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ROSAMUNDA - Polka - Canta Claudio Merli!!!

https://www.youtube.com/watch?v=38kYygIvfzk&list=RDEM-0XAP2J_WuySn-rlSPq1bQ&index=15

La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c'è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa. —  Saul Bellow, Il re della pioggia.


Giovanni. L'autobus lo portava nella sera umida, con il suo carico di sconosciuti. Si sentiva spossato e non riusciva a vedere bene fuori, nel freddo del vento marino. Spossato. Anche se poi poco dopo aveva di nuovo la forza intera nelle braccia e nelle gambe. Il tubo a cui si stringeva era di alluminio viscido.

Sconosciuto, si sentiva, tra quelle persone.

"Diventa parrucchiere!". Sarebbe stato un pessimo parrucchiere. E poi perché? Forse invece sarebbe diventato un "Coiffeur pour dames" di prima scelta. Messeinpiega. Messanpiega. Messanpieghe. A messa non andava da ben-ben. A messa con la messanpiega. Dov'è la messa? Dove l'han messa? La messa l'han messa via. L'hanno messa prima del telegiornale.

Era la fermata di piazza Giusti. "Oh, sua eccellenza... ". Forno, orefice, edicola, ferramenta, besagnino... il vecchio stava seduto su una vecchia sedia, con la canottiera e toccava il culo alle signore. Che si facevano la messa in piega un po' anche per quello. Il figlio, allampanato, pesava le banane. Ma poi nessuno sapeva come andavano le cose. Le cose. Le banane, che son le cose per eccellenza. 

Giovanni saliva la salita, tra i platani nella pioggetta, senza l'ombrello. Una volta c'era il forno, l'orefice... una volta, volta la carta. La messa in piega con la pioggetta si rovina. La strada brilla, e le automobili lasciano una scia di suono tra le acacie del terrapieno. Lassù, sopra il cavalcavia. Sempre più veloce, sempre più forte, sempre più grandi, sempre più belle... E su tutto quella pioggia fine, come tempo sgranato, come nebbia di sputo di bestia.

Il bello di tutto questo era che dell'orefice lui non aveva mai saputo bene che farsene. Certo, gli orologi... suonò il citofono. "Chi eh?".

"Son io".

Bztlacc.

Pla-fon. Ritaclac. Ritaclac. Flic... gnooo. Uscì sul ballatoio del secondo piano del grande caseggiato.

"Ciao Giovanni".

"Ciao Sasha, come va?"

"Molto bene, molto bene. Stiamo mangiando". 

"Ciao mamma, buon appetito!"

"Ciao Giovannino, hai già mangiato?" Lo guardava sorridendo, con il cucchiaio in una mano e l'altra mano a mezz'aria, quasi a bilanciarsi.

"E' un po' presto per me..."

"Se vuole minestrina ce n'è tanta e anche prosciutto... "

Si sentiva illanguidire al pensiero del prosciutto.

"Vediamo. Forse tra un po'. Ho bisogno di sedermi... " Si lasciò andare sulla poltrona nella grande cucina-sala de pranzo.

"Sei stanco! Mi dispiace che vieni fin qua alla sera. Io sto bene, lo sai che non c'è bisogno!"

Sasha spense la televisione.  L'intimità si fece palpabile. Il telefonino di Giovanni cicalò... Pino. Da molto aveva voglia di sentirlo. Spense il telefonino.

"A me fa piacere venire, se posso." Silenzio. La vecchia riprese a mangiare la minestra, lenta, metodica, raccogliendo singole particelle di pastina nel cucchiaio, con l'aiuto dell'indice della mano sinistra. E non era solo perché il cibo non andasse sprecato, era come un giuoco di bambina, un'attento solitario. 

Giovanni guardava Sasha. Poi distraeva lo sguardo.

"Oggi è una giornata orribile", disse, "tutto è un casino, a piedi, con l'autobus e avevo freddo e ora son tutto sudato... "

"Noi siamo al calduccio qua e ce la divertiamo... eh, Agata?"

"Cosa?"

Sasha prese la rincorsa "Dico che ce la divertiamo!"

La vecchia fece una faccia che voleva dire che per lei andava bene qualunque cosa anche se non ci aveva capito niente.

Guardò Giovanni. "Sei sempre stato un bravo ragazzo. E anche un bel giovane. Non è bello mio figlio?" 

"Ah, sì, belissimo, belissimo!", disse la donna ridacchiando un po'. "Chissà che paura che ce lo rubavano!"

Agata sembrava soddisfatta. Giovanni sentiva un imbarazzo doloroso che però si stemperava velocemente, assorbito dai mobili e dalla tappezzeria di tela plasticata.

"Sull'autobus ho ricevuto parecchie proposte di matrimonio. Due dal conducente." 

Sasha sorrideva. Ma stava già sorridendo prima... sua madre sembrava assorta. Fuori il buio umido, il freddo tiepido, un tepore gelato di febbre madida. 

"Ha bisogno di qualcosa, Sasha? Per la spesa..."

"No... cioé, ho ancora soldi ma non so quando lei viene ancora... ".

Giovanni guardava il buio oltre il vetro della finestra, che quarant'anni prima era stata avveniristica e lussuosa ed ora appariva un po' misera seppur identica a se stessa. Nel centro della finestra la luce al neon, riflessa, disegnava una specie di disco volante, come in un videogioco e la sensazione, poi, fu che là fuori non ci fosse più nulla. C'erano solo lui, sua madre, Sasha e la minestra.  E il prosciutto. 

Sasha lo guardò tranquilla. "Allora se vuole prosciutto le metto in tavola..." Sasha era vestita in modo molto semplice. E mangiare il prosciutto forse non era una buona idea, forse lo aveva comprato per sé...

"Non ho molta fame ora... grazie." Poi ci ripensò. "Se mangia anche lei possiamo far cena tutti insieme però!" Alla vecchia piaceva il suono della voce di Giovanni. I suoi occhi brillarono.

Sasha pensò, solo un momento "Sì, stia lì che metto in tavola qualche cosa... stia lì, prego".

Giovanni guardava in giù i suoi pantaloni di velluto, vecchi e un po' consumati. "Ti trovo bene, mamma, Sasha ti cura proprio bene, eh?"

"Sì, è proprio gentile questa signora. Da dove vieni che mi dimentico sempre?"

"Io sono Ucraina. Da Ucraina". 

"Sì, dall'Ucraina! Ci sei mai stato tu in Ucraina, Giovanni?" 

"No. Non sono mai stato in Ucraina, mamma."

Ora erano tutti a tavola: minestra, prosciutto, insalata, patate e spinaci,... "...posso fare pasta col pesto?"

"No, no, c'è già troppo... "

"Vuoi televisione, Agata?"

