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Un filosofo di origini romene, vissuto fin da bambino in U.R.S.S., iniziava un suo libro molto spassoso (Nato in U.R.S.S., appunto) con le parole che cito qui a memoria "Ci sono momenti in cui avverto l'impulso di tornare nella mia patria ma poi scopro che i biglietti non si vendono più: la mia patria è l'U.R.S.S."

Quindi: questo c'entra perché Ernu è un filosofo e poi perché a volte anch'io provo un impulso simile. Vorrei tornare al mio paese, alla mia città ma poi mi accorgo che non c'è più da tempo. Certo, abbiamo già citato Le città invisibili qui e ci troviamo in fondo in quell'ambito: lo spazio ed il tempo giocano con la nostra mente. Per stare nell'ambito invece della filosofia classica diciamo che tutto scorre e che non  possiamo tornare nel nostro giardino due volte di seguito: quella rosa (di cui ci dicono possediamo in fondo solo il nome) è stata cangiata con altra.

Altra filosofia ci avverte però che spazio e tempo sono una modalità dell'e-sistere della nostra mente. E quindi? Lo spazio e il tempo non giocano con essa: è la scintilla vitale che indaga il cristallo dell'eterno che si perde nei riverberi di sé stessa. Magicamente altre scintille l'accompagnano, apparendo come sfaccettature dell'imprendibile poliedro. E la nostalgia, lo strazio del ritorno, sono nostalgia di un nostro lampo perduto. Sarebbe facile ritrovare i colori di quel lampo, in fondo, in un vecchio film, in una canzone o in uno sguardo di una fotografia... 

Ascolto : Fountain of sorrow - Jackson Brown

Rinnovare e conservare. La retorica, che è la vera cifra del tempo che vivo, l'oscena crapula del nome del nome delle cose sempre "altre", fa un gran parlare di innovare e conservare, conservare ed innovare. Forse siamo vicini a quel tempo in cui la sovrabbondanza di facili soluzioni ai nostri problemi quotidiani ci spingerà a una complessità farlocca, a un Luna Park di oggetti comunicativi barocchi quanto incapaci di inseguire l'accelerazione dello svuotamento pneumatico del pensiero strutturato, nell'impossibilità costituzionale di stabilire se l'idiozia sia per noi uomini una grave sciagura o la più grande delle benedizioni.

Ovviamente non è farina del mio sacco: ascoltavo "Memorie del sottosuolo" di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, questa sera e lì, come dice Woody Allen, c'è tutto.

I ricordi... C'era questa cosa dei Lemmings, una volta, che si suicidavano in massa in un documentario di Walt Disney. Poi c'è una voce che dice che li spingevano al massacro gli stessi autori, per fare il documentario... peraltro poi quando scopri di Walt Disney, da grande... insomma, io non lo so ma quanto ad atrocità farlocche non c'è mai stata penuria.

In ogni caso, i ragionamenti dell'eroe del sottosuolo sull'inanità per l'uomo della ricerca di un senso e di un punto d'arrivo, lo portano tra l'altro ad accennare alla guerra, costante, ubiquitaria... solo gli stolti pensano che ci sia stata a volte la pace tra gli uomini, perché non guardavano mai al di là della propria finestra.

Ma sono di certo ingrato: sono certo figli di questo tempo gli abbondanti piaceri a buon mercato e la disponibilità, almeno sulla carta, di cure mediche di grande efficacia. LA FACILITA': innegabile e goduriosa. Accanto a una tabe insinuante e devastante, fluida e appiccicosa.

Non voglio certo parlare di politica qui, come sapete, e non toccherò l'argomento che tratta di come e a chi spettino piaceri e cure e a chi la spirocheta perniciosa. Diciamo che io, per mia fortuna, non me la passo malissimo. E allora perché vorrei tornare nella mia patria, in quella città nella quale si giungeva con un treno da Milano al costo di circa 8000 L.  (a/r), attraversando la pianura marcita nel tramonto e poi le gallerie fredde con la linea bianca che saliva e scendeva in un inganno ottico?

