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Luciano Berio (Da FOLK SONGS)

https://www.youtube.com/watch?v=4eEyhnOBgA8

 

Il mago Wurtemberg si stava facendo il bagno nella sua tinozza di legno di abete.

Era impegnato a cavarsi dall'ombrisallo la racca dei giorni.

Nell'acqua non più calda si strofinava con una mappazza di peli di unicorno, animale del quale lui aveva dimostrato l'esistenza.

 

E ponzava, ponzava pesante.

 

La grande sala nella torre di pietra, la torre di Andimberga era il suo lavacro ma anche lo studio e il luogo del riposo, invero minimo.

Attorno a lui tavoli, sui quali erano impilati codici e papieri, strumenti astronomici, pagati una fortuna, e più in là la grande pentola appesa sempre alla catena nel camino.

 

I famuli portavano giornalmente al Grande Wurtemberg capponi e vegetaglia di varia fatta, torte e pastumi, frutte e legumi, erbe e ossa di maiale.

Sua Luminescenza buttava tutto nella pentola. Allorché avvertiva un languore, che fosse di natura nervosa che glicemica, dava di piglio a forcone e mestolo ed estraeva dal pignattone quanto gli pareva congruo. E se lo biascicava studiando incunaboli o rimirando l'astro di turno.

 

Uscì alfine mondo della craccia dal mastellone calafatato e si dispose ad eliminare l'eccesso di liquido acquoso dalla superficie del tegumento: della tela egiziana alla bisogna, però, non v'era segno per l'occhio.

Un bel casino. La finestrona aperta sullo splendore del creato mandava uno zefiro febbrarino bastardo.

Lì per lì pensò a uno dei suoi riti... a volte. Gli serviva la candela di Behelot, il suo amico ebreo alchimista. Avrebbe fatto vibrare e sollevare la tela di cotone niloide.

 

Andò al banco degli strumenti alchemici: un cazzo... cioè: niente. Per il momento corse a chiudere la finestra inciampandosi in un astrolabio di peltro di seconda mano che gli aveva venduto un ambulante. Un pacco fetente.

 

Tornò alla strumentaglia: colori bellissimi, solo che era tutto più o meno prono a far venire dei cagotti fulminanti e lui poi doveva mangiare e allora poi era una complicazione... scrutò in quel ciarpame fascinoso, tra bilancette e baracchini a spirito.

Comunque lì la candela del giudeo non c'era...

 

Udì bussare alla porta, leggermente.

 

Prese in fretta la sua palandrana con le stellette e il resto e andò ad aprire, già incazzato che i famuli a quell'ora gliel'aveva detto cento volte... cercò anche il cappello a cono ma anche quello si era eclissato.

 

“Arrivo...”

 

Rimase un po' così.

 

“Signor Grande Wurtemberg, Mago dei Maghi e Nostro grande Amministratore, ci abbiamo una cosa che dice mio papà che ha proprio bisogno che...”

 

Il nostro professionista del fare quel che non si può fare era attonito. Acqua, aria, terra e fuoco, pensava... Di fronte a lui la più bella (per giudizio unanime e certificato) fanciulla del villaggio.

L'estate precedente era stata eletta Miss Asparagina Celeste.

Il fatto è che gli asparagi erano il desso che in quelle lande imprimeva un moto circolare alla gran rota del guadagnare e rimettere. Celeste era poi per via del Casato del Signore, del Mago dei Maghi, Grande Wurtemberg dei Baroni Azzuri di Alta Zingonia. E così l'ambìto titolo estetico-morale era stato intitolato in quella guisa, non senza polemiche tra la Gilda degli Aspargari e il ciambellano del castello di Wurtemberg (stante che il Wurtemberg, lui meme, di tali menate di scroto non ne veniva in genere nemmeno a saper molto...).

 

Ben, tagliando corto, il sesto elemento stava lì di fronte a lui e non senza causar un certo turbamento. Ai piedi del Grandissimo si allargava una piccola pozza per via dell'acqua che scorreva ancora dai lunghi capelli, giù sotto il rigido sottanone fluorescente con gli astri a trapunta in oro.

 

“Cosa vieni tu a dimandare, fanciulla... l'ora è tarda”.

 

“La capra...”.

“Che capra? Io non ho nessuna capra.”

“No... è che sgraiando... ieri è venuto il barbiere e poi adesso non sappiamo cosa farle!”

“Il barbiere? Vuoi dire quello che fa la tosa?”

“No, mica è una pecora, il barbiere che cura le vacche!”

“Ma non era una capra?”

“E' che noi vacche non ne abbiamo!”

Il mago aveva freddo e starnutì con grandissimo fragore. In faccia a Miss Asparago che fu colta un po' alla sprovvista. Si deterse con la gonna a balze un po' frusta. Era il vestito buono.

 

“Vieni dentro, vieni lì dal fuoco che mi prendo il malanno.”