"No. Non danno mai niente in televisione... sai Giovanni che la signora ha un sacco di galline al suo paese?"

"Hai un'azienda agricola? Una fattoria... "

"No. Io lavoravo in una fabbrica di polli. Che ora non c'è più. Mio marito ha gallina e anche altre cose, conigli..."

Giovanni non aveva nemmeno mai visto uccidere una gallina. Le ricordava starnazzanti nei pollai. E poi spennate e decapitate, appese nelle botteghe. E poi smembrate, arrostite e bollite. Gli mancavano i passaggi. Ora che ci pensava gli mancavano molti passaggi, quasi tutti i passaggi fondamentali. Si potevano vedere in Tv o dentro il computer... i passaggi: sangue, coltellate e tanti, tanti vampiri. Guardò sua madre che sbucciava, meticolosa, una mela.

"Una volta ho visto nascere un vitellino... " disse Giovanni. "E' stato per caso. Ero in vacanza, era sera, in montagna. La stalla era illuminata e siamo andati a vedere. Il fattore, che ci ospitava nella sua casa-albergo stava tirando le gambe del vitello che non usciva... e poi ci ha urlato cosa facevamo, perché non lo aiutavamo. I miei amici sono andati e... l'han tirato fuori."

Pensò che la vita era una sequenza di fatti noiosi e senza importanza, fino a quando succedeva qualcosa di drammatico. Che era però spesso, inevitabilmente doloroso. Grazie alla TV e ai computer era possibile però nutrirsi lautamente delle sfighe degli altri. 

La cosa più incomprensibile era che questo fosse considerato non solo eticamente accettabile, ma addirittura doveroso. Ricordò i rosari, nelle case del paese della nonna, da bambino, le persone riunite in una stanza a mormorare. E poi i funerali, sobri, intensi. Si confuse... la condivisione del dolore è l'essenza della società, in un certo senso... Il problema è sempre quello della modalità. Ma sarà vero che un uomo e uno schermo, in fondo, sono la stessa cosa?

"A cosa pensi, stellìn?"

"Ah... ma niente. Mi è venuta in mente una cosa... "

"Mio figlio, pensa sempre! E' sempre stato tanto intelligente!"

"Parla sempre bene di lago. Ma poi stai sempre a riva!"

"Cosa dici?" Agata era un po' confusa.

"Ma niente. E' un proverbio di mio paese. Per ridere."

"E spiegaci un po', questo proverbio!"

"Non c'è di spiegare, così... è per ridere... " Guardava Giovanni.

Giovanni si strinse un po' nelle spalle "Non so... vorrà dire che è saggio parlare sempre bene di tutti, piuttosto che no, ma che poi bisogna diffidare delle proprie stesse parole... forse."

Sasha ridacchiava "Non so... così è difficile... "

Cominciò a sparecchiare. 

"Dicci un altro proverbio ucraino, Sasha!" 

Sasha pensava. Poi declamò. "Chiesa è vicina, ma strada è ghiacciata. Taverna molto distante. Camminerò piano piano!" Rideva di gusto. Tutti ridevano ora.

Sasha ora pensava. "Il telegiornale dice che un uomo a Napoli ha ucciso donna perché beveva, era ubriaco... "

"Ah... sì. Ho sentito. Una bestia. Però i telegiornali... "

"Sì. Io nemmeno credo a telegiornali... però quelle cose che succede, succede... "

"A ben, sì. Quelle cose... voglio dire, quel che è successo, è successo. Per citare un motto di casa nostra: chi ha avuto, ha avuto, ha avuto..."

"... chi ha dato, ha dato, ha dato!", fece eco Agata sorridendo.

 

ALBERTO RADIUS - Lasciatemi nel ghetto

https://www.youtube.com/watch?v=H6iBYr1jMTA

Giovanni si era seduto di nuovo nella poltrona. L'intimità di quella stanza era tiepida e lo faceva sentire pacificato. 

"Riaccendiamo la TV?", chiese a Sasha che si era seduta composta a tavola sgranocchiando un paio di biscotti.

"Sì, va bene, per me quello che vuole."

Lo schermo si illuminò. Un tizio arringava dei malcapitati in quello che sembrava un quiz a premi. La cosa era concepita per dar modo al bellimbusto di pavoneggiarsi, molestando i figuranti con un tono che lo faceva apparire sommamente bonario, spiritoso ma senza eccedere. E pacatamente arguto.

C'era di che rassicurare milioni di teste di patata. I due concorrenti (se vogliamo usare questo termine) erano umiliati come topi su una ruota dal dover mettere impegno in un compito inconcepibile e insensato. Però ne avrebbero presumibilmente tratto un guadagno in denaro. E questo, pensavano nella pancia le teste di patata, alla fine, nella vita è quello che conta.

Questa tragedia, questo macello dell'umana dignità e tripudio del male, avveniva in una sinistra atmosfera di complicità, sotto lo sguardo di una muta di bertucce ammaestrate. Il grosso del denaro che circolava in quella bisca di scemi in realtà finiva al banco, come si conviene, e cioé al paterno presentatore, dritto nel suo conto in banca, guadagnandogli così agli occhi delle teste di patata un prestigio divino.

Se una persona guadagna tanto, pensavano con le budelle (inconsapevoli di pensare), non può essere un incapace.

"Non mi piace questo programma", disse Sasha.

"Uuuh, che scemo quello lì, lui e i suoi pacchetti!", rincarò la vecchia.

Giovanni cambiò canale. Pubblicità. Cibo. Senza lattosio. Cambiò canale. Era un telefilm con dei poliziotti-scienziato. Era un po' claustrofobico. Tutto molto affollato di provette e schermi, camici e mascherine. La vice-capa era molto avvenente.

"Ogni tanto guardo questo film... mio marito mi ha detto che c'è cosa uguale anche da noi. Ormai possono riconoscere un... ladro con poche gocce di suo... sputo?"

"Certo. Si può fare... cioè si può verificare che lo sputo che hai nella provetta è lo sputo di uno che ha sputato dove hai preso lo sputo... in prima battuta. Si chiama DNA. Metti che un tizio sostenga di non essere mai stato in camera da letto con sua moglie in vita sua: con la scienza lo inchiodi. O almeno corrobori i tuoi sospetti... i femminicidi hanno le ore contate. Certo, dovrebbe anche spiegare perché sputava in camera da letto, che non è educazione..."

"Ah... non capisco. Importante è di poter prendere ladri!"

"Sarebbe anche importante sapere poi cosa farne."

"Si mette in galera!"

"Già... appunto. Le galere."  - Che poi erano delle barche, pare. E cosa c'é di più libero che andar per mare? - "Gente di mareeee, che se ne va, dove gli pareeee... ma dove non sa!" 

