cosa lo vedrebbe la signorina-so-tutto?"

"E' una considerazione di carattere negativo, diciamo. Se fossero veramente extra-terrestri e avessero tutti questi poteri non avrebbero bisogno di tutte queste cazzate. Avrebbero già concluso il loro business, quale che sia e se ne sarebbero andati o ci avrebbero ingabbiati. E' la stessa storia dei maghi che danno i numeri del lotto alla televisione."

"Sei pazza."

 " -Io- sono pazza?"

 Giunsero alla porta e il capo li invitò ad entrare. Una grotta, con alcuni mobili essenziali e una climatizzazione ineccepibile. Gli aiutanti erano sdraiati su quelli che sembravano triclini. Verdini. C'era questa tonalità di verdino che doveva piacere molto ai pesci-filantropi.

"Bella la toga," disse Marta "dove l'ha presa? Cioè, è fatta su misura o è pret-a porter?"

"E' molto comoda per quando ci si rilassa alla base. Me l'ha fatta su misura una sarta in una microgalassia a un bel po' di anni-luce da qui. E anche molto tempo fa, ora che ci penso... Ci siamo stati a lungo, il pianeta era controllato dalle nostre forze rigidamente per via dei satelliti ricchi di anidride solforosa e solforica di quel sistema. La vita lì era comunque abbastanza piacevole perché sono esseri molto semplici e tranquilli... o forse perché è un posto pieno di lagune e boschi..."

"Si, sì... ma certamente..." Marta annuiva con una luce furbesca negli occhi. "La microgalassia... con le foreste... capisco... ".

"Posso offrirvi qualcosa? Ho praticamente tutto, per così dire. Se mi fate una richiesta lo si può preparare in pochi secondi. Come quel Balthazar dei vostri cartoni... "

BALTHAZAR - La scalata di Orazio

https://www.youtube.com/watch?v=HCbW_WDK-Oo

"Mai sentito... " Era sempre scettica.

"Potrei avere un latte, menta e orzata?" Disse Giovanni che non ricordava neppure se l'avesse mai bevuto quando cotale bevanda esisteva.

Marta era un po' spiazzata, pensava: poi volle vedere di cosa erano capaci. "Vorrei un Ovomaltina con dentro due bustine di Pippo Frio."

Perfino sui musi degli esseri squamati, incapaci di vere e proprie espressioni facciali, comparve un vago accenno di ribrezzo.

Lei si corresse. "Beh, magari una busta sola... la mia mamma me lo faceva a volte, quando stavo brava. Un suo zio aveva una specie di drogheria di paese e quando era fallito c'erano rimaste un sacco di schifezze che tenevamo in un baule. Quella roba lì non andava mai a male. Erano cose della guerra fredda... "

Il capo fece un cenno all'aiutante tutto-fare che palesò dalla tasca un aggeggino in tutto simile a tutti gli altri aggeggi che aveva usato per fare tutti gli altri mestieri. Porse loro due grandi bicchieri, spuntati non si sa da dove, e manovrò alla bisogna producendo i due liquidi. L'uno scuro e ribollente e l'altro pallido, omogeneo e anodino.

Giovanni lumava il suo drink e si rese conto che era dello stesso colore della toga del capo, dei triclini e il resto... un caso?

"Mi piacerebbe farvi qualche domanda, ora che ci conosciamo un po'." Il capo si era seduto su un grosso cuscino un po' peloso che faceva da pendent al resto.

"Tu, Marta, sei contenta della tua vita?"

"Uaz! Non è che stai lì tanto a girarci in giro tu, eh?"

"Non devi rispondere per forza, ovviamente... Se preferisci... "

"Io? Diciamo che non è una domanda che ti fanno ogni momento... " Giovanni la osservava e il latte-menta-orzata era buonissimo. Marta, si vedeva, era contenta che qualcuno glielo avesse chiesto, laggiù, in fondo in fondo, era contenta.

Quel beverone assurdo la riconduceva ai colori della tappezzeria del divano dove si allungava da bambina. "Io... sì, sono contenta, insomma... non è che guadagni moltissimo adesso ma ho diverse idee."

"E tu, Giovanni, sei contento?"

Nell'ambiente si stava diffondendo una musica adesso, come una lentissima milonga, molto intonata con l'arredo.

