Blog

Orlon scende la stradina mattonata nella sera buia: un grosso topo si spaventa tra le carte e le bottiglie.

La stradetta non è molto ripida e descrive ampie curve attorno ai vecchi palazzi. I gradini, posti a distanze regolari sono rotti, mancano delle pietre.

Orlon pensa alla nave che lo attende, il grosso cargo, la Santa Giulia, alla quale mancano pezzi, qua e là, come a questa strada. Dormirà a bordo stanotte e domani partirà.

No, Orlon non è un marinaio. Orlon è un commerciante e gira il mondo prendendo passaggi sulle navi mercantili perché il commercio è nel suo sangue e non riuscirebbe a viaggiare assieme ai turisti: lui non è merce, lui la merce la compra e la vende. Ha tutto nella cabina, nessuno ruba cataloghi con strane fotografie.

In quella città viene a vedere i nuovi campionari, è una delle città più importanti per la produzione degli articoli che tratta Orlon. Lui non porta con sé le merci. Perché sono vive (in gran parte) e non resisterebbero al viaggio. Non è semplice spiegare. Coloro che acquistano da Orlon hanno già le materie prime e molte delle parti che necessitano alla creazione del prodotto finito. Ma solo l’apporto di Orlon può permettere di dare al manufatto il carattere che l’acquirente non sapeva neppure sognare.

C’è una piccola azienda a conduzione familiare nel cuore del centro storico di Mercuropoli nella quale lavorano tutti i membri del clan, bambini e donne comprese. Nel laboratorio, situato nel ventre di un tempio sconsacrato, si distilla l’Essenza di Ambra, che ovviamente con l’ambra non ha nulla a che fare, e che costituisce il medium per lo sviluppo dei nuclei centrali.

Potrei dirvi che tale essenza si basa su una ricetta che i Da Monte si tramandano da molte generazioni: solo che non è così. Questa ricetta è nuova ed è stata messa a punto da Elvirium Da Monte, il figlio giovane, che si era reso conto che la vecchia ricetta aveva ormai fatto il suo tempo.

Orlon si studia a volte di capire come Elvirium fabbrichi l’Essenza ma non è quello il suo mestiere. Né Ignazio Da Monte saprebbe a chi consegnare l’Elisir senza cadere velocemente in mano a truffatori e speculatori senza scrupoli.

Ieri sera Orlon aveva cenato con Ignazio, l’anziano capo-tribù, alla Trattoria Carolingia come era loro costume (la cuoca si chiamava così, Pina Carolingia). I due traevano grande piacere dalla compagnia l’uno dell’altro e giocavano a schernirsi: “Ah, a te se ti levano dal tuo laboratorio non trovi nemmeno la camera da letto!”

“E intanto se non fosse per me tu andresti in giro a vender l’acqua fresca!” E ridevano e bevevano.

Orlon ha una vecchia licenza commerciale e svolge il proprio mestiere più o meno legalmente. C’è da dire che le soluzioni tecniche si avvicendano velocemente e la burocrazia faticava a tenere il passo. Da quando la burocrazia è diventata più snella è anche peggio, perché da allora tocca alla realtà cercare di imitare incespicando la burocrazia alata.

Orlon ha un consulente che lo aggiorna e che lo aiuta a preparare discorsi e carte per quelle situazioni in cui diventa strettamente necessario: per lo più dimentica la burocrazia, così come trascura i dettagli della chimica, della biologia e della fisica.

Lui lavora sugli uomini, e sulle donne, naturalmente.

Il catalogo di Orlon

Forse sarò riuscito a fare crescere in voi la curiosità sulla natura del commercio di Orlon. Ecco… mi dispiace: sarà una delusione. Si tratta di un fatto molto banale che avrete già visto in molte pantomime e letto in mille fiabe. Orlon acquistava la vita dai miserabili e la rivendeva ai ricchi. Per un uomo povero la vita è un costoso orpello. Se si tratta di dar da mangiare a figli la vende molto spesso con grande piacere ed anche amici e parenti sono contenti in genere di vederlo smettere di soffrire. Orlon paga bene e sa che i ricchi non hanno limiti: quando allentano i cordoni della borsa resta sempre stupefatto, pur dopo tanti anni, a vedere che un solo ricco si possa comprare la vita di legioni di poveracci… ma così va il mondo.

(Ripresa 5-10-22)

Tornato sulla Santa Giulia si lava le mani e la faccia con l'acqua tiepida e ferrosa della nave. Si sfila il Kaftano verde. Si sciacqua ancora con maggiore voluttà. Poi mette un maglione di lana spessa e tolti i mocassini si accomoda in due babbucce di cuoio.