A Giovanni sembrava un po' una contraddizione. O no? Se vanno dove gli pare, questi marinai coatti, lo sapran bene dove stanno andando. Se invece se li portan le correnti (e non belzebù con tutta la tribù, come gli sarebbe parso più congruo) evidentemente non stanno seguendo una loro pur blanda volontà. A meno che si tratti di marinai-filosofi che hanno stabilito che quel che loro desiderano corrisponde esattamente a quel che loro accadrà. Umberto Tozzi si sarà rifatto agli stoici o direttamente a Kierkegaard? Mah... questi cantanti sembrano tutti scemi ma spesso lo fanno solo per non pagare il dazio... 

"Canti bene", disse Sasha "suoni chitarra, vero?"

"Sì, suono la chitarra. Da quando ero ragazzino..."

- Noi prigionieriiiii - cantava ora nella sua testa Giovanni - di queste città, viviamo sempre di oggi e di ieri, inchiodati dalla realtaaaaa: e la gente di mare... va.- 

A quel punto, automaticamente, Giovanni pensava sempre che visto che andava, la gente di mare, avrebbe potuto anche andarsene tutta a fare in culo. Tanto per i giramondo un posto vale l'altro. 

Il problema era più in quell'autocommiserazione della controparte terricola: aaaah! Noi tapini, prigionieri di queste metropoli, tra le apericene, i film da un tanto al mucchio, i ristoranti di pesce, le automobil con l'ABS e le discoteche e i social network.... aaaah! Loro sì che stan bene, là alla deriva nel Mar dei Sargassi, a bere il loro stesso piscio...

E poi c'era quel "inchiodati dalla realtà", che era veramente forte. Intanto l'evangelico inchiodamento, quest'idea del sacrificio.

Che farebbe quindi pensare che la libertà dei marinai, in senso kierkegaardiano, come destino, fosse da ultimo intessuta della stessa sostanza della prigione dell'agnello suburbano, che accetta il sacrificio sull'altare dell'Aperol Spritz.

In ogni caso non si scappa, la dicotomia c'è, bella forte: LIBERTA'-APPARTENENZA. La parola realtà non andava presa, forse, in modo troppo strutturato. L'oggi, lo ieri e il reale rappresentano qui semplicemente l'assunzione di un preciso ruolo sociale in contrapposizione a una fuga velleitaria... si sa che fine ha fatto Ulisse con il suo guscio di noce. E quindi prigionieri, perché prigionieri? Un uomo che svolge il suo ruolo tra gli altri uomini, si diceva un tempo, è libero: libero quanto un uomo possa esserlo... Forse questi scrittori di canzoni sono degli alienati cocainomani. Questa ipotesi di lavoro spiegherebbe molto in un solo colpo di teatro.

Giorgio Gaber - LA LIBERTA'

https://www.youtube.com/watch?v=FaxIzkqEzHc

Gli venne in mente che qualcuno aveva detto che Jack London definiva se stesso un socialista individualista. Non era buffo? In genere si pensa alle idee politiche come ad appartenenze, appunto, e non ai liberi pensieri dei singoli... e chissa poi perché. Anzi, uno degli esercizi di malignità preferiti dal popolo è quello di cercare di smentire le appartenenze di questo e di quello sulla base delle sue azioni quotidiane. Tipo: "Ah, quello là dice di essere cristiano ma poi lo sanno tutti che c'ha l'amante!". Oppure:"Dice tanto di essere di sinistra ma intanto si è comprato una casa al mare!". Il popolo non capisce nulla, sennò non si farebbe menare per il naso e smetterebbe così di essere popolo. E comunque c'è popolo e popolo... 

Nella televisione, intanto, si capiva che si era giunti alla fase conclusiva dell'indagine e che i cattivi erano stati messi di fronte alle loro responsabilità: Perry Mason non avrebbe saputo far di meglio: né di peggio. Solo che Perry Mason non aveva tutti quei marchingegni chimico-fisici per costringere le coscienze ad avere coscienza di loro stesse. Gli toccava lavorare di arguzia, fascino, arte retorica e penetrazione psicologica. Il malcapitato crollava.

Qui, in questa versione contemporanea, rimaneva tutto l'apparato metafisico-moralistico ma il confronto tra il colpevole e gli inquisitori...  sì... gli investigatori, era sbilanciato dal fatto che questi possedevano tecniche tali da far venir l'invidia al Malleus. Infallibili sul serio. Io, pensava Giovanni, fossi stato un colpevole mi sarei andato a costituire prima di commettere il fatto, cavandomela, se andava bene, con un processo alle intenzioni e un'ammenda amministrativa...

"A te piace questo film, Giovanni?", chiese Sasha.

"Mah... non è male. A me non piace molto la televisione... "

"Ah... televisone serve per passare mezz'ora... ma certe cose sono belle... poi io sento un po' di italiano e imparo..."

J.J. Cale - After Midnight

https://www.youtube.com/watch?v=1nFExQljrY0

"Ben penso che me ne andrò a casa..."

"Te ne vai già Giovanni?"

"Fidanzata aspetta?"

"Mah... a dire il vero non ce ne sono."

"Ah... non credo! E allora... buonasera"

"Ciao Mamma." - "Ciao Giovanni, vieni presto, eh?"

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Giovanni stava camminando verso l'auto, parcheggiata nella notte poco distante dalla fermata del bus. C'era poca gente in giro, erano le nove e mezza o le dieci. Quando arrivò sull'argine del torrente, un corso d'acqua con un grande letto quasi asciutto, vide una piccola squadra di operai che lavoravano in un cantiere, tra le erbacce, e gli sembrò molto inusuale. A quell'ora... nel torrente?

Si avvicino al parapetto. Lavoravano alla luce fluorescente verde di una lampada apoggiata a terra e stavano... non si capiva cosa cavolo stessero facendo. La banda larga? Proprio quella sera aveva sentito dire che il presidente del consiglio aveva dichiarato che si trattava di una priorità assoluta. Però... voglio dire... ci si erano buttati così a capofitto? 

Giovanni si trovava nell'alone di luce di un lampione dell'illuminazione stradale. Si tirò su il colletto perché era freddo e umido. Uno degli operai si girò verso di lui e la luce verde ne illuminò il volto. Aveva occhiali da saldatore e un elmetto giallo.  Solo che non aveva naso... e aveva le squame. Si guardarono. Forse due secondi. L'operaio-pesce prese un'arnese dalla cintura e fece fuoco. Un raggio giallo-uovo si staccò con un "bzzz" dalla pistola spaziale e colpì il lampione il cui metallo semplicemente smise di essere per un metro buono. La parte di lampione rimasta sospesa nel vuoto non si raccapezzava... poi la luce morì e tutto caracollò e si capì che si stava sfrancicando in basso.