"Io... a volte sono contento, c'è questa cosa che non si riesce a spiegare bene: ci sono quei momenti che io sono io e non potrebbe essere diversamente. E' molto bello. E poi, per la maggior parte del tempo no, sono... sono come un mitragliere in trincea che aspetta il nemico. Piove: e la guerra era già finita... "

K. BURRELL & JIMMY SMITH e co. - Be yourself

https://www.youtube.com/watch?v=kmpCHsE1Mlo

Tutti rimasero in silenzio nella musica che riempiva il volume della stanza come una sostanza fluida e soffice.

"Il mio lavoro mi annoia." Disse il capo con una grande tranquillità. "All'inizio, e parlo di centinaia di anni, tutto è stato piuttosto interessante. Adesso mi annoia. Però questa cosa di viaggiare rimane divertente. Il lavoro di studio su bestie e spazzatura, fluidi e disavventure sociali dopo un po' è tutto uguale, da un capo all'altro dell'universo. A volte c'è un pianeta leggermente più strano e allora facciamo festa, ma non dura. Il lavoro in sé forse sarebbe anche bello... ma noi tecnici dell'esplorazione siamo come levrieri allevati per correre a 100 all'ora e poi messi a trainare pesanti slitte avanti e indietro. Da A a B, da B ad A...  Sarebbe da ammazzarsi, seppure i frutti del lavoro poi, nel lungo periodo, siano anche visibili. Fortunatamente tutto questo non occupa più veramente le nostre menti, lo facciamo come ci si gratta. E come vi ho detto lo facciamo pure bene."

Marta aveva occhi sottili: "A me questo lavoro interessa. I soldi che mi avete dato sono buoni, ho controllato.

Conosco queste tecniche di colloquio, le ho studiate a un corso di management in rete. Avete una telecamera? Comunque... beh... non è importante. Dove sarebbe la sede di lavoro? Io non ho problemi con trasferte anche all'estero. Se la paga è consona, è ovvio... "

Il capo si lasciò andare un po' in avanti e poi si appoggiò, i gomiti sulle gambe e i pugni a sorreggere la testa pesante.

"A te non la si fa, eh?" disse e guardò Giovanni, che si strinse nelle spalle. 

Adesso nell'aria risuonava un fandango, suonato da una chitarra, struggente, dolcissima. L'assistente tutto-fare produsse un vassoio metallico con un assortimento di dolcetti in molte tonalità di verde e servì del tè in splendide tazze di ceramica. Verdine, con una righina decorativa bianca. A Giovanni, nella memoria proustianamente potenziata dalla bevanda, che pure non ricordava di aver mai bevuto, fu chiaro dove aveva già visto quel verde: il bidé di sua zia Marisa.

Il secondo assistente si era alzato e, tornato poi a sdraiarsi sul triclinio, si era risistemato con un grosso tomo rilegato in stoffa accanto e chiaramente non attendeva che un cenno.

"E tu Giovanni," disse il capo, "che mi sembri meno impulsivo, saresti disponibile a trasferte all'estero, ad esempio su alfa-centauri?"

"Ma è ovvio che è disponibile, solo che noi siamo soci e se assumete lui dovete per forza prendere anche me... c'è... c'è un contratto!" Marta faceva le facce a Giovanni.

"A beh... io, cioè, noi ci dovremmo pensare... ci sarebbe mia madre e anche Sasha che ora parte ma poi... "

"Che discorsi!" Disse Marta. "Anch'io ho mia madre a cui pensare. Resta inteso che me la porto su alfa-centauri e che deve essere tutto pagato. Voi sapete bene che non è il caso di badare a spese. Nessuno può fare questo lavoro come noi, e voi lo sapete bene!"

"Che lavoro?" Chiese il capo.

"Oh beh, questo lo sa lei, ma certamente sa anche perché tra i milioni di persone che si agitano la fuori ha convocato noi qui stasera nel vostro... ufficio... " Marta era cosciente che uno dei punti fondamentali a un colloquio di lavoro è quello di non svendersi, di contrattare con fermezza e guadagnare contrattando la stima dell'intervistatore. Sentiva di aver messo un paletto importante.

Il capo si alzò e manovrò una palletta... le luci si abbassarono. "Ben, ora mentre pensiamo un po' a tutta questa storia il mio socio ci leggerà qualcosa."

Tornò a sedersi. A un cenno l'aiutante con una voce molto calda iniziò a leggere, calmo e concentrato.