Prende dall'armadietto il grosso volume rilegato e lo appoggia sul tavolino minuscolo: nell'armadio ce n'è uno gemello che reca però sul dorso una lettera o un segno che ricorda quello che sta per l'iniziale del suo nome: "O". Un cerchio forse, una serpe che si mangia la coda. Orlon pensava a volte alla teoria della reincarnazione. Certo, come escluderla... e come fare ad avere fede? Il punto è proprio che chi ha fede non può farsi questo tipo di domande. La fede consiste nel credere in ciò che non ha evidenza alcuna né può essere dismesso. Si tratta di fondare sé stessi su una proposizione, una qualnque che abbia la caratteristica, imprescindibile, di essere assolutamente assurda e partire poi da lì per quanto segue. Peraltro facciamo tutti così, in ogni gesto della nostra vita, non c'è alternativa alcuna. I più buffi partono dalla fede nel costrutto che non vi sia nulla da comprendere. Nulla in cui avere fede. Se non che...

Orlon si scuote dai pensieri, sempre gli stessi e apre il volume privo di un segnalibro. Sfoglia dal centro tornando verso l'inizio. Si ferma su una pagina: una data e poi uno schizzo di una figura umana che sembra un graffito preistorico. Un nome: Ashraf Pasdan e poi alcune cifre. Al fondo, in una casella, una scritta più grande: cinque cunei orientati in diverse direzioni formano una sequenza dall'aspetto arcaico.

(Ripresa 11-10-22)

La nave non oscilla. Dall'oblò, alto nella parete dipinta di bianco e screziata da macchie leggere di ruggine, vede le luci della città che monta le colline a ridosso del mare. L'odore di ferro e leggero di fuliggine lo affascina. E' momento più bello: si va a mangiare. Mangiare sulla Santa Giulia è un piacere da sultani. Il cuoco ha a disposizione una ricca cambusa e presenta le sue specialità ma è pronto a prepararti qualunque cosa sul momento: carne, uova, patate o cavoli. Non ci sono praticamente limiti. E poi c'è sempra la composta di mele e cannella, a volte con lo zenzero.

Sale alla mensa e va a sedere accanto al capitano Bijapur che lo attende bevendo un liquido bianco e lattescente. Orlon ne ha subito un desiderio irresistibile e mescola a sua volta il liquore all'anice con l'acqua gelida. Prende un peperoncino dalla ciotola. Fuori è una serata mite di ottobre e il profumo del mare fa presentire l'annuncio, l'arrivo di un messaggero che sveli alfine l'arcano. Tutti attendono, dandosi l'aria di niente e masticando gli antipasti. 

"Stasera vitello e patate... alla corsa." Dice il capitano.

Ripresa 18-10-22

"Ooooh... ma bene!", dice Orlon felice di quella sorpresa. "Le sembra che pioverà, stasera, Capitano?"

"Mi prende in giro? In questa città piove ogni sera e ogni notte da dodici anni... di giorno... più o meno anche."

"A me sembrava che si prendesse dei momenti di tregua... " Non si capiva quanto fosse serio.

Il capitano fece un gesto per dismettere quell'argomento. "Ha trovato quello che cercava, Orlon?"

"Sì, penso di sì. Il fatto è che la... insomma quello che cercavo non si trova in moltissimi posti. A dire il vero conosco solo due fornitori affidabili... uno è morto ma è rimasta la figlia. Non so se ce la farà: è in una città sulle Montagne interne e a me non piace la montagna, con tutto quel fracasso di funicolari e scavatrici... "

"Già," disse il capitano "la città è molto più tranquilla... e poi il giornale dice che non è chiaro dove si viva di più... i topi... le valanghe, i tagliagole... uuuh. Noi ce ne stiamo quasi sempre sullal nostra nave. Basta stare attenti a non cadere in acqua... "

"Non sa nuotare?"

"Non ho mai provato... e certo non nell'acqua di mare. Ci son le alghe assassine. Come  minimo. Ma ecco il vitello!"

Era buonissimo e mangiavano di gusto.

"Ho trovato," disse Orlon "e adesso vado a Dumbai per definire quanto seguirà. Mi aspetta il sindaco, vogliono mettere una targa in mio onore accanto a quella di Madre Peresa di Valfrutta."

"Ma lei è un filantropo?"

"Credo di sì, loro lo dicono. A me la targa serve per dare un certo spessore all'azienda... insomma, è un riconoscimento ufficiale."