Approfittando del buio improvviso Giovanni si gettò a terra mentre raggi-uovo sibilavano sulla sua testa andando a smolecolare un cartello di divieto di sosta, una mutanda stesa e altre cianciafruscole di poca importanza.

Giovanni striscio sui gomiti, si faceva così in quelle occasioni, e poi zig-zagò a lungo più o meno in direzione della sua auto. Nessun raggio-zabaglione. Niente. Sentì crescere la speranza. Corse a perdifiato e finalmente giunse alla macchina. Trovò faticosamente le chiavi. Tlac! Entrò e si sedette. Il suo petto si dilatò... respirò un attimo.

Fu lì che sentì la voce metallica. "Met-ti-pu-re-in-mo-mo..moto!" Metallica e balbuziente. 

Sappiamo che Giovanni è ancora vivo oggi, e questo significa che il suo cuore non si schiantò anche se ci andò piuttosto vicino.

Tre operai ittico-marziani stavano seduti (stretti) sul sedile dietro. Uno, ovviamente, gli puntava contro l'ordigno annichilente.

La voce ripetè "Me...me-...me-me... grrr-met-ti -iiiin mo-to!"

Non aveva alcun senso. Però pensò che a quel punto... girò la chiavetta, cercò di darsi un'aria qualunque e chiese "Dove si va?"

"Tu vai. Poi noi ti diciamo dove gi-gi-girare"  (N.d.A. Il lettore continui, anche nel seguito, ad immaginare una voce metallica, checchezzante e a scatti, un po' tipo fantascienza, però sfigata).

Giovanni guidava nelle vie della periferia, nella notte suburbana che si apprestava a scenario del quasi nulla. La scenografia, senza la rappresentazione, si mostrava ancora più sinistra e affascinante. Giovanni si era sempre un po' meravigliato che quei luoghi, già da bambino, con il loro squallore aleatorio e straccione, gli ispirassero due sentimenti egualmente intensi e assolutamente opposti: un orrore totale e una tenerezza infinita. Uno dei pesci (il capo), gli intimava le istruzioni ad ogni bivio, invero in modo un po' pedante.

Presto si ritrovarono in un viale punteggiato da fuochi accanto ai quali giovanissime ragazze africane stazionavano o improvvisavano brevi danze. Uno dei pesci maneggiava una specie di dittafono in cui sibilava dei versi. Il capo gli indicò gli accampamenti ed emise un verso basso, quasi un borborigmo. "Ferma là", disse a Giovanni.

C'era una ragazza di una bellezza devastante, a venti metri da loro, e il terzo ittio-operaio estrasse un cilindro, lo appoggiò al petto e si udì un rumore come di lavatrice che fa i prelavaggi...

Giovanni si azzardò a dire "Non è molto prudente stare qui a... insomma a fare quel che fate. Ma cosa fate?"

"Non è tempo di domande. Noi non sappiamo ancora se tu resterai vivo o se dovremo ucciderti. Attendiamo soluzioni dal calcolatore centrale." 

A Giovanni gli venne un nervoso... ma come? Ma sempre lui? Ma che cazzo c'entrava coi marziani e le bagasce? Era perché era sempre stato troppo bravo. Se quella sera se ne fosse andato in qualche discoteca di amfetaminomani e poi fosse tornato all'alba, invece che andare dall'anziana madre, che poi gli diceva sempre che non era il caso (la troia!), e a guardare la stupida televisione...

"Bene, abbiamo finito." Disse il capo. Poi si sentì un "Piiiii... " molto acuto.

Il capo lo guardava, o almeno così sembrava perché dietro agli occhialoni da saldatore gli occhi non si vedevano. Se c'erano. Parlò.

"Bene. Puoi fare qualche domanda. Il consiglio centrale ha deciso che dovremo ucciderti con una probabilità del 96,75 %, circa. Quindi si può dire che in un certo senso... comunque se fai le domande giuste, quantitativamente e qualitativamente, la probabilità di vivere si alza. Se fai quelle sbagliate... Ma non è importante."

"Come non è importante?" 

"Temo che questa verrà calcolata come una domanda sbagliata. Ma non sono io a decidere."

 

DEXTER GORDON - Darn that dream

https://www.youtube.com/watch?v=8s8rHrLcSts

 

Giovanni sentiva un fischio alle orecchie e un vago pallonamento nella testa... le tempie gli pulsavano. Gli venne in mente quando la professoressa di chimica gli faceva improvvisamente una domanda per la quale non aveva nemmeno una risposta vaga, nemmeno un'idea di dove fosse saltata fuori... rimaneva preso in quel tempo che si dilatava in attesa dell'Apocalisse.

"Hai letto il Libro dell'Apocalisse?", chiese il capo?

Ma no!!! Se leggevano nel pensiero era finita! Perché non lo ammazzavano subito questi... whoops... ripensò.... questi emissari di una civiltà aliena tecnologicamente più avanzata della nostra?

"Se ti stai domandando se leggiamo nel pensiero, la risposta è no. Abbiamo provato ma non è possibile farne granché. Il vostro pensiero è confuso e contraddittorio e non si riesce a cavarne un hacca. Però ci sono cose forti come "Apocalisse" o altri pensieri di morte che lasciano tracce molto forti. Comunque l'hai letto?"

"Sì... ma tanto tempo fa... dei pezzi."

"Fai pure le tue domande, se vuoi."

"... preferirei di no... dico per ora."

"Bene. Vai da quella parte". 

Le ragazze africane sembravano deluse e facevano ampi gesti mentre l'auto transitava davanti al loro assembramento. Seguendo le indicazioni, Giovanni guidava in direzione del centro del sobborgo, passando di nuovo di là dal torrente nella notte che si faceva più silenziosa. E anche i suoi clienti, dietro, erano silenti e quasi immobili. Pensò che quello del tassista era un lavoro di merda.

"Perché -merda-?" Chiese il capo. "Se hai bisogno ti puoi fermare." 

Eh no!!! Pensò Giovanni, non c'è niente di peggio di quelli che ti leggono dentro e ti ci leggono male! 

"No, no... ", si limitò a dire. Non ho bisogno."

Dopo un numero di altri sopralluoghi il capo lo fece fermare nella piazza, poco distante da casa di sua madre. Era l'una circa. Non c'era nessuno. Due pesci spaziali uscirono dalla macchina mentre il terzo restava a controllare Giovanni. Si vedeva poco del loro volto e un passante avrebbe dovuto andare molto vicino per notare le squame e il resto. Apparentemente erano molto interessati ai bidoni della spazzatura. All'altro lato della strada un grosso topo sgusciò da un tombino, fiutò l'aria e poi cercò la fuga in direzione di un cancello.

Il capo fece fuoco. Il raggio non era color uovo, questa volta, ma un color big-babol chiaro. Fu come l'imbalsamazione istantanea. Il secondo marziano, a un cenno del capo, andò a prendere l'esemplare e lo mise in una specie di thermos. 