"Un Tarsi tornava verso il villaggio la sera, sul pianeta di Indivar, il pianeta delle foreste verdi e delle praterie. I suoi sandali di fibra strisciavano nella polvere della strada. Accanto a lui il fedele Ainimo trotterellava, avanzando curioso e fermandosi poi ad aspettarlo. Il Tarsi era stanco. Ogni giorno, un giorno che su Indivar dura 27 spazi di tempo, andava a vendere il raccolto del suo orto e i prodotti dei suoi allevamenti alla cittadina. 

Era sereno. Ed era contento della sua vita. Era contento del mattino, della colazione che prendeva con la sua famiglia e del cammino nell'aria frizzante, con la cesta in spalla. Conosceva i frutti e gli alberi che incontrava e il canto degli esseri del cielo. 

Al villaggio, con gli altri Tarsi e le loro compagne a sera, bevevano il succo fermentato dei frutti della stagione e parlavano dei lavori che si sarebbero dovuti fare. Ogni dieci giorni pranzavano tutti insieme e danzavano e recitavano i poemi improvvisati nella tecnica tradizionale. Si può desiderare di più?

Alla salita che conduceva al primo pianoro, giunto che fu dove le rocce affioravano dalla terra e la foresta digradava sulla destra verso il torrente, si fermò ad aspirare l'aria della primavera, sotto il cielo cristallino colore del lapislazulo.

Una creatura alata bianca e nera solcò da sud la volta sopra di lui. Non era grande ma lo sorprese il fatto che non ne avesse mai visti prima di quella fatta. Eppure li conosceva tutti...

Quando fu sopra di lui lo vide chiaramente, armonico, bellissimo con lucenti penne bianche nella coda e una testa nera di grafite splendente.

Una freccia sibilò dal fitto degli alberi saettando perpendicolare al volo del piccolo angelo: lo trafisse esatta come un teorema nel corpo soffice, leggero. Senza produrre un suono quella particella di cielo si staccò dal proprio volo e divenuta un goffo fagotto ruppe in basso avvitandosi e cadde proprio ai piedi del Tarsi.

Questi si chinò e la raccolse. Era ancora viva. Socchiudeva gli occhi e respirava. La freccia l'aveva infilata da parte a parte ma non si vedevano ferite vive o fluidi vitali sgorgare dai punti di ingresso e di uscita. Il Tarsi la raccolse e delicatamente la pose nella cesta. Sapeva che estrarre una freccia può causare quegli effetti che questa aveva mancato penetrando. La punta era di un metallo lucente e allungata, e la coda della freccia era una penna di Ugur gigante, bianca e marrone. Al paese c'era chi avrebbe saputo fare meglio di lui. Chi mai aveva scagliato quell'ordigno? Nessuno cacciava più da anni in quella landa.


Il tempo si era guastato, si udivano dei rombi sopra le montagne dove la luce scuriva in un manto plumbeo. E anche questo era strano per quella stagione. Si affrettò un poco e la pioggia fortissima lo colse a cinquanta metri dal paese. Corse direttamente alla casa del mago e bussò. Il vecchio Tarsi lo fece entrare e appreso quanto era successo depose l'essere del cielo sul suo grande tavolo. Respirava ancora e come prima apriva a tratti gli occhi di carbone.

"Una freccia di Beldevoth. Non credevo ne avrei più riviste... che io, vivo, ne avrei più riviste."

"Ma... cos'è questa creatura?"

"Non lo so. Non so chi o cosa sia questo splendido natante dell'aria. Ma conosco Beldevoth e so che per lui è stato impossibile resistere al desiderio di distruggerlo. Passami quella borsa, anche se è assai arduo operare con sapienza su ciò che non conosci... "

Il mago estrasse un sacchetto dalla borsa, ne cavò dell'erba e la mise in un piccolo braciere e la incendiò. Un lieve filo di fumo saliva e si stratificava e rifilava via da un camino in alto. Il Mago aveva acceso due grosse lampade ai due lati del tavolo, si inginocchiò e nel suono della pioggia intonò un canto, come una nota che si alzava e si abbassava. Prese poi un piccolo seghetto e con grandissima attenzione segò la punta e la coda della freccia lasciandone solo lo spessore di un dito ai due lati. Poi bagnò le due estremità con un liquido leggero. L'essere ebbe un fremito. Si dedicò con cura a rasare le piume attorno alle due ferite e ancora versò del liquido. Smussò appena la freccia da un lato per eliminare qualunque scabrosità. Preparò un barattolo che conteneva una specie di pasta viscosa, scura accanto a lui e vi pose una spatola all'interno ma non prima di averla passata su una lampada. Poi ordinò: "Ti prego, accendi il fuoco che comincia a farsi freddo e poi torna qui e tienilo fermo, ma senza fare alcuna forza più del necessario."