E' inutile farsi domande su quel che ci piace o non ci piace. Intanto bisogna prendere atto del fatto che la scintilla vitale disegna questa cosa qua e che questo istante è inevitabile come la morte: inoltre, per quanto gli orizzonti attraversati un dì ci appaiano più interessanti dobbiamo considerare un'altra cosa; è dalle cose del passato, da quel passato lì che ha preso forma il presente; gli elementi che oggi disegnano un caleidoscopio incomprensibile erano già presenti nello schema smarrito che ne era progetto e materia prima.

A meno che, la danza da cui il presente genera il futuro, sia del tutto casuale, pur apparendoci in qualche misura conseguente. Forse la letteratura e i nostri costrutti hanno una loro logica illogica ma il disegno generale è un circolo infinito, libero e aperto a un'assenza totale di finalismo.

Solo il paradiso però darebbe un senso alla vita ci informano i saggi. Altrimenti è come una maratona di lemmings... anche fosse che il mare ci risputi dopo un po' cangiati in aspidistra: sai che soddisfazione. Ma secondo me il Paradiso è una patacca. 

Comunque, vi dirò che visto che come filosofo lascio molto a desiderare, e quanto a esercizi spirituali sono uno zero, ho dovuto elaborare almeno una via pragmatica per la sopravvivenza. Il biglietto di ritorno, come ho detto, non si può acquistare in alcun modo. E allora ho ripreso ed affinato una pratica che avevo definito nella sua formulazione prototipica già nell'adolescenza, la pratica degli interstizi.

Il mondo presente non si può sfuggire. 

Avere orrore del mondo in cui si vive è assurdo, folle e dannatamente snob. Ma tale mia follia è pur parte del mondo e come tale inprescindibile, quanto il rap italiano e le bande con le notizie che scorrono sotto le cazzate dei disc-jokey videocitofonici. E' la materia di cui sono fatti i miei sogni.

Bisogna avere il coraggio delle proprie malattie mentali e viverle appieno fino a dove, è ovvio, non siano di nocumento agli altri più di quanto lo siano la media delle normalità che ci circondano.

Il mondo dinamico e moderno attorno a noi, pieno di entusiasmanti occasioni e di stimolanti avvenimenti presenta, a ben cercare, qualche interstizio nella compatta fantasmagoria del brulicante divertimento e dell'offerta culturale. La salvezza è in quegli interstizi.

Ci sono luoghi nei quali nessuna persona sembra volersi recare nel sabato pomeriggio di luglio. Ed è lì che troverete i segni della salvezza. Ovviamente non si tratta di una religione ma ha i suoi testi e i suoi profeti. Pensate alla canzone Azzurro, di Paolo Conte, che ho consumato nel mangiadischi da bambino...

Ascolto. Azzurro. (Pallavicini-Conte)

Naturalmente, per quanto un concerto di Paolo Conte sia un esperienza bellissima che io raccomando a grandi e piccini, non sarà lì che troveremo l'interstizio salvifico, tutt'alpiù raccoglieremo materiale, ispirazione. Nel testo di Azzurro c'è invece tutto: c'è il treno che va all'incontrario. C'è la nostalgia di una domenica da solo, all'oratorio. La ricerca di una fessura... perché quando trovate quegl'interstizi scoprite che il baobab cresce dove a prima vista sembravano esserci solo oleandri. Ma è un attimo: qui c'è gente - non si può più.

E così viene la tentazione del maligno: prendere il treno e andare al mare, là dove le persone si accumulano come la schiuma nel disoleatore del depuratore fognario, sbattendo le une con le altre impossibilitate dalla maestosa energia ondivaga ad andare oltre. Sarebbe l'errore supremo. No... il nostro treno va all'incontrario.

E cerca una salvezza  tra le rocce del muro, nella via tra le case popolari e tra i cantieri mai finiti di un mondo a cui non riusciremo mai più a star dietro... ricordo che tra musicisti c'era uno scherzo che parodiava un film di successo. Ci si diceva "Son - Figli di un DO minore" e poi si ridacchiava, tanto più quanto più si aveva sbevucchiato. Ecco, il nostro treno è figlio di un Do minore... settima. Non vorrei appesantirlo con seste o settime maggiori che qui non si tratta di fare i drammatici, tutt'altro: in fondo si tratta pur sempre di leggerezza, di levarci di dosso il peso di tutto quel cosmetico che ci è sceso in gola, di quell'armatura di rame tempestata di fondi di bottiglia multicolori...