"Oh cazzo!", pensò Giovanni. Gli sembrò che il capo si girasse a sogguardarlo per un attimo. Cercò di pensare qualcosa di neutro... quel che trovò fu la lavastoviglie di quando era bambino, General-Electric, aveva un pommelletto che non aveva mai capito a cosa servisse e quel coso che girava che faceva tanto elicottero... e poi pensò che il topo lo imbalsamavano e lui invece lo volevano annichilire! E non era bello...  

Il capo faceva dei test sulla spazzatura con dei robi che si illuminavano.

"Forse lavorano per le lobby del riciclaggio", pensò Giovanni. 

I due alieni rientrarono nella berlinetta di Giovanni. A parte il thermos con il topo non avevano raccolto altro. Il capo parlò.

"Noi esaminiamo la spazzatura perche è molto più informativa del vostro pensiero ai fini della comprensione della vostra cultura e della vostra vita sociale."

Questo a Giovanni sembrava anche un po' eccessivo, insomma, sì, il problema della spazzatura esisteva ed era un fatto rilevante, però...

"Fate quel che credete... " Disse con aria poco convinta. "A me da piccolo avevano detto che se buttavi la spazzatura all'ora sbagliata la aprivano e scoprivano chi eri e ti facevano la multa! Ci ho creduto per un sacco di tempo... e forse era vero, boh?"

"Noi stiamo pensando di conquistare, per così dire, la Terra, ovviamente. Tu potrai tornare alla tua vita, provvisoriamente, anche se sai che dovremo ucciderti. Il provvedimento comunque non è ancora operativo e il calcolatore deve eleggere i momenti statistici per l'esecuzione. Se vuoi puoi provare a dire a qualcuno di questa storia... non credo che ti crederanno. Come le chiamate adesso? Feik nius? Comunque non te ne verrebbe niente di bene. Inoltre devi considerare che la conquista della terra dipende solo dalle decisioni del calcolatore. Se deciderà che val lo sforzo, la conquisteremo prima che gli uomini possano neppure accorgersene. Molti peraltro si troveranno meglio, è successo su un sacco di pianeti. A presto."

I tre scesero e si dileguarono nella notte.

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Giovanni stava lì e non riusciva a comprendere cosa gli passasse per la testa. Mise in moto e guidò lentamente verso casa... per prima cosa il giorno dopo avrebbe telefonato al suo psichiatra, senza spiegare granché. Di certo avrebbe avuto bisogno di un aiuto.

THE WEIGHT - Various artists

https://www.youtube.com/watch?v=ph1GU1qQ1zQ

C'era un'alba sporca quando mise le chiavi nella porta del suo appartamento, piccolo e arredato con quel che si trovava e qualche mobiletto industriale di serie. Si buttò vestito sul letto disfatto.

Si rese conto che era l'ora di alzarsi e andare a lavorare. Avrebbe chiamato. Avrebbe detto che... no. Pensò, no. Vado. Vado così come sono. Mi fermo a fare colazione da qualche parte e tiro la giornata. Stasera con calma vediamo... 

La cosa che più gli pesava era l'idea di cambiarsi le mutande, di uscire dal tepore dei jeans. E, Dio non volesse, di lavarsi i denti. Guardava la cassettierella infame: tre cassetti. In alto mutande, in mezzo calzini, di sotto i marioli. Diventò un mantra, nella testa: in alto-ooo-mutan-daa -in mezzooo-calzi-noo-in bassooo-mariolo-ooom... in altooo...

La voce nella testa lo cullava e si accorse che ormai non era lui a contemplare la cassettiera di legno bianco ma la cassettiera a contemplare lui. Cercò ancora di staccarsi e spiegare al mobiletto la propria superiorità intellettuale usando alcune nozioni di chimica-fisica. La cassettiera oscillava, sembrava diventare più grande. Le equazioni relative agli stati quantici degli elettroni della molecola di cellulosa comparvero stampate a fuoco sul cassetto dei calzini, ormai gonfiatasi a dimensioni ragguardevoli. La complessità di un tale costrutto matematico lo schiacciava. Così tentava un'estrema ribellione urlando al mobiletto che era solo uno stupido modello, un'impalcatura di segni, buona come lo scontrino della spesa a capire cosa ci fosse nella marmellata.

La cassettiera lo derideva. Non che ne sentisse la voce. E nemmeno ne vedeva l'espressione dato che lei non aveva volto (era pur sempre una cassettiera). Ma percepiva il ghigno, lancinante, profondo. La cassettiera possedeva la materia, il linguaggio e la verità. La materia, il linguaggio, la verità... la materia, il linguaggio, la verità... la materia, ...i calzini, i marioli... le mutande. STRAN!

Il cervello si mosse nella testa, come gli avessero dato un colpo in un orecchio. Doveva cambiarsi almeno le mutande, non poteva arrivare a sera. Così si dispose a vedersela con l'infame ente tripartito. Tre... sempre tre. Tre re-magi santi, l'asino e il bue... Cominciò a cercare tra le mutande con l'elastico mollo, quelle piccole e infeltrite, quelle strette di gamba. Ne trovò una discreta.  Dei bei boxer neri, ancora relativamente morbidi con una bella etichetta sul davanti: "UOMO". Pensò che se gli alieni avessero invaso la terra queste etichette esplicative della specie di appartenenza sarebbero tornate utili. Come nei sentieri botanici.

Si sciacquò il muso, il che gli diede un piacere inaspettato. Ripetè l'operazione. E poi di nuovo... prese l'asciugamano stazzonato dall'attacchino adesivo. Quando lo riappese il pomolo crollò per terra. Era uno di quei cosi di plexiglass adesivi. Si girò per raccogliere l'asciugamano e picchiò un colpo fortissimo con la parte sensibile del ginocchio nella porta semiaperta. Fu un dolore indescrivibile. Pensò ai soldati della guerra di indipendenza americana e a quelle grosse palle che si sparavano dappertutto: e anche nelle gambe. A lui era andata bene, discretamente, tutto sommato.

Senza piegare la gamba lancinata riuscì a raccogliere lo straccio di spugna a rose rosse, che tra un fiore e l'altro esibiva una colorazione pulce malata, laddove un tempo doveva esser pur stato bianco.

Almeno a lui non dovevano amputarla la gamba. Chissà: i marziani-sgombro forse avevano dei laser che guarivano tutto istantaneamente. Forse se invadevano... 

Fece per buttare l'asciugamano nel bidone della robba sporca che però era già pieno e ricoperto da biancheria e altri indumenti che scionfavano un po' sul pavimento.