Quando il fuoco fu vivo il mago prese i due monconi recisi della freccia e ve li gettò con un gesto che sorprese il suo amico. Si rese conto che non l'aveva mai visto in preda all'ira.

Tornarono al tavolo e il mago fece scorrere via il bastoncino rimasto, lento ma anche con fermezza e continuità. L'essere continuava a respirare. Il mago prese in mano il barattolo con l'unguento... una stilla di liquido blu, limpida e rifrangente uscì dalla ferita, dallo stesso lato dal quale era scivolata via la freccia. Il mago rimase impietrito a osservarla, con il vasetto in una mano e la spatola nell'altra. I suoi occhi erano terrorizzati e la rabbia si infiltrava in loro come un veleno.

Poi sembrò calmarsi e con lentezza applicò una piccola quantità di sostanza su entrambe le ferite e vi depose sopra una foglia di Aidan.

"Al momento non c'é più molto da fare."

"Chi è Beldevoth?"

"La tua domanda è lecita ma non ha risposta se è della sua identità che parliamo. Ma se vuoi una storia te la posso raccontare. Beldevoth aveva l'aspetto di un Tarsi, ma non era uno di noi. Parlava come noi ma non era come noi. Un giorno giunse nel villaggio senza nulla, bellissimo, scalzo e vestito di una tunica azzurra. Beldevoth non sapeva fare nulla ma chiedeva ospitalità al falegname ed imparava da lui quel poco che bastava a far piccoli e inutili sgabelli. Poi si faceva amico il cucinatore e gli regalava i suoi sgabelli. Diventava servo nella cucina rubava i pezzi di nutrimento che sostituiva con pezzi di scarto. E poi seduceva la moglie del cuciniere e il cuciniere lo volle uccidere ma Beldevoth chiedeva giustizia e gli fu concessa. Il cuciniere impazzì e Beldevoth con la sua amante, e il cibo fasullo e gli sgabelli facevano feste e chi partecipava portava metallo o sculture e Beldevoth ringraziava. Tutti lo amavano perché era bello e sapeva parlare con lepidezza e tutti volevano diventare come Beldevoth. Tutti facevano sgabelli di legno e cucinavano e facevano feste. Beldevoth divenne il capo del villaggio e tutti erano contenti. Io solo comprendevo chi era. 

Quando venne il vento del sud, e io ero ancor giovane, la campagna si asciugò e ci fu una grande carestia. Nessuno sapeva più scavare pozzi. Provarono in tutti i modi ma avevano pochi e rozzi strumenti. Molti morirono e chiesero a Beldevoth ma lui non sapeva. Provò a convincerli che tutto sarebbe passato, che ognuno, immobile sul proprio sgabello attendesse il ritorno della pioggia, risparmiando l'alito per i pochi gridi da un capanno all'altro. 

ENZO JANNACCI - Il monumento

https://www.youtube.com/watch?v=hpkjBYC2HAE

Poi un giorno, allo stremo, tutti, come presi da un'idiozia di segno opposto si rivoltarono a Beldevoth. Ma Beldevoth li aveva anticipati ed era fuggito nella foresta nella quale rimasero a testimoniare di lui solo le frecce avvelenate che aveva imparato a fabbricare."

"Ma non ne ho mai sentito nessuno parlare... "

"Nessuno a parte me è vivo oggi ed era vivo allora. Hanno sentito a volte le storie dai loro padri e nonni ma poi le hanno volute dimenticare. I loro genitori ne raccontavano con poca voglia e così finirono per pensare che era una fantasia o un'esagerazione e che in fondo le siccità ogni tanto arrivano e che si trattava solo di una leggenda... "

"E le frecce?"

"C'era chi diceva che fossero di un tempo molto antico. Chi sosteneva che erano scherzi fatti da altri nel villaggio. Poi si pensò che semplicemente non era il caso di badarci troppo. Divenne un giuoco di parole: - Credi ancora alle frecce di Beldevoth! - . Chi ne trovava una si guardava bene dal parlarne e così semplicemente scomparirono dalla nostra vista e dalle nostre giornate."