Per sviluppare la tecnica dell'interstizio si opera nel segno dello "Scrauso". Lasciate che riporti l'etimologia del dizionario Treccani. E' un termine antico e quindi di grande interesse.

Scrauso significa propriamente ‘di scarso valore’ ed è attestato per la prima volta nel 1527 nella confessione autografa di una strega del contado romano, Bellezze Ursini da Collevecchio. Solo da pochi anni questo termine è riemerso nell’uso dei “coatti” della periferia romana. 

La tecnica, la poetica dello scrauso ci permettono di sviluppare una sensibilità, una facilità di scelta nella dimensione quotidiana tale da permetterci di balzare con leggiadria da un interstizio ad un altro mantenendo una distanza fisiologicamente accettabile dal "conveniente" quanto dal "riuscito" e così via.

Non ci sono definizioni filosofiche per tali termini, si tratta di rendere un'aura, un sentimento. Peraltro la poetica dello scrauso non preclude alcuna scelta immediata qualora si ritenga di volere o potere affrontare una sagra dell'agnolotto o una visita a un museo di quadri impressionisti: tutto è lecito.

Non crediate che approdare al mondo dello scrauso significhi privarsi dei piaceri e delle bellezze della vita: nei bar dei cinesi fanno dei toast succulenti e a un prezzo inarrivabile: se ci attacchi una birra sei in paradiso. I cinesi sembrano avere un talento naturale per lo scrauso. I loro locali, che sono i veri locali tipici del nostro tempo, sono spesso miracoli di casualità. Anche i bar della mia infanzia accumulavano poster di Gloria Guida Nuda, flipper e finte cineserie, quadri macchiaioli e mobili in stile tirolese gli uni accanto agli altri, creando quel senso di calore e familiarità nel quale solo bere un ginger dava l'estasi.

Poi sono venuti quelli con le dotazioni elettroniche, i video juke-box, i panini con lo speck e la rucola e le carte delle tisane. Ricordo una sera come fosse ieri ma credo fosse circa il 1990. Ero in un bar a Genova, in piazza Paolo da Novi e stavamo bevendo qualcosa a una tavolino... una signora dall'aria piaciona, da tenutaria di bordello, si è avvicinata e, come ci conoscesse da tempo personalmente ci ha chiesto "Ci volete un po' di pasta con l'aperitivo, ragazzi?" Noi sventurati abbiamo risposto. Era finita: la mia patria era scomparsa e per trovarne i simulacri avrei dovuto calarmi negli interstizi del sottosuolo.

Capite? La pasta! Ma voi sapete cos'è stata la pastasciutta per generazioni di abitanti di questi luoghi? Il pasto! Il pranzo, quando si mettono le gambe sotto il tavolo e si gode di quella frazione del frutto della terra che ci è data in sorte o per diritto. Da lì in poi non si è più saputo... le forme, i colori, i sapori e le confezioni e soprattutto le intenzioni si sono impastate in un budino di fango. Quella donna era un emissario del demonio, che il mondo fa girar.

Non posso creare un manuale pratico leggero dello scrauso. Ognuno deve creare un proprio linguaggio dello sbieco, dell'errare. Andate ed errate: sbagliate strada: sperimentate luoghi dai quali una puzza di fritto esce copiosa, bar alla porta dei quali un ciccione gigantesco e meridionale in ciabatte fuma una sofisticata sigaretta elettronica. Interpretate i segni. Di certo eviterete la pasticceria che fa i migliori cannoli e la trattoria che vi hanno detto cucina le mucche che si cresce in salotto usando erba biodinamica (qualsiasi cosa voglia dire). Ma non fate l'errore di sentirvi legati a un voto: persino un ottimo ristorante può rivelarsi scrauso per mille motivi: magari sono maleducati o antipatici al di là di quanto sia sopportabile. Anche questa può essere una bella soddisfazione, un incontro con le pieghe dell'essere.

Bene: mi fermo qui e mi auguro che abbiate compreso i rudimenti di quest'arte. Oggi la liberazione passa da un semiasse che vi lascia in autostrada, dal pomeriggio tardo tra i dannati che dormono sui marciapiedi in attesa di un traghetto, nella contemplazione delle macerie di un gasometro che si erge a testimoniare che per ogni opera che riusciremo ad erigere, dieci languiranno attorno implorando di essere riverniciate o distrutte per sempre.