Pensò che doveva fare una lavatrice, almeno una... buttò tutto a terra e raccolse mutande e qualche jeans, asciugamani e andò in cucina. Caricò. Premette il pommello. Si udì il clac e poi lo zzz-zzz consueto. 

Woossshhhh, fece l'acqua nel tubo. 

E poi.... SDRAAAAFFFFFFSCCCCCCCCS. Un geyser di forza e imponenza maestose si ergeva là, dove un attimo prima, storto e polveroso, pendeva il mensolino con le spezie, che ora giaceva capovolto sul lavandino. La sua gamba gli ricordò che tra di loro peraltro la questione non era affatto chiusa.

Il getto poderoso d'acqua rimbalzava sullo scolapiatti e, colando un po' dovunque, si andava allargando attorno ai suoi piedi. Il terrore. E la speranza. 
Vide la sorgente infame. Girò il rubinettino con forza. Troppa forza. L'acqua si fermo. Quasi. Solo una goccetta. Ma il rubinetto, fatto di una lega imperscrutabile, buona per i soldatini, si era spezzato, ferendogli il pollice, che sanguinava. 

Giovanni si buttò su una delle sue due sedie scompagnate. Guardava l'acqua a terra, nella quale gocciava e si stemperava il suo sangue, a un ritmo più lento di quello della goccina del rubinetto malvagio. "Perché dovevo fare la lavatrice?", pensava. Stava lì. E pensò che forse non era poi davvero così necessario che affrontasse eroicamente la giornata. Forse doveva prendersi una pausa.

E.S.T. Inner city, city lights

https://www.youtube.com/watch?v=ZzNzvWIvIkE

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Il capo guardava il topo. Il topo era appoggiato su un tavolo di metallo lucente e leggero in una sala della loro base sotterranea, ricavata scavando nel fianco di una cava abbandonata. Una costruzione di lamiera e cemento-amianto nascondeva l'entrata. Questa baracca, con gli strumenti arrugginiti di un lavoro morto, era lì da settant'anni e da trenta nessuno ci entrava più.

La cava era una specie di intrigo fitto di discariche di rifiuti vagamente tossici (ed è la dose che fa il veleno, dicevano saggiamente gli antichi greci), di pignoramenti e debiti, di cause legali e sindacali, di processi lasciati a metà, di storie di incidenti, di inefficienze e ritardi, di dolo e debiti, di velleitarie imprese votate al fallimento. Per pochi entusiasti era stata fonte di enormi guadagni.

Nessuno, neppure un avvocato, osava ormai avvicinarsi. Un cadavere di un fungaiolo incauto era stato ritrovato lì dalle forze dell'ordine, mentre ancora stringeva al petto con un ghigno la sua povera cesta con tre combette. Era stata l'ultima botta di vita di quel luogo.

Sul fondo della baracca nulla era cambiato agli occhi della specie "Homo sapiens". Ma i nostri potevano smolecolare un'apertura nella roccia metamorfica a loro piacimento e richiudersela alle spalle. Quasi uguale, venuzza più, venuzza meno.

Il topo si stava lentamente de-imbalsamando, se così si può dire. Il nasetto e i baffi vibravano in modo irregolare e anche le zampe, che avevano quella postura tipica dei topi morti, si andavano smollando, allentando la contrattura a piccoli scatti.

"Povera bestiola", pensava il capo.

I dottori del suo pianeta gli avevano assicurato che studiando molti esemplari di pianticelle e bestie assortite, sarebbero aumentate le probabilità di non dover causare inutili sofferenze nell'eventuale addomesticamento del pianeta.

"Sempre a me danno i lavori più rognosi", pensava. "Questo pianeta non vale il carburante policronico che abbiamo usato per venire. E c'è da farsi un culo bestia. O si ammazza tutti, ma quelli non vogliono, e del resto sarebbe una carognata per quattro sassi e un po' di idrossigeno. E poi mi tocca maltrattare queste creature pelose che sanno assai... Che poi anche quello di ieri non è che fosse molto sveglio. Il punto è che non si capisce un cavolo di quel che gli frulla. Non se ne viene a capo... "

 GIUSEPPE GIUSTI - S. Ambrogio

https://www.youtube.com/watch?v=vdYUZ8Deh1A

Il capo mise il topo, che sembrava adesso uno che si sveglia dalla sbornia della vita con seri dubbi sulla propria identità, in una gabbietta lucente. Si tolse il grembiale rigido e lo gettò in un angolo.

Smolecolò la roccia e andò fuori, con il giorno che nasceva nelle cime dei monti dilaniati, incappucciate da sghembe macchie di sole, lucenti e gialle, sopra il viola degli alberi ormai quasi spogli e il verde del sottobosco. Un merlo fischiava lì vicino, cittadino di quella valle profonda in cui un torrente aveva a lungo alimentato i mulini del borgo. Si scorgeva solo una grande costruzione, a parte i ruderi della cava: sull'altra riva, a monte, un alto opificio dismesso ma ancora integro, una filanda con ampie vetrate.

L'aria era tersa e il capo poteva sentire i pianeti muoversi l'uno rispetto all'altro.

La luna, smussata e bianca in mezzo al cielo, marte e venere ormai scomparsi, mandavano i loro impulsi gravitazionali ai quali i corvi rispondevano gracchiando da un albero all'altro... tra gli alberi.

Gli alberi, vivi quanto fermi, schiera di impavidi guerrieri, invincibili e inamovibili si ponevano a fronteggiare la cava, che in quella luce sembrava un'immensa scultura di argilla. Sentiva la rotazione, senza centro, del mondo e sentiva l'acqua del ruscello creare e dissolvere le innumerabili legioni di connessioni tra gli atomi in un disegno che pareva muoversi immobile, come immobili scorrevano le pieghe degli strati sedimentari, che si contorcevano e si spezzavano portando il suono di ere sfumate. Leggero l'odore del fumo di legna di un camino colorava appena la pura e sottile essenza dell'aria e i confini tra luce e ombra strisciavano in basso come un sipario che si apre su uno spettacolo di riverberi, musica e danza perfetti.

Chiuse gli occhi. Si concentrò su quella danza. Quindi cavò dal petto un piccolo oggetto di pietra verde. La luce continuava ad aumentare anche se il capo si trovava ancora nell'ombra, seduto a gambe incrociate tra gli sterpi a un metro dal piccolo oggetto verde posto in verticale su un sasso piatto. 

Dopo qualche istante uscirono anche i due compagni e formarono con il capo un triangolo attorno al sasso, anch'essi seduti a gambe incrociate. Stavano così, immobili e ad occhi chiusi.

La luce giunse prima su uno dei tre e poi sul capo. Solo quando illuminò l'idoletto alabastrino il capo prese respiro ed emise un suono, di intensità crescente e molto grave al quale si unirono con suoni diversi e consonanti gli altri due alieni. Erano note lunghe, variate con lentezza e precisione che producevano un flusso di suono armonico, costante e mutevole, immobile e modulato, riconoscibile ma infinitamente cangiante.