Si sedettero sulla panca davanti al fuoco. Le sole caviglie di quella Venere Liliacea erano di gran lunga più aggraziate di tutti gli astri del firmamento, ingannevoli puntini di un plastico roteante privo di senso e direzione. Ma questo era meglio non si sapesse.

 

“Tu fanciulla”, riprese il Sommo Sapiente, “non sei chiara, io lo sento e lo comprendo!”

“Voglio dire che la capra non sta bene.”

“Ah. Il barbiere delle vacche cosa ha detto?”

“Dice che non sa, che lui appunto con le vacche capisce meglio e con le capre meno.”

“Ma io cosa posso fare, non sono un medico delle bestie, sono alchimista, astrologo, mago e filosofo, barone e auruspice, medico dell'uomo e matematico, pittore scultore e inventore di macchine e congegni bellici, indovino, poeta e... bon, mi pare basta. Comunque di capre capisco un'hacca.”

 

Ora era la fanciulla giglio-morfa ad essere scettica.

Lo guardò con sguardo incolore e blando... “Papà dice che se lei cura la capra lei, Sua Grandezza Luminosa può avere da noi quello che vuole. Mi ha detto di dire proprio così “da noi” e “tutto quello che le piacerebbe”...”. La fanciulla guardava il fuoco. L'acqua era quasi evaporata dai capelli unti del Supremo e l'aria sibilava a tratti da sotto la porta. La terra se ne stava quieta al suo posto come fa quasi sempre.

Nella testa del Mirabile il pensiero si formò, fu ri-editato e quindi provato nel sistema pre-fonatorio-uditivo, quindi si strutturò nel gas circostante come onda di pressione.

Il tono era fermo e inflessibile ove non ci fossero tentennamenti e incomprensioni.

“Cara fanciulla io posso avere da “voi” ciò che voglio in ogni momento basterebbe che lo vorrebbi... nel senso, che non importeresse... voglio dire che voi siete miei sudditi e non mi potete offrire nulla di più di quanto io voglia prendermi.” (Uff... fatica!)

“Il papà mi ha detto di dirle così che questo è quel che pensa lei...”

Lui le si accostò, si fece appresso.

“Il papà ha detto di dirle: prima la capra...”

 

L'uomo, ieratico e minaccioso si alzò. La guardò e disse.

“Tu resta qui.”

Afferrò un po' di barattoli e ferretti vari, infilò nella sacca due libriccini. Poi si mise le scarpe e il cappello di cuoio e uscì. Ricomparve quasi subito “Dove abitate... voi?”

“E' la quarta casa nella strada di Munster. E' rossa... posso mangiare qualcosa?”

“Serviti.”

 

Quando arrivò alla casa, un po' di tempo dopo, tutti erano nella stalla attorno alla capra, con un lume. Erano famuli che lui conosceva bene per via del latte e dei formaggi.

Al suo ingresso si inchinarono e fecero alti salamelecchi.

Poi il padre cominciò a lamentarsi a voce moscia e querula “la curi, la salvi...”

La capra giaceva a terra con gli occhi quadrati socchiusi.

 

L'emerito Stregone Factotum si avvicino alla bestia. Estrasse un libriccino e sparse una polvere gialla sul suo corpo. Poi si rivolse al padre e disse: “Vieni onest'uomo, dobbiamo parlare.”

 

I due uomini sedevano nella cucina e bevevano un canchero che il contadino si vantava di fabbricare con le sue mani senza l'aggiunta di alcuna di quelle robe che vendono i ciarlatani.

“Senti Tone, la ragazza... dico lei, è una fanciulla timorosa del vostro giudizio, vero?”

Tone lo guardò con i suoi guizzanti occhi verdastri “Devotissima.”

“Bene, allora fai allontanare tutti dalla stalla e non andare nemmeno tu. Tra due ore la pecora sarà guarita”.

Tone si inginocchiò e gli baciò la veste, gesto che il Sommo accolse di buon grado.

 

Il Meraviglioso tornava poco più tardi nella rigida notte al castello. Salì le scale della torre con una certa trepidazione. Aprì. L'asparagiona giaceva come mamma l'aveva fatta sul giaciglio di pelliccia tra i due grandi cuscini gialli e per un'istante gli parve fosse impiattata tra due grandi uova al tegame.

 

La famiglia di Tone attese paziente non due ma tre ore. Per sicurezza.

Poi tutti tornarono nella stalla dove la capra brucava placida e florida quanto mai.

Il più piccolo, Tonino, corse ad abbracciarla, che aveva molto sofferto a vederla malata, e la baciò.

Poi pieno di felicità si girò verso i famigliari ed esclamò: “Guardate, il Barone non solo l'ha guarita ma adesso è anche più grossa e ha una macchia nera in fronte!”

Thunderstuck - By Steve'n Seagull

https://www.youtube.com/watch?v=e4Ao-iNPPUc

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