Si udì in quel momento in alto un rombo più forte. Si avvicinarono al tavolo. L'angelo aprì gli occhi. Fu l'ultima volta. La pioggia si fece più forte. Un'altra goccia blu di cielo della sera si staccò dalla ferita. Scivolò sul tavolo. Il ventre piumato, per metà bianco e per metà nero, si fermò. Ci fu uno schianto terribile, che si prolungò e un torrente di acqua che si rovesciò sui tetti e sentirono gli altri urlare uscendo dalle case. Alla pioggia ci volle lo spazio di un pasto del giorno di festa per lavare via il villaggio e tutto quel che conteneva.

MARVIN GAYE - Inner city blues

https://www.youtube.com/watch?v=57Ykv1D0qEE

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Giovanni vedeva il bosco di castagni dove andava per funghi da bambino. Era il capo di un filo di pensieri che aveva preso il via da visioni vaghe di montagne e foreste di un pianeta che, non solo non conosceva, ma che presumibilmente non esisteva nell'universo, scena di un racconto fatto da marziani che erano a detta della sua psichiatra il frutto della sua testa bacata. C'era di che impazzire se solo si fosse stati sani di mente. Era dolce però naufragare in cotanto mare di verde, mentre il capo muoveva leggermente la testa al ritmo della musica, Marta sembrava rilassarsi per la prima volta da quando l'aveva vista sul suo pianerottolo e i due aiutanti giacevano uno su un lato e l'altro supino sui loro triclini di ambra.

Marta era un'invenzione del suo apparato corticale come i marziani? Decise di eseguire un saggio, seppur non definitivo. "Marta?"

"Non rompere Giovanni. Che ti prende? Stiamo tutti qua a rilassarci... stai buono, su."

Era una vecchia faccenda che aveva visto alla TV ma peste se si ricordava... doveva chiedere a Marta una cosa che lui assolutamente non potesse sapere ma che potesse poi verificare...

"Scusa Marta, ma che tipo di assorbenti usi tu... dico quando hai le tue cose? Dico esattamente il modello..."

Marta si drizzò dal suo cuscino. L'aveva colta in uno stato di beatitudine dovuto al fatto che se la faceva in tasca. Era chiaro che erano assunti. Il racconto doveva essere una specie di rito di accoglienza. Immaginava già di viaggi e benefit lussuosi e di incarichi di responsabilità nel processo di civilizzazione del pianeta che l'avrebbero messa in posizioni di potere. Naturalmente avrebbe svolto i suoi compiti con magnanimità senza abusare dell'autorità che, giustamente, il suo ruolo le avrebbe conferito. Stava pensando anche a una casa sulla costa, una villa antica da ristrutturare... Fu lì che giunse il quesito sugli assorbenti igienici.

"Giovanni, ma vai un po' a fare in culo."

Era chiaro che questa risposta non serviva menomamente agli scopi di Giovanni.

Il capo era sempre impassibile e comunque non aveva come sappiamo questo gran repertorio di espressioni.

Giovanni fu attraversato da un istinto irrefrenabile, e si lasciò andare. "Capo, ma voi esistete realmente?"

Il capo si riscosse. Lo guardava. "Ah... beh... a tutti piacerebbe saperlo. Tutto quel che posso fare è proporti di venire qui e toccarmi... la realtà per quel che ne so non va più distante di così."

Marta guardò il suo orologio. "Giovanni, sono le undici e mezza... io devo lavorare domani e tu devi andare da tua madre. Adesso sei stanco e tutti comprendiamo che la situazione potrebbe averti un po' scombussolato ma sono sicura che questo non influirà sulle scelte del capo.

"Andate ragazzi," disse il capo. Penso che ci rivedremo, o almeno lo spero. Ditemi solo se il racconto vi è piaciuto. E' un libro tratto da un ciclo del pianeta Gurun... a me sembra molto poetico."

Marta aveva preparato una risposta: "L'errore è stato quello di portare l'uccelletto al villaggio. Era chiaro che non c'era più niente da fare. A volte a voler far troppo bene si finisce per creare danni maggiori." Rincarò con un'alzata di sopracciglia.

"Mah... io non so veramente, mi ha fatto pensare a quando andavo in campagna. Per via dei boschi e del resto... e anche per le frecce, visto che ci facevamo sempre degli archi con i rami di nocciolo."