J. Eliot Gardiner - Parce mihi domine (Perdonami, Signore)

https://www.youtube.com/watch?v=R3hlhPFc4sw

Al termine del canto, dopo una pausa di due o tre minuti si alzarono e fecero un inchino in direzione della sculturina. Il capo la ripose sotto la giacca e fece un segno con la mano destra. I tre si incamminarono verso il bosco, penetrarono nella macchia e poi a un nuovo gesto il terreno si aprì e ne uscì una sfera perfetta, grigia e opaca. Un portello docile comparve e si aprì mentre una piccola scala veniva buttata fuori come una sensuale lingua metallica.

Presero posto seguendo una procedura meticolosa, poi il terzo di loro, seduto dietro ai due disse semplicemente: "Venere, confermato." Con un sibilo l'oggetto sfrecciò verso l'alto a una velocità che non avrebbe permesso all'occhio umano di percepirne l'esistenza.

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Doveva chiamare lo psichiatra! E il numero? Boh... doveva trovarlo. Al momento gli sembrava che la situazione fosse sotto controllo... ben, quasi.  Comunque il problema era che ci volevano i nervi saldi... i nervi saldi... i nervi saldi! Gli piacque quell'espressione: i nervi saldi. L'importante è avere i nervi saldi. Non farsi prendere dal panico! Mah... lui aveva i nervi saldissimi. Tranne che quando si innervosiva o si spaventava. Come tutti. Poi c'erano quelli che non avevano paura di niente. Che invidia! Tipo John Wayne. Che uomo! Ma stava divagando... prese l'apparecchiettino per le cianciafruscole comunicative e premette il pulsante. Scarico.

Guardava lo schermo... si riscosse e andò in cerca del caricabatteria. Lo infilò nella presa.  Una violenta scarica percorse il suo corpo e pensò che il braccio gli cadesse. Poi nulla e un senso di stordimento improvviso. Si resse conto che aveva i piedi nell'acqua e le scarpe bagnate... Quando fu in grado andò in camera si tolse scarpe e calze e si sdraiò sul letto. Ritentò l'operazione con la presa accanto al comodino. Niente. La scarica aveva fulminato anche il trasformatorino cencioso. Pensò al computer... solo che senza il telefonetto non era che una macchina da scrivere luminosa e molto costosa.

Poteva andare dalla vicina. Poteva andare lì stordito e lercio, tutto vomitato dalla balena, a piedi scalzi, suonare e chiederle: "Oh... buongiorno signora, come va? Mi farebbe una cortesia? Me lo chiamerebbe uno psichiatra? Sa, voglio portarmi avanti che nella vita, signora mia, uno non sa mai... "

La sua vicina, tra l'altro, era veramente pazza. Di quei pazzi bastardi che pensano di essere i più furbi del mondo e fanno sempre un gran casino. Ma non era cattiva. Era la sua natura. A volte gli portava anche delle razioni di minestrone dentro dei contenitori improbabili che sembravano la pubblicità del Moplen. Forse aveva un pentolone molto grande e quando faceva il minestrone gliene avanzava sempre un casino. Suonava, bussicchiava, chiamava "Giovanin!". Quando Giovanni apriva diceva sempre la stessa frase, come un Jingle della TV : "Eccomi qua! Anche questa volta non mi sono dimenticata. E' contento?"

Giovanni pensò che avreppe potuto fare una STARTAPP che faceva il minestrone e usare la signora Pallavera come big-soup-development manager. L'avrebbe messa nello spot "Eccomi qua! Anche questa volta non mi son dimenticata! E' contento!". E qui partirebbe il musichettame.

Lui si sarebbe fatto carico dell'endorsement. Avrebbe mangiato minestrone in ogni occasione pubblica, per strada, alla fermata dell'autobus, al lavoro, decantandone sapore e genuinità.

Se fosse riuscito a risolvere il serio problema della flatulenza poteva anche funzionare. 

Si era di nuovo distratto.

Pensò che la prima cosa era trovare il numero di telefono e che, sicuramente (sicuramente?), doveva averlo scritto anche nell'agenduzza cartacea. Andò alla scrivania e la trovò immediatamente, nel cassetto in alto a destra, che aprì sicuro, con un'efficienza svizzera che lo fece fremere di orgoglio. Era una povera cosa di finta pelle rossastra. La aprì. C'era un solo numero, sulla prima pagina. - A - Alberto - 334 567 8909. Scritto con una calligrafia perfetta, leziosa. Il resto era candido e vergine. E chi cazzo era Alberto? 

Guardò l'agenda.

Comprese, in fondo con poco sforzo, che all'ultimo impeto di lotta al disordine aveva buttato via l'agenda dell'anno passato e tenuto al suo posto questa del 1981, delle Assicurazioni Vattelaspendere, ormai fallite, mergiate, vendute, ricomprate e trasformate in una catena di cibo per animali (qualcosa devono pur mangiare anche loro).

Ma chi cazzo era "Alberto?"

FRANCESCO GUCCINI - Un altro giorno è andato

https://www.youtube.com/watch?v=nqPxWDcxqTA

Forse poteva chiedere alla Pallavera un caricabatterie. Mah... tentar non nuoce. Il più delle volte. 

Si mise le ciabatte tipo suo nonno in carriola che gli aveva regalato la mamma. Facevano il loro mestiere anche se erano un po' deprimenti a vedersi. Si assicurò scrupolosamente di avere le chiavi della porta, diede anche un giro di serratura a porta aperta per maggior sicurezza. E poi si avventurò della signora, all'altro estremo del pianerottolo.

Suonò.

"Chi è?"

"Sono Giovanni."

La porta si aprì. "Aaaah... ma non l'ho ancora finito il minestrone! Ma vieni, perché stai sulla porta? Fa un caldo oggi... è freddo ma io ci ho caldo. Lo senti il caldo tu? Magari sono io che ho qualche cosa... sarà mica il riscaldamento? Ma vieni dentro... pago talmente tanto di caloriferi che secondo me ci rubano perché non è possibile. La signora del piano di sotto dice che lei non spende niente." Prese fiato. "AH!!" Pausa. "Non spende niente quella lì. Ci credo che non spende niente, li tiene sempre tutti chiusi lei i caloriferi e tanto il gatto le è morto di cimurro. A quella lì non le esce neanche, scusa, l'aria dal culo! Anche il besagnino me l'ha detto che compra una carota alla volta. Lei non te lo porta il minestrone, eh? Ah, io soldi non ne ho ma tengo tutto acceso e apro anche le finestre che cambio l'aria. E io non ho nemmeno il gatto, tra l'altro." 

Lo guardava, come se le si fosse scaricata a lei, la batteria.

Si guardavano. Con intensità, con profondo rispetto reciproco... Lei ogni tanto emetteva uno di quei respiri sonori e nasali che sembrano voler dire "io l'avevo detto, e non dite poi che non l'avevo detto."

Giovanni era disorientato. Comprensibilmente. Poi pensò che doveva darle almeno una piccola porzione di dolce per disporla alla transazione. "Eeeeh... cosa vuole," tentò, "ci son persone che non sono tanto a posto... ". Questa però era meglio lasciarla cadere.

"Voglio dire che... a questo mondo nessuno fa niente per niente..."

La signora Pallavera si riscosse e la sua cervice si arcuò all'indietro come quella di un cobra che si prepara all'assalto. "Ah. Ed è venuto a suonarmi per dirmi questo? Cosa vorrebbe dire? Il minestrone non era ancora pronto. E basta. Io, per sua norma, il minestrone glielo ho sempre portato perché mi faceva piacere e non voglio niente in cambio. Io non ho bisogno di niente. Magari mi fa un po' pena, sempre solo e a mangiare scatolette, ci scommetto."

Agitò il cucchiaio di legno in aria. Solo adesso Giovanni lo vedeva.

"Ma stia ben sicuro, caro testa d'uovo, che non gliene porto più! Lo vada a chiedere alla Congiu, di sotto, il minestrone. Perché a aiutare gli altri finisce sempre così!"

Giovanni non si spaventò. Era tutto normale. Riprese da dove aveva lasciato. "No, ero qui solo perché volevo chiedere se aveva un caricabatterie per il telefono."

Lei si rilassò, in capo a una manciata di secondi. "Ecco vedi," disse flautata "quando c'è bisogno di qualcosa c'è la signora Pallavera. Meno male che c'é la signora Pallavera perché sennò... ma certo, vieni quando vuoi e chiedimi. Io per te sarò sempre qui perché sei un po' come mio figlio... buon anima." Qui si incantò di nuovo. Poi trasalì. "Ma cos'è che hai bisogno?"

"Un caricabatterie per il telefono, sa... lei ce l'ha il telefonino?" 

"Sì. Vieni."

Entrarono in casa. Giovanni non era mai entrato prima. Era tutto... insomma come se avessero preso una casa di bambole e l'avessero gonfiata fino alle dimensioni di una casa normale. Era pulita, antiquata, scompagnata ma perfettamente assortita. 

Aprì un cassetto dello scrittoio. Guardò e poi tirò fuori un telefonino e un caricabatterie. 

Giovanni disse "Vado a provare se il caricabatterie va bene con il mio cellulare... "

"Ma prendi tutto," disse lei. "Era di Piero". 

Capì che non era il caso di discutere.

Ringraziò con grandi cerimonie e gli fu assicurato che il minestrone sarebbe stato pronto in capo a un paio d'ore.

Tornò nel suo appartamento. Seduto sul divano dello studio guardò finalmente con attenzione la spinetta del trasformatore. Capì subito. Provò ugualmente ad accostarla ma non entrava e la forma era differente.

Allora penso che poteva almeno caricare il telefonino del povero Piero e provare a contattare un'ospedale o un servizio di informazioni.

Solo che il caricabatterie non entrava neppure nel telefonino di Piero.

Pensò che avrebbe asciugato per terra, in attesa del minestrone.

LE ORME - Figure di cartone

https://www.youtube.com/watch?v=ZFWb77PG5mA

 

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Venere era stata una faticaccia. I pianeti con quei climi lì sono un inferno. Non che loro non fossero attrezzati, ma con quelle pressioni non ti puoi distrarre un momento. 

Il carburante policronico che avevano utilizzato, smolecola di qua e smolecola di là, era più di quanto avessero previsto. Su Venere, che loro chiamavano in realtà... ben è lo stesso... su Venere, c'è tutta quella bella anidride solforosa che non aspetta altro che qualcuno se la prenda.

Con quella era possibile preparare un certo quantitativo di carburante policronico: con 600 milioni di tonnellate di anidride solforosa si possono sintetizzare venti milligrammi di CaPol allo stato purissimo. Tutto grasso che cola.

Ora, loro avrebbero potuto anche succhiare l'anidride solforosa da spaparanzati nel loro aqquartieramento, tra un vocalizzo e l'altro. Ma è un problema di resa. Convogliare tutta quella SOsulla Terra sarebbe venuto a costare, in termini di entropia negativa, quasi quanta ne avrebbero poi ricavato dal CaPol. Tra l'altro "CaPol" era un marchio registrato al loro Pianeta centrale, e dovrei quindi scrivere CaPol®. 

Questo significa che se riuscivano a produrre 5 mg di CaPol (tutto era registrato precisamente per via tele-galattica) avrebbero dovuto pagare le royalty alla SuperCaPol Inc. In genere per poter pagare queste royalty ci si ingegnava di produrne un po' di più e di vendere l'eccesso al mercato nero di un pianeta che si trovava ai margini del loro sistema solare. Cosa ne facessero là, nessuno sapeva e nessuno chiedeva. Non che non esistesse un mercato aperto e legale del CaPol ma, eccchissappoiperché, in pochi vi si rivolgevano.

Si sapeva di astronavi che non erano riuscite a tenere da parte il carburante capitalizzato per via di tempeste interstellari, attacchi di navi pirata e altre traversie che le avevano portate fuori rotta.

Giunte di ritorno al pianeta natale si trovavano di fatto indebitate fino al collo. Il governo si accollava una parte del debito, è ovvio, e la SuperCaPol Inc. in genere ne condonava una parte.

D'altro canto il prestigio dei Condottieri ne risultava offuscato. Quando si accennava al loro nome tutti ne cantavano le lodi ma si vedeva, negli sguardi obliqui, che le menti erano attraversate da un pensiero preciso, finale "Ah, sì, quelli che bisogna dargli cento lire per andare a conquistare le ricchezze dello spazio e mille per tornare a mani vuote... ".

Ultimamente, piuttosto che trovarsi disoccupati a morir di fame, i capitani in difficoltà facevano direttamente rotta sul pianeta balordo, vendevano il poco carburante residuo e si davano alla vita corsara. Il che ovviamente aumentava i problemi. Ben, da qui in poi è la solita storia, non voglio annoiarvi. 

EDOARDO BENNATO - Quando sarai grande

https://www.youtube.com/watch?v=fJv4d2HK-eg

 

 

 

 

 

 

Commenti   

0 #1 Alessandra 2020-03-26 23:17
:lol: Grazie Massimo,
15 minuti di vera distrazione e piacere d’entrata in una storia, il finale, immaginando Giovanni a strisciare e con i ‘marziani’ davvero gustoso!
Notte
Ale
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