"Bene, bene... Ci faremo sentire noi senz'altro. Ma questa volta non sentitevi in dovere di venire, fate una scelta... a meno che non arrivi l'ordine della tua esecuzione, Giovanni. Nel qual caso temo che non potremo far finta di nulla. Per ora buonanotte."

Marta strizzò un occhio, per nulla preoccupata. Giovanni salutò. Ma non era più di ottimo umore.

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FRANCO BOGGERO - La linea d'ombra

https://www.youtube.com/watch?v=rEurMuhAawo

Giovanni si svegliò nella stanza luminosa, la sua camera di ragazzo.

E' già del tutto sveglio e sono le otto passate da poco. Mette la vecchia vestaglia di panno che ha trovato nell'armadio.  In cucina la mamma sta facendo colazione e intinge i biscotti nel latte a tre a tre. Giovanni carica la caffettiera e poi siede al tavolo e mangia i biscotti, come sua madre.

"La signora Alessandra oggi non viene a fare colazione oggi, se la dorme."

"Sasha è partita stanotte, mamma. Andava a casa sua per qualche giorno. Ti saluta, ma torna presto. Sto qualche giorno io qua, mi prendo un po' di vacanza."

La luce aumenta in quella bella mattina di autunno e il sole si infila tra i palazzi e in alto si vedono piccole losanghe di cielo. Il rumore della periferia cresce ma innocuo, come un brusio irregolare, oscillante. E' la vibrazione dell'energia del mattino che si propaga tra il cemento, negando il freddo della notte.

Sul piccolo pensile c'è un piccolo vasetto con una pianta grassa e accanto è appeso il barometro, indispensabile strumento che nessuno ha mai consultato. Accanto alla poltrona il tavolino con le riviste di enigmistica e qualche vecchia rivista di maglia e cucito.

"Devi prendere le medicine, mamma. E anch'io devo prendere le mie"

"Non stai bene? Cosa ti succede?"

"Niente... è... il dottore dice che... mi tengono un po' calmo, sai per lo stress del lavoro... " Entrambi assunsero le loro palline.

"Sei contento del tuo lavoro, Giovanni?"

"Sì... non c'è male. Sai, bisogna ben lavorare e poi se ti piace anche solo un po'... " Da ragazzo avrebbe voluto navigare, fare il marinaio su una nave commerciale, sbarcare in porti sconosciuti con la sua divisa di panno blu ad esplorare i vicoli e le bettole... Tornare nel mare come un pesce, forte, inafferrabile. Conoscere tutti i segreti delle macchine e gli impianti della nave e studiare minutamente i movimenti di valvole e leveraggi, comprenderne la potenza ed i limiti. Si alza e si versa una tazzina colma di caffé nero che porta con sé in camera. Nella libreria cerca, cerca per qualche minuto e poi prende un libro con la copertina illustrata a colori sgargianti. Lo apre. Sua madre è sulla porta. "Quel libro lì lo leggeva sempre Giovanni, gli piaceva tanto. Lo avrà letto cento volte!"

"Sono io Giovanni, mamma... " Lo ha detto senza staccare gli occhi dal libro. La vecchia tace.

E' un libro per ragazzi, con caratteri grandi e illustrato. Al centro una grande tavola a colori: un capitano di vascello sbarcato da una scialuppa cammina verso la terra ferma.

Va incontro a tre abitanti dell'isola, grandi e austeri: hanno la faccia senza un vero naso e la pelle coperta di squame.

"Il mio lavoro è una noia mortale, mamma. Ho addirittura pensato che mi piacesse qualche anno fa. Ma non è vero."

Giovanni sfoglia il libro e poi lo rimette a posto.

"Quando sei triste sei sempre un po' esagerato. Ma poi ti passa, ti conosco Pietro. Beviamoci ancora un caffé!"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti   

0 #2 Beatrice 2020-05-04 11:22
La cosa più divertente che tu abbia scritto. Ci sono tutte le premesse per molte varianti di un prosieguo ancora più surreale‎. Non accelerare verso un finale.
Bea
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0 #1 Alessandra 2020-03-26 23:17
:lol: Grazie Massimo,
15 minuti di vera distrazione e piacere d’entrata in una storia, il finale, immaginando Giovanni a strisciare e con i ‘marziani’ davvero gustoso!
Notte
Ale
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